Monte Goi, i miti e gli affetti non muoiono mai. Scrivo mentre sul tetto di casa mia continuano a passare elicotteri e Canadair. Da giovedì, nel primo pomeriggio, sganciano acqua sul Monte Goi.

E allora, prima di tutto, occorre dire grazie. Grazie a tutto il personale dei Vigili del fuoco, della Protezione civile, alla Polizia locale e a tutte le persone impegnate in queste ore per domare l’incendio.

Vedo con tanta amarezza questo polmone verde, che ha accompagnato la mia vita e quella di tanti albatesi, mentre viene devastato. Anni fa ci fu quella terribile tempesta che sradicò tantissimi alberi, ora un incendio: iniziato forse dall’altra parte, verso Lipomo, poi sceso verso Albate e, ieri sera, arrivato verso le case di Muggiò.

Un odore acre di bruciato. Dà fastidio a noi, nelle nostre case. E allora penso a quell’odore, purtroppo accompagnato dalla morte, che c’è stato a Gaza, che c’è in Ucraina e in tante altre zone di guerra.

Monte Goi. Quella collina verde che da anni vedo dietro il campanile della chiesa, con la chiesa attorniata dalle case. Una visione per me bellissima, che ho riportato tante volte nei manifesti che disegno e che ho fotografato mille volte: nella nebbia, con i due ripetitori lì da anni, con la neve — ormai tanto tempo fa — e al tramonto, quando il sole lo illumina e lo fa splendere. Immagini che me lo hanno fatto sempre amare.

Monte Goi, che non puoi separare dalla Baita e dalla sua storia. Un luogo costruito dalla gente di Albate tanti anni fa.

Monte Goi che, quando arrivai da Novara settant’anni fa, mi incuteva anche un po’ di paura. «Non salite al Monte Goi. Lì c’è una Baita, quasi in cima. È un covo di comunisti che mangiano i bambini…».

Scoprii invece che lì si mangiavano spaghettate colossali, tanto pane e salame e, oltre al vino, anche la spuma e la gazzosa. E le persone che la frequentavano erano uomini e donne, lavoratori e operai.

Oltre a questi appuntamenti di gioia, gestiti da un signore che aveva un motorino e un figlio che si chiamava Tino, d’estate veniva organizzato un campo solare per tanti ragazzi e ragazze che non potevano andare al mare. E la domenica si ballava: rock e lenti. Quanti primi baci, quanti amori, su quel Monte.

Monte Goi, con la pietra dove i coscritti per anni hanno segnato la loro data. Con i militari che, a piedi, ben allineati, raggiungevano dalla caserma di Como quella specie di valletta che separava la collina del Ronco dalle pendici del Monte. Andavano a esercitarsi al tiro a segno e poi noi ragazzi, dopo, andavamo a cercare i proiettili esplosi. E si sciava anche. O almeno, quando nevicava davvero, sulle sue pendici si imparava a sciare.

Monte Goi, luogo dove, durante i primi Grest proposti dall’Oratorio, si costruivano le capanne e si giocava a conquistare il terreno degli altri. Ricordate? I verdi contro i blu, i gialli contro i rossi. Giochi da ragazzi della Via Pal.

Monte Goi, luogo anche di cultura. Le iniziative dell’Agorà con le scuole, per far conoscere quei sassi preistorici, quel masso con le coppelle, segno della presenza dell’uomo in tempi lontanissimi. Le scuole portate dall’Ucc sul Monte, con le spiegazioni sulla fauna e sulla vegetazione.

Monte Goi, con una strada realizzata dall’Ucc sotto la presidenza Peverelli. E poi i lavori fatti dalla cooperativa che coinvolgeva le persone che abitavano al San Martino. Lo dico per farmi capire: quelli che allora chiamavamo «i matti» — perdonatemi se uso questa parola. Il loro lavoro, la realizzazione di quelle opere e l’idea della gestione successiva furono una grande esperienza sociale.

Per anni il Monte Goi e la sua Baita sono stati un luogo sociale. La gestione ha fatto parte dell’esperienza del Centro Fraternità di Cinisello, di don Corrado Fioravanti; poi la gestione della famiglia Castoldi, amici di don Sandro Zanzi. Monte Goi e Baita, segno di «festa» per tutti, nessuno escluso.

Ricorderete la Pasquetta in Baita, una delle feste più popolari mai realizzate nel quartiere. Organizzata per tanti anni dall’Us Albatese. Si cominciò portando alla Baita, con le jeep del Kerampa Club Como, ragazzi che altrimenti non avrebbero potuto raggiungerla. La Santa Messa al mattino con don Peduzzi, poi il pranzo, il Corpo Musicale Albatese, il salto al pollo, il tiro alla fune. Vincere uno di questi ultimi due giochi voleva dire diventare «eroi», almeno per qualche giorno, nel quartiere.

Poi, purtroppo, la gestione della Baita venne affidata a privati e, come succede a tante cose, la Pasquetta finì…

Venne realizzata anche una piccola baita per le persone meno giovani del quartiere. Tanti pomeriggi trascorsi a giocare a carte, raggiungendo il posto con la favolosa jeep di Clementino Roncoroni. Altri simboli, altri pezzi della storia del Monte Goi.

Per tre o quattro anni, una sera del mese di maggio, lassù venne recitato anche il Santo Rosario. Una preghiera che, inevitabilmente, finiva poi attorno a una tavola imbandita.

E oggi guardo ancora il Monte Goi. È nuovamente ferito, questa volta dal fuoco. Ma penso, e credo, che rinascerà. Ne sono convinto. Rinascerà grazie anche a chi, in questi giorni, ha lavorato e sta lavorando senza sosta per domare l’incendio. Ma soprattutto rinascerà perché i miti e gli affetti non muoiono mai. [Luiigi Nessi, ecoinformazioni]

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