Jlenia

Anpi sezione di Como/ Concluso il III congresso

Anpi-Bandiera-2 (2)Si è tenuto sabato 27 febbraio, il III Congresso dell’Anpi sezione di Como Perugino Perugini. Circa una quarantina i partecipanti che dalle 14.30 hanno gremito la Sala del comitato Soci Coop in via Lissi nel quartiere di Rebbio a Como, concludendo i lavori con un ricco aperitivo.

Dato significativo delle collaborazioni e dei buoni rapporti instaurati dalla sezione è la presenza di membri di istituzioni, partiti, sindacati e associazioni: Marcello Iantorno (assessore al Comune di Como), Mario Forlano (Coordinamento comasco per la Pace e Vicepresidente Consiglio comunale di Como),Fabio Cani (Arci e Istituto di storia contemporanea P. Perretta), Guido Castelli (Comitato soci Coop di Como), Andrea Paredi (Spi-Cgil), Stefano Rognoni (Circolo cittadino PRC-Giovani Comuniste/i), Roberto Borin (Associazione Italia-Cuba Circolo di Como), Andrea Cazzato (PCdI), Luigi Nessi (Consigliere comunale Paco-Sel).

Hanno fatto pervenire i loro saluti, in quanto impossibilitati a partecipare: Silvia Magni (vice-sindaca di Como), Alessandro Tarpini (Cgil Camera del Lavoro), Celeste Grossi (Consigliera comunale lista Paco-Sel), Marco Lorenzini (coordinatore provinciale di Sel),Patrizia Lissi (Consigliera comunale Pd), Ines Figini (testimone sopravvissuta al lager di Auschwitz), Mario De Rosa e Giuseppe Gelsomino (iscritti alla sezione).

In rappresentanza dell’Anpi provinciale, hanno preso parte al congresso Guglielmo Invernizzi, presidente, a cui sono state affidate le conclusioni dell’assemblea congressuale e Antonio Proietto della segreteria.

La presidenza dell’assemblea è stata affidata a Guglielmo Invernizzi, Nicola Tirapelle (presidente uscente della Sezione di Como), Renzo Pigni (vice presidente uscente) e Donato Supino (membro del Comitato di sezione uscente).

All’apertura dei lavori, dopo l’insediamento della presidenza e la votazione delle commissioni congressuali, la sezione ha inaugurato la bandiera ufficiale.

La lettura della relazione del presidente uscente (scaricabile qui) ha preceduto l’illustrazione degli aspetti economici riguardanti il lavoro della sezione di Giorgio Dalla Mura, responsabile amministrativo uscente;  i numerosi interventi degli ospiti hanno poi dato il via ad un frizzante dibattito che ha toccato sia temi interni alla politica dell’Anpi che temi di rilevanza cittadina, nazionale ed internazionale, quali la situazione ancora precaria dei lavori al Monumento della Resistenza europea, il referendum sulla riforma della Costituzione, la questione Palestinese e molti altri. Significativa l’illustrazione della progressione del tesseramento: dal 2011 che contava 125 iscritti su Como città, la nascita della sezione ha visto un incremento sempre maggiore del tesseramento, 205 iscritti nel 2012, 234 nel 2013, 254 nel 2014 e 271 nell’anno appena trascorso. Questo ha portato però ad un’altra riflessione: sebbene il numero delle tessere è aumentato, grazie anche alle numerose iniziative pubbliche realizzate, il numero di militanti che si spendono per l’Anpi a Como resta ancora troppo basso.

Infine il momento della votazione dei documenti e dei membri del nuovo comitato di sezione, che si conferma essere un gruppo “giovane” (Marco Biraghi, Ilaria Belloni, Giorgio Dalla Mura, Francesco Dalla Mura, Eleonora Figini, Walter Gatti, Jlenia Luraschi, Walter Nedo Neci, Renzo Pigni, Nicola Tirapelle e Donato Supino),  seguiti dai delegati al congresso provinciale del prossimo 19 marzo e dai dirigenti indicati per rappresentare la sezione all’interno del nuovo comitato provinciale (Renzo Pigni, Nicola Tirapelle, Giorgio Dalla Mura, Marco Biraghi e Jlenia Luraschi).

