Mese: Febbraio 2014

Congresso Arci/ Interventi degli ospiti

arcicomoUna panoramica del terzo settore e delle sue problematiche, inviti per una maggiore connessione tra le diverse realtà dell’associazionismo e della politica comasca, il riconoscimento del ruolo centrale dell’Arci: questi alcuni dei punti sollevati dagli ospiti al congresso provinciale dell’Arci di domenica 9 febbraio, ideale seguito alle relazioni del presidente Enzo D’Antuono e della consigliera regionale Celeste Grossi. Ecco alcuni estratti dei vari contributi. Già online sul canale di ecoinformazioni alcuni video (presto on line tutti gli altri) degli interventi:

Gianfranco Garganigo,  Auser  e Avc: «dalla relazione introduttiva si capisce che alcune problematiche sono comuni a tutto il mondo del volontariato. Lo stesso strumento della solidarietà organizzata è messo pesantemente in discussione, non avendo ricevuto tra l’altro molto aiuto dalle istituzioni. La Legge 266 per esempio è stata poco efficace, non ha contribuito a far riconoscere il ruolo decisivo che il Terzo Settore continua a mantenere. L’obiettivo è quello di costruire nuovi percorsi per un nuovo welfare, per sfruttare così le nostre grandi potenzialità»;

Giorgio Riccardi,  Acli: «con l’Arci condividiamo l’essere sopravissuti al cambio di secolo, oltre ad un rapporto di complementarietà più che di competizione. D’altronde quando si condividono determinati valori, determinati modi di fare, che differenze ci possono essere? Anche al nostro interno è tempo di riflessione. Certo, la situazione a Como è complessa, ma non possiamo sottovalutare alcuni passaggi positivi, come la nuova amministrazione comunale, le innovazioni della Chiesa e il contributo negli anni passati dell’ex prefetto Tortora. Da qui si può ripartire per affrontare i tanti temi sul tappeto, a cominciare dal lavoro»;

Roberto Borin,  Italia-Cuba: « oltre ai ringraziamenti per l’invito al vostro congresso, non possono non notare che Italia-Cuba e Arci appartengono allo stesso mondo, quello del volontariato. Ciò vale ancora di più nel momento attuale, dove la nostra realtà di riferimento, Cuba, subisce ancora una volta attacchi molto pesanti sia dal punto di vista economico che politico. Nonostante ciò la nostra associazione continua a muoversi molto bene all’interno dell’associazionismo locale, come dimostrato dalle continue iniziative, spesso in collaborazione con l’Arci. Ecco, continua su questa strada è fondamentale, per rafforzare ancora di più la nostra presenza»;

Nicola Tirapelle,  Anpi Perugino Perugini: «il congresso dell’Arci cade in un periodo particolare, dove nella nostra città si fa sempre più strada una vera e propria forma di squadrismo culturale. Episodi come l’incomprensibile revoca dell’utilizzo della Circoscrizione 1 per l’incontro con la storica Alessandra Kerseveran di sicuro non aiutano, rendendo anzi la situazione ancora più pesante. Diventa così importantissimo rilanciare l’azione coordinata di tutte le forze antifasciste, di cui l’Arci è parte fondamentale, per un azione più efficace in difesa degli ideali della Costituzione e della Resistenza, a cui tutti ci richiamiamo, al di là della semplice ritualità del 25 aprile e delle altre occasioni istituzionali»;

Giuseppe Caruana,  soci Coop: «ci sono legami forti tra la Coop e l’Arci, lo dimostra la stessa scelta del salone Bertolio per ospitare il vostro congresso, per non parlare delle tantissime iniziative comuni, come la Carovana Antimafia. L’Arci è una presenza preziosa, per cui mantenere e rafforzare questa collaborazione diventa un punto necessario e decisivo»;

Tommaso Marelli,  Libera Como: « la vicinanza tra una realtà giovane come Libera Como e l’Arci è fortissima. Tanti di noi sono impegnati in prima persona nei vari circoli, così come sono state importanti le diverse collaborazioni sul tema della lotta alla Mafia. Tutto ciò vale ancora di più di fronte alle grandi sfide che ci attendono, a cominciare dalla manifestazione, a cui invito tutti i presenti, del 21 marzo, giornata della memoria per tutte le vittime di Mafia»;

Davide Ronzoni, Arci Lecco e Arci regionale: «Il salto di qualità richiamato da Enzo è un qualcosa che tutti noi sentiamo, tanto che uno dei maggiori propositi usciti  dal congresso di Lecco è stato quello di rilanciare la formazione interna, insieme all’approfondimento dello stesso significato di fare associazionismo. Questo potrebbe essere un idea di concertazione tra circoli vicini. L’obiettivo è così quello di costruire una relazione più stretta, per rafforzarci a vicenda in un periodo così difficile. Raccolgo poi le esortazioni delle altre associazioni: questa crisi ha comportato maggiore difficoltà per le nostre realtà, sia dal punto di vista normativo che economico, con esborsi burocratici sempre più altri. Questa non è una fase normale, ma anzi si stanno mettendo in pericolo i nostri stessi valori, a cominciare dal diritto di fare associazionismo. Dobbiamo stare attenti»;

Marco Lorenzini, Sel Como: «sono iscritto all’Arci dal 1983,e qui mi sento a casa. Proprio da quella data per l’associazione è iniziato un percorso di autonomia e di radicamento al di là dell’esclusivo rapporto con le forze politiche di riferimento, che ha consentito all’Arci di costruire la propria forza partendo dal basso. Ciò è importante se guardiamo all’attuale situazione, dove i partiti, di cui comunque faccio parte, non riescono più a garantire la rappresentanza. Se vogliamo ricostruirla su basi finalmente solide dobbiamo ripartire da maggiore partecipazione, per condividere spazi, per un azione politica comune e per dare concretezza al fare rete. Questa sarà la nostra sfida più grande»;

Andrea Cazzato,  Pdci Como: «negli ultimi periodi sono state numerose le collaborazioni con l’Arci, come la raccolta firme dello scorso anno in difesa dell’articolo 18, testimonianza di un lavoro importante sul territorio. Raccolgo l’invito di altri interventi di rilanciare l’azione comune tra tutti noi che ci riconosciamo in determinati valori, associazioni e partiti». [Luca Frosini, ecoinformazioni]

Per il Prc è intervenuto Luca Frosini.

ecoinformazioni on air/ Razzismo elvetico

logo ecopopIl servizio del 10 febbraio di Michele Donegana per Radio Popolare. Ascolta il servizio. Passa, di misura, il referendum contro gli immigrati in Svizzera. L’Unione democratica di centro può cantare vittoria, il 50,3 per cento degli svizzeri ha accolto, nelle consultazioni referendarie di domenica 9 febbraio, la sua proposta Contro l’immigrazione di massa. Zurigo, Basilea e la Svizzera Romanda hanno votato contro la proposta, ma il resto della Svizzera l’ha accolta con favore e soprattutto il Canton Ticino con un 68 per cento di consensi, il dato più alto nella Confederazione.

