Congresso Arci/ D’Antuono confermato presidente

congresso arci2014Con la relazione del presidente Enzo D’Antuono e della consigliera regionale dell’Arci Celeste Grossi, il saluto degli ospiti [Acli, Auser, Avc, Anpi, Coop Lombardia, Italia-Cuba, Libera, Istituto Perretta, Prc, Pdci, Sel, Cgil e CcP hanno mandato un saluto] e l’intervento di Davide Ronzoni (Arci Lecco e regionale) si è aperto,  nella mattinata di domenica 9 febbraio nel Salone Bertolio in via Lissi 6 il Congreso dell’Arci provinciale di Como. Nel pomeriggio, i degati dei circoli Arci della provincia hanno eletto, oltre ai delegati comaschi al congresso regionale di Brescia del 28 febbraio e 1 marzo e del congresso nazionale di Bologna del 13-16 marzo,  il nuovo direttivo provinciale composto da: Ilaria BelloniVincenzo D’Antuono, Michele DoneganaMarco FerrariEcclesio GallettiCeleste GrossiDanilo Lillia, Jlenia LuraschiLaura MolinariJorma PeverelliRaffaele Pozzi e Gianpaolo Rosso. Al termine del congresso, si è riunito il direttivo dell’associazione per eleggere le cariche statutarie, che vedono riconfermato D’Antuono alla presidenza, Rosso vice-presidente e Luraschi segretaria e tesoriera. Leggi nel seguito il testo della relazione del presidente. Già on line sul canale di ecoinformazioni i primi video delle relazioni e degli interventi. Presto on line tutti i video.

«Ho riletto la relazione del congresso 2010, per molti versi i temi e le problematiche poste allora si ripropongono tali e quali, con una differenza, la crisi che già allora pesava nei nostri discorsi e nelle nostre analisi, oggi è ancora più grave ed acuta, e non parlo solo della crisi economica, ma della crisi generale che investe la nostra società e il nostro mondo: crisi ambientale, crisi sociale, crisi culturale e d’orizzonte.

Interrogarsi quindi  su cosa voglia dire fare associazionismo al tempo della crisi, così come fa l’Arci con questo congresso, è importante per trovare le risposte che ci aiutino a superare il senso di smarrimento che un po’ tutti avvertiamo.

Dobbiamo interrogarci sul senso stesso della nostra esistenza, e chiederci se oggi l’Arci è ancora necessaria.

In un mondo che va sempre più verso l’atomizzazione delle vite, che senso abbiamo noi che facciamo della socialità e condivisione,  la nostra ragion d’essere?

In un mondo dilaniato dalle guerre, che senso abbiamo noi che della pace e della cooperazione fra i popoli facciamo la nostra ragion d’essere?

In un mondo dove gli egoismi, i razzismi diventano il leitmotiv nella vita e nelle scelte di paesi e persone, che senso abbiamo noi che facciamo della solidarietà la nostra ragion d’essere?

Domandarsi quindi, se  l’Arci è ancora necessaria può sembrare provocatorio, ma è fondamentale.

Siamo un’associazione nata nel Novecento, che ha saputo traghettare nel nuovo millennio il suo bagaglio di esperienza, di storia, di valori e di relazioni. Siamo una delle poche organizzazioni di massa che ha superato le temperie del cambiamento di secolo.

Siamo nati come associazione nazionale, in una società completamente diversa, principalmente per organizzare il tempo libero, e siamo poi diventati molto altro.

Nel corso dei decenni, con il mutare della realtà, dei bisogni, delle modalità di relazione tra le persone, abbiamo re-interpretato e adeguato il nostro ruolo e la nostra funzione alla luce dei nostri valori.

Sviluppiamo associazionismo di promozione sociale, siamo arricchiti da una moltitudine di volontari, vero motore delle attività del nostro tessuto, siamo “incubatori” di impresa sociale.

