Luca Michelini

Video/ Processo alla paratie: relazioni e interventi

524Sono moltissimi gli spunti, le idee e le notizie emerse nell’incontro di sabato 30 gennaio alla Cna organizzato da ecoinformazioni con l’introduzione di Gianpaolo Rosso e i contributi del sindaco di Como Mario Lucini, di  Emanuele Caso, Grazia Villa, Fiammetta Lang, Luca Michelini, Fausto Tagliabue.

pubblico paratie processoAnche il folto pubblico (cittadini/e, gli assessori Marcello Iantorno, Lorenzo Spallino, Bruno Magatti, la consigliera Celeste Grossi, i rossomicheliniconsiglieri Raffaele Grieco, Luigi Nessi e Giampiero Ajani, di associazioni attive sul territorio) nonostante il tempo inevitabilmente troppo ridotto assegnato agli interventi ha partecipato con lucinilangparatieparatierelatoriparzialepassione costruttiva fornendo ulteriori elementi di riflessione da sviluppare. Sul canale video di ecoinformazioni, tutti i video dell’iniziativa di Valeria Peverelli, ecoinformazioni. [Foto Marisa Bacchin, ecoinformazioni]

 

On line sul canale video di ecoinformazioni anche le brevi repliche dei/ delle relatori/ trici e del coordinatore dell’incontro.

 

ecoinformazioni 522/ Processo alle paratie

522ecoinformazioni invita tutta la città di Como a un incontro – sabato 30 gennaio alle 16.30 nel Salone della Cna a Como (viale Innocenzo XI, 70) – coordinato dalla nostra redazione, per parlare della politica malata sconfitta dal mostro delle paratie. Parteciperanno inseme a noi anche giornalisti di altre testate (radio Popolare e Comozero). Luca Michelini, Grazia Villa, Fiammetta Lang e Fausto Tagliabue dialogheranno con il pubblico per avviare un percorso partecipativo volto a “cambiare passo e direzione”. non per le paratie, ma per la città. Anticipiamo dal numero 522 del settimanale ecoinformazioni l’editoriale di Gianpaolo Rosso che presenta l’iniziativa.

Processo alla paratie

È possibile guardare razionalmente al naufragio delle paratie per scoprire come un’idea tanto assurda abbia potuto essere partorita e come abbia potuto condizionare pesantemente la vita politica della città, distraendo risorse, attenzione e impegno da temi enormemente più rilevanti per la vita dei cittadini e delle cittadine comasche.

Depurando la storia ventennale del più clamoroso buco nell’acqua mai realizzato a Como dalle microstorie di errori certi e numerosi, probabili interessi privati in atti d’ufficio, incompetenza, appropriazione vorace di denaro pubblico, appare l’essenza del problema che si è generato e alimentato anche negli anni del centrosinistra sull’assenza della politica, la mancanza di partecipazione dei cittadini alle scelte, scavalcamento del Consiglio comunale subordinato completamente a quanto deciso dalla giunta e spesso anche fuori di essa, sopravvalutazione (anche oltre la già pessima legge Bassanini) del ruolo dei funzionari con colpevole assuefazione al loro primato sugli eletti. Il dramma delle paratie non è stato il muro, né è oggi l’inagibilità pubblica di parte del Lungo Lario. Il mostro paratie è la parte visibile di un cancro nella democrazia che se può arrivare a tanta follia può continuare a colpire diritti e qualità della vita in ogni settore.

Da questo punto di vista, l’ingiustizia paradossale che vorrebbe addossare tutte le responsabilità al sindaco Lucini per la sua colpa di aver continuato l’opera prelude a un disastro ancora maggiore: sacrificare il sindaco per realizzare comunque il mostro affidandone la gestione alla regione ben più colpevole del centrosinistra nella colossale distrazione di denaro pubblico dalle necessità della collettività o a un commissario governativo la cui principale caratteristica sarebbe il potere di non rispettare le norme di legge attualmente in vigore.

Presto – come quando il progetto fu presentato, come quando si avviò il primo cantiere, come quando si sono realizzate le numerose varianti – qualcuno dalla voce potentemente amplificata e connivente con il mostro inizierà a dire che l’importante è riattivarlo, riavviare i lavori, completare il cantiere, sacrificare al totem dell’inutilità illegale altro denaro. Per questo è necessario evidenziare ora, come fecero allora alcune forze politiche e movimenti di cittadini, che quel cantiere, quell’opera, nata con la distrazione delle risorse dai tanti necessari interventi di risanamento ambientale che sarebbero potuti essere realizzati con la legge Valtellina, non s’ha da fare. [Gianpaolo Rosso, ecoinformazioni]

Leggi on line il 522.

