23 gennaio/ Il Giorno della memoria dedicato agli zingari

Il giorno della memoria è stato istituito, con legge della Repubblica Italiana n. 211, del 20 luglio 2000,  «al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati». Colpevolmente, non si ricorda che non solo il popolo ebraico ha subìto il progetto di sterminio, ma anche altri, tra cui Rom e Sinti.

Per completare la prospettiva sul progetto di sterminio dei regimi nazifascisti, ANPI Comitato provinciale di Como e Istituto di Storia Contemporanea “Pier Amato Perretta” di Como dedicano quest’anno un approfondimento, in preparazione del giorno della memoria, al porrajmos. Porrajmos – ha scritto il sociologo Marco Revelli – «è il termine che in lingua romané significa “distruzione”, anzi “qualcosa di più”, come spiega Giorgio Bezzecchi, il rom hervato che ha tradotto per Fabrizio De André le ultime strofe di Khorakhané: “devastazione”, “divoramento”, comunque “annientamento”. Sta a indicare lo sterminio degli zingari, Rom e Sinti, per opera dei nazisti e dei fascisti, nei luoghi – Auschwitz soprattutto – che a stento, e di malavoglia, la nostra memoria contemporanea accetta di ricollegare alla tragedia dei nomadi europei preferendo tenerli segregati in una terra di nessuno della storia, esattamente come ne tiene segregati i discendenti nelle tante terre di nessuno delle nostre periferie urbane. Furono 500.000, forse più, i “figli del vento” sterminati nei lager. Altre centinaia di migliaia furono perseguitati, incarcerati, deportati, le famiglie sciolte, le comunità disperse, allo scopo dichiarato di sradicare il Wandertrieb, l’“istinto nomade” identificato dall’eugenetica paranoide fascista con il disordine, la trasgressione, la commistione del sangue e la degradazione del costume». Non si ricorda nemmeno che proprio Rom e Sinti furono protagonisti di uno dei pochi, pochissimi, episodi di resistenza all’interno dei campi di sterminio, a Birkenau; racconta ancora Marco Revelli: a Birkenau, «accanto agli ebrei, dal 16 dicembre 1942, in esecuzione del “decreto Auschwitz” con cui il governo del Reich aveva dato inizio alla “soluzione finale” per gli zingari, avevano iniziato ad affluire, nel Blocco IIe, decine di migliaia di Rom e Sinti, uomini, donne e bambini, tenuti, a differenza degli altri, tutti insieme, senza dividere le famiglie, fino al maggio 1944 quando fu decisa la liquidazione del “settore zingari”. I circa 4000 nomadi sopravvissuti avrebbero dovuto essere avviati, in un solo colpo, alle camere a gas. E fu allora che avvenne l’incredibile: gli zingari resistettero. A mani nude, qualcuno armato del solo coltellino di latta improvvisato nelle baracche, contrastarono le SS. I pochi sopravvissuti raccontano che erano le madri in prima fila, a difendere con le unghie e con i denti i loro bambini, alcuni dei quali di pochi mesi, nati nel campo stesso».

GiornoMemoria2016

Proprio con Giorgio Bezzecchi, figlio di sopravissuti alla persecuzione nazifascista, consulente del Consiglio d’Europa – Programma Romact, sabato 23 gennaio 2016, in Biblioteca Comunale di Como, dalle 15 alle 17, si approfondirà questo fondamentale – ma rimosso – passaggio della storia europea del Novecento. Maurizio Pagani, presidente dell’Opera Nomadi di Milano ed esperto in etnie nomadi, avrà il compito di ricondurre questo discorso all’attualità.

Perché il sospetto, la discriminazione, la persecuzione di Rom e Sinti, genericamente e con un certo disprezzo “zingari”, vengono da lontano, anche nelle civilissime terre italiane. Basti ricordare una grida del governo lombardo-spagnolo del 1657 – in vigore anche a Como – con cui si concedeva alle comunità lombarde di «potersi unire, anco con suono di campana a martello, e perseguitare detti Cingari, prenderli e consegnarli prigioni in qualonque parte di questo Stato, e di svaligiarli, e levargli ogni sorte di robbe, e danari … e quando volessero fare resistenza con armi sia lecito ad ogni uno di offenderli impune». Il sospetto e il disinteresse vengono da lontano e abitano ancora il presente, tanto che – appunto – ci si dimentica di loro persino come vittime del fascismo.

Con l’ausilio delle parole di Giorgio Bezzecchi e Maurizio Pagani, e di documenti video, ANPI e Istituto di Storia Conteporanea daranno qualche elemento di conoscenza in più.

[Fabio Cani, ecoinformazioni]

 

Il bell’articolo di Marco Revelli si può leggere per interno a questo indirizzo.

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