Palestinesi sono i tuoi occhi al Teatro San Teodoro di Cantù/ Abbiamo la responsabilità di ascoltare

Il 15 ottobre, al Teatro San Teodoro di Cantù, il reading Palestinesi sono i tuoi occhi ha trasformato il palcoscenico in uno spazio di testimonianza e solidarietà con il popolo palestinese. L’iniziativa, promossa dalla compagnia italo-palestinese Anqa, ha portato in scena sei testi inediti scritti da autrici e autori gazawi, dando spazio a storie, esperienze e voci che troppo spesso faticano a trovare ascolto. Attraverso le parole e le interpretazioni delle persone coinvolte, la serata ha invitato il pubblico a guardare oltre le immagini della guerra, avvicinandosi alle vite di chi la attraversa ogni giorno: donne private della propria libertà, giovani alla ricerca di un futuro, persone che resistono sotto i bombardamenti e ragazze e ragazzi a cui viene negato il diritto di esprimere solidarietà verso la propria terra.

Accanto a chi cerca di fuggire, ci sono coloro che restano e vivono la guerra in prima persona. Sono le persone che si trovano sotto i bombardamenti, che cercano i propri familiari tra le macerie, che tentano di mantenere una quotidianità mentre vengono meno le condizioni essenziali per vivere. Ma sono anche gli artisti, gli scrittori e i giovani che continuano a raccontare ciò che accade, affidando alla parola la possibilità di testimoniare. Le loro storie non sono semplicemente racconti di sofferenza: sono tentativi di preservare la memoria, l’identità e la capacità di immaginare un futuro, anche quando tutto intorno sembra volerle cancellare.

A questa violenza si aggiunge, per alcuni, quella del silenzio imposto. Esprimere solidarietà alla popolazione palestinese può comportare conseguenze concrete anche per chi vive e studia in Israele.

Il diritto di esprimere solidarietà, di criticare le scelte di un governo e di raccontare la sofferenza del proprio popolo non dovrebbe essere confuso automaticamente con il sostegno alla violenza. Distinguere tra queste cose è essenziale per difendere la libertà di espressione.

È in questo contesto che il teatro assume un significato che va oltre la dimensione artistica. Palestinesi sono i tuoi occhi non pretende di sostituirsi alle testimonianze di chi vive la guerra, né di racchiudere in uno spettacolo la complessità della realtà palestinese. Cerca, piuttosto, di creare uno spazio in cui quelle voci possano essere ascoltate senza essere ridotte a numeri, immagini lontane o parole pronunciate da altri. Portare in scena testi scritti da autrici e autori gazawi significa riconoscere loro il diritto di raccontarsi, di scegliere le parole con cui descrivere il proprio presente e di conservare la memoria di ciò che stanno vivendo.

Il titolo invita proprio a questo: provare a guardare attraverso gli occhi degli altri, senza pretendere di sapere già che cosa vedremo. Significa riconoscere che dietro ogni notizia ci sono persone, relazioni, desideri e progetti; che dietro ogni giovane in fuga c’è un futuro che cerca spazio; che dietro ogni voce censurata c’è il tentativo di affermare la propria esistenza.

In un tempo in cui la guerra rischia di trasformare le persone in immagini ripetute fino all’assuefazione, raccontare e ascoltare diventa una responsabilità. Non basta sapere che qualcosa accade: occorre lasciare spazio a chi lo vive, senza parlare al suo posto e senza permettere che le sue parole scompaiano. Il teatro, la scrittura e la cultura possono diventare luoghi di incontro e testimonianza, capaci di tenere aperta una possibilità di dialogo anche quando la violenza sembra chiudere ogni strada.

Dare voce a queste storie non significa parlare al posto di chi le vive, ma creare le condizioni perché possa essere ascoltato. Perché nessuna guerra dovrebbe cancellare il diritto di raccontare la propria vita, nessuna appartenenza dovrebbe trasformarsi in una colpa e nessuna parola di solidarietà dovrebbe essere messa a tacere. [Articolo e foto di Amelie Di Matteo, ecoinformazioni]

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