 

 

Luca Michelini/ La crisi della giunta Lucini

NOparatieLuca Michelini ritorna, all’indomani della Delibera dell’Anac, sull’analisi della vicenda paratie sottolineando la crisi del centrosinistra comasco e quanto sarebbe stato giusto e opportuno evitare di dare continuità alle scelte sbagliate delle amministrazioni di centrodestra che hanno preceduto la giunta Lucini. Leggi  nel seguito del post l’opinione di Luca Michelini che ripropone anche la sua analisi  (già pubblicata anche su ecoinformazioni nell’agosto del 2015). (altro…)

19 ottobre/ Democrazia economica

democrazia economicaLuca Michelini, animatore della mailing list Democrazia economica, invita i lettori e le lettrici ad una riunione lunedì 19 ottobre alle 21 nella sala al piano terreno della ex Circoscrizione n. 6 in via Achille Grandi 21 a Como. L’incontro – si legge nella lettera di invito – «sarà una riunione del tutto informale, aperta, dedicata alla discussione della situazione nazionale e locale. Vuole essere un’occasione di convivialità per confrontarsi sul da farsi, per individuare delle possibili priorità comuni, per realizzare delle iniziative capaci, chissà, di dare una mano ai molti che oggi si trovano in una difficoltà oggettiva e soggettiva, perché delusi, amareggiati, incapaci di opporsi ad una deriva che riguarda tutti gli aspetti della vita sociale».

Europa+Resistenza: una giornata importante a Como

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La giornata di studio “Europa+Resistenza: memoria e progetto in 70 anni dalla Liberazione” di sabato 12 settembre è stata davvero un momento importante di riflessione politica e storica sul periodo trascorso da quel 25 aprile che segna per l’Italia la conquista della democrazia.
Organizzata dall’Anpi (Comitato provinciale di Como e Comitato regionale della Lombardia) con la collaborazione dell’Istituto di Storia Contemporanea “Pier Amato Perretta” e il patrocinio del Comune di Como (che ha concesso l’uso della Sala degli Stemmi in Municipio), ha visto la partecipazione di un folto pubblico: più di 100 persone nel corso della mattinata; qualcuna meno alla ripresa del pomeriggio; ma ancora alle conclusioni di Alessandro Pollio Salimbeni, vicepresidente nazionale dell’Anpi, dopo quasi 7 ore di lavori, in sala c’era una quarantina di persone.
Avendo partecipato intensamente all’organizzazione di questa giornata, è per me impossibile darne una cronaca distaccata, e perciò preferisco limitarmi a sottolineare alcuni aspetti che mi sono sembrati salienti.
Il primo è ovviamente relativo al successo dell’iniziativa; quel centinaio di persone attente per un programma così impegnativo deve far riflettere sia sull’opportunità di non fermarsi alle facili proposte di “consumo” culturale, cui tutti a volte cediamo, sia sull’esigenza di lavorare seriamente alla promozione degli incontri (in questo caso il lavoro fatto dall’Anpi di Como è stato davvero capillare) per non sprecare occasioni.
Il secondo riguarda la qualità degli interventi; anche su temi assai praticati come quelli in campo (“Europa” e “Resistenza”, con i loro annessi e connessi) è possibile ascoltare riflessioni non rituali, approfondimenti non scontati e – soprattutto – rimandi interdisciplinari in grado di sollecitare un ulteriore lavoro fecondo di risultati dal punto di vista politico e storico. Mettere insieme nella stessa giornata, le questioni relative all’economia, alle migrazioni (e l’attenzione a questo tema è stato deciso mesi fa, avendo ben presente l’importanza del tema a livello europeo, ma non sull’onda emozionale dell’attenzione mediatica ai fatti degli ultimi giorni), al neofascismo, affiancandole con approfondimenti sulla storia e la memoria e la comunicazione, dovrebbe aver reso evidente anche alle persone più disattente che la complessità della situazione attuale non può che essere affrontata con una pluralità di strumenti. Costretto a limitare le mie note per l’evidente inadeguatezza delle mie competenze su molti argomenti (sinceramente mi risulta difficile entrare nel merito di alcune argomentazioni proposte ieri), mi piace mettere in evidenza come l’intervento del professor Gianni Perona di Torino abbia contribuito con chiarezza esemplare a dare un nuovo contesto significativo agli stessi concetti di “Europa” e di “Resistenza”, ricollegandole entrambe alle correnti di pensiero europee (che noi troppo spesso, vittime di un inconsapevole provincialismo, ignoriamo); basterebbe l’excursus sull’origine del diritto alla “resistenza” nella Rivoluzione francese a rendere utile la “lezione” di ieri. Allo stesso modo nel pomeriggio l’approfondimento sul Monumento alla Resistenza Europea (con l’intervento di Renzo Pigni e il mio) ha condotto all’apertura internazionale dedicata ai monumenti “per difetto”, su cui Adachiara Zevi ha fornito uno scorcio affascinante, a partire dal memoriale delle Fosse Ardeatine di Roma (un «vero capolavoro» troppo poco valorizzato, ha detto, come del resto il monumento comasco o quello milanese dedicato ai deportati, realizzato su progetto dello studio BBPR).
Il terzo aspetto ci riporta prepotentemente all’attualità, anche locale. L’intervento sui movimenti neofascisti, centrato sulle loro espressioni “istituzionali” e condotto con precisione da Anna Colombo, si è ricollegato idealmente con quello di Saverio Ferrari in serata a Cantù, organizzato per protestare contro il “festival” di Forza Nuova accolto dal sindaco canturino Bizzozzero. Entrambi gli interventi hanno reso evidente che una certa acquiescenza nei confronti dei movimenti neofascisti, neonazisti e genericamente razzisti deriva molto spesso da una ignoranza di fondo sui loro veri connotati e sulla loro reale storia e penetrazione. Nei fatti, anche le vicende recenti dimostrano come l’antifascismo non sia un “vecchio arnese” ormai inutile nel mondo globalizzato, ma si rispecchi viceversa nell’esigenza di affinare le conoscenze e le risposte a una galassia di gruppi e associazioni intenzionati a riportare l’Europa intera a condizioni predemocratiche.
L’incontro di sabato si è proposto come uno sfaccettato tassello di questo complesso processo. Questo primo sforzo è stato premiato da molta partecipazione. Serve, adesso, proseguire.
[Fabio Cani, ecoinformazioni]

