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La fabbrica dei profumi, Seveso/ 50 anni dopo l’incidente

La fabbrica dei profumi: era chiamata così dai residenti del territorio l’ICMESA (Industrie Chimiche Meda Società Azionaria), che operava a confine con il comune di Seveso. Ben prima dell’incidente verificatosi nel reparto B dello stabilimento il giorno 10 luglio 1976, i residenti non erano estranei alle quotidiane esalazioni maleodoranti ed irrespirabili emesse nell’aria del territorio circostante, di fatto già inquinata, e agli sversamenti nel Tarò, affluente del fiume Seveso. Il giorno dell’incidente, la fuoriuscita di una nube densa e rossastra aprì una prima lunga settimana di paura e incertezza, quest’ultima alimentata dal silenzio di ICMESA e della casa madre Givaudan, già tuttavia in possesso delle analisi che dimostravano un’elevata dispersione di TCDD (diossina). L’evento innescò un’inevitabile rottura di quel patto tra cittadini lavoratori e territorio, secondo cui non erano previste, a livello legislativo e culturale, condizioni di vita e lavoro salvaguardate in materia di salute, specie al di fuori della fabbrica.

Presso l’ICMESA era attiva la produzione di composti chimici come il 2,4,5-triclorofenolo (TCP), impiegato nella fabbricazione di diserbanti e erbicidi. Il cosiddetto «disastro di Seveso» fu verosimilmente scatenato dalla mancata accensione del sistema di raffreddamento del reattore e dal conseguente superamento della temperatura di reazione chimica del 2,4,5-triclorofenossiacetico (2,4,5-T), che generò la sintesi di un elevato quantitativo di TCDD. Questa venne indirizzata in un sistema di sfogo d’emergenza, pensato appositamente per prevenire l’esplosione del reattore, che tuttavia non resse la pressione, disperdendo nell’atmosfera lo scarto chimico di reazione altamente inquinante. Si stima si siano depositati sul suolo circa 34 kg di diossina.

Solo il 19 luglio Givaudan diede notizia delle concentrazioni di diossina, della cui sintesi era a conoscenza il giorno stesso della fuoriuscita, sulla base di quanto documentato in altri incidenti industriali, tra cui quelli al tempo più recenti della Philips-Duphar ad Amsterdam e della Coalite and Chemical Products Company a Bolsover-Derbyshire nel Regno Unito. Tuttavia le conoscenze sul composto chimico erano ristrette a degli studi che giunsero per via aerea dalla National Academy of Sciences degli Stati Uniti d’America. Non si poté allora misurare la TCDD in alcun laboratorio al mondo, fortunatamente vennero tenuti da parte dei campioni di sangue le cui analisi rivelarono in seguito come le dosi sopportate dall’essere umano fossero equivalenti a 6000 volte quelle tollerate dagli animali, di cui ci fu grande moria.

Il 26 luglio si procedette all’evacuazione di buona parte del territorio facente parte dei comuni di Meda e Seveso, precedentemente suddiviso in tre macro aree: l’area A a più alta concentrazione; la B a contaminazione minore e pertanto non direttamente evacuata; la C o R come area di rispetto sotto monitoraggio.

Ad agosto iniziarono a manifestarsi i primi sintomi nella popolazione, per i quali venne istituita una commissione di esperti, italiani e non, medici ed epidemiologi, che iniziarono a svolgere numerosi test, circa 20 tipi di esami per persona, volti ad indagare le funzioni epatiche, renali, la conduzione nervosa; a monitorare gli aborti spontanei, la mortalità perinatale e le malformazioni congenite. Diversi furono gli effetti, tra cui la visibilissima cloracne, che colpì maggiormente la popolazione più giovane, orticarie, congiuntiviti, intossicazioni nervose e gastroenteriti, così come l’elevata mortalità nella zona A per malattie cardiovascolari.

Sempre nell’agosto del 1976 si aprì il dibattito sull’aborto, allora vietato in Italia. La Regione Lombardia, guidata da una giunta di centrosinistra, decise di applicare la legislazione, da poco vigente, secondo cui l’aborto terapeutico era consentito per la salvaguardia della salute delle donne gravide. Alcune interruzioni di gravidanza, di coloro che della zona contaminata ne fecero richiesta, vennero praticate presso la clinica Mangiagalli di Milano, tante altre vennero rinviate all’ospedale di Lubecca, nell’allora Germania ovest. La decisione vide contemporaneamente la mobilitazione da parte di movimenti ecclesiastici contrari, come Comunione e liberazione, alla quale si contrapposero diversi movimenti femministi e radicali nel tentativo di portare il tema dell’aborto all’interno di una lotta ben più vasta per i diritti civili in Italia.

Non solo, l’incidente si verificò all’indomani delle elezioni politiche che videro il riaffermarsi della Democrazia Cristiana assieme all’aumento dei consensi ottenuti dal Partito Comunista Italiano. Questa stagione politica, sul piano nazionale e altresì regionale, prevedeva una forma di collaborazione tra Dc e Pci, nel cosiddetto «governo delle astensioni», dove il conflitto, considerato fattore negativo in quanto distruttivo, doveva essere pertanto contenuto. L’aborto, in questa fase di cosiddetta «solidarietà nazionale», costituiva un tema divisivo e logorante. Inoltre, la Commissione parlamentare d’inchiesta sul disastro di Seveso, istituita nel 1977, giunse a una fase centrale dell’indagine nel 1978, anno in cui, con il sequestro di Moro, le forze politiche cercarono di mostrare un fronte unito davanti alla nazione. «Questa unanimità fu più apparente che reale, e venne ottenuta solo riducendo al minimo indispensabile nel testo finale i riferimenti alle questioni politicamente più delicate, come l’aborto o la bonifica» (Bruno Ziglioli, Un groviglio di problemi: le conseguenze politiche, istituzionali e amministrative di un disastro industriale, 2017 in «Ingegneria dell’ambiente», vol. 4, n. 1, p. 20).