Chiasso è un Comune di quasi 8mila abitanti appena al di là della frontiera che lo divide da Como, vede passare migliaia di frontalieri ogni giorno e il 72 per cento dei suoi cittadini non li vuole. Un dato conforme al voto ticinese per il referendum, approvato di misura in tutta la Confederazione, voluto dall’Unione democratica di centro, promotrice anche della campagna xenofoba Bala i ratt contro i frontalieri accumunati a topi che attentano al formaggio svizzero.

Ora sono in forse gli accordi sulla libera circolazione delle persone con l’Unione europea e per i 60mila frontalieri che ogni giorno passano le dogane dall’Ossola alla Valtellina e i 500mila italiani residenti si apre un periodo di incertezza.

Il testo parla della introduzione di un tetto massimo annuale di lavoratori, ritornerebbero i contingenti, ed era stato respinto dal Parlamento elvetico, dai sindacati e dal padronato svizzero. Non ci sarebbero stravolgimenti repentini, ma si danno 3 anni di tempo per rinegoziare gli accordi con l’Unione. Se salta la libera circolazione però Bruxelles potrebbe rivedere anche tutti gli accordi bilaterali sin qui siglati.

Tutto ciò mentre sono in corso trattative fra Roma e Berna per la definizione di un accordo fiscale in cui rientrerebbero anche i ristorni fiscali delle imposte a carico dei frontalieri. Infatti i deputati del Pd delle zone di frontiera hanno recentemente chiesto in una interrogazione parlamentare cosa voglia fare il Governo per salvaguardare il quadro normativo sull’imposizione fiscale per i frontalieri. Anche perché il Canton Ticino ha chiesto al Consiglio federale l’abrogazione dell’accordo del 1974 oggi in vigore.

Grande preoccupazione è stata espressa dai sindacati italiani e svizzeri, i primi per la tutela dei frontalieri e dei loro posti di lavoro, i secondi per paura dell’aumento del lavoro nero e del dumping salariale. [Da Como Michele Donegana, ecoinformazioni]

Ines Figini/ Tanto tu torni sempre

Memoria_ManifestoTante le persone presenti all’Ultimo caffè di via Giulini 3, a Como, nel pomeriggio dell’8 febbraio, con i Giovani democratici di Como che  hanno organizzato l’incontro con Ines Figini e gli autori del libro Tanto tu torni sempre. Ines Figini è, per i comaschi, la Testimone di quanto è accaduto durante la prigionia nei lager. Il libro, uscito nel 2012 per l’editore Melampo,  è stato presentato in molte scuole e in luoghi pubblici, ma «mai in un contesto così originale come un bar» dichiara Mauro Colombo, coautore, insieme a Giovanna Caldara, del libro. Il titolo – spiega  Caldara –  è ciò che la madre di Ines le diceva sempre, quando usciva dalla casa di via Tommaso Grossi per giocare o per leggere; una fiducia sempre ben riposta, fino a quando, la notte del 6 marzo del 1944, Ines viene prelevata a casa, in seguito alla sua partecipazione allo sciopero avvenuto la mattina alla Comense. Il foglio che la destina al lavoro in Germania è firmato da Scassellati, l’allora prefetto. Per tutti è stato difficile comprendere le ragioni della persecuzione, ancora di più per lei che non è ebrea, non era partigiana e neanche dichiaratamente antifascista. È stata in tre campi: Mauthausen, Auschwitz e Ravensbrück. Il suo transport (il trasferimento dei deportati da un lager all’altro) avviene «su carri bestiame, sigillati, senza cibo, senz’acqua, senza servizi igienici. L’annullamento della persona iniziava così». Inizia la deprivazione della dignità, le viene tatuato il numero 76150 sull’avambraccio sinistro: il suo nuovo nome. Viene depilata e costretta ad una divisa di cotone grezzo, che non verrà mai pulita, ma solo disinfettata. I primi giorni possono essere paragonati ad una scuola di sopravvivenza. Un grande problema è rappresentato dalla lingua incomprensibile che sente, ma il bisogno acuisce l’intelligenza, e così riesce a capire come si pronuncia il suo nome, cerca di lavorare e di mantenere viva la speranza di un ritorno. Riesce, grazie all’arrivo dei russi, ad essere nuovamente libera, ancor più di prima, essendone consapevole. La coglierà il tifo, e il suo ritorno a Como sarà un’agonia, ma sostenuta dalla voglia di rivedere i propri cari. «Ogni giorno qualche cosa si spegneva dentro di me», queste sono le parole del suo tormento, ben raccontato nel libro e dalla testimone che da anni si impegna, con un altissimo senso del dovere, a portare nelle scuole la memoria di quello che è stato. Ines Figini per molti anni ha taciuto, per la paura di non essere presa sul serio, ma ora ha reso la sua vita una testimonianza vivente. Abituata a parlare con i ragazzi, il suo racconto ha delle note rituali, e la sua storia è una delle tante testimonianze che negli anni sono state raccolte; ma questo nulla toglie al suo vissuto e all’importanza, per  i suoi concittadini, di conoscere la sua storia e il contesto in cui è accaduta. [Barbara Rizzi, ecoinformazioni]