Guarda anche sul canale di ecoinformazioni i video dell’iniziativa.

La galleria degli interventi

 

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Guglielmo Invernizzi, presidente provinciale Anpi, e Mario Lucini, sindaco di Como.

 

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Filippo Giuffrida Rèpaci e Tullio Montagna, presidente regionale Anpi.

 

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Luca Michelini.

 

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Gianni Perona.

 

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Carlotta Gualco.

 

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Renzo Pigni.

 

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Adachiara Zevi.

 

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Giuseppe Calzati, presidente Istituto di Storia Contemporanea, e Anna Colombo.

 

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Alessandro Pollio Salimbeni.

 

12 settembre/ Europa+Resistenza memoria e progetto in 70 anni dalla Liberazione

ANPI-12set2015-ManifestoEuropa+Resistenza memoria e progetto in 70 anni dalla Liberazione è un importante convegno sui temi dell’antifascismo in rapporto alla contemporaneità europea, che si tiene per tutta la giornata di sabato nella Sala degli Stemmi di Palazzo Cernezzi a Como.

Organizzato dall’Anpi (Comitato provinciale di Como e Comitato regionale della Lombardia), in collaborazione con l’Istituto di Storia Contemporanea “Pier Amato Perretta” di Como, e con il patrocinio del Comune di Como, l’incontro intende approfondire e attualizzare gli ideali della Resistenza e della Liberazione, di cui quest’anno ricorre il 70° anniversario e che sono incarnati a Como dal Monumento alla Resistenza Europea.

Il programma della mattina, che sarà presieduta da Tullio Montagna,  presidente regionale Anpi Lombardia, vedrà, a partire dalle 9.30,  l’intervento di: prof. Gianni Perona, dell’Università di Torino, già direttore scientifico Insmli sul tema La Resistenza in Europa: la storia e le idealità; prof. Filippo Giuffrida Rèpaci, della Federazione Internazione dei Resistentie presidente dell’ Anpi del Belgio sul tema L’Unione Europea dei Resistenti oggi: come renderla operativa; Luca Michelini, del Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università di Pisa sul tema Fascismo e liberismo. Precedenti storici e attualità;  dott.ssa Carlotta Gualco, direttrice del Centro in Europa di Genova sul tema I migranti: una risorsa e un’opportunità: quali obiettivi a breve, medio e lungo termine deve darsi l’Europa?

Dopo una pausa pranzo, i lavori del convegno proseguiranno nel pomeriggio alle 14.30 presieduti da Giuseppe Calzati, presidente dell’Istituto di Storia Contemporanea “Pier Amato Perretta” di ComBlo-MonumentoResistenzaEuropeao, con gli interventi di: on. Renzo Pigni, Fabio Cani, dell’Istituto di Storia Contemporanea di Como, arch. Adachiara Zevi, storica dell’ arte, presidente Fondazione Zevi sul Monumento alla Resistenza Europea: gli ideali del Monumento, la sua storia, l’arte della memoria. Prima delle conclusioni che saranno affidate a Alessandro Pollio Salimberti, vice-presidente Anpi Nazionale, la dott.ssa Anna Colombo consigliere speciale del Gruppo S&D al PE per le relazioni con i partiti della Sinistra Europea interverrà sul tema Un cancro “assopito” si rifà virulento: nazionalismo/sciovinismo, razzismo. Scarica e diffondi il programma

Una domanda semplice sulle paratie

NOparatieLuca Michelini pone domande che molti si fanno, anche tra gli elettori del centrosinistra comasco. Lui definisce il quesito  «Una domanda semplice sulle paratie» e vedendo il governo Lucini affannato nel cercare di risolvere problemi posti dalle giunte di centrodestra e da dirigenti incapaci è lecito chiedersi perché il centrosinistra lariano si sia accontentato di “cambiare passo” e non abbia invece scelto di cambiare direzione abbandonando completamente le devastanti grandi opere dei governi precedenti della città.  Leggi  nel seguito del post l’opinione di Luca Michelini ripresa da Democrazia economica. Leggi anche Riflessioni a margine della relazione del Comitato Nazionale Anticorruzione sul “caso paratie” di Como.

