Nessi/ Abitare: utopia necessaria
Desidero avviare con queste considerazioni una profonda riflessione e un dibattito a Como riguardo a situazioni che tempo e nessuna Amministrazione sembrano riuscire a cambiare. Queste situazioni, complesse ed impegnative, rimangono irrisolte nonostante i miei sforzi nella mia esperienza politica e amministrativa. Purtroppo, tali problemi si aggravano con l’incremento della povertà anche nella nostra ricca città.

Nonostante l’eenormità sfide, è indispensabile perseverare nel cercare un cambiamento. Questa consapevolezza mi è stata chiara di recente, passando davanti a un ex supermercato di fronte al cimitero monumentale. L’edificio, ora abbandonato, mostra segni evidenti di occupazione con coperte stese al sole, riflettendo la presenza di persone. La stessa amarezza mi ha colto davanti alla Chiesa di San Rocco, dove numerose persone si ritrovano per la colazione ogni mattina, e in altre situazioni in cui individui affrontano la vita cittadina con inumane difficoltà.
La mancanza di un tetto, l’isolamento sociale, la disoccupazione e gli ostacoli posti dalle istituzione al riconoscimento del diritto alla cittadinanza sono elementi che influenzano profondamente la vita e i progetti di molte persone. Queste condizioni sono tangibili negli occhi di un minore straniero che ho accompagnato in una comunità in una remota località nel Novarese. Se fosse rimasto a Como e avesse ricevuto, come prescritto, sostegno adeguato, avrebbe avuto maggiori opportunità per la sua crescita.
Ho visto la disperazione anche nelle domande di coloro che escono dal carcere, senza una famiglia che li accoglie e senza un luogo dove andare. Il reinserimento nella società diventa difficile, e il rischio di ricadere nel degrado è alto.
La disperazione è palpabile negli occhi di un anziano solo, che ha dedicato tutta la vita al lavoro e ora si trova a trascorrere gli ultimi anni in una struttura, spesso circondato da altre persone, ma sostanzialmente solo. La solitudine è un problema crescente in una città che invecchia, e occorre affrontarlo con percorsi di autonomia e socialità nei luoghi che hanno segnato la loro vita.
È necessaria una svolta, un impegno collettivo da parte della politica e della società civile per favorire il reinserimento sociale di coloro che sono esclusi o si trovano in situazioni di grave marginalità. Non possiamo permettere che persone rimangano “fuori” dalla società.
Superare queste sfide non è semplice. Situazioni familiari difficili, mancanza di lavoro, basso reddito, difficoltà nell’accesso a cibo e servizi, perdita della casa e altre probli creano un circolo vizioso difficile da interrompere. Anche la decisione di togliere il reddito di cittadinanza è stata una scelta contro le persone cassando una risposta positiva per molte fragilità.
Cosa possiamo fare? Penso che nessuno debba dormire per strada. L’approccio “Housing first”, che mira a fornire prima di tutto un tetto, è cruciale. Perché non provare a garantire il diritto di assegnazione di una abitazione a coloro in grave stato di marginalità? Questo non è in linea con la dichiarazione degli Stati d’Europa a Lisbona nel giugno 2021, che sottolinea la necessità di combattere la mancanza di una dimora stabile per tutti?
Da un tetto può iniziare l’accompagnamento sociale per il reinserimento, con educatori, mediatori e accompagnatori per le pratiche amministrative, arricchito da professionalità e empatia.
Forse è un’utopia? Potrebbe esserlo, ma molte rivoluzioni, grandi e piccole, sono iniziate da utopie. Perché non unirci, confrontarci e provare? [Luigi Nessi, ecoinformazioni]