Rappresentiamo un sistema associativo complesso e articolato in forme diverse nei territori, che produce modalità e occasioni di impegno diverse.

Un sistema capace, tra le altre cose, di produrre imprenditorialità, occupazione, formazione che in tante parti del nostro Paese rappresenta anche un pezzo importante di economia, diversa e liberata dal profitto.

Siamo un’organizzazione popolare, attiva e protagonista in tanti territori.

Avvertiamo e agiamo la trasformazione di questo Paese, a partire dalle grandi città, dai piccoli centri, dalle periferie. Lavoriamo con lo spirito di cogliere le nuove potenzialità e raccogliere le sfide, difficili, che questo tempo ci pone.

Ci impegniamo ad affermare, tutelare e difendere il diritto al libero e democratico associarsi, che consideriamo strumento imprescindibile per la conquista e la difesa di democrazia e diritti.

Siamo tutto questo, e siamo coscienti di essere un patrimonio di questo Paese, ma questo non basta, non può bastarci.

Credo che la grande forza dell’Arci e la sua modernità stia proprio nel suo sistema organizzativo: siamo una rete di associazioni autonome, che condividono, praticano e si riconoscono in un progetto comune e in un sistema di regole nazionale, ed è quindi da qui, dall’insediamento di base che dobbiamo ripartire.

Per intercettare e sostenere la domanda di cambiamento, l’Arci deve rilanciare la sua dimensione di soggetto radicato nei territori e fondato sul protagonismo delle esperienze locali, che devono essere artefici degli indirizzi e delle scelte nazionali. L’ambito locale, infatti, è il laboratorio delle sperimentazioni che si alimentano e crescono nei conflitti, nelle contraddizioni, ma anche nella ricchezza di risorse culturali, idee e creatività politica dei territori.

Occorre per questo capire come sta cambiando il nostro insediamento, analizzarne i punti di forza e di debolezza, riflettere sul rapporto fra i soci e l’associazione, fra i cittadini e le modalità di fare associazionismo.

Quanto sono cambiate le motivazioni con cui ci si avvicina o ci si iscrive all’Arci?

Com’è cambiato il legame fra il circolo e la comunità locale?

Con quali percorsi si formano nuovi circoli?

L’universo dei circoli Arci si sta gradualmente modificando in una platea molto più articolata e plurale di esperienze, tanto sul piano delle vocazioni e dei campi di attività quanto su quello delle modalità organizzative e di gestione.

Alcune categorie entrate nel gergo del nostro dibattito interno, come quella di circoli tradizionali o giovanili, sono ormai inadeguate a leggere la complessità di questa fase.

Accanto al modello del circolo territoriale polivalente, ancora prevalente soprattutto nelle aree di più forte presenza storica dell’Arci, emerge la tendenza verso un associazionismo più specializzato, rivolto a categorie più omogenee di potenziali soci, sulla base di specifici interessi culturali e sociali o di particolari ambiti tematici (le migrazioni, l’ambiente, gli stili di vita, i servizi per l’infanzia, ecc.).

Registriamo forti squilibri nella dimensione dei circoli, rispondenti solo in parte alla loro collocazione geografica: differenze nel numero degli iscritti e nelle caratteristiche del corpo sociale, nel suo grado di stabilità, nell’impiego di volontari o di personale retribuito nelle

attività.

Anche le tipologie giuridiche si differenziano, con la presenza di organizzazioni di volontariato ed esperienze di impresa sociale accanto alla forma prevalente dell’associazione di promozione sociale.

Il risultato è che situazioni diverse pongono esigenze diverse e richiedono all’Arci risposte diversificate.

Si tratta di curare, tutelare e rinvigorire l’insediamento che abbiamo ma anche di promuovere nuovo associazionismo; potenziare la capacità di iniziativa di tanti circoli tradizionali che oggi faticano a stare al passo in città e paesi che stanno cambiando, ma anche offrire risposte al disagio di territori dove invece mancano gli spazi di incontro e socialità.