Congresso Arci/ D’Antuono confermato presidente

congresso arci2014Con la relazione del presidente Enzo D’Antuono e della consigliera regionale dell’Arci Celeste Grossi, il saluto degli ospiti [Acli, Auser, Avc, Anpi, Coop Lombardia, Italia-Cuba, Libera, Istituto Perretta, Prc, Pdci, Sel, Cgil e CcP hanno mandato un saluto] e l’intervento di Davide Ronzoni (Arci Lecco e regionale) si è aperto,  nella mattinata di domenica 9 febbraio nel Salone Bertolio in via Lissi 6 il Congreso dell’Arci provinciale di Como. Nel pomeriggio, i degati dei circoli Arci della provincia hanno eletto, oltre ai delegati comaschi al congresso regionale di Brescia del 28 febbraio e 1 marzo e del congresso nazionale di Bologna del 13-16 marzo,  il nuovo direttivo provinciale composto da: Ilaria BelloniVincenzo D’Antuono, Michele DoneganaMarco FerrariEcclesio GallettiCeleste GrossiDanilo Lillia, Jlenia LuraschiLaura MolinariJorma PeverelliRaffaele Pozzi e Gianpaolo Rosso. Al termine del congresso, si è riunito il direttivo dell’associazione per eleggere le cariche statutarie, che vedono riconfermato D’Antuono alla presidenza, Rosso vice-presidente e Luraschi segretaria e tesoriera. Leggi nel seguito il testo della relazione del presidente. Già on line sul canale di ecoinformazioni i primi video delle relazioni e degli interventi. Presto on line tutti i video.

«Ho riletto la relazione del congresso 2010, per molti versi i temi e le problematiche poste allora si ripropongono tali e quali, con una differenza, la crisi che già allora pesava nei nostri discorsi e nelle nostre analisi, oggi è ancora più grave ed acuta, e non parlo solo della crisi economica, ma della crisi generale che investe la nostra società e il nostro mondo: crisi ambientale, crisi sociale, crisi culturale e d’orizzonte.

Interrogarsi quindi  su cosa voglia dire fare associazionismo al tempo della crisi, così come fa l’Arci con questo congresso, è importante per trovare le risposte che ci aiutino a superare il senso di smarrimento che un po’ tutti avvertiamo.

Dobbiamo interrogarci sul senso stesso della nostra esistenza, e chiederci se oggi l’Arci è ancora necessaria.

In un mondo che va sempre più verso l’atomizzazione delle vite, che senso abbiamo noi che facciamo della socialità e condivisione,  la nostra ragion d’essere?

In un mondo dilaniato dalle guerre, che senso abbiamo noi che della pace e della cooperazione fra i popoli facciamo la nostra ragion d’essere?

In un mondo dove gli egoismi, i razzismi diventano il leitmotiv nella vita e nelle scelte di paesi e persone, che senso abbiamo noi che facciamo della solidarietà la nostra ragion d’essere?

Domandarsi quindi, se  l’Arci è ancora necessaria può sembrare provocatorio, ma è fondamentale.

Siamo un’associazione nata nel Novecento, che ha saputo traghettare nel nuovo millennio il suo bagaglio di esperienza, di storia, di valori e di relazioni. Siamo una delle poche organizzazioni di massa che ha superato le temperie del cambiamento di secolo.

Siamo nati come associazione nazionale, in una società completamente diversa, principalmente per organizzare il tempo libero, e siamo poi diventati molto altro.

Nel corso dei decenni, con il mutare della realtà, dei bisogni, delle modalità di relazione tra le persone, abbiamo re-interpretato e adeguato il nostro ruolo e la nostra funzione alla luce dei nostri valori.

Sviluppiamo associazionismo di promozione sociale, siamo arricchiti da una moltitudine di volontari, vero motore delle attività del nostro tessuto, siamo “incubatori” di impresa sociale.

Rappresentiamo un sistema associativo complesso e articolato in forme diverse nei territori, che produce modalità e occasioni di impegno diverse.

Un sistema capace, tra le altre cose, di produrre imprenditorialità, occupazione, formazione che in tante parti del nostro Paese rappresenta anche un pezzo importante di economia, diversa e liberata dal profitto.

Siamo un’organizzazione popolare, attiva e protagonista in tanti territori.

Avvertiamo e agiamo la trasformazione di questo Paese, a partire dalle grandi città, dai piccoli centri, dalle periferie. Lavoriamo con lo spirito di cogliere le nuove potenzialità e raccogliere le sfide, difficili, che questo tempo ci pone.

Ci impegniamo ad affermare, tutelare e difendere il diritto al libero e democratico associarsi, che consideriamo strumento imprescindibile per la conquista e la difesa di democrazia e diritti.

Siamo tutto questo, e siamo coscienti di essere un patrimonio di questo Paese, ma questo non basta, non può bastarci.

Credo che la grande forza dell’Arci e la sua modernità stia proprio nel suo sistema organizzativo: siamo una rete di associazioni autonome, che condividono, praticano e si riconoscono in un progetto comune e in un sistema di regole nazionale, ed è quindi da qui, dall’insediamento di base che dobbiamo ripartire.

Per intercettare e sostenere la domanda di cambiamento, l’Arci deve rilanciare la sua dimensione di soggetto radicato nei territori e fondato sul protagonismo delle esperienze locali, che devono essere artefici degli indirizzi e delle scelte nazionali. L’ambito locale, infatti, è il laboratorio delle sperimentazioni che si alimentano e crescono nei conflitti, nelle contraddizioni, ma anche nella ricchezza di risorse culturali, idee e creatività politica dei territori.

Occorre per questo capire come sta cambiando il nostro insediamento, analizzarne i punti di forza e di debolezza, riflettere sul rapporto fra i soci e l’associazione, fra i cittadini e le modalità di fare associazionismo.

Quanto sono cambiate le motivazioni con cui ci si avvicina o ci si iscrive all’Arci?

Com’è cambiato il legame fra il circolo e la comunità locale?

Con quali percorsi si formano nuovi circoli?

L’universo dei circoli Arci si sta gradualmente modificando in una platea molto più articolata e plurale di esperienze, tanto sul piano delle vocazioni e dei campi di attività quanto su quello delle modalità organizzative e di gestione.

