Lavoro

Dalle militanze al volontariato: un approfondimento critico

00-ParediCopertinaSi è tenuto sabato pomeriggio 11 maggio 2013, a Como presso la Circoscrizione 3 di Camerlata, un nuovo appuntamento del progetto “Lavoro/memoria” promosso dall’Istituto di Storia Contemporanea Pier Amato Perretta con la partecipazione di Acli, Cgil, Cisl e Uil, dedicato al tema dell’evoluzione dell’impegno sociale e politico “dalle militanze al volontariato”. Guarda i video sul canale Yotube di ecoinformazioni.

(altro…)

Nel Comasco impraticabile lo sciopero degli stranieri del 1° marzo. Ci sarà un presidio a Cantù, esempio di città poco accogliente

Domenica 7 febbraio 2010, il salone Noseda della Camera del Lavoro di Como è pressoché pieno per l’assemblea indetta per valutare le iniziative da prendere in occasione del prossimo 1° marzo, giornata per la quale diverse associazioni degli immigrati hanno lanciato la proposta di manifestazioni e altre forme di protesta, che i mezzi di informazione nazionale hanno sintetizzato sotto la formula dello “sciopero degli immigrati”.

La sala è gremita e numerose persone sono visibilmente straniere, per la maggior parte provenienti dal continente africano (qualche altro viene dai paesi asiatici, sembrano mancare invece gli immigrati del Maghreb, dell’Europa dell’Est e dell’America Latina); nutrita è anche la presenza di italiani.
In apertura, l’introduzione è svolta da due membri dell’associazione 3 Febbraio di Erba, che sottolineano come sia non più rimandabile la discussione sul presente e sul futuro degli immigrati, sul dilagare del razzismo, sul ruolo delle istituzioni; da questo punto di vista il 1° marzo è un’occasione, la tappa di un percorso tutto da costruire. Thierno Gaye scandisce che non c’è alcuna decisione già presa, che l’ipotesi dello “sciopero” presenta molte controindicazioni, che invece l’assemblea serve proprio a cominciare a mettere a fuoco il “che fare”.
Tocca a Daima di Milano, portavoce del comitato “Una giornata senza di noi”, chiarire come è nata la giornata del 1° marzo e che cosa si propone. In primo luogo si tratta di un’iniziativa europea, che vuole mettere in primo piano realtà, problemi ed esigenze dei “nuovi cittadini europei”; in quest’ottica l’ipotesi dello sciopero è solo una delle tante, e soprattutto è solo un elemento in un quadro che si vorrebbe costruire con le tante realtà radicate localmente, in uno sforzo di massima creatività. Lo stesso documento che si propone come base per la giornata è solo un punto di partenza per elaborare una piattaforma comune per il dopo 1° marzo, così come è uno strumento di diffusione dell’idea il simbolo proposto – un nastro giallo – da esibire in tutte le occasioni.
La discussione che segue mette a fuoco l’unanime convinzione che l’organizzazione di una giornata di attenzione sulla realtà delle persone immigrate sia comunque un dato positivo, pur nella diversità – a volte anche sensibile – di opinioni. C’è chi sottolinea che il fronte antirazzista è stato rotto anche dall’interno e chi si appella alla buona volontà comune, chi lamenta la genericità delle parole d’ordine fin qui elaborate e quindi l’esigenza di procedere rapidamente alla messa a punto di una piattaforma e chi propone di impegnarsi subito nel concreto rimandando le discussioni a dopo. Nella pacata analisi dei problemi quotidiani della maggior parte delle persone immigrate irrompe il drammatico richiamo alla realtà dei Centri di Identificazione ed Espulsione, teatri di violenze e di negazione dei diritti; d’altra parte si fa strada anche la rivendicazione del diritto di voto, viatico per una più adeguata considerazione dei diritti di tutti e – reciprocamente – la considerazione che l’insistenza sullo sciopero riduca nuovamente le persone immigrate a un mero elemento economico (che vale, o non vale, solo per la sua presenza/efficienza).
La discussione procede quindi su più binari, in forma tutt’altro che rituale e con la partecipazione di molte persone, straniere e italiane, fino alla stretta finale sull’organizzazione.
Nella zona comasca sembra ai più impraticabile l’ipotesi dello sciopero e anche quella di una vera e propria manifestazione appare prematura; si propone quindi l’organizzazione di un presidio a Cantù, identificata come la città più significativa dal punto di vista delle scelte discriminatorie prese dalla giunta; il presidio deve avere carattere fortemente unitario: niente bandiere di organizzazione o di nazioni, meglio la bandiera iridata della pace, oltre al nastro e agli striscioni gialli. Questo momento di maggiore impatto deve essere preparato con momenti di presidio e di volantinaggio in tutti i centri principali della provincia – e soprattutto a Como, Erba, Cantù stessa – nel fine settimana del 20 e 21 febbraio, e con un’assemblea pubblica plenaria da organizzarsi a Como per il 23 o 24 febbraio. Nel frattempo, un comitato organizzativo si è impegnato a mettere a punto i materiali necessari e a cercare di coinvolgere anche le comunità nazionali ancora poco avvertite del movimento di preparazione del 1° marzo. [Fabio Cani, ecoinformazioni]

