Sudan/ un conflitto rimosso
Il 15 dicembre, alla Casa della Gioventù di Erba, si è tenuto un incontro pubblico dedicato al Sudan, promosso dal gruppo Insieme per il Sudan insieme a Ovci e a una rete ampia di associazioni del territorio. La serata, molto partecipata, voleva essere il primo passo per iniziare a raccontare un Paese e un conflitto spesso assenti dal dibattito pubblico europeo e poco raccontato dai media, pur rappresentando una delle più gravi crisi umanitarie del nostro tempo.
In apertura, Rita Giglio, consigliera di Ovci e Moez Ali Fatash Elmasri – sudanese della diaspora, dal 2019 in Italia – hanno ricostruito il contesto storico e politico del Sudan, ex colonia britannica amministrata insieme all’Egitto, attraversata da guerre civili fin dall’indipendenza del 1956. Dopo decenni di conflitti interni, la dittatura trentennale sotto la presidenza di Omar al-Bashir (1989-2019) ha aggravato in particolare la crisi del Darfur, regione abitata prevalentemente da popolazione nomade, dove il regime ha utilizzato milizie irregolari — i Janjaweed, letteralmente “demoni a cavallo”, poi formalizzati come Rapid Support Forces (RSF) — per reprimere la resistenza locale, con saccheggi e violenze sistematiche contro la popolazione civile.
Nel 2011 il Sud Sudan diventa uno stato indipendente, nel 2019 dopo un periodo di sommosse popolari al-Bashir viene deposto per formare un governo civile per portare il paese verso un assetto più democratico.
Il conflitto attuale esplode apertamente nell’aprile 2023, quando le RSF tentano la presa del potere militare entrando in scontro diretto con l’esercito regolare. Gli scontri, iniziati nella capitale Khartoum, colpiscono ospedali, università e quartieri residenziali, fino a trasformarsi in una guerra contro i civili fatta di saccheggi, stupri e omicidi. Dopo mesi di combattimenti e devastazioni, nel 2024 l’esercito riprende il controllo di Khartoum e di altre città, spingendo le milizie verso il Darfur, dove continua la repressione sistematica (genocidio) della popolazione locale da parte delle RSF a cui al-Bashir aveva affidato il controllo della regione.
Il conflitto è alimentato da forti ingerenze esterne: le RSF sono sostenute dagli Emirati Arabi Uniti per il controllo delle miniere d’oro sudanesi, mentre il governo regolare, inizialmente isolato, riceve l’appoggio militare da Russia, Iran e Turchia. Questo intreccio di interessi geopolitici ha un ruolo determinante nel prolungamento del conflitto, soprattutto per via dell’immobilismo della comunità internazionale e dell’Unione europea.
Le conseguenze umanitarie sono devastanti. Dall’aprile 2023 (almeno) 150 mila morti e oltre 12 milionitra profughi e sfollati interni, quelli che nel gergo tecnico si chiamano IDPs (Internally Displaced Persons). Il sistema sanitario, educativo ed economico è al collasso, i bisogni non riguardano solo chi scappa ma le comunità già fragili che si trovano ad accogliere gli sfollati.
Le organizzazioni umanitarie – ha spiegato Giulia Dal Cin, responsabile per Ovci in Sudan – operano in condizioni estremamente difficili spesso concentrandosi sull’emergenza tamponando le conseguenze, senza essere in grado di affrontare le cause strutturali. Sono 3 i livelli di bisogno umanitario:
- La distruzione dei sistemi sanitario, economico ed educativo a Karthoum e nelle zone più colpite dagli scontri;
- I bisogni della popolazione sfollata;
- I bisogni della popolazione ospitante, già fragile, che accoglie i nuovi arrivati.
In questo contesto drammatico, pesa la contraddizione delle politiche europee e italiane: mentre sarebbe necessaria una cooperazione internazionale forte e strutturale, i governi — compreso quello italiano — continuano a tagliare fondi alla cooperazione e all’accoglienza, contribuendo allo smantellamento del diritto d’asilo attraverso le nuove direttive europee. A fronte di violazioni sistematiche del diritto internazionale, l’Unione europea investe invece nel riarmo e nella spesa militare, alimentando indirettamente anche quei traffici di armi che, come nel caso del Sudan, sono parte integrante degli interessi economici e geopolitici che tengono in vita i conflitti.
La serata ha voluto essere il primo passo per rompere il silenzio sul Sudan e riflettere insieme su come continuare ad informarsi con fonti affidabili, sostenere economicamente chi nonostante tutto continua a lavorare sul campo, esercitare pressione politica su chi ci rappresenta: sono queste le forme concrete di una cittadinanza attiva che non si limiti alla compassione. «Resistere», ha ricordato in conclusione Giovanna Marelli, significa costruire reti consapevoli, tornare a dire “mi importa” sentire il peso dell’ingiustizia come inaccettabile e difendere, anche da qui, la dignità e i diritti di ogni persona. [Camilla Pizzi, ecoinformazioni] [Video e foto Camilla Pizzi, ecoinformazioni]