Alcune categorie entrate nel gergo del nostro dibattito interno, come quella di circoli tradizionali o giovanili, sono ormai inadeguate a leggere la complessità di questa fase.

Accanto al modello del circolo territoriale polivalente, ancora prevalente soprattutto nelle aree di più forte presenza storica dell’Arci, emerge la tendenza verso un associazionismo più specializzato, rivolto a categorie più omogenee di potenziali soci, sulla base di specifici interessi culturali e sociali o di particolari ambiti tematici (le migrazioni, l’ambiente, gli stili di vita, i servizi per l’infanzia, ecc.).

Registriamo forti squilibri nella dimensione dei circoli, rispondenti solo in parte alla loro collocazione geografica: differenze nel numero degli iscritti e nelle caratteristiche del corpo sociale, nel suo grado di stabilità, nell’impiego di volontari o di personale retribuito nelle

attività.

Anche le tipologie giuridiche si differenziano, con la presenza di organizzazioni di volontariato ed esperienze di impresa sociale accanto alla forma prevalente dell’associazione di promozione sociale.

Il risultato è che situazioni diverse pongono esigenze diverse e richiedono all’Arci risposte diversificate.

Si tratta di curare, tutelare e rinvigorire l’insediamento che abbiamo ma anche di promuovere nuovo associazionismo; potenziare la capacità di iniziativa di tanti circoli tradizionali che oggi faticano a stare al passo in città e paesi che stanno cambiando, ma anche offrire risposte al disagio di territori dove invece mancano gli spazi di incontro e socialità.

In ogni diversa situazione ci sono intelligenze, energie, voglia di fare, nuove esperienze collettive di autorganizzazione potenzialmente disponibili, ma per intercettarle abbiamo bisogno di articolare e differenziare, nei contenuti e nei metodi, le nostre proposte in relazione alle specificità dei territori e delle comunità locali. I circoli hanno bisogno di competenze e progettualità per maneggiare nuovi linguaggi e modalità di relazione, adeguare alle domande sociali emergenti i propri programmi e le

modalità organizzative.

L’altra questione fondamentale riguarda l’organizzazione dell’Arci

È necessario andare ad una riorganizzazione dell’associazione a tutti i suoi livelli, che vada nella direzione dell’armonizzazione, dell’ottimizzazione delle risorse, dello snellimento dei luoghi della decisione

Il modello organizzativo dell’Arci – consolidato da una lunga tradizione – nell’attribuire funzioni diverse al circolo, ai comitati territoriali, a quelli regionali e alla direzione nazionale definisce con precisione anche i meccanismi di relazione fra i diversi soggetti, disegnando una sorta di “piramide” che restringe le sedi di rappresentanza dal territorio al centro vincolando ogni livello alle scelte di quello inferiore, con un processo di validazione delle decisioni che va sempre dal basso verso l’alto.

Quel modello resta tuttora valido saldamente ancorato com’è ai principi della democrazia rappresentativa, che consente a ciascun socio di partecipare attivamente alla determinazione delle scelte dell’associazione nazionale.

Ma al tempo stesso avvertiamo l’esigenza di promuovere ulteriori forme di democrazia partecipativa e di introdurre nella dimensione “piramidale” elementi di “circolarità” e “orizzontalità” più propri della rete, favorendo fra l’altro l’animazione di sedi fisiche e virtuali di scambio e interazione fra tutti gli attori del sistema.

Ma anzitutto dobbiamo verificare quanto i meccanismi organizzativi condivisi e disegnati nella teoria siano poi coerentemente funzionanti nella pratica, indagare su eventuali ritardi e lacune, individuarne le cause e predisporre le necessarie contromisure, partendo dei comitati territoriali, che rappresentano il presidio dell’associazione nei territori e sono la cerniera insostituibile del suo rapporto capillare con i circoli.

Dobbiamo guardare alla condizione dei comitati territoriali in termini di capacità organizzativa e gestionale, iniziativa politica, condizioni economiche, stabilità dei gruppi dirigenti, regolarità degli adempimenti statutari.

Delegando ai comitati territoriali il rapporto diretto coi circoli l’Arci assegna a queste strutture funzioni decisive, che spesso però una parte di esse fa fatica ad assolvere per motivi oggettivi di frammentarietà, debolezza strutturale ed economica, carenza di risorse umane e competenze. Come per la rete dei circoli, su uno stesso territorio regionale abbiamo dal punto di vista strutturale comitati “deboli” e comitati “forti”, ne risulta una rete eccessivamente disomogenea che non riesce a fare sistema e perde buona parte delle sue potenzialità.

Mettere mano a questo problema, cioè all’esigenza di riorganizzare l’insediamento della rete nel territorio, è una responsabilità a cui non possiamo sottrarci.

Per questo abbiamo la necessità di rimettere mano all’articolazione della rete dei comitati territoriali e delle rispettive zone di competenza, in modo da garantire economie di scala e consentire a tutte le nostre strutture locali di fare sistema con le altre competenze e risorse presenti nell’area regionale e di raggiungere standard adeguati in termini di dimensioni, operatività, servizi, per poter offrire risposte adeguate al proprio tessuto associativo.

I comitati regionali

Il processo di riorganizzazione delle strutture Arci nei territori dovrà essere governato, con il supporto della direzione nazionale, dai comitati regionali ai quali assegniamo il ruolo decisivo di nodi della rete, espressione della rappresentanza dei territori e al tempo stesso terminali della direzione nazionale nelle regioni.

Ma dobbiamo garantirci che i regionali siano realmente in grado di svolgere questo ruolo di cerniera fra centro e periferia. Oggi il quadro delle strutture regionali mostra una grande disomogeneità, sul piano delle dimensioni quantitative in termini di associati e risorse disponibili, ma anche su quello dei servizi offerti, dei modelli organizzativi adottati, del ruolo politico svolto. Questo limite non può che influire negativamente sulla capacità dell’associazione di attuare in modo coordinato e in una logica di sistema strategie nazionali di iniziativa politica e di sviluppo territoriale.