La scelta della metodologia con la quale operare la bonifica dell’area inquinata costituì infatti un problema. Già nel luglio del 1976, la giunta lombarda rifiutò la proposta avanzata dal ministro dell’Interno Cossiga di nominare un commissario governativo, delegando la gestione dell’emergenza e le operazioni di bonifica alla Regione e agli enti locali. Venne incaricato un «assessore per Seveso», figura nella quale vennero concentrati tutti i poteri della giunta regionale, ruolo per il quale venne nominato l’allora sindaco di Como Antonio Spallino.

Vennero avanzate diverse ipotesi, tra cui quella elaborata dalla Givaudan di spargere sul terreno olio di oliva, che avrebbe disciolto la diossina rendendola, con l’azione della luce solare, non pericolosa. Tuttavia, nel settembre del 1976, Regione Lombardia optò per la combustione del terreno inquinato all’interno di forni inceneritori che sarebbero stati costruiti in corrispondenza dello stabilimento. Seppure sembrava accertato che la diossina si decomponesse a elevate temperature (sopra i 1200 °C), il progetto vide la mobilitazione delle comunità locali, le quali temevano che tale scelta avrebbe comportato una persistenza, o addirittura un’escalation della contaminazione. Si attestano perfino manifestazioni in piazza Duomo a Milano contro l’iniziativa regionale.

L’episodio di Seveso si inserisce in un quadro ben più ampio, erede dei decenni precedenti, duranti i quali la corsa al progresso industriale portò a produzioni dequalificate fortemente inquinanti, per non parlare del basso costo della manodopera. Molte delle risorse naturali erano state pertanto mercificate, sottoposte all’incontrollato consumo industriale. Allo stesso modo, la legislazione italiana in materia di tutela ambientale si rivelò fortemente inadeguata, nonché ripartita sulla base di deleghe a enti di settore non coordinati fra loro. A questo si aggiunse la visione culturale, secondo cui il rischio ambientale esisteva esclusivamente all’interno della fabbrica, senza tuttavia tenere conto dell’impatto sul territorio circostante. Nello specifico, all’ICMESA non vi erano le condizioni strutturali e le risorse umane per avviare un ulteriore ciclo di produzione del 2,4,5-T, ciclo la cui complessità procedurale aumentava il rischio di errore umano, ciò che poi comportò il disastro. Il fatto stesso che l’azienda chimica si trovasse in un’area densamente popolata evidenzia come venissero favorite scelte di mercato, laddove lo stabilimento di Meda era geograficamente prossimo alla casa madre Hoffmann-La Roche in Svizzera e, al contempo, ai centri industriali e del mercato finanziario di Milano.

Nell’aprile del 1983 si aprì il processo di primo grado, durante il quale il tribunale di Monza condannò due dirigenti, rispettivamente il direttore generale e il direttore tecnico del gruppo Givaudan, e tre tecnici dell’ICMESA, con l’accusa di disastro colposo e omissione dolose della cautele di sicurezza. Tuttavia, dal 1980 al 1983, la Givaudan, nel tentativo di limitare al massimo il numero della parti lese costituite in giudizio, per mezzo di transazioni private, offrì indennizzi economici in cambio della rinuncia a future azioni legali. Questi pagamenti non equivalevano pertanto al riconoscimento di una responsabilità giuridica diretta. A queste si aggiunsero accordi transattivi con lo Stato, la Regione Lombardia e i comuni colpiti.

Contemporaneamente iniziarono le operazioni di decontaminazione dell’area. Venne abbandonata l’idea di realizzare l’inceneritore, optando per la creazione di due vasche-discariche controllate, nella quali seppellire i residui tossici, tra cui il terreno superficiale inquinato, le carcasse degli animali deceduti, ma anche il mobilio della abitazioni abbandonate durante le evacuazioni o più in generale oggetti di uso personale, e le stesse escavatrici. I lavori ambientali e forestali iniziarono l’anno successivo, nel 1984, e si conclusero nel 1986. Il Bosco delle Querce venne impiantato in corrispondenza dell’area maggiormente inquinata dalla nube di diossina, ovvero la zona A, questa interamente bonificata attraverso la demolizione dei fabbricati. La scelta di costituire un bosco fu suggerita dai movimenti popolari nati a Seveso.

La risonanza internazionale si tradusse nell’emanazione da parte della Commissione europea della «Direttiva Seveso», per la prevenzione dei rischi industriali attraverso una politica comune tra gli stati europei.

Le conseguenze del disastro di Seveso non furono solo di carattere ambientale, in quanto ebbe anche un fortissimo impatto sociale, giudiziario e politico, non solo per le comunità locali, ma su scala nazionale. Dalle diverse pubblicazioni, nonché dai documentari realizzati in occasione dei cinquanta anni dall’incidente, emerge come la tendenza sia quella di edulcorare il racconto. Difatti, da una ricerca del 2007, condotta da un gruppo di sociologi dell’Università di Milano Bicocca, è risultato come, tra gli abitanti di Seveso il ricordo di quanto accaduto sia stato sottoposto al processo di rimozione, quello stesso che impedì la formazione di una memoria comune dell’evento. A questo si accompagna il fatto che il modello di sviluppo prorompente sia inalterato, dove la ricostruzione di una comunità, pur cercando di porre un freno a tale spinta, è parte di uno scenario territoriale nel quale coesistono, ancora oggi, le tracce della diossina. [Giulia Rho, ecoinformazioni]

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