Arci Como

Carovana antimafie/ Incontro con le scuole

ImmagineLa prima “fermata” della Carovana antimafie è stata al Gloria, in via Varesina 72 a Como, nella mattina di giovedì 29 maggio, che ha visto la partecipazione degli e delle studenti delle scuole Terragni. Magistri, Ripamonti, Vanoni, Pessina, Caio Plinio. Il tema dell’incontro è stato la tratta degli esseri umani, in particolare a proposito dell’immigrazione, dello sfruttamento in tutte le sue forme e della lotta contro l’emarginazione. L’incontro, presidiato da Enzo D’Antuono, presidente Arci, è stato aperto con la proiezione del film Terraferma di Emanuele Crialese (presentato al concorso della Mostra internazionale del cinema a Venezia nel 2011), seguito da numerosi interventi e preziose testimonianze, a cui hanno contribuito gli operatori della Cooperativa Lotta contro l’emarginazione Paolo Cassani, Elisa Roncoroni, Alessio Cantaluppi e Yvan Sagnet, leader della rivolta del 2011 a Nardò in Puglia contro lo sfruttamento dei braccianti nella raccolta dei pomodori; Ilaria Raucci di  Libera terra; Giulia Venturini di Arci Lecco; Giulia Chiechio di Libera Como. Sul canale di ecoinformazioni tutti i video dell’iniziativa.

Su una piccola isola siciliana, di cui non si specifica il nome, abitata da pescatori e lambita dal turismo, vive una famiglia composta da Ernesto, pescatore, il nipote Filippo, orfano del padre, la madre di Filippo, Giulietta. In mare aperto Ernesto e Filippo portano in salvo alcuni immigranti, i quali approfittano del buio della notte per scappare, mentre ospitano in casa una donna etiope in cinta, Sara, insieme a suo figlio, una donna etiope in cinta di una bambina, insieme a suo figlio, all’oscuro delle forze dell’ordine che li rimanderebbero nel loro paese di origine. La storia di Sara, che ha affrontato un viaggio di due anni, in precarie condizione e soffrendo la fame, per raggiungere il marito a Torino, potrebbe essere la storia e il movente di molti che sbarcano in Italia per raggiungere altre destinazioni. Nel film si toccano diversi temi di un’attualità scottante: il contrasto tra la legge dello Stato e la “legge del mare”, a cui i pescatori anziani soprattutto sono fedeli, che prevede il dare soccorso alle persone in mare, che siano clandestini e non; il timore che lo sbarco di clandestini ostacoli il turismo; i rischi che corrono gli immigrati quando intraprendono il viaggio verso l’Italia; il desiderio di una vita migliore. Mentre la terraferma di Giulietta è trovare un lavoro aldifuori dell’isola per garantire un futuro migliore a se stessa e a suo figlio, quella di Sara è dove può ricongiungere la sua famiglia. Una terraferma diversa ma col medesimo significato: raggiungere un luogo dove non c’è più bisogno di scappare, e dove stabilirsi definitivamente.

Elisa Roncoroni ha ricordato che nel mondo sono 21 milioni le persone che vivono in una condizione di sfruttamento, trattate quindi come merce. «La tratta degli esseri umani è questa, spostare le persone per profitto», profitto di cui beneficiano le associazioni criminali organizzate, ovvero le mafie. Si può parlare di tratta degli esseri umani quando si presentano delle particolari caratteristiche:«Ci dev’essere la coercizione della volontà della persona, la violazione dei diritti umani – spiega Elisa Roncoroni in modo fermo e chiaro per attirare l’attenzione degli studenti in platea che già dimostrano di essere distratti – lo spostamento della persona con la forza o con l’inganno, promettendo magari un lavoro normale, un ricongiungimento familiare, e lo sfruttamento della persona che deriva da questo spostamento». Poi riferendosi al film, di cui ammette di essere rimasta colpita emotivamente, dice:«Le condizioni in cui le persone viaggiano sono disumane, tanto è vero che non superano il viaggio..Le forze dell’ordine è giusto che facciano applicare le leggi, ma è importante anche che tengano conto di altre cose» e sostiene il suo pensiero citando gli articoli 13 della Costituzione e il testo unico sull’immigrazione, che indicano rispettivamente che “la libertà personale è inviolabile; è punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni di libertà” e che c’è la possibilità per un migrante di ottenere il permesso di soggiorno.

Dal 2000 la Cooperativa per la lotta contro l’emarginazione ha cominciato a pensare che l’opportunità offerta dal testo unico sull’immigrazione poteva essere usata anche nel caso di sfruttamento lavorativo. Dal 2003 ha accolto centinaia di vittime di questo tipo di sfruttamento, accompagnandoli nel percorso di ottenimento del permesso di soggiorno. «Lo sfruttamento lavorativo è un fenomeno sommerso – spiega Paolo Cassani – i lavoratori irregolari sono ampiamente usati per fare concorrenza sleale sul mercato del lavoro» e queste situazioni non sono molto lontane da dove siamo noi: aziende con dipendenti non registrati che lavorano un nero, posti con precarie condizioni di sicurezza; la Cooperativa si preoccupa di costruire una rete di sindacati per segnalare questo tipo di anomalie. «È una battaglia quella di intercettare le persone sfruttate e informarle in modo da farle vivere regolarmente in Italia». È anche una battaglia di approccio culturale a proposito di accoglienza dei migranti, di eticità e di rispetto dei diritti umani: «Se ci fossero questi elementi potremmo parlare meno di vittime e più di diritti che vengono rispettati».

Alessio Cantaluppi si esprime a proposito dello sfruttamento nel “mondo” della prostituzione, e degli interventi della Cooperativa a tal proposito. Un gruppo di operatori, parte dell’Unità di strada di Como, che effettua uscite serali nelle strade della provincia di Como presso le donne che si prostituiscono. Sono spesso persone che non lo fanno per scelta, ma che sono state portate in Italia con l’inganno, promettendo lavori che non ci sono e poi costrette a prostituirsi. Vivono in una condizione di grosse privazioni, sotto l’occhio vigile di un circuito criminale che le controlla di continuo, e sono quindi private della loro libertà. Inoltre la strada è un ambiente a rischio, basti pensare alla violenza che possono ricevere da parte di malintenzionati, dai clienti e dagli sfruttatori; rischi legati all’uso di sostanze alcoliche o stupefacenti, rischi di contrarre malattie sessualmente trasmissibili. Un obiettivo importante tra gli altri è quello di creare una relazione “normale” con la persona, che a lungo andare si è scordata di avere dei diritti e ricordarle che aldifuori di quel circuito criminale esiste un altro “mondo”, che prevede libertà di scelta e la possibilità di vivere davvero, intraprendendo un percorso di uscita dalla prostituzione. Non dimentichiamo che l’articolo 1 della nostra Costituzione dice che “tutti gli essere umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti”.