[Jlenia Luraschi, ecoinformazioni – Foto Fabio Cani]

La Jungla/ Mostra allo Spazio Gloria

Jungla-1 (2)E’ stata inaugurata sabato 27 febbraio allo Spazio Gloria di Arci Xanadù a Como la mostra Jungla dell’artista Jaime Poblete; il campo profughi di Calais come spunto cromatico per un esercizio pittorico.

L’esuberanza dei corpi, il fango e le voci; terra di nessuno, fine del gioco, ultima pagina di un diario: il luogo della sospensione, deserto dell’agglomerazione, detritus, rumori che fanno eco a Babele; sovrapposizione di gesti, tende e transiti, la pittura ritaglia per sé l’immagini della precarietà, le riduce in sillabe, per tentare di scrivere, anche se lontana, ignorante, indolente; una metafora, un verso astratto, un canto alla policromia impudica che mette in gioco l’equilibrata composizione del paesaggio europeo.

Jaime Poblete è nato a Santiago del Cile ma vive e lavora a Erba. Il suo percorso formativo, tra Cile e Spagna, si snoda tra scenografia, teoria dell’arte e pittura. La sua poetica pittorica è principalmente gestuale; le tematiche affrontate parlano d’identità, nello scenario delle interconnessioni tra lo spazio individuale e quello territoriale. In parallelo alla pittura, il suo lavoro comprende la litografia, l’incisione e la performance come linguaggio corporale. Ha esposto il suo lavoro in mostre collettive in Cile, Spagna e Italia. Sue opere si trovano in diverse collezioni private in Cile, Spagna, Stati Uniti e Italia.

La mostra è visitabile negli orari di apertura dello Spazio Gloria fino al 13 marzo.

Info www.spaziogloria.it www.jaime-poblete.com

Arci/ Libia: al primo posto la diplomazia, non le armi

armi libia«Quanti passi ci separano dall’entrata in guerra? A giudicare dagli ultimi avvenimenti sembra sempre più chiaro che l’intenzione politica è quella di supportare un’eventuale attacco armato in Libia con truppe italiane. I segnali sono tutti sotto i nostri occhi e costituiscono un grave attacco alle prerogative del Parlamento e una distorsione del dettato costituzionale. E’ noto come forze speciali dell’esercito francese siano già in azione in Libia e come gli Stati Uniti stiano pressando il nostro Governo per un appoggio incondizionato e un supporto armato per un prossimo attacco. Sbagliata quindi la decisione di concedere la base di Sigonella come punto di partenza di spedizioni di droni che, fuori da ogni finzione, sono a tutti gli effetti degli strumenti di attacco. Sbagliata la prospettiva, ormai accarezzata da più parti, di uno smembramento della Libia in tre protettorati occidentali, di cui uno spetterebbe al nostro Paese. Sbagliata l’idea di arrivare alla decisione ineluttabile di utilizzare militari italiani scavalcando di fatto il Parlamento e le sue prerogative costituzionali. L’Arci chiede al Governo di non concedere l’uso di nessuna base sul territorio nazionale per nessuna missione che non sia autorizzata dalle Nazioni Unite. Chiediamo di aprire un’ampia discussione parlamentare sul coinvolgimento dell’Italia nelle prossime campagne neocolonialiste in Libia e, più in generale, in tutta l’area mediterranea e mediorientale. Chiediamo che il Governo italiano operi in maniera responsabile verso l’apertura di una fase di confronto tra le parti coinvolte nella vicenda libica, svolgendo di fatto un ruolo di mediazione attiva che rimetta al primo posto la diplomazia e non le armi.» [Arci Nazionale]

Libera la tua estate/ Appuntamenti con Libera e l’Arci

liberaIl coordinamento provinciale di Libera a Como e l’Arci provinciale di Como, in collaborazione con Spaziogiovane N’dual’è, organizzano tre serate itineranti per spiegare cosa sono e perché si organizzano i campi di volontariato sui beni confiscati alle mafie. Il racconto diretto delle esperienze vissute dai volontari sarà il filo conduttore di un impegno concreto nel contrasto alle mafie.
Il modo migliore di sporcarsi le mani e ribadire che è “il noi che vince”.