No mobbing

images1Mobbing: Lavoro… Perché mi perseguiti? Nella sala della Biblioteca comunale di Como, davanti ad una platea di oltre cento persone si è svolta, lunedì 3 novembre, la prima serata, moderata dal dottor Antonio Paddeu, organizzata dalla neonata associazione No-mob di Como.

Dopo la presentazione dell’avvocato Mario Lavatellli degli scopi statutari dell’Associazione, tra cui quello di offrire un aiuto psicologico e giuridico a tutti coloro che si ritengono vittime di tale fenomeno in crescente diffusione, l’avvocata Grazia Villa ha introdotto il tema della serata: Mobbing: Lavoro… Perché mi perseguiti?
In particolare è stata illustrata la scelta necessaria di mettere a confronto le due principali competenze idonee ad affrontare il fenomeno complesso del mobbing: quella giuridica e quella psicologica.
La dottoressa Carla Gaffuri, psicologa, con grafici molto efficaci, ha delineato quali sono oggi le caratteristiche delle patologie e dei probabili danni alla salute derivanti da tutte quelle vessazioni, discriminazioni, persecuzioni plurime e reiterate nel tempo subite, di norma nel luogo di lavoro (anche se da qualche tempo si parla anche di mobbing familiare) da soggetti messi nelle condizioni di non reagire dal datore di lavoro, dai dirigenti o dai colleghi, che vanno a configurare il c.d. mobbing.
Nell’illustrare i dati che portano i medici alla diagnosi psicologica è stata evidenziata l’evoluzione negli ultimi anni degli strumenti di indagine, unitamente ai possibili rimedi: primo fra tutti la non così ovvia rimozione dei comportamenti dannosi messi in atto nei confronti delle vittime (più donne che uomini!).
Su questa possibile rimozione e, più in generale, sui rimedi giuridici si è soffermato l’altro relatore, l’avvocato Alberto Guariso, giurislavorista, del Foro di Milano.
Oltre a confermare la nota assenza di un supporto normativo specifico in materia di mobbing, il fatto che non esista in Italia una legge che disciplini il fenomeno del mobbing, Il legale si è soffermato sia sugli attuali possibili strumenti di tutela giudiziaria, sia su alcune ipotesi di normativa futura.
Guariso, infatti, ha suggerito al legislatore di allargare a questa fattispecie giuridica quelle norme già entrate in vigore nel nostro ordinamento, anche se poco conosciute e poco utilizzate, a seguito di ratifica delle direttive europee, in materia di discriminazione di razza, di genere, di religione.
Norme efficaci, almeno sulla carta, perché supportate da un impianto sanzionatorio anche penale, ma soprattutto perché impongono al datore di lavoro di rimuovere tutte le condotte illecite, portando a quella eliminazione dei comportamenti che feriscono la dignità della persona e la sua integrità psicofisica.
In attesa dell’accoglimento di questi suggerimenti, pur non nascondendo le difficoltà a veder riconosciuto dal giudice un danno da mobbing, il legale ha sostenuto che partendo dalle leggi esistenti è possibile ritrovare singoli pezzi di tutela.
Dopo aver brevemente ricordato le sempre più voluminose sentenze in materia, sono stati evidenziate le motivazioni del perché non sempre siano favorevoli al mobbizzato, ciò principalmente a causa delle difficoltà collegate al problema di provare davanti al giudice, non tanto l’esistenza del danno alla salute sempre più facilmente accertabile, tramite le Cliniche del lavoro specializzate, ma che questo danno sia stato determinato nel luogo di lavoro e attraverso atteggiamenti persecutori.
Queste gravi difficoltà, ampiamente in evidenza dagli interventi del pubblico, legati ad esperienze di sofferenza personale, sono determinate dal vuoto che si crea introno alla vittima, dalle omertà e dai silenzi complici, dal timore di offrire una testimonianza, e non da ultimo dalla fatica di trovare dentro il dolore delle vittima l’energia e la forza di intraprendere una “battaglia legale” con tali margini di incertezza.
Altri interventi hanno sottolineato ulteriori strumenti di tutela giuridica, compresa quella penale, o di aiuto psicologico offerto anche dalle strutture sanitarie pubbliche.
Il bilancio della serata, pur caratterizzato da sano realismo, è stato positivo perché ha aperto non solo speranze di tutela attuale, ma prospettive di cambiamento sulle quali l’associazione No-mob potrà continuare a lavorare. [Grazia Villa, per ecoinformazioni]