«La mia storia è stata quella di raggiungere un sogno, quello di raggiungere questo Paese». Così Yvan Sagnet, 29 anni, camerunense, inizia a  raccontare la sua storia. Appena ventenne arriva in Italia, si iscrive al Politecnico di Torino. Nel 2012 perde la borsa di studio che gli permetteva di permettersi l’università, così va a lavorare a Nardò, in Puglia, facendo il bracciante nei campi di pomodori, talmente era forte il desiderio di finire di studiare. In meridione scopre una realtà italiana totalmente diversa da quella che aveva visto in televisione e di cui si era innamorato: la moda, l’architettura e la cultura italiana . No, in Puglia ha visto una realtà che neanche in Africa aveva mai trovato: persone che avevano perso la dignità e che erano disposte a tutto pur di guadagnarsi da vivere. Vige ancora oggi un particolare sistema di lavoro, che vede a capo “caporali”, persone italiane o straniere che hanno il compito di fare da intermediari tra i proprietari terrieri italiani e i lavoratori e reclutarne di nuovi.

La sua giornata di lavoro iniziava alle 3 di notte per finire tra le 15  di pomeriggio e le 19 di sera; molti lavoratori stremavano dopo ore di lavoro con una temperatura di quaranta gradi sotto al sole. Il contratto collettivo nazionale di lavoro non era rispettato: venivano pagati a cottimo, quindi più barili di pomodori riuscivano a riempire, più guadagnavano. Ogni bidone, che pesava circa 4 quintali, valeva 3 euro e 50, tenendo conto che in una giornata si potevano riempire un massimo di 3 o 4 cassoni, che risulta in un guadagno massimo di 25 euro giornalieri. Poi da questa misera paga bisognava detrarre dei costi obbligatori a cui il lavoratore non poteva opporsi: 5 euro per il pranzo (un panino e una bottiglietta d’acqua), 5 euro per il trasporto da casa al posto di lavoro (il furgone usato per il loro trasporto, omologato per 9 persone, ne teneva 25), e un eventuale costo di 20 euro nel caso in cui un lavoratore si sentiva male e voleva essere portato al pronto soccorso.  Ma a tutto questo non era semplice ribellarsi: i campi di raccolta erano lontani dai centri abitati, e poi quel sistema di lavoro era legato alla mafia, quindi le istituzioni, le aziende e le forze dell’ordine erano complici. Inoltre i braccianti erano di origine diversa, parlavano lingue diverse. «Abbiamo preso il coraggio di ribellarci; grazie all’aiuto di associazione di volontariato del luogo e della Cgil lo sciopero ha ottenuto grandi risultati: dopo ben 100 anni del sistema del caporalato, è diventato illegale, e la Magistratura di Lecce ha fatto arrestare tutte le persone che c’erano dietro, considerate intoccabili da tutta la zona, grazie alle intercettazioni telefoniche». Anche in Lombardia e in Piemonte esiste questo sistema di lavoro. «Oltre allo sfruttamento controllato dalla mafia, c’è anche la distribuzione organizzata: molti prodotti che acquistiamo e consumiamo provengono dallo sfruttamento delle persone; per contrastare questi fenomeni – continua Yvan Sagnet – stiamo intervenendo su più fronti, ovvero riformare il mercato del lavoro e quindi far riportare il collocamento pubblico (i centri per l’impiego) come intermediari tra offerta e domanda di lavoro; vincolare gli incentivi pubblici, quindi indirizzarli solo a quelle aziende che rispettano la manodopera». Secondo Yvan serve una campagna globale di informazione, perché il lavoro nero funziona anche a causa della mancanza d’informazione.

Non sempre però l’esito di una rivolta contro la criminalità organizzata è un successo: nel 1999 in Puglia un ragazzo è stato ucciso dal caporalato, e le cooperative di Libera Terra hanno subito incendi dolosi.

Giulia Chiechio di Libera ha raccontato la sua esperienza nel campo di lavoro Arci e Libera nell’agosto 2013 a Bel passo in provincia di Catania. La cooperativa ha ricevuto il terreno confiscato alle mafie e lo ha rimesso “a vita nuova” come agrumeto e uliveto. Ha spiegato come questa esperienza abbia cambiato il corso della sua vita e dei suoi interessi, e che è un’opportunità per costruire amicizie durature basate su principi in comune. «Senza i volontari nel campi di lavoro Arci e Libera queste cooperative che producono prodotti per Libera terra non riuscirebbero a sopravvivere.. per fare antimafia non c’è bisogno di fare grandi cose, o essere magistrati, forze dell’ordine, ma facendo il proprio dovere». [Clara Chiavoloni, ecoinformazioni]

 

 

 

 

 

Da sinistra: Elisa Roncoroni, Enzo D'Antuono, Paolo Carrisi
Da sinistra: Elisa Roncoroni, Enzo D’Antuono, Paolo Cassani

 

 

Elisa Roncoroni
Elisa Roncoroni

 

 

Da sinistra: Enzo D'Antuono e Paolo Carrisi
Da sinistra: Enzo D’Antuono e Paolo Cassani

 

 

Alessio Cantaluppi
Alessio Cantaluppi

 

 

Enzo D'Antuono e Yvan Sagnet
Enzo D’Antuono e Yvan Sagnet

Carovana antimafie/ In ricordo di Giovanni Falcone

10322479_509199799184594_54809964783067334_nIn occasione del 22esimo anniversario dell’attentato di Capaci, il Circolo Arci Magic Bus, in via della Repubblica a Olgiate Comasco, in collaborazione con il Comune di Olgiate Comasco, ha organizzato una serata in ricordo di Giovanni Falcone e della lotta alla mafia. Per l’occasione è stato proiettato il cortometraggio A29 (vincitore del premio Antonio Montinaro per la Legalità 2012) di Vincenzo Ardito, seguito dagli interventi di Enzo D’Antuono, Presidente Arci; Giulia Venturini di Arci Lecco; il Presidente del Comitato soci Coop Lombardia di Como; il Presidente di Arci Magic bus Fabrizio Romano e la musica di Fabrizio e Mauro 7grani.

Il 23 maggio 1992, sull’autostrada A29 che collega l’aeroporto di Punta Raisi con Palermo, all’altezza dello svincolo per Capaci, 572 chili di tritolo venivano fatti esplodere sotto l’autostrada. L’esplosione investiva la prima delle tre auto blindate in cui c’erano gli agenti della Polizia di Stato Antonio Montinaro, Rocco Di Cillo, Vito Schifani, che precedeva quella su cui viaggiavano il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e l’autista Costanza Giuseppe. Gli agenti Angelo Corbo,Paolo Capuzza e Gaspare Cervello, a bordo della terza blindata sono sopravvissuti all’esplosione. Dal luogo dell’attentato Giovanni Falcone e la moglie erano usciti vivi, ma arrivati in ospedale moriranno a causa delle lesioni subite.