Appuntamenti:

– Giovedì 25 febbraio ore 21 – Oratorio di Rebbio (Via A. Lissi 11, Como)
– Giovedì 3 marzo ore 21 – Sala Civica di Villa Ceriani (Via U. Foscolo 23, Erba)
– Giovedì 10 marzo ore 2 – Circolo Arci Mirabello (Via Tiziano 5, Cantù)

23 febbraio/ Anpi, Arci, Istituto di Storia Contemporanea/ Il labirinto del silenzio

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La sezione Anpi di Como, Arci Xanadù e l’Istituto di storia contemporanea P.A. Perretta, invitano martedì 23 febbraio alle 21 allo Spazio gloria di via Varesina 72 a Como, alla proiezione del film Il labirinto del silenzio di Giulio Ricciarelli, la storia del processo che svelò gli orrori di Auschwitz
. Il film è stato presentato al Toronto Film Festival ed è stato selezionato per rappresentare la Germania ai premi Oscar 2016 per il miglior film straniero. 1958. Nessuno ha voglia di ricordare i tempi del regime nazionalsocialista. Il giovane procuratore Johann Radmann si imbatte in alcuni documenti che aiutano a dare il via al processo contro alcuni importanti personaggi pubblici che avevano prestato servizio ad Auschwitz. Ma gli orrori del passato e l’ostilità che avverte nei confronti del suo lavoro portano Johann vicino all’esaurimento. E’ quasi impossibile per lui trovare l’uscita da questo labirinto: tutti sembrano essere stati coinvolti o colpevoli. La proiezione sarà preceduta da un’introduzione a cura di Fabio Cani, storico e presidente di Arci ecoinformazioni. Ingresso 7 euro, ridotto (under 18 e over 65) 5 euro. Soci Arci e Iscritti Anpi 6 euro. Info http://www.anpisezionecomo.net, http://www.spaziogloria.it

200.Com/ Continuano i lavori per l’Elisir d’amore al Sociale

lelisirdamoreContinua il lavoro del grande gruppo di 200.Com, impegnato quest’anno con l’opera L’Elisir d’amore. Lunedì 22 febbraio arriva al Teatro Sociale di Como la regista Rosetta Cucchi per un primo Lab di regia. Si avvicina quindi sempre più la stagione estiva del Sociale: il Festival Como città della Musica, giunto quest’anno alla nona edizione, intitolato Amore furtivo. Un festival trasversale che percorre la musica in tutte le sue forme, dall’opera lirica alla musica leggera, dal balletto classico alla musica sinfonica ed elettronica, invadendo tutta la città: dall’Arena a Villa Olmo, passando per chiostri e cortili, torri medievali e giardini nascosti, dall’alba a notte fonda. Quest’anno L’Elisir d’amore, con la regia di Rosetta Cucchi e diretto dal Maestro Jacopo Rivani,  è il titolo scelto per l’opera partecipativa che sarà il primo appuntamento del Festival nelle date del 29 giugno, 1, 2 e 5 luglio.

Arci/ Sostegno alla lotta del popolo Curdo

arci-logo-cop«Il Consiglio Nazionale dell’Arci riunito a Roma il 13 e 14 febbraioesprime indignazione per le gravissime violazioni dei diritti umani perpetrate dal governo turco contro la popolazione civile del sud est anatolico e ribadisce la sua ferma condanna dello stato di guerra scatenato dal presidente Erdogan contro il popolo curdo che ha provocato negli ultimi mesi centinaia di morti, bombardamenti di villaggi, assedi di città e più di 300.000 profughi.

L’Arci, dando voce alle comunità curde, denuncia il coprifuoco implementato illegalmente nelle città curde, che ha portato la popolazione interessata a essere privata delle forniture necessarie come acqua, cibo, elettricità e delle dotazioni mediche essenziali. Le attività economiche e la vita sociale delle città e dei paesi dove il coprifuoco è stato imposto senza sosta sono giunte al collasso. I sindaci e i funzionari eletti di queste città sono stati incarcerati o spodestati con la forza. Queste misure brutalmente repressive, messe in atto dopo la unilaterale uscita del governo turco dai tavoli di trattativa, dimostrano una completa indifferenza per i diritti civili e per la volontà democratica della popolazione. Per questo l’Arci invita i propri circoli e comitati a promuovere sul loro territorio patti di amicizia e gemellaggio con le comunità curde del sud est anatolico e del Rojava impegnate, quest’ultime, in una aspra lotta di resistenza contro le aggressioni delle forze islamiste con la complicità della Turchia e di altri paesi. Arci invita inoltre il proprio corpo sociale a mobilitarsi in azioni solidali per la ricostruzione della città martire di Kobane liberata dalla resistenza curda.

