L’isola che c’è/ La giusta pena

L'ICCE_10_GNel pomeriggio di sabato 21 settembre si è tenuto nella palazzina dell’Asl del parco comunale di Villa Guardia, in occasione della fiera L’Isola che c’è, il terzo e ultimo incontro del progetto Coinvolgi, promosso dal Centro Servizi per il Volontariato (Csv) di Como per consentire a soggetti autori di reati di pagare il proprio debito alla società civile non attraverso la detenzione carceraria, bensì tramite attività da cui tanto la collettività quanto il soggetto possono trarre beneficio. Guarda il video dell’intervento introduttivo di Martino Villani, direttore del Csv.
Stefano Martinelli, referente del progetto, ha aperto l’incontro – intitolato La Giusta pena. Non solo carcere: misure alternative alla pena detentiva” e moderato da Martino Villani, direttore del CSV – spiegando il ruolo delle associazioni comasche nel fornire assistenza ed orientamento ai soggetti ed alle associazioni coinvolte nella scelta di attività socialmente utili che sostituiscono, o riducono, il periodo di permanenza in carcere. Alla base di “Coinvolgi”, in effetti, vi è la volontà di superare la dicotomia “sanzione – sofferenza”, già messa in discussione dalla tradizione cristiana ma comunque diffusa e perfino “automatica” nella realtà dei fatti.
All’introduzione di Martinelli è seguita la proiezione di un video, realizzato dal Csv, in cui viene confutata la necessità del carcere e della conseguente privazione della libertà in risposta ad un reato. Non sono soltanto le parole di giuristi (la magistrata Maria Luisa Lo Gatto) e soggetti attivi in associazioni di volontariato a sostenere il bisogno di optare per soluzioni alternative, per le quali fornire un adeguato supporto: piuttosto, risultano particolarmente significative le testimonianze dirette di persone che, attraverso lo svolgimento di attività pubblicamente utili, riescono a (re)inserirsi positivamente nella collettività, comprendendo il peso dei propri errori, ma riuscendo a porvi rimedio attraverso l’attività ed il confronto con gli altri.
In seguito alla visione dell’inchiesta, è intervenuta la prof.ssa Grazia Mannozzi (docente di Diritto Penale presso l’Università dell’Insubria e membro della Commissione Ministeriale per la riforma del sistema sanzionario), che ha esordito rimarcando un importante vantaggio delle misure alternative al carcere, quale il volontariato può essere: quello di non lasciare l’individuo solo con la propria pena per anni interminabili, come il carcere, modello di “castigo” ottocentesco ispirato al monastero di clausura, può essere.
In effetti, l’istituzione carceraria parte proprio dal presupposto che un delitto, o comunque un reato, costituisca un peccato e debba dunque essere punito con la sofferenza e l’isolamento del reo. È pertanto necessario riformulare in senso laico il concetto di “errore” e consentire una riabilitazione del soggetto, piuttosto che condannarlo alla stigmatizzazione definitiva che una detenzione, per quanto breve, comporta. D’altra parte le vittime del reato, quale che ne sia l’entità, non ottengono nulla di concreto dalla sofferenza di chi l’ha compiuto, ma soltanto il soddisfacimento irrazionale della vendetta.
Detto questo, ha senso continuare a sostenere la preminenza del carcere come risposta al delitto, peraltro fomentata e strumentalizzata da politici in cerca di consensi elettorali di massa, tenendo peraltro conto di una giurisprudenza penale elefantiaca e del tristemente noto sovraffollamento dei penitenziari, sanzionato a più riprese dalla Corte di Giustizia dell’Unione Europea? Convinta del contrario, Mannozzi paragona il carcere ad un farmaco sintomatico, che agisce sui soli effetti di una malattia e che, alla lunga, finisce con il mantenere la propria efficacia soltanto con un progressivo aumento delle dosi. Va da sé che, prolungando i periodi di reclusione continuando ad immettere nuovi carcerati, le prigioni assumono sempre più l’aspetto di campi di concentramento, senza peraltro scongiurare il rischio di recidività tra gli ex-detenuti. La giurista è consapevole delle difficoltà sottostanti ad una riforma efficace della giustizia penale, dal momento che il minimo emendamento allo status quo comporterebbe ingenti trasformazioni dell’apparato; ma registra un incoraggiante sviluppo della sensibilità collettiva e istituzionale nei confronti della risposta giudiziaria ai reati, spesso compiuti per necessità più che per efferatezza.
L’opzione del carcere sta registrando un calo di popolarità a favore delle misure alternative, la giustizia è concepita sempre meno come valore astratto, “illuministico”, e sempre più come un bene comune da tutelare e promuovere attraverso le relazioni sociali, presupposto fondamentale del volontariato e dei lavori di pubblica utilità in generale.