Protagonista del cortometraggio è un pezzo di asfalto dell’autostrada A29, che salta per aria a metri di distanza, e viene raccolto da un bambino di 8/10 anni, che era in zona per caso con i genitori. Il bambino diventa un uomo adulto, Salvatore Romeo, che ha da sempre conservato quel pezzo di asfalto in ricordo di quella giornata. Lo terrà fino a quando ci sarà una svolta nella sua vita, e cioè quando passa il concorso in Magistratura, sentendo dentro di sé di aver reso memoria a quella giornata del 23 maggio 1992 decide di riportare il pezzo di asfalto al monumento dedicato a Giovanni Falcone.

Giulia Venturini di Arci Lecco ha raccontato le attività nei campi di lavoro di Libera e Arci, attivi ben in 9 regioni italiane: Sicilia, Campania, Puglia, Calabria, Marche, Liguria, Veneto, Toscana e Lombardia, da aprile a ottobre e possono parteciparvi persone singole e gruppi, di tutte le età, anche minorenni. «Durante la giornata sono previsti tre momenti: il lavoro in campagna; incontri con le cooperative e le associazioni del luogo; animazione e svago con diversi laboratori, tra cui teatro. L’obiettivo dei campi è formare ed educare alla legalità e alla responsabilità, agendo in prima persona. Prima di essere convertiti in attività culturali ed economiche, quei luoghi appartenevano alla mafia, ne simboleggiavano il potere; mentre dopo la confisca da parte dello Stato vengono restituiti alla collettività. Grazie ai campi di lavoro Arci questi luoghi abbandonati a loro stessi tornano a essere produttivi e vissuti, diventando comunità alternative alle mafie.

L’Arci inoltre organizza campi di lavoro e conoscenza all’estero. Per l’estate 2014 i Paesi di destinazione sono: Brasile, Mozambico, Palestina, Rwanda, Serbia, Giordania, le cui partenze sono programmate da luglio a settembre. Le attività vanno dalla conoscenza delle realtà locali all’animazione per i bambini, dai laboratori artigianali a quelli sull’educazione ambientale. Le iscrizioni scadono il 6 giugno, per ulteriori informazioni scrivere a campidilavoro@arci.it o consultare il sito www.arciculturaesviluppo.it

Il Presidente del Comitato soci coop Lombardia di Como ha sottolineato che i soci Coop si ispirano agli ideali dell’aiuto reciproco, della democrazia, dell’uguaglianza e della solidarietà, e ha concluso il suo intervento ricordando una frase di Giovanni Falcone:”La mafia è un fenomeno umano, e come tutti i fenomeni umani ha un principio, una sua evoluzione e avrà quindi anche una fine”.

L’intervento musicale dei 7Grani ha intervallato le parti della serata, intonando molte canzoni, coinvolgendo il pubblico presente, come “I cento passi” dei Modena City Ramblers e “Libera la sedia”.

La serata al Magic Bus ha ricordato quanto sia importante fare memoria del passato, per riuscire a costruire un futuro senza gli errori già commessi; errori non solo da evitare dentro di noi ma anche alle persone che ci stanno accanto, e le possibilità di agire in prima persona, a Como e così come in altre regioni e nazioni, sono molte. [Clara Chiavoloni, ecoinformazioni]

 

 

 

 

 

Giulia Venturini
Giulia Venturini

 

 

 

 

 

 

Presidente Comitato soci Coop Lombardia di Como

 

 

 

Mauro e Fabrizio 7grani
Mauro e Fabrizio 7grani

 

 

 

 

Memoria resistente: continua la ricerca sui luoghi della lotta di liberazione

Tenendo fede a un impegno assunto con la realizzazione del progetto Memoria resistente, promosso nel 2012 da Anpi, Arci, Istituto di Storia Contemporanea “Pier Amato Perretta” ed ecoinformazioni con il contributo di Regione Lombardia, continua il lavoro di ricerca sui luoghi in cui la lotta di liberazione dal nazifascismo è ricordata con monumenti o lapidi.

A distanza di poco più di un anno e mezzo dalla pubblicazione, presentiamo un primo aggiornamento (per accedere all’aggiornamento clicca MemoriaResistente-Agg) che raccoglie alcuni luoghi sfuggiti alla prima catalogazione (per accedere all’opuscolo originale clicca MemoriaResistente02) : si tratta di lapidi, cippi e iscrizioni diffuse su tutto il territorio della provincia, da Cantù a Vercana, realizzate nel corso dei passati decenni.

Bisogna anche segnalare che nei mesi passati sono stati collocati in alto Lario i 39 pannelli del sistema segnaletico La fine della guerra, dedicato appunto agli anni 1943-1945 e centrato sulle vicende della lotta partigiana; lo stesso museo di Dongo recentemente inaugurato, anche se non si è voluto sottolineare nella sua intitolazione con la giusta evidenza il ruolo della Resistenza, è un apporto alla conoscenza di quegli eventi e di quei protagonisti.

Con l’aggiornamento, offriamo il nostro piccolo ulteriore contributo a tener viva la memoria della Liberazione.

La pubblicazione originale è stata inviata anche alla redazione di Radio3 che domani scandirà il palinsesto con il racconto delle storie fissate nelle lapidi che ricordano la Resisetnza. “In tutta Italia – scrive la redazione – i segni di memoria sui muri testimoniano il sacrificio dei coduti e delle vittime, e il 25 aprile Radio3 li racconterà”. Se vi capita di cogliere nelle trasmissioni di Radio3 di domani documentazione proveniente dal territorio comasco, segnalatelo a ecoinformazioni.

11 Aprile/ Progetto Colore

progettocolore_webVenerdì 11 aprile alle 18.30 inaugurazione della mostra ?S Progetto Colore – nuova pubblicazione senza titolo allo Spazio Gloria di via Varesina 72 a Como. La mostra seguirà gli orari di apertura del cinema ed è parte del progetto Luogo Comune – uno spazio nella comunità di Arci Xanadù, Arci Como ed ecoinformazioni con il contributo di Fondazione Cariplo.

1 aprile/ Rivoluzioni violate al Gloria/ Alle 19,30 aperitivo-buffet, alle 21 dibattito

sgrenaL’Arci provinciale di Como invita martedì 1 aprile alle 21 allo Spazio Gloria di via Varesina 72 a Como a Rivoluzioni violate. Giuliana Sgrena, giornalista de il manifesto, saggista e autrice del libro Rivoluzioni violate. Primavera laica, voto islamista [il Saggiatore, marzo 2014] dialoga con Edda Pando, Todo Cambia Arci Milano. Introduce Celeste Grossi, Arci Como. Interventi video a cura di ecoinformazioni. La serata sarà preceduta alle 19,30 da un aperitivo-buffet offerto dall’Arci provinciale di Como. Al Gloria si potrà firmare per la presentazione della lista L’altra Europa con Tsipras nella quale è candidata anche Giuliana Sgrena.