Una ventina di lavoratori della sanità privata in presidio davanti al Valduce

Durante lo sciopero indetto dalle Rsu per informare la popolazione comasca sulla difficile situazione degli stipendi dei lavoratori della sanità privata, aspettando un rinnovo economico in ritardo di 30 mesi.

Mentre a Roma i lavoratori della sanità privata chiedono con un corteo alle associazioni datoriali di aprire un tavolo di trattativa per il rinnovo del contratto, anche a Como è stata organizzata una iniziativa di protesta. Oltre allo sciopero nazionale, le Rsu comasche si sono date appuntamento la mattina di giovedì 18 settembre per un presidio con volantinaggio davanti all’ospedale Valduce, fiore all’occhiello della sanità privata comasca, nonché «l’ospedale dei comaschi – tiene a sottolineare un delegato che lavora nella struttura – quello a cui i cittadini si rivolgono per le emergenze e gli esami».
Nulla è cambiato quindi negli ultimi 30 mesi, dal 2005, anno in cui si sarebbe dovuta rinnovare la parte economica del contratto che interessa in tutta Italia 150 mila persone. E mentre gli adeguamenti di stipendio si sono concretizzati per i colleghi della sanità pubblica, i salari di Asa, Oss e infermieri professionali che operano nel campo privato sono fermi al 2003, ultimo anno di rinnovo del contratto.
I sindacati puntano il dito contro le tre associazioni datoriali (Aris, Aiop e Fondazione Don Gnocchi) ree di non volersi nemmeno sedere al tavolo delle trattative. «I padroncini della sanità privata – hanno spiegato Germana Fani della Uil Fpl – propongono tavoli di contrattazione regionali o addirittura fanno offerte unilaterali nei singoli istituti, con lo scopo di indebolire la forza dei lavoratori. Noi crediamo fermamente nel contratto nazionale e siamo disposti ad aprire tavoli locali solo per la contrattazione di secondo livello».
«Questi signori della sanità – sbotta un delegato del Valduce – che si dichiarano cattolici e non perdono occasione per evidenziare l’importanza della famiglia, dovrebbero ricordarsi anche delle famiglie dei propri lavoratori, che senza un adeguato reddito faticano a sopravvivere». [Francesco Colombo, ecoinformazioni]

Nicoletta Pirotta sul decreto antiprecari

Nicoletta Pirotta, segretario provinciale di Rifondazione comunista, interviene sul decreto antiprecari, ancora bloccato in Parlamento.

