La libertà di religione e di culto in Italia
Tanti sono stati gli elementi positivi del momento di approfondimento, a cura dell’Università degli Studi dell’Insubria e del Tavolo Interfedi, del 7 maggio nell’aula magna dell’Università a Como: l’interesse e la complessità delle relazioni, la partecipazione attenta e calorosa del pubblico (composto anche da molti e molte studenti), la qualità e profondità del dibattito. Non irrilevante mi è sembrata anche la partecipazione di quasi tutti i relatori e le relatrici all’intera giornata, cosa veramente rara e che ha reso evidente nei fatti l’importanza e la volontà sincera di comunicare e ascoltarsi.
La mattina – introdotta da Sara Bonanno del Tavolo Interfedi e coordinata con molta efficacia da Alessandro Ferrari dell’Università degli Studi dell’Insubria – è stata dedicata alla presentazione dell’attuale situazione italiana sul piano del diritto e della normativa.
Il primo intervento di Natascia Marchei (Università Milano Bicocca) ha descritto con molta chiarezza il percorso fatto sul piano del diritto: dalla legge fascista del 1929-1930 alla Costituzione che negli articoli 8 e 19 si occupa della libertà di culto dei singoli e dei rapporti tra Stato e confessioni religiose. La relazione ha evidenziato le contraddizioni e i problemi, ancora oggi esistenti, determinati in gran parte dal fatto che la legge fascista non è mai stata abrogata (nonostante i numerosi tentativi) e che la Costituzione, mentre si occupa in modo dettagliato della relazione con la religione cattolica (art. 7), lascia alla politica il compito di stipulare intese con le diverse confessioni. Risale al 1984 la prima intesa con la Tavola Valdese, altre ne sono seguite, ma molte religioni restano escluse determinando una situazione di disparità.
La relazione di Francesco Alicini (Libera Università di Bari) – membro del Tavolo Ministeriale per le relazioni con l’Islam – proprio di queste situazioni si è occupata, evidenziando la differenza di trattamento tra religione cattolica, confessioni che hanno raggiunto un’intesa e confessioni che non hanno raggiunto un’intesa spesso a causa di blocchi a livello politico nonostante, nella maggior parte dei casi, esistano i pareri favorevoli del Consiglio di Stato. Per queste ultime attualmente ci si avvale di protocolli d’intesa stipulati a livello locale, soggetti però a grandi margini di discrezionalità e che quindi spesso vengono sottoposti al vaglio costituzionale.
Nell’ultima relazione Paolo Naso (Università La Sapienza, Roma) ha denunciato il silenzio della politica che costringe a continui ricorsi ai tribunali e al Tar per poter vedere riconosciuto il diritto di culto. Ha ribadito l’inadeguatezza (e la lunghezza) dell’iter per poter accedere all’intesa che, oltre a costringere le diverse religioni a uniformarsi al modello cattolico, è soggetto a una evidente disparità di trattamento. A suo parere la situazione è particolarmente grave nell’attuale situazione in cui l’orientamento religioso delle persone è mutato a causa delle migrazioni e che vede solo il 10% delle persone non di religione cattolica tutelato nei propri diritti di esercizio del culto. A suo avviso queste comunità sarebbero invece una grande ricchezza, anche per far fronte a problemi di accoglienza, assistenza, welfare, supporto alla ricerca di un lavoro e di una positiva integrazione. Ha invitato infine a riflettere su come anche la sicurezza, che sembra al centro dell’interesse di molti, si ottenga con un produttivo dialogo con queste comunità e non con repressione e restringimento di libertà.
Alle relazioni è seguito un vivace dibattito incentrato sui temi della laicità e del laicismo; del diritto alla differenza come essenziale per tutti e tutte; del diritto di praticare divere confessioni, ma anche di non riconoscersi in nessuna religione; della democrazia intesa non solo come conteggio dei voti, ma come tutela dei diritti e governo delle differenze; della religione che in tempo di guerra assume caratteri identitari ecc. Tutte tematiche che avrebbero richiesto, da sole, un’intero convegno.

Il pomeriggio, introdotto da Emanuela Tagliabue del Tavolo Interfedi e coordinato da Ilaria Valenzi (Università Statale, Milano), è stato dedicato alla situazione locale.
Nella prima relazione l’avvocato Vincenzo Latorraca ha esposto il caso da lui seguito, relativo all’Associazione Assalam di Cantù e al suo contenzioso col comune per l’utilizzo del capannone regolarmente acquistato. Iter complesso, che ha richiesto numerosi ricorsi e che ancora non ha visto la conclusione. Salma Hassen dei giovani di Assalam ha sottolineato con energia il suo volersi sentire a pieno titolo italiana e musulmana e ha garantito che non si arrenderanno e continueranno a lottare per i loro diritti.
Si è passati poi ad affrontare la tematica delle carceri. Maria Cristina Cobetto Ghiggia, dirigente polizia penitenziaria di Como, ha esposto la situazione locale evidenziando come attualmente esista un cappellano, regolarmente assunto dallo Stato, e qualche convenzione con confessioni religiose che vengono chiamate a intervenire quando se ne presenta l’esigenza. Non si è invece ancora raggiunto un accordo per avere una figura di imam (cosa che avviene in numerosi altri carceri), nonostante i detenuti musulmani siano 136 su 420. Ha sottolineato inoltre come la figura del cappellano sia un riferimento per tutti i detenuti, indipendentemente dalla religione, come spazio di accoglienza e di dialogo. Al volontariato, per fortuna numeroso e attivo, sono purtroppo demandate molte funzioni essenziali.
Padre Zeno Carcerieri, cappellano della casa circondariale di Como, e padre Christian Prilipceanu, della comunità ortodossa romena, con le loro testimonianze sentite ed emozionanti hanno confermato questa situazione di abbandono in cui si trovano i detenuti e le detenute. Il ruolo che loro svolgono è quindi volto, più che all’assistenza religiosa, all’attenzione, alla cura, all’ascolto, al soddisfacimento di bisogni essenziali quali un cambio di biancheria, una telefonata a casa o un contatto con parenti che abitano in altri Paesi o che non possono rendersi disponibili per visite a causa di una situazione di esistenza precaria o irregolare.
Infine Khantividu, monaco buddista, si è occupato della situazione dell’assistenza religiosa negli ospedali che risulta sempre più problematica e demandata solo alla richiesta dei famigliari dei pazienti. Ha invitato inoltre a predisporre spazi di silenzio per garantire la meditazione di ognuno e permettere di cercare quella pace interiore che è, a suo avviso, condizione fondamentale.
Anche il dibattito finale è stato molto ricco di spunti quali la riflessione sul ruolo del volontariato e la pressante richiesta del “cosa si può fare?” “cosa anche le religioni già accreditate, in primis quella cattolica, possono fare per garantire il rispetto del diritto di culto?”.
Da più parti è arrivato l’invito a tenere aperto il dialogo, a fare rete, a prendere spunto dalle esperienze positive che esistono in questo campo in Italia e in Europa; concetto ripreso nelle conclusioni anche da Antonio Angelucci (Università degli Studi dell’Insubria) che ha inoltre sottolineato come sia importante, per la democrazia e per la libertà di tutti e tutte, difendere le libertà delle minoranze. [Mariateresa Lietti, ecoinformazioni]