Guarda e diffondi lo spot video.

L’Arci di Como Spazio aperto per la democrazia/ Si firma al Gloria

arciFacendo proprio l’auspicio della presidenza nazionale, il direttivo provinciale comasco dell’Arci mette a disposizione, come già avvenuto in altre occasioni come i referendum per l’acqua pubblica e contro la follia nucleare,  le sedi dell’associazione per garantire il diritto democratico della lista L’altra Europa con Tsipras a essere presente alle elezioni europee di maggio. Naturalmente tale disponibilità, anche se rafforzata dalla partecipazione di molti attivisti e dirigenti dell’associazione al movimento per L’altra Europa, non prefigura uno schieramento partitico dell’Arci che ha nel pluralismo uno dei suo elementi identitari. Sarà in particolare lo Spaio Gloria del Circolo Arci Xanadù in via Varesina 72 a Como a ospitare a partire da lunedì 10 marzo dalle 20,30 alle 23,30 e per tutti i lunedì successivi i banchetti per la raccolta delle firme necessarie per raggiungere il quorum di 150mila sottoscrizioni prescritto per la presentazione della lista.

Congresso Arci/ Interventi degli ospiti

arcicomoUna panoramica del terzo settore e delle sue problematiche, inviti per una maggiore connessione tra le diverse realtà dell’associazionismo e della politica comasca, il riconoscimento del ruolo centrale dell’Arci: questi alcuni dei punti sollevati dagli ospiti al congresso provinciale dell’Arci di domenica 9 febbraio, ideale seguito alle relazioni del presidente Enzo D’Antuono e della consigliera regionale Celeste Grossi. Ecco alcuni estratti dei vari contributi. Già online sul canale di ecoinformazioni alcuni video (presto on line tutti gli altri) degli interventi:

Gianfranco Garganigo,  Auser  e Avc: «dalla relazione introduttiva si capisce che alcune problematiche sono comuni a tutto il mondo del volontariato. Lo stesso strumento della solidarietà organizzata è messo pesantemente in discussione, non avendo ricevuto tra l’altro molto aiuto dalle istituzioni. La Legge 266 per esempio è stata poco efficace, non ha contribuito a far riconoscere il ruolo decisivo che il Terzo Settore continua a mantenere. L’obiettivo è quello di costruire nuovi percorsi per un nuovo welfare, per sfruttare così le nostre grandi potenzialità»;

Giorgio Riccardi,  Acli: «con l’Arci condividiamo l’essere sopravissuti al cambio di secolo, oltre ad un rapporto di complementarietà più che di competizione. D’altronde quando si condividono determinati valori, determinati modi di fare, che differenze ci possono essere? Anche al nostro interno è tempo di riflessione. Certo, la situazione a Como è complessa, ma non possiamo sottovalutare alcuni passaggi positivi, come la nuova amministrazione comunale, le innovazioni della Chiesa e il contributo negli anni passati dell’ex prefetto Tortora. Da qui si può ripartire per affrontare i tanti temi sul tappeto, a cominciare dal lavoro»;

Roberto Borin,  Italia-Cuba: « oltre ai ringraziamenti per l’invito al vostro congresso, non possono non notare che Italia-Cuba e Arci appartengono allo stesso mondo, quello del volontariato. Ciò vale ancora di più nel momento attuale, dove la nostra realtà di riferimento, Cuba, subisce ancora una volta attacchi molto pesanti sia dal punto di vista economico che politico. Nonostante ciò la nostra associazione continua a muoversi molto bene all’interno dell’associazionismo locale, come dimostrato dalle continue iniziative, spesso in collaborazione con l’Arci. Ecco, continua su questa strada è fondamentale, per rafforzare ancora di più la nostra presenza»;

Nicola Tirapelle,  Anpi Perugino Perugini: «il congresso dell’Arci cade in un periodo particolare, dove nella nostra città si fa sempre più strada una vera e propria forma di squadrismo culturale. Episodi come l’incomprensibile revoca dell’utilizzo della Circoscrizione 1 per l’incontro con la storica Alessandra Kerseveran di sicuro non aiutano, rendendo anzi la situazione ancora più pesante. Diventa così importantissimo rilanciare l’azione coordinata di tutte le forze antifasciste, di cui l’Arci è parte fondamentale, per un azione più efficace in difesa degli ideali della Costituzione e della Resistenza, a cui tutti ci richiamiamo, al di là della semplice ritualità del 25 aprile e delle altre occasioni istituzionali»;

Giuseppe Caruana,  soci Coop: «ci sono legami forti tra la Coop e l’Arci, lo dimostra la stessa scelta del salone Bertolio per ospitare il vostro congresso, per non parlare delle tantissime iniziative comuni, come la Carovana Antimafia. L’Arci è una presenza preziosa, per cui mantenere e rafforzare questa collaborazione diventa un punto necessario e decisivo»;

Tommaso Marelli,  Libera Como: « la vicinanza tra una realtà giovane come Libera Como e l’Arci è fortissima. Tanti di noi sono impegnati in prima persona nei vari circoli, così come sono state importanti le diverse collaborazioni sul tema della lotta alla Mafia. Tutto ciò vale ancora di più di fronte alle grandi sfide che ci attendono, a cominciare dalla manifestazione, a cui invito tutti i presenti, del 21 marzo, giornata della memoria per tutte le vittime di Mafia»;

Davide Ronzoni, Arci Lecco e Arci regionale: «Il salto di qualità richiamato da Enzo è un qualcosa che tutti noi sentiamo, tanto che uno dei maggiori propositi usciti  dal congresso di Lecco è stato quello di rilanciare la formazione interna, insieme all’approfondimento dello stesso significato di fare associazionismo. Questo potrebbe essere un idea di concertazione tra circoli vicini. L’obiettivo è così quello di costruire una relazione più stretta, per rafforzarci a vicenda in un periodo così difficile. Raccolgo poi le esortazioni delle altre associazioni: questa crisi ha comportato maggiore difficoltà per le nostre realtà, sia dal punto di vista normativo che economico, con esborsi burocratici sempre più altri. Questa non è una fase normale, ma anzi si stanno mettendo in pericolo i nostri stessi valori, a cominciare dal diritto di fare associazionismo. Dobbiamo stare attenti»;

Marco Lorenzini, Sel Como: «sono iscritto all’Arci dal 1983,e qui mi sento a casa. Proprio da quella data per l’associazione è iniziato un percorso di autonomia e di radicamento al di là dell’esclusivo rapporto con le forze politiche di riferimento, che ha consentito all’Arci di costruire la propria forza partendo dal basso. Ciò è importante se guardiamo all’attuale situazione, dove i partiti, di cui comunque faccio parte, non riescono più a garantire la rappresentanza. Se vogliamo ricostruirla su basi finalmente solide dobbiamo ripartire da maggiore partecipazione, per condividere spazi, per un azione politica comune e per dare concretezza al fare rete. Questa sarà la nostra sfida più grande»;

Andrea Cazzato,  Pdci Como: «negli ultimi periodi sono state numerose le collaborazioni con l’Arci, come la raccolta firme dello scorso anno in difesa dell’articolo 18, testimonianza di un lavoro importante sul territorio. Raccolgo l’invito di altri interventi di rilanciare l’azione comune tra tutti noi che ci riconosciamo in determinati valori, associazioni e partiti». [Luca Frosini, ecoinformazioni]

Per il Prc è intervenuto Luca Frosini.