In ogni diversa situazione ci sono intelligenze, energie, voglia di fare, nuove esperienze collettive di autorganizzazione potenzialmente disponibili, ma per intercettarle abbiamo bisogno di articolare e differenziare, nei contenuti e nei metodi, le nostre proposte in relazione alle specificità dei territori e delle comunità locali. I circoli hanno bisogno di competenze e progettualità per maneggiare nuovi linguaggi e modalità di relazione, adeguare alle domande sociali emergenti i propri programmi e le

modalità organizzative.

L’altra questione fondamentale riguarda l’organizzazione dell’Arci

È necessario andare ad una riorganizzazione dell’associazione a tutti i suoi livelli, che vada nella direzione dell’armonizzazione, dell’ottimizzazione delle risorse, dello snellimento dei luoghi della decisione

Il modello organizzativo dell’Arci – consolidato da una lunga tradizione – nell’attribuire funzioni diverse al circolo, ai comitati territoriali, a quelli regionali e alla direzione nazionale definisce con precisione anche i meccanismi di relazione fra i diversi soggetti, disegnando una sorta di “piramide” che restringe le sedi di rappresentanza dal territorio al centro vincolando ogni livello alle scelte di quello inferiore, con un processo di validazione delle decisioni che va sempre dal basso verso l’alto.

Quel modello resta tuttora valido saldamente ancorato com’è ai principi della democrazia rappresentativa, che consente a ciascun socio di partecipare attivamente alla determinazione delle scelte dell’associazione nazionale.

Ma al tempo stesso avvertiamo l’esigenza di promuovere ulteriori forme di democrazia partecipativa e di introdurre nella dimensione “piramidale” elementi di “circolarità” e “orizzontalità” più propri della rete, favorendo fra l’altro l’animazione di sedi fisiche e virtuali di scambio e interazione fra tutti gli attori del sistema.

Ma anzitutto dobbiamo verificare quanto i meccanismi organizzativi condivisi e disegnati nella teoria siano poi coerentemente funzionanti nella pratica, indagare su eventuali ritardi e lacune, individuarne le cause e predisporre le necessarie contromisure, partendo dei comitati territoriali, che rappresentano il presidio dell’associazione nei territori e sono la cerniera insostituibile del suo rapporto capillare con i circoli.

Dobbiamo guardare alla condizione dei comitati territoriali in termini di capacità organizzativa e gestionale, iniziativa politica, condizioni economiche, stabilità dei gruppi dirigenti, regolarità degli adempimenti statutari.

Delegando ai comitati territoriali il rapporto diretto coi circoli l’Arci assegna a queste strutture funzioni decisive, che spesso però una parte di esse fa fatica ad assolvere per motivi oggettivi di frammentarietà, debolezza strutturale ed economica, carenza di risorse umane e competenze. Come per la rete dei circoli, su uno stesso territorio regionale abbiamo dal punto di vista strutturale comitati “deboli” e comitati “forti”, ne risulta una rete eccessivamente disomogenea che non riesce a fare sistema e perde buona parte delle sue potenzialità.

Mettere mano a questo problema, cioè all’esigenza di riorganizzare l’insediamento della rete nel territorio, è una responsabilità a cui non possiamo sottrarci.

Per questo abbiamo la necessità di rimettere mano all’articolazione della rete dei comitati territoriali e delle rispettive zone di competenza, in modo da garantire economie di scala e consentire a tutte le nostre strutture locali di fare sistema con le altre competenze e risorse presenti nell’area regionale e di raggiungere standard adeguati in termini di dimensioni, operatività, servizi, per poter offrire risposte adeguate al proprio tessuto associativo.