«Il decreto del Governo non nasce dal nulla – ha dichiarato Nicoletta Pirotta, segretario provinciale Prc – rientra in una politica ben precisa».
Un documento che per l’esponente di Rifondazione definisce chiaramente le politiche economiche del Governo Berlusconi, delineandone la filosofia economica in un’accezione ampia, in cui sono individuabili tre aspetti fondamentali: le questioni del lavoro, con i salari, il problema della casa e l’immigrazione, vista come un’emergenza sociale e di sicurezza, a cui viene data una risposta con la militarizzazione del territorio. Un atto che preoccupa per «l’utilizzo dell’esercito e la diminuzione dei fondi per la polizia. Si sta andando verso la privatizzazione dei servizi di sicurezza, in un processo che porta alla modifica dell’assetto democratico e sociale del nostro paese».
Per quanto riguarda i precari «sono arrivati addirittura alla follia di mettere in discussione le cause in corso e quelle passate, con il rischio anche di licenziamenti».
Una critica viene quindi mossa al Pd che «non è sufficientemente in grado di rispondere alle politiche del Governo, anche perché dov’erano quando il decreto è passato nelle Commissioni?».
Ma altri aspetti colpiscono il segretario provinciale di Rifondazione come la trasformazione delle università in fondazioni, la svolta nuclearista e il taglio di 15 miliardi alle pubbliche amministrazioni, oltre alla «penalizzazione dei ceti sociali più deboli, per quanto riguarda la casa e i salari, legati ad un’inflazione dell’1,7 per cento contro quella reale del 3,8. Si chiuderanno dei contratti da fame e sarà ancora più difficile contrastare l’aumento del costo della vita».
«Una politica, quella del centro-destra, organica, chiara e precisa. Una privatizzazione da modello sudamericano i cui risultati e sfaceli si sono visti in quel continente negli ultimi anni».
«Per contrastare queste politiche – ha concluso Nicoletta Pirotta – bisogna ridare al più presto fiato all’opposizione per contrastare il tentativo di stravolgimento sociale e democratico». [Michele Donegana, ecoinformazioni]

Precari ancora più precari: una scelta sbagliata

Presa di posizione delle Acli di Como contro la norma anti-precari in un comunicato stampa dal titolo inequivocabile Precari ancora più precari: una scelta sbagliata.

«Non è ancora chiaro chi abbia voluto la norma inserita nel maxi emendamento della Finanziaria approvato alla Camera che prevede che il datore di lavoro non può essere costretto, nemmeno da una sentenza della magistratura, a regolarizzare un lavoratore precario.
Anche nel caso di dimostrata irregolarità del contratto, in presenza di continua ripetizione di contratti a termine, è prevista solo una sanzione economica.
Il governo se ne lava le mani dicendo che è un’iniziativa del Parlamento (ma di chi, nel Parlamento?), i bene informati affermano che si tratta solo di una soluzione tecnica per sanare situazioni aperte (sarebbe una specie di condono?), Confindustria esulta: “Giusta direzione; semplificazione e minor rigidità è quello che serve al mercato del lavoro”.
Siamo di fronte ad una scelta, magari limitata, magari confusa, ma di evidente significato: invece di operare contro il precariato si agisce contro i precari.
Le Acli vogliono sottolineare soprattutto i risvolti umani della vicenda. Pensano a quale può essere in questi giorni lo stato d’animo di una lavoratrice, di un lavoratore che vedono una sia pur remota e difficilmente praticabile possibilità di difesa e di affermazione dei propri diritti spazzata via da questa finanziaria; che vedono ancora più concretamente il proprio futuro come un susseguirsi di contratti a termine, con le ovvie conseguenze per quanto riguarda la possibilità di formulare un progetto di vita, di creare una famiglia, di fare un figlio.
Dal punto di vista politico le Acli credono che sia il momento dell’unità tra le organizzazioni sindacali e del mondo del lavoro sui temi dei nuovi lavori e del precariato per affrontare insieme le sfide sociali e culturali che sono in atto.
Si augurano che il Parlamento si renda conto dell’errore commesso e provveda a modificare in Senato questa norma per ridare ai lavoratori precari almeno la speranza che, lassù, qualcuno li considera un poco».

Il presidio di Cgil, Cisl, Uil contro il decreto legge 112

Soddisfazione delle segreterie della Funzione pubblica di Cgil, Cisl e Uil per la riuscita della manifestazione indetta per la mattina del 28 luglio davanti alla Prefettura di Como.