«1. Gianfranco Giudice, preciso e puntuale e acuto come sempre nelle sue riflessioni, affida al web [su Fb, ndr] una riflessione del tutto condivisibile: “nel pomeriggio camminavo sul lungolago da piazza Cavour verso Sant’Agostino e pensavo che se fossi il Sindaco di Como Mario Lucini, toglierei quelle orrende inferriate, rimetterei le vecchie ringhiere sul marciapiede, sistemerei i cubetti di porfido esistenti, una potata alle piante, una pulita e… chi ha dato ha dato, chi ha avuto ha avuto, scurdammoce u passatu e nu ne parlammu chiu”.

Difficile non condividere questa osservazione, ispirata al buon senso.

2 . Si tratta di una osservazione che spinge ad interrogarsi sul motivo per il quale la giunta di Como ha scelto la strada diametralmente opposta: cioè quella di continuare nell’opera delle paratie, mettendosi in continuità con quella giunta Bruni che proprio sulle paratie era caduta, aprendo la strada ad un possibile cambiamento politico in città.

La continuità Bruni-Lucini è stata infatti evidente almeno su tre fondamentali aspetti urbanistici, destinati a segnare in profondità il destino di Como: la sistemazione dell’area Trevitex e dell’enorme spazio urbano della Ticosa, infine le paratie. Paratie che la Commissione Nazionale Anticorruzione ha definito, in sostanza, inutili e costose. Non solo la Commissione contesta la scelta amministrativa di non promuovere un nuovo bando per i lavori, ma mette sotto accusa la stessa decisione di continuare i lavori.

3. Quali sono, dunque, i motivi per cui la giunta Lucini ha deciso di continuare in quest’opera?

Ritengo che questa domanda dovrebbe costituire il fulcro del dibattito politico cittadino, tanto più che viviamo in un periodo di assurda austerità, che fa sentire i propri effetti anche a livello locale, con pesanti tagli al bilancio, che stanno mettendo in difficoltà, a detta dello stesso sindaco, la “normale amministrazione”.

Nel rispondere alla domanda credo sia opportuno individuare con millimetrica precisione le responsabilità della decisione presa. Il PD ha fatto proprio il “decisionismo” di craxiana memoria: ebbene il decisionismo pretende l’individuazione precisa ed inequivocabile di tutti gli attori che hanno compiuto la scelta e delle loro motivazioni. Non credo di sbagliarmi, p.es., nell’individuare non solo nel Comune – inteso come giunta, e come dirigenza degli uffici – , ma anche nella Regione Lombardia il motore ultimo della scelta.

4. La giunta Lucini si è piccata di promuovere la trasparenza negli atti e degli atti, segnando in questo caso una netta discontinuità con la giunta Bruni: ebbene non credo possa derogare in questo caso fondamentale.
Intano potrebbe cominciare a rendere disponibile sul sito del Comune la relazione della Commissione, che è nelle mani dei partiti che sostengono la giunta, ma che i cittadini non possono ancora consultare». [Luca Michelini da Democrazia economica]

Luca Michelini sullo stesso argomento ha scritto successivamente, sempre su Democrazia economica,  anche l’articolo Riflessioni a margine della relazione del Comitato Nazionale Anticorruzione sul “caso paratie” di Como.

Michelini/ La “coalizione sociale” di Landini

rosso«Ho assistito, a Como, all’assemblea organizzata dalla Fiom il 16 marzo per lanciare e organizzare la cosiddetta “coalizione sociale”. I lavori hanno visto la partecipazione di un delegato sindacale, dei segretari regionale e provinciale della Fiom, di uno studente in rappresentazione dell’Uds, di un rappresentante della Cgil provinciale (politicamente significativa l’assenza del segretario provinciale della Cgil), di un rappresentate di Libera e di Pizzinato, lo storico leader della Cgil e del Pci, ora presidente onorario dell’Anpi della Lombardia. Landini ha quindi chiuso l’assemblea con un lungo e appassionato discorso.

Il discorso di Pizzinato è stato utile e concreto. Ricordando le tappe fondamentali delle conquiste sindacali, Pizzinato ha voluto rimarcare come le forme dell’organizzazione sindacale siano parte costitutiva del processo democratico codificato dalla Costituzione e che queste forme sono riuscite a conquistare diritti fondamentali solo quando, partendo dal basso, cioè dall’esperienza diretta dei lavoratori in fabbrica, sono riuscite a costruire contrattualmente l’unità del mondo del lavoro adeguandosi alle trasformazioni sociali e tecniche conosciute di volta in volta dal mondo della produzione. Esempi: di fronte alla polverizzazione del mondo dell’impresa fordista (a Senso San Giovanni, dalle grandi imprese si è passati a realtà produttive di circa 15 unità) e alla pletora di contratti presenti in una stessa azienda; stante il ritorno a forme arcaiche di condizioni di lavoro promosse dal Job Act ed ad un mondo del lavoro scientemente segmentato (subappalti a cooperative di lavoro, lavoro femminile ecc.): ebbene, stante questa condizione di fatto del mondo del lavoro, che riporta l’Italia agli anni cinquanta, secondo l’anziano leader sindacale si deve tentare di passare, da un lato, ad un contratto unico dell’industria per le grandi realtà produttive e, dall’altro lato, ad un contratto “di distretto territoriale” per tutte le altre realtà produttive. Netto il giudizio su Renzi e il PD: il Job Act è uno snaturamento della Carta costituzionale anche nel metodo della sua approvazione: le leggi, infatti, dovrebbero essere opera del Parlamento e non del Governo e i decreti legislativi del Governo devono accogliere le osservazioni delle commissioni parlamentari. Mi permetto di aggiungere che la firma, senza colpo ferire e commenti, del Job Act da parte del Presidente della Repubblica non fa ben sperare sul suo profilo politico futuro.