Dobbiamo evitare che la debolezza strutturale di molti comitati regionali finisca per mettere in sofferenza l’intero sistema in termini di capacità di governo e di servizi e riduca l’efficacia  della stessa direzione nazionale. Per questo rafforzare le strutture regionali e armonizzarne le modalità di funzionamento è un obiettivo imprescindibile di questa fase.

Per assegnare ai regionali responsabilità di governo più cogenti occorre metterli in condizione di avere strutture adeguate, sia sul piano politico che dell’operatività tecnica e organizzativa. E questo pone con evidenza il tema delle risorse, l’esigenza di correggere gli attuali squilibri economici e di un investimento diretto della direzione nazionale a supporto del consolidamento dei comitati regionali.

La Direzione nazionale

Agli obiettivi e alle scelte fin qui esposti dovrà ispirarsi la riforma  del governo della direzione nazionale, passaggio che appare oggi irrimandabile e sarà compito del prossimo gruppo dirigente attuare.

Per quanto riguarda le funzioni svolte dalla direzione nazionale, serve una più costante interazione fra le aree tematiche del programma e le diverse responsabilità relative all’organizzazione, alle risorse, alla progettazione, alla formazione, alla comunicazione. È importante rafforzare la capacità di lavoro collettivo dell’associazione, per una maggiore capacità di intervento sull’attualità, su grandi campagne, sulla costruzione di identità e di eventi condivisi.

È necessario completare l’insediamento della rete dei servizi con le aree interregionali mancanti, varare un programma di formazione permanente dei dirigenti territoriali e regionali, coordinare le diverse funzioni che ruotano intorno alla progettazione, rafforzare il settore della comunicazione.

Sul piano della governo della direzione nazionale bisognerà puntare a una maggiore collegialità, superando l’eccessiva concentrazione di responsabilità che oggi ricadono sulla sola figura del presidente. Pertanto, accanto al ruolo di rappresentanza, coordinamento e direzione politica che compete al presidente andranno più precisamente definite e attribuite altre responsabilità apicali.

Anche nell’assetto degli organismi della direzione nazionale riteniamo opportuno separare funzioni che oggi si concentrano nell’unico organismo costituito dall’attuale presidenza.

Riteniamo quindi necessario in futuro dotare l’associazione di due distinti organismi, andando a sostituire presidenza e ufficio di presidenza con:

un organismo di direzione nazionale, ampio e rappresentativo dei territori con la presenza di tutti i regionali;

un esecutivo nazionale, organismo più ristretto che riunisce e coordina responsabilità operative politiche e organizzative.

Il primo sarà preposto a determinare le politiche e le scelte di governo, l’altro ad attuarle, pur col necessario margine di autonomia operativa e decisionale sugli indirizzi condivisi.

Riteniamo inoltre che vada ripensato il funzionamento del Consiglio nazionale, l’organismo espresso dal Congresso, al quale lo Statuto assegna compiti fondamentali ma che in questi anni non è stato sufficientemente valorizzato. Il Consiglio nazionale andrà convocato più frequentemente e posto in condizione di partecipare con maggiore continuità alla discussione e alla determinazione delle scelte politiche e degli indirizzi programmatici dell’associazione.

In questo schema i gruppi di lavoro nazionali devono garantire la loro dimensione di commissioni del Consiglio – permanenti o temporanee a seconda delle esigenze – utili allo scopo di favorire la partecipazione attiva dei consiglieri all’elaborazione del programma, delle campagne e delle iniziative dell’associazione, nonché di facilitare lo scambio di buone prassi fra i diversi territori.

Riteniamo inoltre che, proseguendo in questo senso la sperimentazione avviata nell’attuale mandato, debba essere incentivata l’assunzione di responsabilità politiche e specifiche deleghe nazionali da parte di dirigenti del territorio, individuando le modalità più idonee a conciliare l’impegno nazionale col lavoro nei comitati.

Infine, l’esigenza del rinnovamento dei gruppi dirigenti sarà questione da affrontare con grande cura. Da questo punto di vista l’Arci ha bisogno di superare un ritardo storico, facendo proprio il principio della temporaneità degli incarichi e della rotazione dei ruoli, prevedendo limiti temporali alla reiterazione dei mandati elettivi, sperimentando meccanismi virtuosi che consentano di  far emergere nuovi gruppi dirigenti dai territori.

Una finestra su Como

Questo congresso dovrà essere anche un momento di riflessione sull’esperienza dell’Arci comasca per fare un bilancio  dell’ attività svolta e tracciare le linee di iniziativa per  i prossimi anni.

Quindi ritengo importantissima una analisi critica di questi anni trascorsi, capace di leggere in modo completo l’esperienza fin qui fatta sul piano dell’attività svolta, dei risultati ottenuti, delle luci, delle ombre, e attraverso questo,  darsi la prospettiva.

Il comitato provinciale

Siamo un piccolo comitato, costituito quasi completamente da volontari, in questi anni abbiamo fatto cose egregie, specie in rapporto alle risorse e alle forze disponibili. L’Arci è oggi nel panorama sociale e culturale, cittadino e provinciale, un soggetto importante e riconosciuto; mettiamo in circolo continue azioni e iniziative significative, innerviamo e siamo innervati dalle reti associative dentro cui operiamo con autentico spirito di unitario. Ma c’è un bicchiere mezzo vuoto.

Dicevamo nel passato congresso “fare il salto di qualità” altrimenti si rischia restare a “metà del guado”, purtroppo devo dire che questo salto non siamo riusciti a produrlo e i tentativi fatti in questi anni di dare maggiore solidità all’associazione e maggiore continuità alla sua azione non hanno prodotto i risultati sperati.

Non voglio trasmettere pessimismo, tutt’altro, ma sento e segnalo delle urgenze:

Abbiamo investito sull’ampliamento del direttivo per fare in modo  che rappresentasse al meglio l’insieme dell’associazione, fosse partecipato e in grado di assumere decisioni. Questo perchè per un comitato piccolo come il nostro, il Consiglio direttivo resta il luogo politico principe dell’associazione. Arriviamo alla fine di questo mandato con il fiato un po’ corto, la continuità e anche un po’ la passione, dopo un buon avvio, sono venute a mancare, abbiamo perso qualcuno per strada e qualcun altro non c’è mai stato. Forse bisogna aggiornare quell’idea di direttivo, e vorrei che da questo congresso ne uscisse un  organismo rimotivato,  formato da consiglieri che vogliano e possano realmente assumere tale impegno e portarlo avanti nel tempo, un direttivo ringiovanito, innervato di forze giovani che portino nuove passioni e anche un po’ di sana ingenuità.

