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Su invito di Aldo Dessì, presidente Arci Sardegna, siamo state coinvolte nell’iniziativa Arci Camp in Sardegna allo scopo di proporre e condividere due momenti di attività e riflessione sul tema del giornalismo partecipato, potendo così portare la testimonianza della nostra recente collaborazione con ecoinformazioni, ma anzitutto un’occasione per presentare il numero mensile estate 2026 dedicato alla conferenza euromediterranea per la pace Nel mare di mezzo, tenutasi lo scorso dicembre a Cagliari.
Il primo momento di incontro si è tenuto la mattina di venerdì 7 agosto, dove il mensile è divenuto presto un materiale sul quale intervenire, sottolineando, apponendo il proprio nome, identificando quelle espressioni da problematizzare, per le quali esprimere la propria contrarietà in un’ottica di costruzione positiva. L’investimento in quel significato che decidiamo di attribuire alla materialità della versione cartacea è stato ampiamente corrisposto e apprezzato.
Dunque, durante una prima attività destinata ad avviare un processo di condivisione nato dall’atto di posizionarsi relativamente a una serie di affermazioni volutamente ambigue nella loro formulazione — sulla democraticità del giornalismo odierno, l’impiego dei social e il carattere di oggettività richiesta alla figura del/della giornalista —, sono emerse riflessioni e dibattiti sulla natura dell’informazione, nonché sul permeante linguaggio coloniale. Questa prima fase di dialogo ha pertanto stimolato i/le partecipanti a considerare quello spazio sufficientemente sicuro e predisposto a ulteriori lavori di gruppo.







Si è infatti proseguito con un esercizio di scrittura a partire da una traccia, ovvero quelle stesse parole pronunciate da Aldo Dessì in apertura della conferenza euromediterranea di dicembre: «Il Mediterraneo è sempre stato un luogo di scambio, di cultura e di civiltà. […] Ma cosa significa essere un ponte se non per costruire la Pace?»
In qualche modo si è voluto dare avvio a una continuazione di quella stessa conferenza, ribaltandone necessariamente alcuni presupposti. Dopo circa un’ora, durante la quale i vari gruppi, liberamente assortiti, hanno lavorato alla stesura di schemi di ragionamento e di un testo che meglio presentasse la sintesi di tali dibattiti, è stato predisposto un ultimo momento di confronto. Ciò che più ha colpito è stata la capacità di invertire la narrazione, decolonizzandola, evitando di ricadere nei cliché formali, quelli che ci trasmettono i libri di testo scolastici a proposito di un Mediterraneo unito ed inscrivibile in un unico bacino identitario.
In questi termini decisiva è stata per loro la possibilità di consultare l’importante pubblicazione, edita da ecoinformazioni e Nodolibri, di Andrea Rosso, codirettore di ecoinformazioni, Mediterraneo. Il mare comune. Nel libro, spiega Andrea Rosso, emerge piuttosto come il Mediterraneo sia «un “mare comune” dove idee, esperienze e merci circolano da sempre in un contesto di rivalità economiche, fratture culturali, conflitti devastanti»; dove «molte delle romantiche narrazioni di uniformità sono pure invenzioni. […] Un “modello mediterraneo” di società pacifiche in armonia con la natura? Immaginarlo richiede una dose disumana di ottimismo. Eliminare il bubbone delle guerre che infestano il bacino, contrastare la religione occidentale dello sviluppo perpetuo, difendersi dalla malattia dell’identità globlae fondata sul possesso delle cose, reagire alla trasformazione di una delle aree più fortunate del pianeta in un “medioceano” di affari tra Atlantico statunitense e Pacifico cinese».

Da qui il rifiuto di adottare termini come «cultura», equiparabile piuttosto al principio coloniale di civilizzazione, o di «ponte», evidenziandone piuttosto la dicotomia europeismo/nazionalismo. I/le partecipanti hanno rivendicato consapevolmente la necessità di tornare a vedersi parte del Mediterraneo nell’alterità e nel buon conflitto, che nulla omogenizza ma che produce cambiamento. Cambiamento nella percezione, anche della stessa Sardegna, laddove vi è una scelta politica di farne una meta idilliaca, inscrivendola in un quadro limitatamente nazionale ed europeo, e al contempo accentuandone l’isolamento. Sono sorte due fondamentali domande: c’è differenza tra essere ponte e fare ponte? Ovvero, ci sono almeno due o più realtà territoriali in dialogo o piuttosto i tentativi che possiamo immaginare di costruzione di pace prevederanno movimenti unidirezionali e pertanto rispettivamente imposti e subiti?
Ciò che si è svolto nel corso della prima mattinata non è stato un mero esercizio di scrittura e formalità, e neppure retorica. Da qui il desiderio espresso di rinnovare nel corso di queste giornate i gruppi di lavoro, per poter continuare a parlare, ad approfondire, a capire collettivamente ciò che la nostra generazione può fare, come lottare, ma soprattutto rivendicare quello stesso spazio politico di scrittura. Un’azione che, come anticipato loro, non andrà persa, ma che confluirà nelle pubblicazioni di ecoinformazioni relative a questa esperienza.
Per questa ragione, lo stesso mensile dedicato a Nel mare di mezzo, noi crediamo, è stato perlopiù un pretesto per mettere in comunicazione due realtà territoriali apparentemente lontane, quella di ecoinformazioni sul territorio comasco — tuttavia ben consapevoli che l’operato della redazione riesca spesso a valicare i confini provinciali e regionali — e la parcellizzazione sarda in medio-piccole località. Il giornalismo in quanto partecipato prevede allora che ciascuna di esse non si chiuda all’interno di bacini di influenza fissi, con il rischio che ristagnino, ma piuttosto una spinta a convergere, ovvero a trovare una vicinanza e persino una somiglianza con la quale diventare desiderosi di contaminazioni e diversità. Presto l’articolo con i contributi testuali delle ragazze e dei ragazzi di Arci Camp Sardegna. [Amelie Di Matteo e Giulia Rho, ecoinformazioni]