I comitati regionali

Il processo di riorganizzazione delle strutture Arci nei territori dovrà essere governato, con il supporto della direzione nazionale, dai comitati regionali ai quali assegniamo il ruolo decisivo di nodi della rete, espressione della rappresentanza dei territori e al tempo stesso terminali della direzione nazionale nelle regioni.

Ma dobbiamo garantirci che i regionali siano realmente in grado di svolgere questo ruolo di cerniera fra centro e periferia. Oggi il quadro delle strutture regionali mostra una grande disomogeneità, sul piano delle dimensioni quantitative in termini di associati e risorse disponibili, ma anche su quello dei servizi offerti, dei modelli organizzativi adottati, del ruolo politico svolto. Questo limite non può che influire negativamente sulla capacità dell’associazione di attuare in modo coordinato e in una logica di sistema strategie nazionali di iniziativa politica e di sviluppo territoriale.

Dobbiamo evitare che la debolezza strutturale di molti comitati regionali finisca per mettere in sofferenza l’intero sistema in termini di capacità di governo e di servizi e riduca l’efficacia  della stessa direzione nazionale. Per questo rafforzare le strutture regionali e armonizzarne le modalità di funzionamento è un obiettivo imprescindibile di questa fase.

Per assegnare ai regionali responsabilità di governo più cogenti occorre metterli in condizione di avere strutture adeguate, sia sul piano politico che dell’operatività tecnica e organizzativa. E questo pone con evidenza il tema delle risorse, l’esigenza di correggere gli attuali squilibri economici e di un investimento diretto della direzione nazionale a supporto del consolidamento dei comitati regionali.

La Direzione nazionale

Agli obiettivi e alle scelte fin qui esposti dovrà ispirarsi la riforma  del governo della direzione nazionale, passaggio che appare oggi irrimandabile e sarà compito del prossimo gruppo dirigente attuare.

Per quanto riguarda le funzioni svolte dalla direzione nazionale, serve una più costante interazione fra le aree tematiche del programma e le diverse responsabilità relative all’organizzazione, alle risorse, alla progettazione, alla formazione, alla comunicazione. È importante rafforzare la capacità di lavoro collettivo dell’associazione, per una maggiore capacità di intervento sull’attualità, su grandi campagne, sulla costruzione di identità e di eventi condivisi.

È necessario completare l’insediamento della rete dei servizi con le aree interregionali mancanti, varare un programma di formazione permanente dei dirigenti territoriali e regionali, coordinare le diverse funzioni che ruotano intorno alla progettazione, rafforzare il settore della comunicazione.

Sul piano della governo della direzione nazionale bisognerà puntare a una maggiore collegialità, superando l’eccessiva concentrazione di responsabilità che oggi ricadono sulla sola figura del presidente. Pertanto, accanto al ruolo di rappresentanza, coordinamento e direzione politica che compete al presidente andranno più precisamente definite e attribuite altre responsabilità apicali.

Anche nell’assetto degli organismi della direzione nazionale riteniamo opportuno separare funzioni che oggi si concentrano nell’unico organismo costituito dall’attuale presidenza.

Riteniamo quindi necessario in futuro dotare l’associazione di due distinti organismi, andando a sostituire presidenza e ufficio di presidenza con:

un organismo di direzione nazionale, ampio e rappresentativo dei territori con la presenza di tutti i regionali;

un esecutivo nazionale, organismo più ristretto che riunisce e coordina responsabilità operative politiche e organizzative.

Il primo sarà preposto a determinare le politiche e le scelte di governo, l’altro ad attuarle, pur col necessario margine di autonomia operativa e decisionale sugli indirizzi condivisi.

Riteniamo inoltre che vada ripensato il funzionamento del Consiglio nazionale, l’organismo espresso dal Congresso, al quale lo Statuto assegna compiti fondamentali ma che in questi anni non è stato sufficientemente valorizzato. Il Consiglio nazionale andrà convocato più frequentemente e posto in condizione di partecipare con maggiore continuità alla discussione e alla determinazione delle scelte politiche e degli indirizzi programmatici dell’associazione.