Landini approfondisce questa linea di pensiero: l’obiettivo è quello di ricostruire l’unità del mondo del lavoro, unico strumento per rivendicare e raggiungere uniformità ed estensione dei diritti. Il giudizio sulla politica giuslavoristica di Renzi è senza appello: non solo il dualismo tra protetti e non protetti porterà gradualmente ma inesorabilmente alla scomparsa dei primi, ma viene negato alla radice lo Statuto dei lavoratori e la possibilità stessa dell’esistenza del sindacato nella sua essenza più fondamentale, cioè come strumento e diritto di coalizione dei lavoratori per rivendicare ulteriori diritti e migliorare le condizioni di lavoro e di esistenza. La politica di Renzi è quella di Confindustria e, prim’ancora, quella della Fiat, che mira ad arrivare, come da tradizione, al “sindacato giallo”. Sul piano sindacale la strategia di Landini è lucida e ambiziosa: stante il dualismo che il Job Act introduce (protetti e non protetti) si tratta di tentare di estendere le protezioni avviando una stagione di lotte. Sul piano politico lo scopo è quello di attaccare la nuova legislazione vuoi via referendum, vuoi promuovendo un nuovo Statuto dei lavoratori, come proposto dall’intera Cgil, anche con iniziativa di legge. Nessun partito all’orizzonte, dunque, ma definizione di una strategia di riunificazione del lavoro che travalica il mondo dell’azienda e che mira a ridefinire il ruolo del sindacato. Si tratta di costruire una serie di alleanze sociali con tutti quei soggetti che ritengono i diritti del lavoro la pietra costitutiva e imprescindibile della democrazia. La presa di distanze dal “leaderismo” che contraddistingue la politica di oggi è netta e Landini rivendica il fatto che la “coalizione sociale” è un percorso nato dal basso e portato avanti da tempo dall’intera Fiom.

Per quale motivo i media danno tanto risalto a Landini? Come afferma Landini, perché le classi oggi dominanti, di cui il PD è espressione di governo, temono la partecipazione e temono che l’immenso partito dei non votanti finalmente ritrovi una solida rappresentanza politica. L’insistenza con la quale si accusa Landini di “fare politica e non sindacato” è pretestuosa: come non capire che le condizioni di lavoro aziendali non sono che un riflesso anche delle condizioni ambientali nelle quali l’azienda opera? Non c’è forse voluto l’intervento del Governo e l’istituzione di una legge per modificare radicalmente le condizioni di lavoro aziendali? Non è forse stato un intervento esterno, frutto di un ben meditato disegno di una organizzazione inter-aziendale come Confindustria, per rottamare, tendenzialmente e definitivamente, il contratto nazionale?

Ma c’è di più: l’accusa “Landini fa politica” segnala che le classi dominanti hanno paura dell’unica forma organizzata rimasta in grado di dare una coscienza politica e unitaria al lavoro, appunto il sindacato. Dal palco si è ricordato come l’iper sfruttamento del lavoro si compia grazie alle cooperative; e come non ricordare che c’è voluto un ministro di Lega-coop per varare il Job Act? Il mondo della cooperazione, insomma, appare ormai totalmente fagocitato dalla logica del profitto. E i partiti? Ciò che vediamo sotto i nostri occhi – è stato rimarcato nei lavori – dimostra come essi non contengano nemmeno più un briciolo di rappresentanza del lavoro e si è dovuto aspettare il PD di Renzi per veder realizzato il programma della destra berlusconiana e di Confindustria.

Dunque la Fiom rappresenta un pericolo in quanto ultima forma organizzata e antagonista del lavoro. Ciò significa che tenteranno in tutti i modi di tagliare le gambe a quest’ultimo residuo di organizzazione. Come? Ecco l’importanza dell’accusa di “fare politica e non sindacato”. E’ azzardato e irrispettoso pensare che si tenterà di spingere l’organizzazione “madre” (che poi storicamente è “figlia”), il sindacato della Camusso, a liquidare questa nuova esperienza, tagliandole le gambe dall’interno, proprio in nome dell’antipolitica? Lo scontro sarà aspro, se scontro sarà; non sono mancate, del resto, le stoccate di Landini, che ha lamentato l’assenza di regole sulla rappresentanza sindacale e l’assenza di un reale e continuo rapporto con i lavoratori da parte della Cgil. Che lo scontro potrebbe essere aspro lo dimostra anche il fatto che il sistema partitico e aziendale vigente (con la complicità di qualche sigla sindacale) ovviamente non rinuncerà a fare attorno alla Fiom terra bruciata, giustificando (in un modo o nell’altro) e promuovendo tutte le ben conosciute forme di discriminazione antisidacale sperimentate dal capitalismo italiano e opportunamente ricordate, per importanza anche quantitativa (oltre 500mila licenziamenti negli anni sessanta-settanta), da Pizzinato.