Abbiamo poi costituito la segreteria organizzativa, una struttura intermedia fra il presidente e il direttivo, cui destinare l’attività istruttoria dei temi in discussione e l’attuazione delle decisioni prese dell’associazione. Un gruppo di lavoro stabile che potesse sostenere anche l’attività del presidente . Anche in questo caso, dopo un buon avvio che ci ha permesso di verificare l’effettiva utilità di questo organismo, siamo andati ad un progressivo esaurimento della sua attività.

È necessario riavviarlo su basi più stabili anche parchè il buon esito di questa esperienza è premessa indispensabile parchè nel prossimo futuro si possa compiere un ricambio non traumatico al vertice dell’associazione.

La rete dei circoli

La nostra analisi non può prescindere dallo stato della nostra rete associativa, dai nostri circoli, sulla cui fondamentale importanza è stato detto nella prima parte di questa relazione.

La nostra rete circolistica rappresenta tuttora un movimento associativo vivo e vivace in cui troviamo anche esperienze che, per contenuti e presupposti innovativi,  rappresentano un’eccellenza nel panorama nazionale. Ma, accanto a questo, dobbiamo registrare un diffuso stato di sofferenza in molte realtà, una sofferenza che nasce dal difficile ricambio generazionale, dalla complessità crescente che presenta oggi la gestione di un circolo sia dal punto di vista economico che normativo/burocratico, e che hanno portato nel corso di questi quattro anni, ad una flessione nel loro numero (siamo passati dai 20 circoli del 2010 ai 15 del 2014), pur in presenza di un aumento del numero complessivo di soci (da 3500 del 2010 a 4500 del 2013).

Circoli che hanno chiuso e che non sono stati sostituiti da nuovi, così come è sempre accaduto nel corso di questi anni in una sorta di naturale turn over.

Dobbiamo ragionare seriamente su come sia possibile andare alla costruzione di nuove esperienze circolistiche, capire come mai nel corso di questi quattro anni molti si siano avvicinati all’Arci con il progetto di aprire un nuovo circolo, ma pochi i progetti  poi davvero concretizzati . Dobbiamo porci con urgenza il problema del sostegno ai circoli  esistenti non solo nella forma della tutela amministrativo/burocratica che in verità svolgiamo egregiamente, ma anche nella forma del sostegno delle progettualità in essi esistenti e delle novità che in essi si manifestano; dobbiamo riuscire a dar corpo al progetto di rete interna favorendo e sostenendo lo  sviluppo di un sistema di mutualità interna, dobbiamo  come comitato volgere uno sguardo più attento alle potenzialità della rete circolistica ed essere promotori di nuove esperienze e nuove azioni, essere maggiormente dinamici e propositivi

E pertanto credo che il proposito istituire di una sorta di ufficio circoli con risorse dedicate, dotato di capacità, conoscenze e strumenti adeguati, che ci permetta di assistere, salvaguardare e rinvigorire l’insediamento che abbiamo, ma anche promuovere nuovo associazionismo, non sia più rinviabile.  

In definitiva la risposta alla domanda se l’Arci è necessaria, è

Sì, l’Arci è necessaria.

Lo è oggi ancora più di ieri, ma per essere anche utile ed efficace dovrà produrre un grosso sforzo di revisione della sua organizzazione, delle prassi e dei suoi linguaggi.

Siamo il frutto della lungimirante scelta del movimento dei lavoratori di investire sulla cultura, sulla socialità, sul mutuo soccorso, sull’educazione popolare come elementi essenziali di un progetto di emancipazione e di trasformazione sociale, e in un mondo in continua trasformazione, dobbiamo essere capaci di trasformarci a nostra volta senza disperdere i nostri valori fondanti e l’ispirazione che li accompagna.

Perchè solo così saremo in grado di cogliere il senso della sfida che la crisi ci  pone;

perché solo così potremo contribuire con altri alla realizzazione di un progetto di cittadinanza locale e globale, consapevole e attiva, per trasformare ciò che dell’esistente ci appare ingiusto e lontano dai nostri ideali di uguaglianza, libertà, responsabilità e solidarietà. [Enzo D’Antuono, presidente Arci provinciale Como]

Resistenza popolare/ No Tav a Moltrasio

no tavUn movimento vivo, capace di resistere nonostante i continui attacchi di un ampio schieramento dagli interessi enormi e non proprio limpidi. Un movimento conscio che la sua lotta va al di là della propria specifica situazione, ma riguarda ormai l’alternativa ad un modello di sviluppo dai limiti terribili.  Si può riassumere così Quello che non dicono i media nazionali. Valsusa: difesa dell’ambiente, dei diritti e del  lavoro. Il movimento  No Tav, esperimento di democrazia partecipata tra lotte e repressione, l’incontro. organizzato dal circolo Arci Terra e libertà alla Cooperativa moltrasina, nel tardo pomeriggio di sabato 8 febbraio.

L’incontro, introdotto da Danilo Lillia, ha  avuto come ospiti attivisti valsusini come Guido Fissore, consigliere comunale di Bussoleno, Mimmo Bruno, anch’egli consigliere, Luca Cavallo, vignaiolo impegnato nella difesa dei prodotti locali, e Nicoletta Dosio, altro nome storico del Movimento no Tav. Proprio la Dosio, prima dell’inizio dell’incontro, ha voluto rispondere ad una breve intervista sulla situazione della Val di Susa e sulle sue prospettive future.

Movimento no Tav: a che punto siamo, ora che l’attenzione dei media nazionali è nuovamente lontana dalla valle?