Congresso Arci/ D’Antuono confermato presidente

congresso arci2014Con la relazione del presidente Enzo D’Antuono e della consigliera regionale dell’Arci Celeste Grossi, il saluto degli ospiti [Acli, Auser, Avc, Anpi, Coop Lombardia, Italia-Cuba, Libera, Istituto Perretta, Prc, Pdci, Sel, Cgil e CcP hanno mandato un saluto] e l’intervento di Davide Ronzoni (Arci Lecco e regionale) si è aperto,  nella mattinata di domenica 9 febbraio nel Salone Bertolio in via Lissi 6 il Congreso dell’Arci provinciale di Como. Nel pomeriggio, i degati dei circoli Arci della provincia hanno eletto, oltre ai delegati comaschi al congresso regionale di Brescia del 28 febbraio e 1 marzo e del congresso nazionale di Bologna del 13-16 marzo,  il nuovo direttivo provinciale composto da: Ilaria BelloniVincenzo D’Antuono, Michele DoneganaMarco FerrariEcclesio GallettiCeleste GrossiDanilo Lillia, Jlenia LuraschiLaura MolinariJorma PeverelliRaffaele Pozzi e Gianpaolo Rosso. Al termine del congresso, si è riunito il direttivo dell’associazione per eleggere le cariche statutarie, che vedono riconfermato D’Antuono alla presidenza, Rosso vice-presidente e Luraschi segretaria e tesoriera. Leggi nel seguito il testo della relazione del presidente. Già on line sul canale di ecoinformazioni i primi video delle relazioni e degli interventi. Presto on line tutti i video.

«Ho riletto la relazione del congresso 2010, per molti versi i temi e le problematiche poste allora si ripropongono tali e quali, con una differenza, la crisi che già allora pesava nei nostri discorsi e nelle nostre analisi, oggi è ancora più grave ed acuta, e non parlo solo della crisi economica, ma della crisi generale che investe la nostra società e il nostro mondo: crisi ambientale, crisi sociale, crisi culturale e d’orizzonte.

Interrogarsi quindi  su cosa voglia dire fare associazionismo al tempo della crisi, così come fa l’Arci con questo congresso, è importante per trovare le risposte che ci aiutino a superare il senso di smarrimento che un po’ tutti avvertiamo.

Dobbiamo interrogarci sul senso stesso della nostra esistenza, e chiederci se oggi l’Arci è ancora necessaria.

In un mondo che va sempre più verso l’atomizzazione delle vite, che senso abbiamo noi che facciamo della socialità e condivisione,  la nostra ragion d’essere?

In un mondo dilaniato dalle guerre, che senso abbiamo noi che della pace e della cooperazione fra i popoli facciamo la nostra ragion d’essere?

In un mondo dove gli egoismi, i razzismi diventano il leitmotiv nella vita e nelle scelte di paesi e persone, che senso abbiamo noi che facciamo della solidarietà la nostra ragion d’essere?

Domandarsi quindi, se  l’Arci è ancora necessaria può sembrare provocatorio, ma è fondamentale.

Siamo un’associazione nata nel Novecento, che ha saputo traghettare nel nuovo millennio il suo bagaglio di esperienza, di storia, di valori e di relazioni. Siamo una delle poche organizzazioni di massa che ha superato le temperie del cambiamento di secolo.

Siamo nati come associazione nazionale, in una società completamente diversa, principalmente per organizzare il tempo libero, e siamo poi diventati molto altro.

Nel corso dei decenni, con il mutare della realtà, dei bisogni, delle modalità di relazione tra le persone, abbiamo re-interpretato e adeguato il nostro ruolo e la nostra funzione alla luce dei nostri valori.

Sviluppiamo associazionismo di promozione sociale, siamo arricchiti da una moltitudine di volontari, vero motore delle attività del nostro tessuto, siamo “incubatori” di impresa sociale.

Rappresentiamo un sistema associativo complesso e articolato in forme diverse nei territori, che produce modalità e occasioni di impegno diverse.

Un sistema capace, tra le altre cose, di produrre imprenditorialità, occupazione, formazione che in tante parti del nostro Paese rappresenta anche un pezzo importante di economia, diversa e liberata dal profitto.

Siamo un’organizzazione popolare, attiva e protagonista in tanti territori.

Avvertiamo e agiamo la trasformazione di questo Paese, a partire dalle grandi città, dai piccoli centri, dalle periferie. Lavoriamo con lo spirito di cogliere le nuove potenzialità e raccogliere le sfide, difficili, che questo tempo ci pone.

Ci impegniamo ad affermare, tutelare e difendere il diritto al libero e democratico associarsi, che consideriamo strumento imprescindibile per la conquista e la difesa di democrazia e diritti.

Siamo tutto questo, e siamo coscienti di essere un patrimonio di questo Paese, ma questo non basta, non può bastarci.

Credo che la grande forza dell’Arci e la sua modernità stia proprio nel suo sistema organizzativo: siamo una rete di associazioni autonome, che condividono, praticano e si riconoscono in un progetto comune e in un sistema di regole nazionale, ed è quindi da qui, dall’insediamento di base che dobbiamo ripartire.

Per intercettare e sostenere la domanda di cambiamento, l’Arci deve rilanciare la sua dimensione di soggetto radicato nei territori e fondato sul protagonismo delle esperienze locali, che devono essere artefici degli indirizzi e delle scelte nazionali. L’ambito locale, infatti, è il laboratorio delle sperimentazioni che si alimentano e crescono nei conflitti, nelle contraddizioni, ma anche nella ricchezza di risorse culturali, idee e creatività politica dei territori.

Occorre per questo capire come sta cambiando il nostro insediamento, analizzarne i punti di forza e di debolezza, riflettere sul rapporto fra i soci e l’associazione, fra i cittadini e le modalità di fare associazionismo.

Quanto sono cambiate le motivazioni con cui ci si avvicina o ci si iscrive all’Arci?

Com’è cambiato il legame fra il circolo e la comunità locale?