La Fiom e i temi sindacali dell’industra potrebbero apparire residuali nel panorama di oggi. E invece non lo sono affatto. Anzitutto a causa del processo di proletarizzazione (e probabilmente di sotto-proletarizzazione, vista la crescente disoccupazione tecnologica) di larghi strati di popolazione usciti da quella condizione da una o due generazioni. In secondo luogo perché quanto sperimentato a livello industriale è essenziale per comprendere ciò che si vuole sperimentare ad ogni livello, cioè nel pubblico impiego, nelle scuole, nelle università, in ogni ambito sociale e lavorativo: segmentare il mercato del lavoro rompendone, in ogni modo – contrattuale, “meritocratico”, politico, morale, sindacale, etnico, regionale ecc. –, l’unità ed inoculando ed esasperando forme di concorrenza interindividuale fra i lavoratori. Come ha ricordato più volte Landini, è l’individuo in concorrenza con ogni altro individuo che si vuole porre al centro della società. In terzo luogo perché si dovrebbe essere consapevoli che uno dei perni imprescindibili della moderna liberal-democrazia è il movimento dei lavoratori. Non è dunque un caso che le riforme istituzionali antidemocratiche del PD di Renzi – legge elettorale, riforma del Senato, Province di nominati – facciano il paio con il Job Act. Infine: vorrei ricordare che la Fiom rappresenta i lavoratori dell’industria metalmeccanica, cioè di uno dei settori fondamentali dell’economia che produce reale ricchezza.

Si possono dunque comprendere le cautele e le insistenze di Landini nell’affermare che il suo progetto vuole rimanere nei limiti del sindacato: fuori dal sindacato ogni tentativo di ricomposizione del lavoro e della società rimane, oggi, di fatto, senza basi organizzative. Rimane tuttavia esasperante questa enorme e condivisa titubanza nell’affrontare di petto il problema della politica. Storicamente, se è vero che il sindacato è intrinsecamente politico è anche vero che il tema politico deve diventare un problema in sé e per sé. L’Italia del lavoro sembra davvero terrorizzata dal tema del “partito”. Certo, vi sono precise ragioni storiche che spiegano questo atteggiamento: il fallimento del socialismo reale è in buona parte il fallimento di un modello di organizzazione partitica della società; la storia partitica italiana è fatta di clientelismo, malaffare, verticismo, impreparazione, pressappochismo, arrivismo e quant’altro. Infine: come dar torto a Rodotà che insiste nel sottolineare che non è possibile far perno sui residui o nuovi partiti(ni) oggi esistenti, ostinatamente prigionieri di logiche da condominio. Tuttavia, una volta che si voglia travalicare l’orizzonte dell’azienda la strada è obbligata. E non si può dimenticare che l’esperienza della democrazia italiana è stata in primo luogo organizzata dai partiti. Appaiono, insomma, autolesioniste scorciatoie quelle che hanno teso a non affrontare seriamente il tema “partito”. Rifondazione ha fatto la fine che ha fatto anche perché ha deliberatamente rinunciato a creare un partito ed una classe dirigente, preferendo il modello imperniato sul “caudillo”, modello poi riproposto da Sel e da tutto il pulviscolo politico che continuamente rinasce a sinistra, sempre terrorizzato dal partitismo e sempre venato da anarchismo. Anche M5S è caduto nello stesso errore: poiché la politica vuole necessariamente organizzazione, non porsi il problema del partito ha significato instaurare un modello verticistico e proprietario, opaco, clandestino, spesso incapace di agire e di incidere. E che dire del Pd e di tutti gli altri? Il “decisionismo” fa perno sul partito concepito come “comitato elettorale”, come “cerchio magico del leader”, come “cabine di regia” infarcite di “consulenti”: e si tratta di un modello che è stato del tutto funzionale alla destrutturazione della democrazia politica e sociale del Paese.

E’ evidente che da “esterno” non tutto è comprensibile del modo d’agire di Landini e della Fiom e tanta prudenza avrà probabilmente le sue ragioni, che ho provato ad indicare. Ho comunque avuto l’impressione che Landini abbia effettive qualità umane e politiche e che la Fiom sia riuscita ad esprime un dirigente vero, cioè una persona e, mi immagino e auspico, un gruppo dirigente, che la leadership l’hanno conquistata sul campo, anno dopo anno, battaglia dopo battaglia, cercando di trovare un nesso coerente tra teoria e prassi, dalla prima alla seconda e dalla seconda alla prima. Mi pare, inoltre, che la Fiom sia convinta di avere una certa forza sul piano sociale. L’idea di portare l’organizzazione del lavoro anzitutto sul piano sociale e poi, o comunque parallelamente anche sul piano politico, cercando interlocutori nei partiti esistenti e solo e forse in ultima istanza ponendosi il problema politico e partitico in sé, potrebbe fare uscire dalle secche attuali dell’elettoralismo. Viviamo, infatti, un tempo in cui le elezioni sono diventate l’unico e vero momento organizzativo della politica. In un periodo di acutissima crisi vi sono immensi spazi da percorrere, sol che si abbiano idee chiare e forza organizzativa.