«Non parlerei di media lontani, anzi. Il Movimento sta subendo una pressione terribile, mentre gli organi di stampa continuano a parlare solo del lato repressivo, ignorando le ragioni della nostra protesta e mostrandoci unicamente come criminali. Siamo sotto attacco, lo provano le condanne degli ultimi giorni, le incriminazioni sempre più frequenti per terrorismo e l’uso contro molti di noi di un particolare punto del codice penale, l’articolo 270, che prevede l’accusa per chiunque venga giudicato partecipe a pratiche eversive contro lo Stato. Tutto ciò serve solo ad una cosa: nascondere le vere ragioni dietro l’Alta Velocità».

 La Val di Susa può essere quindi giudicata un vero e proprio laboratorio, sia dal lato repressivo sia, soprattutto, per i meccanismi di resistenza civile in atto da tempo?

«Assolutamente. La nostra è una lotta non solo contro le grandi “mala opere”, ma con tutto quello che queste rappresentano. La tutela dei cittadini contro chi valuta unicamente il profitto, la difesa dell’ambiente di fronte alla cementificazione selvaggia e senza regole, il miglioramento delle infrastrutture esistenti invece di un opera che non ha più senso nemmeno dal punto di vista economico. Questa è la nostra posizione, e in futuro dovremmo affrontare battaglie molto dure. Cercano di colpirci adesso anche dal punto di vista economico, con multe altissime e minacce di sequestro dei nostri beni, il tutto per dividerci e indebolire la nostra azione con il ricatto».

Qual è il vostro rapporto con la politica istituzionale, con i “palazzi” romani?

«È di sicuro un tema delicato,  ma non possiamo non far notare l’esistenza di un partito trasversale degli affari, che non fa distinzioni tra destra e sinistra. Un esempio? Ultimamente molti appalti nella valle sono finiti alla Cmc di Ravenna, impegnata in passato in altre grandi opere e appartenente all’universo delle coop. Poi bisogna dire una cosa: molti di noi hanno sempre avuto fiducia nelle istituzioni dello Stato, ma spesso queste si sono dimostrate sorde e lontane. La nostra è una lotta senza deleghe».

Il vostro esempio si è esteso in tutta Italia, dove ormai sono tantissimi i movimenti di difesa dei beni comuni. Èpossibile creare reti tra tutte queste realtà?

«Certo, ed è quello che stiamo già facendo. Molti di noi hanno partecipato attivamente alle proteste contro la base Dal Molin, ai no Muos e a tantissimi altri. Abbiamo contatti costanti anche con l’estero, con la Francia e la Germania ad esempio, ma anche con i Paesi Baschi e gli altri paesi considerati nella tratta dell’Alta velocità. Il movimento si è così ampliato, mostrandosi come reale alternativa ad un sistema socioeconomico esteso a tutto il continente. La nostra è una nuova forma di resistenza popolare».

Resistenza popolare, quindi. Un concetto che è ritornato poi nel corso della serata, che ha visto gli ospiti, a cominciare da Guido Fissore e Mimmo Bruno, mostrare con grafici e immagini lo stato attuale della Valle, il prezzo che sta pagando per la sua lotta e i cambiamenti subiti, mentre Luca Cavallo in conclusione ha testimoniato il suo impegno per la difesa dei prodotti tipici e dell’ambiente, anch’essi messi in pericolo da una “mala opera” insostenibile per tutto il Paese.

A seguire sempre il circolo Terra e libertà ha organizzato una cena di sostegno per il  Movimento, accompagnata dalle 21.30 dal concerto dei Potage. [Luca Frosini, ecoinformazioni]

Monnezza/ Espressione di noi

monnezzaLa monnezza come ricchezza nella nostra società dei consumi. Oggi produrre rifiuti è naturale quanto lo è l’acquisto di beni materiali, operazione che per ognuno di noi rappresenta una forma di affermazione identitaria nel contesto di appartenenza. Una visione volutamente positiva nei confronti del tema dei rifiuti quella proposta da Antonio Castagna nel suo libro Tutto è monnezza. La mia dipendenza dai rifiuti [Liberaria, 2013, 142 pagg, 10 euro], presentato venerdì 7 febbraio presso la libreria Feltrinelli di Como. Vai alla video intervista e agli altri video della serata.

Spesso nel pensiero comune parlare di rifiuti significa avere a che fare con ciò che è sporco, inutile, da nascondere, perché rimanda alla deperibilità di tutte le cose.
L’intento dell’autore è proprio quello di superare questa concezione diffusa nella società occidentale e legata alla volontà di eterna giovinezza, per cui tutto ciò che rappresenta la caducità va oscurato. «La monnezza non è un problema, è un paesaggio» spiega l’autore, ponendo così l’attenzione sulla questione della deperibilità di ciò che ci appartiene e sul fatto che siamo parte di una civiltà che col tempo ha smarrito la capacità recuperare e riutilizzare gli oggetti che ci circondano.
Produciamo monnezza ed essa è ciò che noi siamo, ci rappresenta. Proprio per questo l’archeologia studia i rifiuti: per capire meglio cosa essi dicono di noi, per comprendere la storia dei consumi e l’ecologia del passato. Occuparsi di questo tema aiuta inoltre a rendere migliore il futuro, con la costruzione di discariche più efficaci e con l’orientamento di produzione e consumi verso una direzione più ecosostenibile.
Come superare l’atteggiamento diffuso per cui l’affermazione di sé avviene attraverso il possesso di beni, di cui ci disfiamo nel momento in cui decidiamo di cambiar vita? Capendo che l’incontro solitario con la merce non consente una reale costruzione identitaria; ciò è possibile solo nell’incontro con l’altro.
Torniamo quindi ad avere buoni rapporti con i vicini anche nelle grandi città, invitiamoli a cena e scambiamo idee e oggetti. Invece di buttare le cose che non ci servono più o di farle invecchiare senza averle usate, doniamole affiché vengano godute da altri. E ancora, usiamo meno l’auto e più i mezzi pubblici o i nostri piedi, ciò ci consentirà non solo di inquinare meno e produrre meno rifiuti, ma anche di osservare con occhi diversi persone e paesaggi.
Per alimentare questo processo virtuoso Antonio Castagna con la sua associazione ManaManà ha inventato il Senza Moneta, una giornata in cui si smette di pensare in termini di denaro e le persone che vi prendono parte portano oggetti, informazioni, conoscenze che verranno poi scambiate senza tener conto del loro valore economico.
Una bella occasione in cui la merce per una volta smette di essere il principale oggetto di interesse, divenendo pretesto anche un po’ ludico per ritrovare la dimensione dell’incontro tra persone. [Federica Dell’Oca, ecoinformazioni]

Un concerto per Anna

IMG_20140208_191357Nel foyer del Sociale gremito, sabato 8 febbraio al Concerto per 24 bambine lontane, dedicato a Anna Giamminola, la musica di Marco Belcastro, Simone Mauri e Flaviano Braga, introdotta per l’associazione Qui le stelle che ha organizzato l’iniziativa da Adriana Pelliccia e Rosa De Rosa, ha entusiasmato il pubblico con applausi scroscianti e  grande partecipazione. Guarda il video di ecoinformazioni di Luchin di Víctor Jara.