Con quali percorsi si formano nuovi circoli?

L’universo dei circoli Arci si sta gradualmente modificando in una platea molto più articolata e plurale di esperienze, tanto sul piano delle vocazioni e dei campi di attività quanto su quello delle modalità organizzative e di gestione.

Alcune categorie entrate nel gergo del nostro dibattito interno, come quella di circoli tradizionali o giovanili, sono ormai inadeguate a leggere la complessità di questa fase.

Accanto al modello del circolo territoriale polivalente, ancora prevalente soprattutto nelle aree di più forte presenza storica dell’Arci, emerge la tendenza verso un associazionismo più specializzato, rivolto a categorie più omogenee di potenziali soci, sulla base di specifici interessi culturali e sociali o di particolari ambiti tematici (le migrazioni, l’ambiente, gli stili di vita, i servizi per l’infanzia, ecc.).

Registriamo forti squilibri nella dimensione dei circoli, rispondenti solo in parte alla loro collocazione geografica: differenze nel numero degli iscritti e nelle caratteristiche del corpo sociale, nel suo grado di stabilità, nell’impiego di volontari o di personale retribuito nelle

attività.

Anche le tipologie giuridiche si differenziano, con la presenza di organizzazioni di volontariato ed esperienze di impresa sociale accanto alla forma prevalente dell’associazione di promozione sociale.

Il risultato è che situazioni diverse pongono esigenze diverse e richiedono all’Arci risposte diversificate.

Si tratta di curare, tutelare e rinvigorire l’insediamento che abbiamo ma anche di promuovere nuovo associazionismo; potenziare la capacità di iniziativa di tanti circoli tradizionali che oggi faticano a stare al passo in città e paesi che stanno cambiando, ma anche offrire risposte al disagio di territori dove invece mancano gli spazi di incontro e socialità.

In ogni diversa situazione ci sono intelligenze, energie, voglia di fare, nuove esperienze collettive di autorganizzazione potenzialmente disponibili, ma per intercettarle abbiamo bisogno di articolare e differenziare, nei contenuti e nei metodi, le nostre proposte in relazione alle specificità dei territori e delle comunità locali. I circoli hanno bisogno di competenze e progettualità per maneggiare nuovi linguaggi e modalità di relazione, adeguare alle domande sociali emergenti i propri programmi e le

modalità organizzative.

L’altra questione fondamentale riguarda l’organizzazione dell’Arci

È necessario andare ad una riorganizzazione dell’associazione a tutti i suoi livelli, che vada nella direzione dell’armonizzazione, dell’ottimizzazione delle risorse, dello snellimento dei luoghi della decisione

Il modello organizzativo dell’Arci – consolidato da una lunga tradizione – nell’attribuire funzioni diverse al circolo, ai comitati territoriali, a quelli regionali e alla direzione nazionale definisce con precisione anche i meccanismi di relazione fra i diversi soggetti, disegnando una sorta di “piramide” che restringe le sedi di rappresentanza dal territorio al centro vincolando ogni livello alle scelte di quello inferiore, con un processo di validazione delle decisioni che va sempre dal basso verso l’alto.

Quel modello resta tuttora valido saldamente ancorato com’è ai principi della democrazia rappresentativa, che consente a ciascun socio di partecipare attivamente alla determinazione delle scelte dell’associazione nazionale.

Ma al tempo stesso avvertiamo l’esigenza di promuovere ulteriori forme di democrazia partecipativa e di introdurre nella dimensione “piramidale” elementi di “circolarità” e “orizzontalità” più propri della rete, favorendo fra l’altro l’animazione di sedi fisiche e virtuali di scambio e interazione fra tutti gli attori del sistema.

Ma anzitutto dobbiamo verificare quanto i meccanismi organizzativi condivisi e disegnati nella teoria siano poi coerentemente funzionanti nella pratica, indagare su eventuali ritardi e lacune, individuarne le cause e predisporre le necessarie contromisure, partendo dei comitati territoriali, che rappresentano il presidio dell’associazione nei territori e sono la cerniera insostituibile del suo rapporto capillare con i circoli.

Dobbiamo guardare alla condizione dei comitati territoriali in termini di capacità organizzativa e gestionale, iniziativa politica, condizioni economiche, stabilità dei gruppi dirigenti, regolarità degli adempimenti statutari.

Delegando ai comitati territoriali il rapporto diretto coi circoli l’Arci assegna a queste strutture funzioni decisive, che spesso però una parte di esse fa fatica ad assolvere per motivi oggettivi di frammentarietà, debolezza strutturale ed economica, carenza di risorse umane e competenze. Come per la rete dei circoli, su uno stesso territorio regionale abbiamo dal punto di vista strutturale comitati “deboli” e comitati “forti”, ne risulta una rete eccessivamente disomogenea che non riesce a fare sistema e perde buona parte delle sue potenzialità.

Mettere mano a questo problema, cioè all’esigenza di riorganizzare l’insediamento della rete nel territorio, è una responsabilità a cui non possiamo sottrarci.

Per questo abbiamo la necessità di rimettere mano all’articolazione della rete dei comitati territoriali e delle rispettive zone di competenza, in modo da garantire economie di scala e consentire a tutte le nostre strutture locali di fare sistema con le altre competenze e risorse presenti nell’area regionale e di raggiungere standard adeguati in termini di dimensioni, operatività, servizi, per poter offrire risposte adeguate al proprio tessuto associativo.

I comitati regionali

Il processo di riorganizzazione delle strutture Arci nei territori dovrà essere governato, con il supporto della direzione nazionale, dai comitati regionali ai quali assegniamo il ruolo decisivo di nodi della rete, espressione della rappresentanza dei territori e al tempo stesso terminali della direzione nazionale nelle regioni.

Ma dobbiamo garantirci che i regionali siano realmente in grado di svolgere questo ruolo di cerniera fra centro e periferia. Oggi il quadro delle strutture regionali mostra una grande disomogeneità, sul piano delle dimensioni quantitative in termini di associati e risorse disponibili, ma anche su quello dei servizi offerti, dei modelli organizzativi adottati, del ruolo politico svolto. Questo limite non può che influire negativamente sulla capacità dell’associazione di attuare in modo coordinato e in una logica di sistema strategie nazionali di iniziativa politica e di sviluppo territoriale.

Dobbiamo evitare che la debolezza strutturale di molti comitati regionali finisca per mettere in sofferenza l’intero sistema in termini di capacità di governo e di servizi e riduca l’efficacia  della stessa direzione nazionale. Per questo rafforzare le strutture regionali e armonizzarne le modalità di funzionamento è un obiettivo imprescindibile di questa fase.