In questo schema i gruppi di lavoro nazionali devono garantire la loro dimensione di commissioni del Consiglio – permanenti o temporanee a seconda delle esigenze – utili allo scopo di favorire la partecipazione attiva dei consiglieri all’elaborazione del programma, delle campagne e delle iniziative dell’associazione, nonché di facilitare lo scambio di buone prassi fra i diversi territori.

Riteniamo inoltre che, proseguendo in questo senso la sperimentazione avviata nell’attuale mandato, debba essere incentivata l’assunzione di responsabilità politiche e specifiche deleghe nazionali da parte di dirigenti del territorio, individuando le modalità più idonee a conciliare l’impegno nazionale col lavoro nei comitati.

Infine, l’esigenza del rinnovamento dei gruppi dirigenti sarà questione da affrontare con grande cura. Da questo punto di vista l’Arci ha bisogno di superare un ritardo storico, facendo proprio il principio della temporaneità degli incarichi e della rotazione dei ruoli, prevedendo limiti temporali alla reiterazione dei mandati elettivi, sperimentando meccanismi virtuosi che consentano di  far emergere nuovi gruppi dirigenti dai territori.

Una finestra su Como

Questo congresso dovrà essere anche un momento di riflessione sull’esperienza dell’Arci comasca per fare un bilancio  dell’ attività svolta e tracciare le linee di iniziativa per  i prossimi anni.

Quindi ritengo importantissima una analisi critica di questi anni trascorsi, capace di leggere in modo completo l’esperienza fin qui fatta sul piano dell’attività svolta, dei risultati ottenuti, delle luci, delle ombre, e attraverso questo,  darsi la prospettiva.

Il comitato provinciale

Siamo un piccolo comitato, costituito quasi completamente da volontari, in questi anni abbiamo fatto cose egregie, specie in rapporto alle risorse e alle forze disponibili. L’Arci è oggi nel panorama sociale e culturale, cittadino e provinciale, un soggetto importante e riconosciuto; mettiamo in circolo continue azioni e iniziative significative, innerviamo e siamo innervati dalle reti associative dentro cui operiamo con autentico spirito di unitario. Ma c’è un bicchiere mezzo vuoto.

Dicevamo nel passato congresso “fare il salto di qualità” altrimenti si rischia restare a “metà del guado”, purtroppo devo dire che questo salto non siamo riusciti a produrlo e i tentativi fatti in questi anni di dare maggiore solidità all’associazione e maggiore continuità alla sua azione non hanno prodotto i risultati sperati.

Non voglio trasmettere pessimismo, tutt’altro, ma sento e segnalo delle urgenze:

Abbiamo investito sull’ampliamento del direttivo per fare in modo  che rappresentasse al meglio l’insieme dell’associazione, fosse partecipato e in grado di assumere decisioni. Questo perchè per un comitato piccolo come il nostro, il Consiglio direttivo resta il luogo politico principe dell’associazione. Arriviamo alla fine di questo mandato con il fiato un po’ corto, la continuità e anche un po’ la passione, dopo un buon avvio, sono venute a mancare, abbiamo perso qualcuno per strada e qualcun altro non c’è mai stato. Forse bisogna aggiornare quell’idea di direttivo, e vorrei che da questo congresso ne uscisse un  organismo rimotivato,  formato da consiglieri che vogliano e possano realmente assumere tale impegno e portarlo avanti nel tempo, un direttivo ringiovanito, innervato di forze giovani che portino nuove passioni e anche un po’ di sana ingenuità.

Abbiamo poi costituito la segreteria organizzativa, una struttura intermedia fra il presidente e il direttivo, cui destinare l’attività istruttoria dei temi in discussione e l’attuazione delle decisioni prese dell’associazione. Un gruppo di lavoro stabile che potesse sostenere anche l’attività del presidente . Anche in questo caso, dopo un buon avvio che ci ha permesso di verificare l’effettiva utilità di questo organismo, siamo andati ad un progressivo esaurimento della sua attività.