Ma se questa è la strada che, prudentemente e per non bruciarsi gli unici strumenti d’azione rimasti, si vuole percorrere, allora che una idea precisa e strutturata di organizzazione sociale “anticiclica” – nuove forme di mutualismo, di assistenza alla disoccupazione, squadre di lavoro, di fruizione di diritti o di rimozione di ostacoli economico-sociali al loro godimento – venga proposta al più presto. La politica e la vita reale hanno tempi che non sono quelli di una organizzazione sindacale e viviamo tempi in cui rivoluzionaria, “radicale”, appare la strutturazione di una azione “anticiclica”. Come ai tempi del “cartismo”, insomma. [Luca Michelini da Democrazia economica]

 

Michelini/ Non basta condannare

jscAnche a Como c’è chi, dopo avere espresso solidarietà alle vittime della strage di Parigi, riafferma convinzioni favorevoli alla limitazione della libertà di stampa e di satira e ripropone la tesi che vorrebbe le vittime in qualche modo diventare colpevoli per avere osato fare satira ritenuta inammissibile. Luca Michelini nota che a Como non esiste satira politica e ricorda come tra i tanti difensori di Charlie vi siano, soprattutto in Italia, censori sopraffini, cioè politici e religiosi che hanno perseguitato in modo sistematico la critica, e la satira, al potere.

«#Je suis Charlie

  1. Leggo che un autorevole esponente della comunità islamica di Como condanna, sì, il massacro terroristico, ma poi aggiunge che le vignette del celebre giornale francese avevano offeso i musulmani[1]. Non molto diversa, anzi forse più dura, la dichiarazione di un noto parroco cattolico di Como[2].

Mi sembrano dichiarazioni del tutto inaccettabili: la democrazia consiste nella libertà di dissacrare qualsiasi cosa, come forma di critica estrema: desacralizzare le religioni; desacralizzare  qualsiasi costruzione ideologica e culturale; desacralizzare, in ultima analisi, il potere, in ogni sua forma. Perché desacralizzare significa ricordare o scoprire, con un tratto di penna e una risata di cuore, che religioni, ideologie, culture, poteri non hanno nulla di inviolabile, di eterno, di immutabile, ma sono pure e semplici costruzioni umane. Ricordarsi, o scoprire con una risata, che tutto ciò ha origine umane, significa scoprire l’errore, l’evoluzione, il cambiamento, il progresso. Desacralizzare ha costituito, storicamente, il disvelamento di come il sacro, in qualsiasi forma si sia manifestato (religiosa, ideologica, politica, culturale) abbia costituito il sostegno fondamentale del potere e soprattutto del potere fondato sul privilegio e sulle diseguaglianze, sullo sfruttamento di alcuni uomini e donne ai danni di altri uomini e donne.

  1. Non basta, dunque, condannare. Come giustamente scrive Flores D’Arcais:

L’altro islam è una vittima, si sottolinea. Senza dubbio. Ad un patto: che questo altro islam parli in modo forte, chiaro, senza contorsionismi semantici, e con adamantina coerenza di comportamenti. Non basta perciò che condanni come mostruosa la strage di rue Nicolas Appert 10 (ci mancherebbe!) è ineludibile che riconosca la legittimità e la normalità democratica di quanto Charlie praticava in modo esemplare per intransigenza: il diritto di criticare tanto i fanti che i santi, fino alla Madonna, al Profeta e a Dio stesso nelle sue multiformi confessioni concorrenziali. Anche, e verrebbe da dire soprattutto, quando tale critica è vissuta dal credente come un’offesa alla propria fede. Questo esige la libertà democratica, poiché tale diritto svanisce se dei suoi limiti diviene arbitro e padrone il fedele[3].

  1. Opportunamente Travaglio ha notato, nell’ultima puntata di Servizio pubblico[4], come tra i tanti difensori di Charlie vi siano, soprattutto in Italia, censori sopraffini, cioè politici e religiosi che hanno perseguitato in modo sistematico la critica, e la satira, al potere. Anche nel comasco non mancano esempi, se pur in piccolissima scala: ancora mi ricordo di come il sindaco di Cantù (che non ha fatto proprio lo slogano #Je suis Charlie, ma quello #Je suis Ahmed, il nome del polizziotto barbaramente trucidato dai terroristi: il sindaco non vuole fare di tutto l’Islam un fascio[5]) si sia personalmente “offeso” (a nome della cittadina, nientemeno) per un mio testo in cui prendevo in giro le aperture “democratiche” ai raduni nazi-fascisti della sua giunta[6]. A Como non esiste satira politica locale: nessun vignettista che prende in giro il potere, in ogni sua forma, anche quella religiosa. Non può dunque sorprendere tanta tiepidezza e tanta ambiguità nei confronti delle libertà democratiche.
  1. Naturalmente i “capi” religiosi sottolineano il fatto che la diffusa impreparazione culturale delle “masse” è facile che renda inevitabile, lasciando intendere a chi vuol intendere, il ricorso alla violenza come rispota all’offesa. Peccato che le religioni di ogni natura e latitudine abbiano ostacolato, e continuino ad ostacolare, la scuola pubblica laica, cioè l’unico vero strumento di tolleranza esistente. O davvero si crede che balcanizzare religiosamente le scuole, come si vorrebbe, potrà costituire la base di una civile convivenza? Disseminiamo il Paese di scuole confessionali di ogni risma e sorta e lo spirito di tolleranza sarà proprio il primo a morire, con il Paese tutto.
  1. Non sono un esperto di storia dell’Islam e dei Paesi islamici. Ma proprio per questo per affrontare il tema del rapporto tra politica ed Islam mi sembrano indispensabili alcune cautele metodologice. Non si tratta di lanciarsi in spericolate disquisizioni circa la natura dell’Islam. Come sarebbe privo di senso, ritengo, proporre simili analisi per altre religioni. Si tratta di capire, invece, quali siano stati nel tempo, e quali siano oggi, i nessi tra Islam e politica. Il tema è fondamentale e non affrontarlo in modo serio e preparato significa compiere un errore madornale.