In una nota le segreterie confederali della funzione pubblica hanno espresso soddisfazione per la partecipazione al presidio organizzato davanti alla Prefettura di Como a cui hanno partecipato «un migliaio di lavoratrici e lavoratori del pubblico impiego» che si sono ritrovati per protestare «contro le misure del decreto legge 112, in fase di conversione al Senato».
Una manifestazione riuscita per gli organizzatori «nonostante il periodo estivo e le difficoltà poste da molte Amministrazioni, che è significativa dello stato di malessere e preoccupazione che attraversa i dipendenti delle funzioni pubbliche della provincia di Como».
La protesta è nata dal fatto che «le misure del decreto si sostanziano in un coacervo di provvedimenti disorganici: tagli di stipendi sul salario accessorio individuali fino ad un massimo, in alcuni casi, di 5 mila euro annui; stanziamento di risorse insufficienti per il rinnovo dei contratti nazionali scaduti; blocco del turn-over rispetto ad organici già ridotti all’osso; modifica peggiorativa della disciplina del part-time che da diritto si tramuta in benevola concessione del datore di lavoro; instaurazione di un regime speciale, solo per i dipendenti pubblici, per quanto riguarda la disciplina della malattia. Provvedimenti assunti con carattere di necessità ed urgenza, scavalcando il ruolo delle organizzazioni sindacali nel chiaro tentativo di mettere fine alla contrattazione nazionale».
Una delegazione sindacale è stata accolta dal Prefetto di Como che ha ricevuto un documento riassuntivo che rimarcava «la forte preoccupazione di un taglio dei servizi erogati nella Provincia di Como», votato nelle assemblee di lavoratori. Ai rappresentanti sindacali il rappresentante del Governo «ha dichiarato che scriverà al Ministro per la funzione pubblica ed al Ministro degli interni, allegando il documento».
Dure le prese di posizione contro il ministro Brunetta «è evidente che l’effetto delle misure messe in atto potrà essere solo uno smantellamento del servizio pubblico, con pesanti costi e conseguenze nei confronti della cittadinanza tutta» e per il futuro «le mobilitazioni proseguiranno in un crescendo di iniziative fino all’auspicabile proclamazione, nel caso la situazione rimanesse immutata, di un grande sciopero generale unitario di tutto il pubblico impiego».

Il patto per l’artigianato

Il Patto per l’artigianato vuole essere uno strumento per valorizzare la bilateralità e attraverso questa intesa potenziare le aziende e i lavoratori.

I rappresentanti delle associazioni dei datori di lavoro (Cna, Confartigianato e Acai) e dei sindacati (Cgil, Cisl e Uil) comaschi hanno firmato mercoledì 9 luglio alla presenza della stampa il Patto per l’artigianato. Questa intesa permetterà di intraprendere delle azioni di sviluppo e promozione dell’artigianato locale. Altresì il Patto vuole essere uno strumento per rafforzare le attività dell’Ebe (Ente bilaterale artigiano) e lo stato delle aziende associate anche tramite contributi economici. In termini numerici, sulle cinquantamila aziende artigiane presenti sul territorio, quelle associate con l’Ebe sono quattromila per un totale di dodicimila dipendenti. «Sarà una grossa mole di lavoro mettere in sintonia le differenti parti in gioco» ha sottolineato Enrico Benati, responsabile Cna delle relazioni sindacali.
Il documento, come ha ricordato Franco Santambrogio della segreteria della Cgil di Como, è un’intesa a vasto raggio il cui scopo è quello di controvertire le negatività del settore. I punti cardine del piano sono Artigiano +, un’iniziativa di promozione e certificazione qualitativa delle aziende artigiane, delle importanti decisioni al riguardo dell’apprendistato, realizzare parte della formazione direttamente in azienda, e della sicurezza, la stesura di un’analisi dell’Opta dello stato delle aziende comasche in materia di sicurezza. Altri aspetti saranno uno studio sulla mobilità lavorativa nel settore, che sfocerà nell’attivazione di un tavolo di confronto con l’Amministrazione provinciale, e un contributo monetario alle aziende che assumeranno lavoratori da agenzie di somministrazione.
Come evidenziato da tutti i delegati delle diverse parti presenti, il Patto, la cui stesura è durata due anni, valorizzerà la cooperazione partecipativa e la bilateralità, potenziando un confronto già esistente. «Perché è salvaguardando le imprese che si salvaguardano i diritti dei lavoratori» ha affermato Michele Barresi della Uil. [Francesco Vanotti, ecoinformazioni]

Il 30 settembre termina la possibilità di esercitare il diritto di opzione per l’assicurazione sanitaria per i lavoratori frontalieri

In una nota diffusa giovedì 26 giugno, il Patronato Acli e il Coordinamento frontalieri Acli di Como evidenziano che molti lavoratori frontalieri non hanno ancora scelto tra l’iscrizione al servizio sanitario italiano e l’iscrizione al sistema assicurativo svizzero, privato e con un costo non inferiore ai 300 franchi svizzeri annui per ogni componente il nucleo famigliare.
Dopo una proroga, unica e straordinaria, entro il 30 settembre 2008 si può ancora esercitare il diritto di opzione, ossia la scelta tra l’uno e l’altro sistema. Per questo ogni lavoratore che intende optare per mantenere l’iscrizione all’assicurazione italiana deve restituire il formulario TI 1 all’ufficio Assicurazioni sociali di Bellinzona entro la data sopraindicata. In caso contrario il lavoratore frontaliero sarà obbligatoriamente assicurato esclusivamente in Svizzera.