L’Arci chiede inoltre:

1. che il Governo italiano e l’Unione Europea condannino l’aggressione del Governo turco contro la popolazione civile curda del sud est anatolico, fugando così ogni dubbio sulla loro complicità con Erdogan, e che si cancelli ogni sospetto che l’inerzia europea sia merce di scambio sul tema dei rifugiati siriani chiedendo l’istituzione di un corridoio umanitario al confine fra Turchia e Siria.

2. In particolare l’Arci chiede al Governo italiano di sospendere la collaborazione militare con la Turchia e la vendita di armi fino a che non viene messo fine alle aggressioni.

3. Chiede inoltre l’immediata istituzione di una commissione internazionale indipendente finalizzata alla individuazione delle violazioni dei diritti umani commesse durante questo periodo e che istruisca le condizioni per  il perseguimento di coloro che se ne sono resi responsabili.

4. E’ convinta che il confinamento solitario di Abdullah Ocalan debba immediatamente terminare. La salute e la sicurezza di Ocalan devono essere garantite e gli deve essere consentito di prendere parte attivamente alla auspicata ripresa di un processo negoziale.

L’Arci è consapevole della sofferenza della popolazione curda del Rojava e del sud est anatolico e della loro difficoltà a fare appelli pubblici per festeggiare il Newroz che nei villaggi e nelle città sotto il fuoco degli aggressori rischia di essere ancora una festa identitaria negata.

Per tutti questi motivi, dando seguito ai diffusi sentimenti di simpatia per la resistenza del popolo curdo presenti nel proprio corpo sociale, l’Arci aderisce alle iniziative promosse in diverse città dall’Associazione dei Curdi in Italia per sabato 19 marzo, la giornata scelta per festeggiare il Newroz 2016, il Capodanno curdo divenuto simbolo della loro resistenza al genocidio perpetrato dal regime turco, ed invita tutte le proprie socie e soci a partecipare con le nostre bandiere.» [Arci Nazionale]

Anpi/ No all’esaltazione del fascismo a Pedrappio

logo_anpi_011La segreteria nazionale dell’Associazione nazionale Partigiani d’Italia, con un comunicato stampa, precisa la piena opposizione all’ipotesi di istituzione di un museo esaltativo del fascismo di Pedrappio. «In merito alla vicenda della realizzazione di un “museo del fascismo” a Predappio, precisiamo che l’Anpi ha partecipato alla discussione sul progetto di ristrutturazione di un edificio cadente esclusivamente come osservatrice. La nostra posizione è di ferma contrarietà a qualsiasi iniziativa celebrativa del fascismo. Altro sarebbe – ad esempio – l’ipotesi di dar vita ad un centro studi sulle dittature del Novecento che evidenziasse, in particolar modo, l’aspetto preponderante del fascismo ossia gli atroci crimini commessi nel corso di tutta la sua esistenza.» [Anpi Nazionale]

Diritti violati/ Tel Aviv/ Comasca cooperante, interrogata, arrestata, detenuta e respinta

silviaQuesta è la storia di Silvia A., una ragazza della provincia di Como. Appena laureata voleva trascorre una settimana in Palestina. Arrivata a Tel  Aviv è stata interrogata per ore, poi rinchiusa  nel carcere dell’aeroporto per due giorni, quindi rimpatriata perché “pericolosa” e dichiarata non gradita per dieci anni. Contro di lei nessuna accusa, nessuna imputazione,  salvo quella di essere amica di persone conosciute nel campo di Aida in Palestina. Una storia esemplare di come, anche per chi è italiana, in Israele non ci sono diritti umani né leggi internazionali che dovrebbero proteggere cittadini italiani dagli abusi della polizia locale. Nel seguito ,il racconto di Silvia A. della sua terribile avventura.