Per assegnare ai regionali responsabilità di governo più cogenti occorre metterli in condizione di avere strutture adeguate, sia sul piano politico che dell’operatività tecnica e organizzativa. E questo pone con evidenza il tema delle risorse, l’esigenza di correggere gli attuali squilibri economici e di un investimento diretto della direzione nazionale a supporto del consolidamento dei comitati regionali.

La Direzione nazionale

Agli obiettivi e alle scelte fin qui esposti dovrà ispirarsi la riforma  del governo della direzione nazionale, passaggio che appare oggi irrimandabile e sarà compito del prossimo gruppo dirigente attuare.

Per quanto riguarda le funzioni svolte dalla direzione nazionale, serve una più costante interazione fra le aree tematiche del programma e le diverse responsabilità relative all’organizzazione, alle risorse, alla progettazione, alla formazione, alla comunicazione. È importante rafforzare la capacità di lavoro collettivo dell’associazione, per una maggiore capacità di intervento sull’attualità, su grandi campagne, sulla costruzione di identità e di eventi condivisi.

È necessario completare l’insediamento della rete dei servizi con le aree interregionali mancanti, varare un programma di formazione permanente dei dirigenti territoriali e regionali, coordinare le diverse funzioni che ruotano intorno alla progettazione, rafforzare il settore della comunicazione.

Sul piano della governo della direzione nazionale bisognerà puntare a una maggiore collegialità, superando l’eccessiva concentrazione di responsabilità che oggi ricadono sulla sola figura del presidente. Pertanto, accanto al ruolo di rappresentanza, coordinamento e direzione politica che compete al presidente andranno più precisamente definite e attribuite altre responsabilità apicali.

Anche nell’assetto degli organismi della direzione nazionale riteniamo opportuno separare funzioni che oggi si concentrano nell’unico organismo costituito dall’attuale presidenza.

Riteniamo quindi necessario in futuro dotare l’associazione di due distinti organismi, andando a sostituire presidenza e ufficio di presidenza con:

un organismo di direzione nazionale, ampio e rappresentativo dei territori con la presenza di tutti i regionali;

un esecutivo nazionale, organismo più ristretto che riunisce e coordina responsabilità operative politiche e organizzative.

Il primo sarà preposto a determinare le politiche e le scelte di governo, l’altro ad attuarle, pur col necessario margine di autonomia operativa e decisionale sugli indirizzi condivisi.

Riteniamo inoltre che vada ripensato il funzionamento del Consiglio nazionale, l’organismo espresso dal Congresso, al quale lo Statuto assegna compiti fondamentali ma che in questi anni non è stato sufficientemente valorizzato. Il Consiglio nazionale andrà convocato più frequentemente e posto in condizione di partecipare con maggiore continuità alla discussione e alla determinazione delle scelte politiche e degli indirizzi programmatici dell’associazione.

In questo schema i gruppi di lavoro nazionali devono garantire la loro dimensione di commissioni del Consiglio – permanenti o temporanee a seconda delle esigenze – utili allo scopo di favorire la partecipazione attiva dei consiglieri all’elaborazione del programma, delle campagne e delle iniziative dell’associazione, nonché di facilitare lo scambio di buone prassi fra i diversi territori.

Riteniamo inoltre che, proseguendo in questo senso la sperimentazione avviata nell’attuale mandato, debba essere incentivata l’assunzione di responsabilità politiche e specifiche deleghe nazionali da parte di dirigenti del territorio, individuando le modalità più idonee a conciliare l’impegno nazionale col lavoro nei comitati.

Infine, l’esigenza del rinnovamento dei gruppi dirigenti sarà questione da affrontare con grande cura. Da questo punto di vista l’Arci ha bisogno di superare un ritardo storico, facendo proprio il principio della temporaneità degli incarichi e della rotazione dei ruoli, prevedendo limiti temporali alla reiterazione dei mandati elettivi, sperimentando meccanismi virtuosi che consentano di  far emergere nuovi gruppi dirigenti dai territori.

Una finestra su Como

Questo congresso dovrà essere anche un momento di riflessione sull’esperienza dell’Arci comasca per fare un bilancio  dell’ attività svolta e tracciare le linee di iniziativa per  i prossimi anni.

Quindi ritengo importantissima una analisi critica di questi anni trascorsi, capace di leggere in modo completo l’esperienza fin qui fatta sul piano dell’attività svolta, dei risultati ottenuti, delle luci, delle ombre, e attraverso questo,  darsi la prospettiva.

Il comitato provinciale

Siamo un piccolo comitato, costituito quasi completamente da volontari, in questi anni abbiamo fatto cose egregie, specie in rapporto alle risorse e alle forze disponibili. L’Arci è oggi nel panorama sociale e culturale, cittadino e provinciale, un soggetto importante e riconosciuto; mettiamo in circolo continue azioni e iniziative significative, innerviamo e siamo innervati dalle reti associative dentro cui operiamo con autentico spirito di unitario. Ma c’è un bicchiere mezzo vuoto.

Dicevamo nel passato congresso “fare il salto di qualità” altrimenti si rischia restare a “metà del guado”, purtroppo devo dire che questo salto non siamo riusciti a produrlo e i tentativi fatti in questi anni di dare maggiore solidità all’associazione e maggiore continuità alla sua azione non hanno prodotto i risultati sperati.

Non voglio trasmettere pessimismo, tutt’altro, ma sento e segnalo delle urgenze:

Abbiamo investito sull’ampliamento del direttivo per fare in modo  che rappresentasse al meglio l’insieme dell’associazione, fosse partecipato e in grado di assumere decisioni. Questo perchè per un comitato piccolo come il nostro, il Consiglio direttivo resta il luogo politico principe dell’associazione. Arriviamo alla fine di questo mandato con il fiato un po’ corto, la continuità e anche un po’ la passione, dopo un buon avvio, sono venute a mancare, abbiamo perso qualcuno per strada e qualcun altro non c’è mai stato. Forse bisogna aggiornare quell’idea di direttivo, e vorrei che da questo congresso ne uscisse un  organismo rimotivato,  formato da consiglieri che vogliano e possano realmente assumere tale impegno e portarlo avanti nel tempo, un direttivo ringiovanito, innervato di forze giovani che portino nuove passioni e anche un po’ di sana ingenuità.

Abbiamo poi costituito la segreteria organizzativa, una struttura intermedia fra il presidente e il direttivo, cui destinare l’attività istruttoria dei temi in discussione e l’attuazione delle decisioni prese dell’associazione. Un gruppo di lavoro stabile che potesse sostenere anche l’attività del presidente . Anche in questo caso, dopo un buon avvio che ci ha permesso di verificare l’effettiva utilità di questo organismo, siamo andati ad un progressivo esaurimento della sua attività.

È necessario riavviarlo su basi più stabili anche parchè il buon esito di questa esperienza è premessa indispensabile parchè nel prossimo futuro si possa compiere un ricambio non traumatico al vertice dell’associazione.