Successivamente Carlo Cecchetti, magistrato presso la Sezione Penale del Tribunale di Como, è intervenuto a tratteggiare una storia giuridica delle misure alternative alla detenzione. Introdotte nel 1975, esse sono rimaste pressoché inapplicate, se non in casi sporadici e sempre a fine pena, fino al 2000, anno in cui esse sono state adottate per soggetti sieropositivi e/o tossicodipendenti. Non si trattava semplicemente di un provvedimento “umanitario” nei confronti di persone fisicamente deboli, ma anche di una strategia per ammortizzarne gli alti costi di mantenimento a carico dello stato. Al 2004 risale la valenza condizionale dei lavori di pubblica utilità svolti da condannati tenuti sotto osservazione. Negli ultimi anni, infine, le applicazioni pratiche delle “misure alternative” sono andate progressivamente aumentando, anche in ragione di crescenti pressioni sociali rispetto, per esempio, ad un’occupazione delle carceri parecchio superiore a quanto gli spazi consentirebbero, nonostante occasionali indulti, o all’elevatissimo tasso di suicidi tra i detenuti. D’altra parte, troppo spesso, i penitenziari vengono riempiti all’inverosimile per ovviare ad un diffuso disagio della società, mentre reati “minori” come l’immigrazione clandestina vengono assimilati a veri e propri crimini, e contrastati di conseguenza.
Cecchetti riconosce il merito del CSV (e delle associazioni a esso collegate) nel favorire attivamente il reinserimento sociale dei condannati, nel rispetto del ruolo rieducativo delle pene sancito dall’art.27 della nostra Costituzione e troppo spesso trascurato o male interpretato fino ad anni recentissimi. Anche volendo guardare alle statistiche, peraltro, i benefici delle attività pubblicamente utili sembrano superare quelli della detenzione in modo considerevole: non solo i soggetti interessati si sentono, e sono, meglio inseriti nella società civile e consapevoli delle proprie responsabilità, ma i tassi di ritorno in carcere risultano essere drasticamente più bassi rispetto a quelli degli ex-detenuti. A fronte di questi dati incoraggianti, è necessario un impegno dei singoli, delle associazioni e della società tutta per abbandonare il falso mito del carcere in vantaggio di misure riabilitanti e concretamente utili.

Ultimo a prendere la parola all’incontro, seguito complessivamente da una sessantina di persone tra le 14:30 e le 17:00, è stato Cecco Bellosi, la cui associazione, “Il Gabbiano” ONLUS, è attiva da anni nel dare ai “colpevoli” opportunità di reinserimento sociale.
Il carcere, Bellosi, lo ha sperimentato di persona; riacquisita la libertà, egli è attivo da ormai una ventina d’anni nella riabilitazione dei condannati, nei confronti della quale le associazioni comasche sono particolarmente efficienti. Dello scarso numero di condannati che fanno ritorno in carcere (il 7-8%), pochissimi lo fanno per effettiva recidività. Bellosi condanna duramente tre leggi che, a suo avviso, altro non fanno che aggravare il sovraffollamento cronico delle carceri: la legge Bossi – Fini, relativa al reato di immigrazione clandestina, la legge ex-Cirielli e la legge Fini – Giovanardi, che penalizzano duramente il possesso di sostanze stupefacenti. Con la legislazione attuale, svuotare le carceri risulta in effetti un’impresa titanica, soprattutto se l’indulto non risulta applicabile ai reati sopracitati. Misure riparatorie come la tedesco-olandese “lista d’attesa” per le carceri potrebbero, quantomeno, ammortizzare la situazione carceraria italiana, se solo la legislazione si muovesse in tale direzione, anche in considerazione del fatto che condannati privi di domicilio sono costretti ad occupare i penitenziari insieme a tanti, troppi, altri “criminali” reali o presunti. Un’altra misura auspicabile sarebbe quella di sostituire completamente, e non solo parzialmente, la detenzione con lavori socialmente utili.
Durissime parole sono pronunciate da Bellosi contro l’ergastolo, che considera la più inumana delle pene. Per dimostrare che non è necessario il carcere a cambiare una persona, il caso di Renato Vallanzasca, riabilitato e invitato dallo stesso Bellosi a partecipare ad un incontro a Lecco. <<Non posso, mi dispiace>> ha risposto Vallanzasca << non posso uscire dal comune di Calolziocorte, e le regole vanno rispettate>>. [Alida Franchi, ecoinformazioni]

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