«Sono carichissima, felicissima, mi sento anche bellissima, fortunatissima e tantissime altre cose che finiscono in issima perché sto per tornare in Palestina. Una settimana e tantissimi amici da abbracciare, un intero campo profughi da salutare, una laurea e un compleanno da festeggiare, un pieno di sorrisi all’asilo, incontrare finalmente degli amici che erano in carcere, poter ricevere un’importante chiamata dal carcere, insomma mi aspetta una settimana pienissima ma riuscirò a fare tutto!

E’ l’11 Febbraio, salgo sul mio volo per Tel Aviv e alle sette puntuale decolla. Quattro ore di volo tra sonno e ansia da visto, perché in Israele non si è ben accetti e tanto meno si può essere liberi di andare dove si vuole ed avere gli amici che si vuole, anzi per loro la Palestina non esiste. Atterro in anticipo alle 11.30, con il mio zainetto e un sorrisone mi metto in coda agli sportelli per richiedere il visto. «Sei già stata qua?» mi domandano, «Si» rispondo io, inutile mentire. Da quel momento sono iniziate una serie di domande a raffica: «dove sei stata le altre volte? Cosa hai fatto? Chi conosci? Conosci qualcuno in Israele? Impossibile che tu non conosca nessuno. Cosa vuoi fare qua ancora? Ormai conosci il paese non ha senso, perché vuoi rientrare?»
Tono imperativo e tempi stretti che a fatica lasciavano tempo alle mie risposte che cercavano di deviare su una vacanza che sarebbe durata solo sei giorni, la guardia si è tenuta il mio passaporto e mi ha detto di aspettare nella stanzetta verde. Ci sono tante altre persone, tutte dell’Europa dell’Est fermate per motivi di possibile immigrazione illegale, sono l’unica Italiana. Dopo un lasso di tempo abbastanza lungo da indolenzirmi il sedere, mi chiamano in un ufficio. Bandiere israeliane giganti e un santino di Bibi  Netanyahu dietro il ragazzo del mossad che mi interroga.
Sei ore. Sei ore di interrogatorio. Ha iniziato chiedendomi i motivi della mia visita, quante volte ero stata li, dove ero stata, quante notti avevo trascorso in una città e quante in un’altra, chi era entrato con me, cosa avevo fatto le volte precedenti, chi conoscevo, cosa studio e dove faccio volontariato, in che città della West Bank ero stata. Silenzio. Lo guardo negli occhi e lui con tono carino tra un colpo di tosse e l’altro mi dice di star serena, che sa tutto perché lui lavora per il governo e fa parte della polizia segreta. Vuole che gli racconti tutto, ma tutto cosa? Io nomi non ne faccio. Mi dice in che manifestazioni sono stata, cosa ho visto, mi chiede se sono stata a delle manifestazioni per la Palestina in Italia a Milano, mi dice che ho fatto del volontariato con i profughi e allora mi chiede anche se conosco qualcuno in Siria, se voglio andare in Siria, se ho dei numeri di persone siriane, mi richiede se quindi conosco dei siriani, degli eritrei e dei nigeriani che ho conosciuto non gliene frega nulla! Aspetto ancora. Vengo richiamata nuovamente da una ragazza in un altro ufficio questa volta.
Ripartiamo con le domande: «dove sei stata? Hai amici a Nablus? Chi conosci? Cosa hai fatto? Che città della West Bank hai visitato?» Poi gli ordini: «dammi il tuo numero di cellulare, dammi tutte le mail, come si chiama tuo padre, come si chiama tuo nonno, dimmi i nomi delle persone che conosci.» Papà Giovanni, nonno Antonio ma io non conosco nessuno.
Di nuovo nella sala d’attesa. Il tempo passa ed inizio ad aver sonno oltre ad essere sempre più convinta che il democratico stato d’Israele non mi rilascerà mai il visto anche se il ragazzo del mossad prima aveva cercato di convincermi a parlare in cambio del visto. Ha provato a farmi parlare facendo pressione psicologica, ripetendo più e più volte domande per farmi crollare e parlare, sosteneva che io avessi lanciato pietre, che io fossi sempre stata in prima fila a tutte le manifestazioni del venerdì, che io avessi urlato durante delle manifestazioni e al mio silenzio e alla mia perplessità ha deciso di dirmi: «Silvia se vuoi essere democratica tornatene in Italia qui non lo puoi essere».
Se vuoi essere democratica? Qui non lo puoi essere? Io non avevo mai avuto dubbi su questo perché Israele non è una democrazia, è un regime sionista.

