Scuole che resistono, nonostante tutto
L’attuale situazione della scuola in Italia desta grande inquietudine e sconforto in chi ha creduto e lottato per una scuola pubblica di qualità, realmente inclusiva, attenta ai bisogni dei singoli individui e finalizzata a permettere lo sviluppo delle diverse abilità di ognuno, del pensiero critico, della capacità di lavorare insieme per il bene comune.
La scuola che ci stanno imponendo è interessata solo al mondo del lavoro, non nel senso che ne tiene conto e accompagna le persone nella ricerca di uno sbocco lavorativo, ma nel senso che non annette nessuna importanza alla formazione delle persone e alla loro realizzazione: ciò che conta è solo formare lavoratori il più possibile acritici.
Le nuove indicazioni nazionali (già operative per la scuola primaria e secondaria di primo grado e in corso di approvazione per la secondaria di secondo grado) ci riportano agli anni ’30 del secolo scorso, mettendo al centro l’identità nazionale, considerando degna di valore solo la cultura dell’occidente e riproponendo un modello di scuola trasmissiva, dove lo studente ha solo un ruolo passsivo.
Si prevede la divisione, che pensavamo ormai retaggio di un lontano passato, tra licei e istituti tecnici e, per questi ultimi, non si ritiene importante approfondire la cultura: poco contano italiano, storia o geografia, quello che conta è che si impari presto un lavoro.
E che dire della dilagante “militarizzazione” della scuola? Sempre più spesso l’esercito, la poliza, i carabinieri entrano nelle scuole per fare “arruolamento” in modo più o meno esplicito e sostiutendosi ai docenti per affrontare tematiche quali l’educazione civica, la cittadinanza, la legalità ecc.
Per non parlare della proibizione alle scuole di affrontare tematiche di tipo politico, o di far intervenire personalità esperte su specifiche tematiche, senza un contraddittorio; o, ancora, della repressione del dissenso studentesco.
E si potrebbe continuare a lungo.
Ma c’è anche un altro aspetto del problema che ha evidenti risvolti locali. La scuola (come del resto la sanità, o i trasporti), non è più un servizio fondamentale in cui investire risorse, ma deve “rendere” o, per lo meno, costare il meno possibile. Quindi bisogna risparmiare: più alunni nelle classi, meno docenti, meno personale Ata e, quindi, a livello locale, si assiste ad accorpamenti di scuole e sottrazione di spazi. Ovviamente il “livello locale” varia a seconda delle situazioni: a Como, per esempio, diventa un vanto chiudere le scuole o addirittura abbatterle per costruire dei posteggi.
Potrebbe essere utile ridiscutere la dislocazione delle scuole, ma bisognerebbe farlo sentendo le diverse esigenze, confrontandosi con le parti coinvolte e soprattutto condividendo le finalità.
Siamo sicuri che sia sempre utile e sensato chiudere le scuole che hanno pochi alunni? Non sarebbero invece proprio quelle che, in alcuni casi, andrebbero sostenute e potenziate? Se in un’area già deprivata si toglie anche la scuola, il quartiere rischia di morire o di soggiacere a un degrado preannunciato. Forse se della scuola ci si prendesse cura, se fosse sostenuta e valorizzata e diventasse centro di attività e cultura aperta al quartiere (come in molti casi succede) riuscirebbe a rivitalizzare una situazione e avrebbe in questo modo anche più iscritti.
Il Tar può anche decidere che il comune può chiudere la scuola di Ponte Chiasso, ma siamo sicuri che questo è utile per il quartiere e per la città?
Il Comitato Genitori – Como a misura di Famiglia ha scritto un bel comunicato relativamente alla chiusura del nido Magnolia, consapevoli di che ricchezza si perda interrompendo un’esperienza di grande valore per bambini e bambine, ma anche per l’intero quartiere e per la città tutta.
E non è il caso di entrare nel merito dell’intenzione di abbattere la scuola Corridoni per farne un posteggio ad uso dello stadio. Molto si è detto e scritto sulla gravità del distruggere una delle scuole più attive e più frequentate della città (le iscrizioni sono in continua crescita), una scuola nella quale sono appena stati spesi ingenti fondi del Pnrr per creare laboratori e aule attrezzate (sperpero di denaro pubblico?); una scuola che si pone in continuità nel quartiere con la scuola dell’infanzia e secondaria (purtroppo non più col nido Magnolia); una scuola che spesso si fa centro di attività significative rivolte all’esterno, come anche le recenti visite al quartiere, guidate da allievi e allieve, hanno dimostrato. Forse meno si è detto su quanto un posteggio nell’area del Borgovico renderebbe ingestibile una situazione di traffico già critica. E comunque l’idea di abbattere una scuola vivace e attiva per farne un posteggio per lo stadio è sicuramente un’inquietante metafora.
Per fortuna la scuola, nonostante tutto, resiste e lo dimostrano le numerose attività che riesce a promuovere. Una per tutte il recente spettacolo, Germogli di giustizia, fiori di libertà, che l’Istituto Comprensivo Como Borgovico (sì, sempre lo stesso del nido Magnolia e della scuola Corridoni che si vorrebbe abbattere) ha rappresentato il 21 maggio al Teatro Sociale di Como. Spettacolo (costruito anche attraverso il gemellaggio con una scuola di Firenze) incentrato sulle tematiche del contrasto alla mafia, in occasione della giornata della legalità. Abbiamo assitito a ragazzi e ragazze che con i loro suoni (erano coinvolti i corsi musicali), le loro voci, i loro corpi ci hanno esortato a prendere posizione, a non stare zitti davanti alle ingiustizie, a non voltarci dall’altra parte. Forse anche per chi attualmente governa questa città sarebbe utile ascoltare le scuole e chi le sa far vivere, nonostante tutto. [Mariateresa Lietti, ecoinformazioni]