In concreto: il tema è quello di capire se e in quali termini i partiti di ispirazione islamica esistenti, e   la multiforme religione islamica oggi operante (la religione come cultura, cioè come modo di vita), accetta i valori fondamentali delle democrazie occidentali.

Si tratta di un’analisi che non deve, ovviamente, sacralizzare l’Occidente. Al contrario, visto il deciso processo involutivo attraversato dalle democrazie Occidentali (anche grazie alle destre cristiane), e da quella italiana in modo particolare, si tratta di capire anche quale tipo di “democrazia” questo islam politico e religioso voglia condividere o contribuire ad elaborare.

  1. La Costituzione italiana è complessa: riconosce la libertà religiosa, ma poi attribuisce di fatto un ruolo del tutto particolare alla religione cattolica. Personalmente non professo alcun credo religioso e ritengo sia stato un errore inserire i Patti Lateranensi in Costituzione. In nome della laicità non sono tuttavia disposto ad accettare una penetrazione religiosa oscurantista ed islamica: sul piano politico, come sul piano dei rapporti tra i generi, un fondamentale argomento. Per quanto profondamente legato alla tradizione materialista, non posso far finta di non sapere che una parte della cultura e dei movimenti politici che hanno segnato importanti tappe per l’emancipazione umana hanno una origine cristiana. La storia del mio Paese, è stata segnata dalla dialettica, talvolta asprissima e violenta, tra religione cattolica e umanesimo laico, se non ateo. E la sintesi che ne è emersa è stata, per lungo tempo, un luogo ed uno spazio di indubbia civiltà. Con l’annientamento, dall’interno, dei movimenti di ispirazione libertaria, in Italia oggi non posso che constatare come sia soltanto nella Chiesa di Papa Francesco a rimanere un briciolo si sensatezza anticapitalista. Non sarà certo dunque in nome di astratti principi di laicità che darò il mio contributo a riportare le lancette della storia indietro nel tempo di secoli interi.
  1. Spazio alle moschee, dunque? E sia. Alle chiese di ogni religione? E sia. Ma mi verrebbe da dire: a patto che lo spazio per la cultura e l’istruzione umanistica e scientifica sia l’obiettivo primario della collettività; a patto che le politiche di integrazione diventino l’ossatura dell’intera politica economica del Paese. Che, invece, sembra sempre più votato a fare della diseguaglianza il perno della propria identità. Proprio coloro che oggi si battono a favore dell’integrazione e del dialogo e della libera cicrolazione di tutte le merci, comepresa la forza-lavoro (l’immigrazione), e a parole rifiutano la xenofobia della destra, sono in prima fila nell’attaccare in modo sistematico conquiste di civiltà come, appunto, la scuola pubblica, i diritti sociali, i diritti del lavoro, la legalità costituzionale, la moralità politica, accettando alleanze improponibili. Difficile in simile situazione puntare sull’ala moderata dell’Islam. Difficile smorzare la forza crescente della destra xenofoba, di qualsivoglia matrice essa sia. [çuca Michelini per ecoinformazioni]

[1]              http://www.comozero.it/it/post/safwat-el-sisi-l-egiziano-comasco-condanno-la-strage-di-parigi-ma-quelle-vignette-hanno-provocato-e-offeso-2-miliardi-di-islamici/

[2]              http://www.comozero.it/it/post/strage-di-parigi-don-agostino-clerici-non-soltanto-charlie-la-violenza-in-certe-vignette-pi-potente-di-un-kalashnikov/

[3]              http://temi.repubblica.it/micromega-online/eroi-della-democrazia-dio-ipocrisie/s

[4]              http://www.serviziopubblico.it/2015/01/travaglio-libera-satira-libero-stato/

[5]              http://www.comozero.it/it/post/strage-di-parigi-la-scelta-di-bizzozero-je-suis-ahmed/

[6]              https://ecoinformazioni.wordpress.com/2013/09/10/repubblica-autonoma-nazional-socialista-del-mobile/

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