Chiedo a tutti di fare una sforzo e provare a capire che paese continuiamo a sostenere, un paese che porta avanti da anni la pulizia etnica della Palestina con il silenzio complice di molti e la voce dei sostenitori dei nostri politici.

Dopo l’ennesimo interrogatorio e l’ennesima attesa mi hanno portato in un altro ufficio, parlandomi sempre a comandi mi han detto di sedermi. Mi hanno fatto una foto, hanno preso le mie impronte dopo di che il verdetto.
«Sei un soggetto pericoloso per la sicurezza di Israele, quindi ora torni in Italia e non potrai più entrare da qui e dalla Giordania per dieci anni.»
Dieci anni della mia vita, di amicizie, di famiglia, di amore. Dieci anni di vita rubata, rovinata che non mi daranno di certo indietro. Dieci anni per aver gli amici dalla parte sbagliata del muro secondo Israele.

Chiedo di chiamare in Italia per avvisare e di voler sapere l’ora del mio volo: «se hai soldi nel cellulare chiama pure, il volo lo stiamo cercando». Se hai soldi chiama pure? Follia pura, dopo otto ore tra interrogatori ed attese, dopo la decisione di rimpatrio non mi permettono di chiamare a casa. Urlo e guardandoli ripeto più volte “democratici”, inizia quasi a farmi ridere questa parola. Mi concedono la password del wi-fi. Torno ad aspettare e mentre mi sento morire dentro provo ad avvisare mamma che risponde felice credendomi arrivata al campo circondata dalla famiglia e da infiniti abbracci. «Mamma sono ancora in aeroporto, mi rimpatriano ma non so ancora quando».
Odio, pianti, forza, resilienza, tutti [gli amici palestinesi]  mi passano davanti agli occhi pieni di rabbia mentre lo stomaco mi si chiude. Mi portano un panino e una bottiglietta d’acqua.

Aspetto, nuovamente, ormai me ne sono fatta una ragione, ma l’attesa non è essa stessa il piacere. Chiedo del mio volo e non rispondono, richiedo. «Dopodomani». Dopo domani? E che giorno è dopo domani? È lontanissimo dopo domani.

Ovviamente non mi è concesso vedere il biglietto per realizzare che giorno sia dopo domani e l’ora del volo per poter avvisare in Italia, dopo mamma e amici si erano già mesi all’opera per contattare l’ambasciata e gli organi competenti.
Ed ora controllo sicurezza, mi rassicurano che in ogni caso si prenderanno cura di me mentre mi smontano lo zaino e mi controllano tutta, capelli e dita dei piedi compresi. Mi rifanno altre domande alle quali mi rifiuto di rispondere se non dicendo che dopo sei ore di interrogatorio e un rimpatrio ero anche stufa di dover dare spiegazioni. Il mio volo partirà il 13 febbraio alle ore 12.55 da Tel Aviv.

Sono stata quindi portata su una camionetta insieme ad altri tre uomini nelle prigione governative dello stato israeliano all’interno del complesso dell’aeroporto. Sbarre, filo spinato e telecamere regnano sovrane, quasi come a un check point. Per due notti sono stata detenuta nelle prigioni governative dell’aeroporto. Per due notti sono stata chiusa dietro delle sbarre, su un lettino dove il tempo era scandito dall’arrivo dei pasti e dalla luce del sole. Con me solo una maglia di ricambio e una chiamata in Italia che potevo effettuare rigorosamente stando seduta sul divanetto.
Pavimenti e bagni sporchi, cibo scadente e sbarre. Con me donne dall’est Europa e dalla Mongolia. Durante la notte i poliziotti sono entrati più e più volte urlando, chiamando, sbattendo le porte, la mattina un panino per colazione e stop. Niente aria aperta, niente spazzolino prima delle otto di sera.

La mattina del 13 febbraio alle 12.30 sono stata ricaricata sulla camionetta e sono stata accompagnata all’aereo e scortata sino al mio posto. Mi hanno deportata. Proprio così mi hanno chiamata, deportata, anche se poi non avevo la polizia a farmi la scorta sul volo, risultando così un soggetto indesiderato da rimpatriare; in compenso in Italia c’era la polizia ad accogliermi sul ciglio della porta dell’aereo che confusa dal fatto che fossi italiana e che non aveva senso che mi scortasse mi ha lasciata prendere il pullman come tutti gli altri passeggeri.