Il mercato del lavoro comasco cresce

Aumentano il numero degli avviamenti e i contratti a tempo determinato, divenuti però sempre più brevi. Presentati i dati dell’Ust Cisl sull’occupazione in provincia nel 2007.

«Il mercato del lavoro a Como fa registrare un saldo positivo ma assorbe manodopera a due precise condizioni: che sia nel settore terziario e con contratti a tempo determinato» questo il commento di Mario Piccinelli, segretario territoriale della Cisl – Mercato del Lavoro sui dati raccolti nel 2007 nei centri per l’impiego.

Nonostante i 25 mila avviamenti in più rispetto a al 2006 l’offerta di lavoro in provincia rimane precaria, con un contratto su due stipulato a tempo determinato. Se poi ai 36 mila contratti a tempo stipulati si aggiungono gli 11 mila interinali e le 2 mila collaborazioni, solo un contratto su tre prevede la formula indeterminata. «È un cambio epocale per il mercato del lavoro – ha continuato Piccinelli – che riflette il trend lombardo. Come sindacato dovremo proporre al nuovo governo un cambiamento nel sistema previdenziale, per assicurare continuità di reddito ai giovani tra un contratto e il successivo. La situazione di precarietà impedisce progetti a lungo termine e un intervento a difesa di chi lavora a tempo determinato avrebbe importanti ricadute sociali. Per questo consiglio ai giovani che hanno che fare con i primi contratti a tempo la previdenza integrativa».

La flessibilità non è però un affare solo per giovani. Gli avviamenti si fanno consistenti anche tra i lavoratori ultraquarantenni, per i quali crescono sia le opportunità che la flessibilità lavorativa.

Ma oltre all’aumento (+ 50 per cento rispetto al 2006) dei contratti a tempo determinato, si allarga anche la differenza tra numero di contratti stipulati e persone avviate, che ha raggiunto nel 2007 quota 16 mila, in costante crescita dal 2004 quando il saldo ammontava a 5 mila. Ciò significa la diminuzione della durata media di un contratto a tempo, che costringe i lavoratori a stipularne più di uno all’anno.

Dal punto di vista della parità dei generi arriva invece qualche buon notizia: le donne guadagnano punti percentuali sul totale degli avviamenti tendendo alla parità con il mercato maschile, ma ancora una volta i dati migliori si registrano sotto la voce dei contratti a tempo determinato, in cui il pareggio è stato quasi raggiunto.

Il settore che traina la crescita del mercato lavorativo è quello terziario, l’unico che fa registrare un significativo aumento degli avviamenti salendo dai 33 mila registrati nel 2006 ai 59 mila dell’anno passato, mentre industria e primario rimangono stabili rispetto agli scorsi anni. La valutazione del mercato è complessivamente positiva, ed è confermata dal saldo fra cessazioni e avviamenti salito a quota 19 mila.

Cresce infine, in linea con i dati generali, l’offerta di lavoro a cittadini extracomunitari, che coprono un settimo del totale degli avviamenti. Ben lontana in questo segmento la parità dei generi, il principale problema rimane comunque il mondo del lavoro sommerso, che falsa – a parere di Piccinelli – i dati sull’occupazione straniera. «Purtroppo il lavoro nero coinvolge più facilmente lavoratori extracomunitari. Anche qui occorrerà un’azione a livello nazionale. In edilizia per esempio nonostante l’approvazione del Documento unico di regolarità contributiva, si stipulano sempre più contratti a tempo parziale. Ed è molto strano trovare un muratore che lavora solo 4 ore al giorno». [Francesco Colombo, ecoinformazioni]


Ecoinformazioni è un circolo Arci

Anche ecoinformazioni in Pressenza