È necessario riavviarlo su basi più stabili anche parchè il buon esito di questa esperienza è premessa indispensabile parchè nel prossimo futuro si possa compiere un ricambio non traumatico al vertice dell’associazione.

La rete dei circoli

La nostra analisi non può prescindere dallo stato della nostra rete associativa, dai nostri circoli, sulla cui fondamentale importanza è stato detto nella prima parte di questa relazione.

La nostra rete circolistica rappresenta tuttora un movimento associativo vivo e vivace in cui troviamo anche esperienze che, per contenuti e presupposti innovativi,  rappresentano un’eccellenza nel panorama nazionale. Ma, accanto a questo, dobbiamo registrare un diffuso stato di sofferenza in molte realtà, una sofferenza che nasce dal difficile ricambio generazionale, dalla complessità crescente che presenta oggi la gestione di un circolo sia dal punto di vista economico che normativo/burocratico, e che hanno portato nel corso di questi quattro anni, ad una flessione nel loro numero (siamo passati dai 20 circoli del 2010 ai 15 del 2014), pur in presenza di un aumento del numero complessivo di soci (da 3500 del 2010 a 4500 del 2013).

Circoli che hanno chiuso e che non sono stati sostituiti da nuovi, così come è sempre accaduto nel corso di questi anni in una sorta di naturale turn over.

Dobbiamo ragionare seriamente su come sia possibile andare alla costruzione di nuove esperienze circolistiche, capire come mai nel corso di questi quattro anni molti si siano avvicinati all’Arci con il progetto di aprire un nuovo circolo, ma pochi i progetti  poi davvero concretizzati . Dobbiamo porci con urgenza il problema del sostegno ai circoli  esistenti non solo nella forma della tutela amministrativo/burocratica che in verità svolgiamo egregiamente, ma anche nella forma del sostegno delle progettualità in essi esistenti e delle novità che in essi si manifestano; dobbiamo riuscire a dar corpo al progetto di rete interna favorendo e sostenendo lo  sviluppo di un sistema di mutualità interna, dobbiamo  come comitato volgere uno sguardo più attento alle potenzialità della rete circolistica ed essere promotori di nuove esperienze e nuove azioni, essere maggiormente dinamici e propositivi

E pertanto credo che il proposito istituire di una sorta di ufficio circoli con risorse dedicate, dotato di capacità, conoscenze e strumenti adeguati, che ci permetta di assistere, salvaguardare e rinvigorire l’insediamento che abbiamo, ma anche promuovere nuovo associazionismo, non sia più rinviabile.  

In definitiva la risposta alla domanda se l’Arci è necessaria, è

Sì, l’Arci è necessaria.

Lo è oggi ancora più di ieri, ma per essere anche utile ed efficace dovrà produrre un grosso sforzo di revisione della sua organizzazione, delle prassi e dei suoi linguaggi.

Siamo il frutto della lungimirante scelta del movimento dei lavoratori di investire sulla cultura, sulla socialità, sul mutuo soccorso, sull’educazione popolare come elementi essenziali di un progetto di emancipazione e di trasformazione sociale, e in un mondo in continua trasformazione, dobbiamo essere capaci di trasformarci a nostra volta senza disperdere i nostri valori fondanti e l’ispirazione che li accompagna.

Perchè solo così saremo in grado di cogliere il senso della sfida che la crisi ci  pone;

perché solo così potremo contribuire con altri alla realizzazione di un progetto di cittadinanza locale e globale, consapevole e attiva, per trasformare ciò che dell’esistente ci appare ingiusto e lontano dai nostri ideali di uguaglianza, libertà, responsabilità e solidarietà. [Enzo D’Antuono, presidente Arci provinciale Como]

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