Nasce anche a Como il Focal Point, sportello delle Acli in supporto alle vittime di discriminazione razziale
Entrerà in funzione il 4 luglio e fornirà assistenza tutti venerdì dalle 10 alle 13 in via Brambilla 35 a Como il Focal point, «uno sportello per dare aiuto concreto alle vittime di ogni discriminazione» si legge nel comunicato stampa del Patronato Acli che gestirà il servizio su incarico dell’Unar, l’ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali.
«Questo sarà un nuovo servizio che le Acli offriranno ai migranti – spiega Luisa Seveso, presidentessa provinciale delle Acli – La nostra esperienza nel campo comincia dagli anni ’80, quando arrivò la prima ondata migratoria libanese. Negli anni abbiamo affiancato ai valori di solidarietà e giustizia sociale che ci animano, la competenza e la formazione dei nostri operatori».
Paola Manzoni, già operatrice dello sportello immigrazione e futura dirigente del Focal Point lariano, ha spiegato il funzionamento del nuovo servizio: «Chi si sente vittima o anche solo assiste ad una discriminazione e vuole denunciarla, può percorrere due strade: venire direttamente allo sportello negli orari di apertura o chiamare il numero verde nazionale (800.90.10.10), che provvederà a raccogliere i dati e trasmetterli al Focal Point locale. A quel punto, dopo aver verificato la reale esistenza della discriminazione e la volontà di denunciarla da parte della vittima, si tenta la strada della mediazione: contattiamo le parti in causa e cerchiamo di risolvere il problema. Se il caso dovesse essere complesso ci avvaliamo di operatori regionali di secondo livello che aiutano l’operatore legale ed eventualmente valutano la possibilità di intraprendere vie legali. In quest’ultimo caso ci rivolgiamo al supporto degli esperti di legge e dei magistrati dell’Unar di Roma».
Ma il Focal Point non è un progetto nuovo. In Lombardia ne sono già attivi due, a Milano e Varese, e Franco Fragolino, responsabile regionale delle politiche sociali, ha tracciato un bilancio delle attività dei due sportelli: «Le segnalazioni pervenute al numero verde che riguardano casi di discriminazione in Lombardia sono state circa 1000. Di queste, 183 sono state prese in carico dagli sportelli territoriali. Ci sono alcuni numeri interessanti: il primo parla di un 28,7 per cento di casi in cui i segnalatori erano italiani, sintomo di un forte senso civico presente. La maggior parte dei casi vede come vittime cittadini nordafricani che vivono in Italia da molti anni e gli ambiti dove si rilevano più discriminazioni sono i luoghi di lavoro (30 per cento) e quello dell’erogazione dei servizi pubblici (17 per cento)».
E se fossi un ipotetico genitore rom di un ipotetico campo comasco e, vedendo la polizia schedare mio figlio tra qualche mese, mi rivolgessi al Focal Point perché mi sento vittima di discriminazione razziale, l’operatore cosa potrebbe fare? Risponde prontamente Fragolino: «Se ciò dovesse succedere noi avremmo già avviato una procedura di denuncia anticostituzionale a livello nazionale, inoltre potremmo procedere nei confronti di Questura e Prefettura». [Francesco Colombo, ecoinformazioni]
«Le bandiere non mi sono mai piaciute. Sono il simbolo delle “patrie”. È in nome delle patrie che si fanno le guerre. Per questo, «come donna non ho patria, la mia terra è il mondo intero», proprio come Virginia Woolf. Da alcuni anni, però, anch’io ho una bandiera. Sventola davanti casa; la porto sempre con me annodata alla borsa, quando esco; la regalo ad amiche e amici quando vado per la prima volta a casa loro. La bandiera arcobaleno, al contrario delle altre, è una bandiera che unisce non separa. La persone differenti che in quella bandiera si riconoscono considerano le proprie provenienze culturali, religiose e politiche un valore. La bandiera della pace è il simbolo di identità capaci di convivere, senza che nessuna debba rinunciare alle proprie radici, è il simbolo di un’appartenenza che non divide. Sono persone impegnate a costruire ponti, non muri.
Io c’ero. A Parigi, nel 1997 quando la domanda era: «Maestro, dove abiti? Venite e vedrete». Da allora, ad oggi, ho posto molte domande e trovato alcune risposte.
Venerdì 20 giugno è stata pubblicata dall’Agenzia stampa Fides [ctrl nostro lancio 22527], della Congregazione vaticana per l’evangelizzazione dei popoli, un articolo a proposito dell’utilizzo della bandiera della Pace da parte dei cattolici e dei preti in particolare. «Come mai uomini di Chiesa, laici o chierici che siano, hanno per tutti questi anni ostentato la bandiera arcobaleno e non la croce, come simbolo di pace?» si chiede l’articolista NL. Viene poi ripercorsa la storia della bandiera della Pace ravvisandone le origini nella teosofia, nella new age, in una influenza orientale indiana che arriva al relativismo culturale, che porterebbe ad una permissività anche nei confronti della pedofilia.
«Che il cuore dell’uomo aspiri alla pace è una delle constatazione che chiunque osservi la propria esperienza elementare può fare. Tuttavia lo spettacolo tragico a cui assistiamo giornalmente sembra smentire categoricamente tale assunto. È altrettanto evidente infatti che il conflitto è sempre in agguato per i più svariati motivi: un pezzo di terra da condividere, degli affetti comuni, risorse primarie da utilizzare. Le cause seconde dei conflitti sono molteplici e talvolta non individuabili. Alla base di tali cause tuttavia, ve n’è una: l’autosufficienza. La Chiesa cattolica per descrivere tale situazione ha formulato il dogma del peccato originale. La pace o la guerra dipendono dal cuore dell’uomo.
«Nell’articolo sono fatte varie ipotesi sulle origini di questo simbolo: un frutto delle “teorie teosofiche nate alla fine dell’800”, una bandiera usata da Aldo Capitini (fondatore del Movimento Nonviolento) per la prima Marcia per la Pace Perugia-Assisi, il racconto biblico dell’Arca di Noè, il simbolo della città di Cuzco, capitale dell’impero Incas, il simbolo del movimento delle cooperative francesi, una invenzione del filosofo “Bernard Russel” (sic) e si conclude affermando che “tra tutte queste ipotesi spicca la tesi secondo la quale la “bandiera arcobaleno” (sic) è il simbolo dei movimenti di liberazione omosessuali”. Gli errori di queste affermazioni sono molti e grossolani.
Una sessantina di persone, tra cui esponenti della Questura e della Prefettura, consiglieri comunali, esponenti del volontariato e dell’associazionismo hanno seguito la tavola rotonda, organizzata da Acli, Azione cattolica e Caritas di Como, nel salone della Ca’ d’industria a Como venerdì 20 giugno.
L’incontro di venerdì 20 giugno, alle 20.45 all’auditorium della Ca’ d’industria, in via Brambilla 61 a Como, fornirà utili informazioni su questo popolo oppresso da poteri e persone che agiscono senza conoscerne né l’origine, né la storia. Infatti molti in questa situazione di fobica emergenza determinata dai media confondono, ad esempio, romeni e rom, per un’ignoranza che porta a quelle popolazioni un disagio ancora più grande. Interverranno nel chiarimento della questione lo psicologo Giuliano Arrigoni, il sociologo Tommaso Vitale, l’operatore campo nomadi Luigi Pedroni e Giorgio Bezzecchi presidente dell’Opera nomadi. Coordinerà la giornalista de La Provincia Maria Castelli.
