Rifugio Gino e Massimo non si ferma

Non un semplice atto vandalico, ma una sequenza di episodi che, messi uno accanto all’altro, fanno pensare ad una vera e propria intimidazione. È quanto denuncia Anna Savonitto, giovane rifugista che dall’estate scorsa gestisce il Rifugio Gino e Massimo, sopra Ponte in Valtellina, sulle Orobie, insieme al gruppo di aiutanti.

L’ultimo episodio è il più grave. Nella notte tra lunedì e martedì la jeep utilizzata quotidianamente per raggiungere il rifugio e trasportare viveri e materiali è stata devastata: vetri infranti, fanali e tergicristalli distrutti, gomme bucate e carrozzeria colpita con un’ascia. Non solo. Qualcuno ha anche tentato di spingere il mezzo lungo la scarpata. Un danno economico pesantissimo per una struttura di montagna che dipende da quel veicolo per la propria attività.

Ma non è tutto: nelle settimane precedenti gli asini del rifugio erano stati rinchiusi all’interno del bivacco invernale, con accuse paradossali rivolte proprio ai gestori, che si occupano invece della sua manutenzione e della pulizia.

A questo si sono aggiunti numerosi messaggi di odio e minacce sui social in occasione della Pastasciutta Antifascista, organizzata insieme ad Anpi di Sondrio e in programma sabato 25 luglio per ricordare la storica pastasciutta offerta dalla famiglia Cervi dopo la caduta del fascismo.

«Non sappiamo se questi episodi siano collegati tra loro e non facciamo accuse – scrive Anna Savonitto – ma è evidente che qualcuno è infastidito dalla gestione del rifugio. Una gestione che portiamo avanti con passione, entusiasmo, voglia di fare e cura delle relazioni con tutte le realtà e le persone del territorio e con chiunque passi di qui».

Parole che raccontano un modo di vivere la montagna ben preciso. Non solo un rifugio dove fermarsi a mangiare o dormire, ma un luogo aperto, attraversato da iniziative culturali, sociali e antifasciste, costruito attraverso relazioni con il territorio e con chi lo abita.

«Non siamo disposti a tollerare questi atti violenti, vili, codardi e di una bassezza umana sconcertante. Siamo amareggiate e molto arrabbiate, ma l’estate è lunga e qui al rifugino c’è ancora molto da fare. Rispondiamo collettivamente».

La risposta, infatti, è già iniziata. Da tutta Italia stanno arrivando moltissimi messaggi di solidarietà e una straordinaria partecipazione alla raccolta fondi lanciata per riparare – o più probabilmente sostituire – la jeep distrutta.

Ma la vicenda parla anche d’altro. Anna Savonitto appartiene a quella generazione di giovani che sceglie, controcorrente, di tornare a vivere e lavorare in montagna, prendendosi cura di luoghi spesso lasciati ai margini. Una scelta tutt’altro che scontata in un tempo di spopolamento delle aree interne e di progressivo abbandono dei territori montani. Custodire un rifugio significa mantenere vivo un presidio sociale oltre che ambientale, costruire comunità, creare occasioni di incontro e restituire senso a territori troppo spesso considerati periferici.

Colpire una realtà come il Rifugio Gino e Massimo significa quindi colpire molto più di un’automobile. Significa tentare di intimidire un’esperienza che unisce cura della montagna, partecipazione e memoria antifascista. Una risposta che, come scrivono i gestori, non può che essere collettiva.

Per sostenere il rifugio è stata attivata una raccolta fondi attraverso PayPal.
In alternativa, si può fare un bonifico sull’Iban IT03V3608105138253175853189 intestato a Anna Savonitto.
Ma il sostegno più importante, ricorda la rifugista, resta un altro: «Passate a trovarci», il modo migliore per sostenere la struttura e le persone che ci lavorano. Una presenza concreta, in montagna, contro ogni intimidazione. [Camilla Pizzi, ecoinformazioni]

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