Anpi/ Ricordare sempre, ricordare tutto

 

ANPI_PROVVCon una nota l’Anpi di Como parla della tormentata storia del confine orientale e della Giornata del ricordo e chiede al sindaco di Como di non concedere spazi pubblici alle  destre anticostituzionali. Il comunicato:  «In Italia, con legge del 30 marzo 2004, il 10 febbraio di ogni anno si celebra la “Giornata del ricordo”, in cui si commemora il drammatico esodo degli italiani giuliano-dalmati e le vittime che perirono nelle foibe. Tuttavia, forze di estrema destra come Militia di Como, si sono appropriate di questa giornata per rinfocolare la retorica nazionalista degli “italiani brava gente” e per erigere un muro di silenzio sui gravi crimini commessi dai fascisti e dall’esercito italiano negli anni dell’occupazione della Jugoslavia.La storia del nostro confine orientale è tormentata, dolorosa, ma soprattutto complessa. In considerazione di tale complessità, isolando la tragedia delle foibe dal contesto storico, si persegue solo l’obbiettivo di strumentalizzare faziosamente la memoria.

Il senso delle iniziative volte al ricordo dovrebbero invece essere dirette alla rigorosa ricostruzione storica a tutto campo, indagando tutti -e ribadiamo tutti- i drammi che contraddistinsero quelle terre abitate da una popolazione multietnica.
La storia del confine orientale d’Italia non si può quindi farla iniziare nel 1945, ma si dovrebbero considerare anche i vent’anni precedenti, quelli appunto dell’aggressione fascista e della feroce pulizia etnica subita da sloveni e croati.

In ragione di queste considerazioni, scopriamo con incredulità che l’Amministrazione comunale di Como concede nuovamente una delle piazze principali della città a Militia, organizzazione di estrema destra che considera una giornata di lutto il “25 aprile”, che inneggia al nazista Priebke come ad un eroe, che presenta libri su militanti del partito nazista ed esalta il ventennio fascista.

Chiediamo quindi al Sig. Sindaco un forte segnale di rottura rispetto al passato, non concedendo più spazi pubblici a Militia così come ad altre organizzazioni che non si riconoscono in alcun modo nella Costituzione italiana e nei suoi valori fondanti, cioè l’antifascismo, la democrazia e le libertà». [Anpi sezione di Como Perugino Perugini]

 

La ragazza di Terezìn

BrundibàrjpgNella serata di venerdì 7 febbraio, nella sala consiliare del comune di Lomazzo, si è parlato del lager-ghetto di Terezin e approfondita la storia dell’operina musicale di Hans Kràsa Brundibàr, messa in scena all’interno del campo. Importante è stato il contributo di Leonardo Visco Gilardi, vicepresidente della sezione Aned di Milano, che ha posto l’accento sulla memoria e sulle  sue responsabilità, sia dal punto di vista politico che storico. Trasmettere memoria, collettiva e condivisa, alle nuove generazioni, è un atto che permette di sviluppare consapevolezza. È la conoscenza che permette di scegliere, e quindi di essere liberi. È stata ripercorsa la vicenda che ha visto protagonisti Heydrich e Eichamnn alla fine del 1944, quando autorizzarono un’ispezione della Croce rossa nel campo di Terezin;  per dimostrare come gli ebrei fossero trattati con umanità, fecero inscenare Brundibàr: storia ingenua e liberatoria di bambini che, per aiutare la madre malata, s’ingegnano a cantare nella piazza per comprarle del latte.  Brundibàr è un suonatore di organetto prepotente, con dei baffi che non casualmente ricordano quelli di Hitler; ruberà loro i soldi raccolti, ma alla fine avverrà il trionfo dei bambini bisognosi. In occasione della Giornata della memoria, è stato proiettato nel liceo di Lomazzo La ragazza di Terezin, e si è voluto condividere con la cittadinanza il cortometraggio di Valerio Finessi: una discutibile  docu-fiction, che nonostante le buone intenzioni, risulta molto amatoriale. L’idea è quella di riprendere l’operina Brundibàr, trasportandola dal campo ad un teatro dei giorni nostri. Purtroppo, si esce con l’amarezza di non aver visto l’originale. [Barbara Rizzi, ecoinformazioni]

Un sacco bello

monnezzaMolti rifiuti, ma nessun dissenso, alla presentazione di Tutto è monnezza, il libro di Antonio Castagna, alla Feltrinelli di Como venerdì 7 febbraio. Nella presentazione dell’autore e negli interventi dell’assessore all’Ambiente e alle Politiche sociali del Comune di Como Bruno Magatti, idee, informazioni, ma soprattutto orizzonti per la trasformazione della società e dei comportamenti individuali. Concordia anche sulla necessità di “chiudere il ciclo” e di evitare scorciatoie verso società forse più ecologiche ma estranee ai nostri concetti di qualità della vita, di ben essere, di estetica. Magatti ha nell’incontro confermato che la raccolta differenziata partirà in città a giugno del 2014. Circa trenta i partecipanti, molti e appassionati gli interventi nel dibattito. Qui l’intervista ad Antonio Castagna, l’introduzione di Gianpaolo Rosso e i primi interventi, presto on line sul canale di ecoinformazioni tutti gli altri video Federica Dell’Oca. Leggi l’articolo

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