La rete dei circoli

La nostra analisi non può prescindere dallo stato della nostra rete associativa, dai nostri circoli, sulla cui fondamentale importanza è stato detto nella prima parte di questa relazione.

La nostra rete circolistica rappresenta tuttora un movimento associativo vivo e vivace in cui troviamo anche esperienze che, per contenuti e presupposti innovativi,  rappresentano un’eccellenza nel panorama nazionale. Ma, accanto a questo, dobbiamo registrare un diffuso stato di sofferenza in molte realtà, una sofferenza che nasce dal difficile ricambio generazionale, dalla complessità crescente che presenta oggi la gestione di un circolo sia dal punto di vista economico che normativo/burocratico, e che hanno portato nel corso di questi quattro anni, ad una flessione nel loro numero (siamo passati dai 20 circoli del 2010 ai 15 del 2014), pur in presenza di un aumento del numero complessivo di soci (da 3500 del 2010 a 4500 del 2013).

Circoli che hanno chiuso e che non sono stati sostituiti da nuovi, così come è sempre accaduto nel corso di questi anni in una sorta di naturale turn over.

Dobbiamo ragionare seriamente su come sia possibile andare alla costruzione di nuove esperienze circolistiche, capire come mai nel corso di questi quattro anni molti si siano avvicinati all’Arci con il progetto di aprire un nuovo circolo, ma pochi i progetti  poi davvero concretizzati . Dobbiamo porci con urgenza il problema del sostegno ai circoli  esistenti non solo nella forma della tutela amministrativo/burocratica che in verità svolgiamo egregiamente, ma anche nella forma del sostegno delle progettualità in essi esistenti e delle novità che in essi si manifestano; dobbiamo riuscire a dar corpo al progetto di rete interna favorendo e sostenendo lo  sviluppo di un sistema di mutualità interna, dobbiamo  come comitato volgere uno sguardo più attento alle potenzialità della rete circolistica ed essere promotori di nuove esperienze e nuove azioni, essere maggiormente dinamici e propositivi

E pertanto credo che il proposito istituire di una sorta di ufficio circoli con risorse dedicate, dotato di capacità, conoscenze e strumenti adeguati, che ci permetta di assistere, salvaguardare e rinvigorire l’insediamento che abbiamo, ma anche promuovere nuovo associazionismo, non sia più rinviabile.  

In definitiva la risposta alla domanda se l’Arci è necessaria, è

Sì, l’Arci è necessaria.

Lo è oggi ancora più di ieri, ma per essere anche utile ed efficace dovrà produrre un grosso sforzo di revisione della sua organizzazione, delle prassi e dei suoi linguaggi.

Siamo il frutto della lungimirante scelta del movimento dei lavoratori di investire sulla cultura, sulla socialità, sul mutuo soccorso, sull’educazione popolare come elementi essenziali di un progetto di emancipazione e di trasformazione sociale, e in un mondo in continua trasformazione, dobbiamo essere capaci di trasformarci a nostra volta senza disperdere i nostri valori fondanti e l’ispirazione che li accompagna.

Perchè solo così saremo in grado di cogliere il senso della sfida che la crisi ci  pone;

perché solo così potremo contribuire con altri alla realizzazione di un progetto di cittadinanza locale e globale, consapevole e attiva, per trasformare ciò che dell’esistente ci appare ingiusto e lontano dai nostri ideali di uguaglianza, libertà, responsabilità e solidarietà. [Enzo D’Antuono, presidente Arci provinciale Como]

Congresso Arci Como/ Fare cultura e democrazia

arcicomoNon solo migliaia di iscritti nel territorio comasco e milioni in tutta Italia, non solo un radicamento naturale in tutti i movimenti per i dirritti e nella cultura del teritorio, non solo decine di circoli in città e in provincia. L’Arci di Como è da anni, in misura crescente, soggetto culturale e politico capace di orientare e contribuire ai processi democratici del territorio supplendo in alcuni casi al ruolo delle forze politiche di sinistra e delle istituzioni e in altri collaborando con essi e con esse, con i movimenti e con il Terzo settore per la difesa e l’applicazione reale della Costituzione. Per questo il congresso di domenica 9 febbraio dalle 9.30 nel salone A. Bertolio in via Lissi 6 a Como – Rebbio è un’occasione importante per la crescita della democrazia a Como. Leggi nel seguito del post il comunicato che invita alla partecipazione.

Il Congresso provinciale di domenica 9 febbraio, quello regionale (Brescia 28 febbraio – 1 marzo) e quello nazionale (Bologna 13 – 16 marzo) permetteranno una discussione strategica sul presente e sul futuro: dal rinnovamento delle forme del nostro essere all’evoluzione delle ragioni del nostro fare nella società italiana ed internazionale; dalle problematiche della crisi economica e sociale al degrado civile e politico della politica e delle istituzioni; dalle necessità imposte dalle nuove normative alle scelte di riqualificazione etica nei comportamenti, nei consumi e negli stili di vita dentro e fuori il nostro associazionismo; da una nuova stagione di autorganizzazione della società civile alla costruzione di alleanze democratiche e progressive con i soggetti e le reti della cittadinanza attiva e della partecipazione diretta.

Si tratta di appuntamentio fondamentali nella vita democratica dell’Arci, un passaggio decisivo per la costruzione della presenza e dell’iniziativa del nostro movimento associativo nei prossimi anni. Un appuntamento che vogliamo non sia una celebrazione rituale e autoreferenziale, in un’illusione di autosufficienza peraltro oggi del tutto insostenibile, ma momento di confronto e incontro anche con coloro i quali abbiamo collaborato e condiviso esperienze nel corso di questi anni: organizzazioni sociali, associazioni, volontariato e cooperazione, reti e movimenti della società civile e delle comunità locali, enti e istituzioni del territorio, gruppi informali che infatti sono stati invitati a partecipare.

Il programma della giornata: 9.30 apertura lavori, 10 relazione del presidente provinciale e intervento della consigliera regionale Celeste Grossi, 11 saluti degli ospiti, 12.30 pausa pranzo, 14 dibattito congressuale e adempimenti statutari, 17.30 chiusura lavori.

Il documento congressuale è consultabile sul sito www.arcicomo.it. Info: 3286461062, como@arci.it.

ArciCorso e ArciLezioni di chitarra

arcichitarraVuoi imparare a suonare la chitarra acustica o elettrica? Vuoi approfondire le conoscenza acquisite nel corso degli anni? Arci Como e Arci Xanadù promuovono ArciLezioni di Chitarra, lezioni di gruppo o singole dal pop al rock, dal blues al jazz passando per il country e ArciCorso di Chitarra, armonia, teoria e pratica dell’improvvisazione; corso collettivo per approfondire le conoscenze e le competenze teoriche finalizzate a: composizione arrangiamento e improvvisazione. (altro…)

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