Tutto questo per cosa? Perché ho amici dalla parte sbagliata del muro secondo Israele, perché sono un soggetto pericoloso, perché ho visto delle manifestazioni, perché sono stata in West Bank, perché per me la Palestina esiste e credo nella sua lotta, perché credo nei diritti umani e non nel sionismo. Due giorni di detenzione, il rimpatrio/deportazione e dieci anni di ingresso negati. Un vita rovinata.
E le autorità italiane? Niente, non fanno niente.
Hanno le mani legate, dicono, Israele è più forte e comanda e così non ci tutelano, non come dovrebbero nonostante il diritto internazionale continui ad essere violato.
Ora, fino a che erano i miei amici palestinesi trovate delle scuse ed ora, come giustificate?
La mia vita è rovinata, distrutta ma ora lotterò più di prima, me lo hanno insegnato loro, me lo sono tatuata “lottare fino alla vittoria”, lo devo a loro anche se per ora è difficile mettere insieme i pezzi. Condividete la mia storia ed aiutatemi a far conoscere a più persone possibili quello che succede». [SIlvia A.]

Quale futuro per il Venezuela?/ Incontro con Geraldina Colotti

colottiPiù che un incontro o una lezione è stato un momento di confronto e di riflessione quello che si è svolto sabato 13 febbraio alle 15,30 nella sala Soci Coop di via Lissi a Como-Rebbio nell’ambito della conferenza organizzata dal circolo comasco dell’Associazione Nazionale di Amicizia Italia-Cuba dal titolo Quale futuro per il Venezuela?

Attraverso l’intervento della giornalista e corrispondente dell’America Latina de Il Manifesto, Geraldina Colotti, il circolo ha voluto portare una testimonianza diretta sulla situazione in Venezuela e sugli avvenimenti che ne stanno ridefinendo l’assetto politico a pochi mesi dalle ultime elezioni ( dicembre 2015 ) che hanno visto assegnare il Parlamento in mano alle destre ed ai ceti privilegiati.

Presente anche il Consolato generale della Repubblica Bolivariana del Venezuela, rappresentato da Alessio Arena, il quale oltre a portare i saluti del Console del Venezuela a Milano, Giancarlo Di Martino, ha magistralmente introdotto le argomentazioni ribadendo subito come la Rivoluzione Bolivariana sia stata la prima trincea contro il colonialismo di allora ed il capitalismo di oggi.

Geraldina Colotti ha voluto innanzitutto riportare alla luce la figura di Oscar Arnulfo Romero, a cui è dedicato il suo ultimo libro Oscar Arnulfo Romero, Beato fra i poveri [Edizioni Clichy, Firenze, 2015, Pag. 115, euro 7.90] , un uomo di chiesa, ucciso dagli squadroni della morte a causa del suo impegno nel denunciare le violenze della dittatura militare del suo Paese, El Salvador. Ha precisato in seguito come la diplomazia venezuelana, che fa della partecipazione e del protagonismo del popolo il suo cardine, sia stata possibile prima di tutto grazie a Cuba, esempio di un socialismo che non si è piegato alle potenze occidentali e non si è pentito né sottratto ai suoi ideali. Ha ricordato la figura del leader carismatico Hugo Chavez, che oltre ai progressi sociali introdotti (la destinazione del 60% del PIL al campo sociale; l’emanazione nel 2011 della Ley contra el silencio y el olvido, volta a sanzionare crimini, sparizioni, torture e altre violazioni dei diritti umani per ragioni politiche, compiuti tra il 1958 ed il 1998, per citarne alcuni) fu il primo a farsi carico del fallimento della rivolta del 4 febbraio 1992 quando commentò, seguito all’arresto, «l’insurrezione è fallita, per ora» entrando già così nella storia di un paese poco abituato all’assunzione di responsabilità da parte della classe dirigente; e di come questa assunzione di responsabilità sia mancata nelle altre sinistre , impedendo cosi di riconoscere e “digerire” una sconfitta da dove invece ripartire. [Ilaria Belloni, per ecoinformazioni – foto Jlenia Luraschi, ecoinformazioni]

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