Di Giuseppe/ Reddito scolastico/ E le superiori?
“Il Reddito Scolastico Comunale [proposto da Luca Michelini ndr] è una proposta innovativa che nessuno prima d’ora ha mai portato avanti. Quelle che seguono sono solo alcune osservazioni per contribuire al dibattito.
Iniziamo con gli studenti.
P lerché si prevede il reddito per le sole scuole primarie e secondarie di primo grado? Che dire delle scuole secondarie di secondo grado? Sono proprio queste a richiedere i costi maggiori, come quelli per i libri di testo, che in Italia sono a carico esclusivamente delle famiglie. Al contrario in molte scuole medie i testi e gli strumenti didattici sono in comodato d’uso. Libri che di anno in anno vengono cambiati senza alcuna motivazione, impedendo l’accesso al mercato dell’usato da parte delle famiglie, e senza favorire la diffusione di volumi digitali o dispense degli insegnanti (ovviamente per favorire le industrie editoriali). A mio avviso la misura andrebbe estesa anche a queste ultime.
Siamo tutti d’accordo che l’ISEE sia uno strumento che andrebbe modificato per la sua complessità, perché soggetto a problemi di false dichiarazioni e che non tiene conto del problema dell’evasione fiscale, ma è pur sempre un meccanismo che garantisce la progressività. La proposta universalistica è sicuramente inclusiva, ma non del tutto “giusta”. Per le fasce di reddito più basse esistono già esenzioni e facilitazioni su mense, libri e materiali didattici (sia nella scuola primaria sia nella secondaria di primo grado, molto meno in quella di secondo grado). È la classe media a essere più in difficoltà: ormai, anche con due stipendi, si fa fatica a far quadrare i conti e si è costretti a fare delle rinunce anche nell’offerta formativa dei propri figli (gite, teatri, musei, viaggi per imparare le lingue). Bisogna considerare, inoltre, che contrariamente a quanto si possa credere, le famiglie più agiate non mandano i figli alla scuola privata ma a quella pubblica, perché in quest’ultima il personale è più stabile e quindi possiede maggiore esperienza di insegnamento. Molti precari per acquisire punteggio accettano contratti nella scuola paritaria, per passare appena possibile, anche nel corso dell’anno scolastico, alla scuola pubblica. Un esempio a Como sono ritenuti istituti di ottimo livello gli IC Parini e Foscolo, solo per citarne alcuni, che attraggono alunni (quasi sempre figli di famiglie agiate) anche da Comuni molti distanti.
E gli insegnanti e il personale scolastico?
Il reddito, a mio avviso, non dovrebbe riguardare esclusivamente le famiglie (che lo spenderanno prevalentemente in beni materiali), ma anche gli operatori della scuola e il sistema di istruzione nel suo complesso.
In un contesto caratterizzato da una carenza cronica di insegnanti — particolarmente acuta nella scuola primaria per via di molteplici fattori, compreso il sistema di formazione dei docenti, ma evidente anche nei gradi successivi — ma anche di personale di segreteria (nella scuola dove insegno mancano quattro addetti su cinque!) e perfino dirigenti amministrativi, una delle cause delle cattedre e dei posti scoperti è la rinuncia dei vincitori dovuta agli eccessivi costi di alloggio e di sussistenza. Perché non prevedere un reddito scolastico anche per questi lavoratori, così da consentire loro di trasferirsi coprendo almeno una parte dell’affitto per un arco di tre anni?
Un altro elemento da tenere in considerazione è il grave disagio presente nelle scuole. Il sistema che si è creato (un’autonomia degli istituti che ha portato alla nascita di “piccoli regni” con a capo spesso un dirigente decisionista e poco democratico, abbinata al continuo scaricare sulla scuola ogni problema sociale e d’integrazione) fa sì che gli insegnanti siano sempre più demotivati, in preda al burnout o addirittura in fuga dalla professione. A fronte di classi numerose e sempre più problematiche, l’insegnante viene lasciato solo e senza strumenti reali. Uno dei provvedimenti per far fronte a tutto ciò potrebbe essere quello di aumentare la presenza di educatori, figura fondamentale per garantire un vero diritto allo studio: perché non destinare una quota del reddito anche a queste figure la cui nomina è già di competenza dei Comuni?
Un’ultima considerazione: la scuola è sempre meno sindacalizzata. Non solo i sindacati tradizionali appaiono poco attrattivi nel portare avanti le rivendicazioni e la difesa del corpo docente, ma lo sono anche quelli autonomi. Lo sciopero tradizionale è uno strumento che non produce effetti se non la decurtazione di soldi da uno stipendio già inadeguato. Nella scuola sta crescendo il movimento dello “Sciopero bianco”, nato in Alto Adige e Trentino dove ha ottenuto un sostanziale aumento salariale. Lo sciopero bianco consiste nel non accettare alcun incarico o impegno aggiuntivo rispetto al contratto, così da paralizzare l’attività scolastica e indurre il governo ad aprire una seria trattativa sugli stipendi. Partendo da questo dato, rispetto alla proposta di Reddito Scolastico Comunale, credo vada fatta un’osservazione fondamentale: gli insegnanti da coinvolgere nel dibattito non dovrebbero essere soltanto quelli più sensibili alle azioni dei sindacati ma una più ampio ventaglio di posizioni; tra i quali quella dei precari o dei neo immessi; inoltre ritengo che vadano coinvolti nel dibattito non solo i dirigenti e i professori, ma tutte le posizioni professionali presenti nella scuola”. [Patrizia Di Giuseppe Movimento 5 Stelle di Como]

