Ida Sala/ In ricordo di Giorgio

Mi ha fatto un sorrisone a tutto campo quando sono andata a trovarlo, il giorno prima della sua morte, poi con un filo di voce ha chiesto alla mia assistente «me la presenti?». Aveva buone maniere ed era gentile, ma li ho capito che quella gentilezza era radicata nell’anima, non solo nell’educazione ricevuta. Avevo conosciuto Giorgio Lavatelli nel 1974, quando è arrivato in bicicletta da Como fino a Casatenovo, dove abitavo con i miei genitori, in una cascina fuori dal paese. A quel tempo era un volontario della Uildm (Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare) ed era venuto a cercarmi su segnalazione di due fratelli miei compaesani, anch’essi beneficiati dalla sua presenza.


Mi raccontò che con altri amici stavano aprendo una comunità e mi offrì la possibilità di ospitarmi nei giorni in cui avrei dovuto dare l’esame di prima magistrale, esame che stavo preparando come privatista.
Probabilmente se lo dimenticò, ma l’anno successivo telefonai e all’ignaro interlocutore oltre l’apparecchio annunciai il mio imminente arrivo. Quell’ambiente si rivelò così ricco di esperienze, di persone, di storie, di sogni, di amori, di possibilità, che non riuscii più ad andarmene.
Lui, e tutti quelli che hanno contribuito alla creazione di quell’esperienza, credevano profondamente che la comunità la Casaccia portasse in sé, nel concreto e non solo a parole, il germe del cambiamento verso una società più giusta e libertaria… E forse in qualche modo è proprio così.
Era umile, Giorgio: tanto riusciva a destreggiarsi nel ruolo di figura di riferimento per tutti coloro che arrivavano, che fosse gente mossa dal bisogno materiale, come noi persone con disabilità o come quelle tossicodipendenti, altrettanto bene riusciva ad accogliere coloro che arrivavano mossi dal bisogno di essere ascoltate, di senso o di compagnia. In questo ruolo di “guida”, che non mi sembra si fosse cercato, gli arrivavano tanti onori e riconoscimenti, ma anche tante critiche. Lui però tirava dritto senza scomporsi, accompagnato dal suo fare divertito e un tantino ironico.
Ma sapeva farsi da parte con garbo e discrezione, come quando, felici di aver conquistato (sempre grazie all’attivarsi suo e degli altri amici promotori della Casaccia) la casa al piano terra dove ciascuno di noi poteva avere la sua stanza, noialtre persone con disabilità rimaste l’abbiamo estromesso dalla nascente nuova esperienza, perché non restava spazio per lui, l’unico fra tutti a voler continuare l’esperienza comunitaria. Noi però puntavamo all’autodeterminazione, chi più chi meno consapevoli dell’importanza politica di promuovere la vita indipendente delle persone con disabilità. Nessun mea culpa, nessun tradimento, ma solo l’evolvere della consapevolezza di avere desideri e sogni e diritti come tutte e tutti.
Ha chiuso la sua esperienza sulla terra accompagnato dalla musica degli amici del D’AltroCanto, ai quali ha cercato di aggiungere la sua voce nel canto “Or che innalzato è l’albero”. L’albero della libertà, quello che ha contribuito a innalzare. Sono felice che sia finita così.
Grazie Giorgio. [Ida Sala per ecoinformazioni]

[D’altrocanto al circolo Arci Mirabello di Cantù/ 31 maggio 2025/ Foto Gianpaolo Rosso]

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