Testi di tutti gli interventi svolti nell’incontro al Castello dei Comboniani di Venegono Superiore (Va) il 2 novembre 2024 a cura di alliev3 della Scuola Castellini, impegnati in uno stage al circolo Arci ecoinformazioni di Como. I testi NON RIVISTI DAGLI AUTOR3 sono stati ottenuti da trascrizioni automatiche e migliorati con intelligenza artificiale. I numeri alla fine dei titoli si riferisco ai video pubblicati nel canale youtube di ecoinformazioni. Guarda i video.
La nonviolenza ci chiama/ Pasquale Pugliese/ Venegono Superiore/ 2 novembre 2024 SAM 2364
Come sapete io leggo. Buonasera, per chi non mi conosce, sono Pagani, presidente del Centro di Documentazione Post-Guerra, che è presso questo castello di Dian e conta circa 100 iscritti.
Pongo anzitutto i ringraziamenti a Pasquale Pugliese per essere il relatore, alla comunità comboniana che ci ospita, e a tutti voi presenti. Benvenuti. Come sapete, Abbasso la Guerra si è fatta promotrice del Comitato Territoriale Varesino per l’accoglienza dello staff internazionale della Terza Marcia Mondiale per la Pace e la Nonviolenza, che passerà da Varese il 20 novembre prossimo. Ora, sono 49 le associazioni territoriali che ne fanno parte.
Si decise subito di progettare varie iniziative per diffondere i contenuti della marcia mondiale, compreso questo incontro con Pasquale Pugliese. La nonviolenza ci chiama. Personalità nonviolente del passato ci insegnano come resistere alla guerra e all’impero. Altre iniziative si sono già tenute, come quella del 20 ottobre con Carlo Tombola alla sala consiliare di Dion Inferiore, sugli strumenti della guerra: uno sguardo analitico sulle basi NATO e sull’uso bellico in Italia.
Sono in via di attuazione altre iniziative. Il 9 novembre ci sarà una manifestazione dalle ore 15 con comunicazioni finali di Monio Vadia, Pierangelo Monti, e il sottoscritto. Il 18 novembre ci sarà la proiezione del film Pluto sulla guerra nucleare a Varese, e il 21 novembre la proiezione del film Marine di Gaza al cineteatro SantAmanzio a Travedona.
Ho dimenticato di menzionare un altro importante appuntamento: un altro film che si terrà a Saronno. Poi, magari, qualcuno potrà parlare di Quattro Passi di Pace. Altri incontri, come quello sulla rifondazione dell’ONU e il ruolo dell’Europa, si terranno a fine novembre. Ancora non abbiamo schedulato l’incontro con Fabio Alberti di Un Ponte Per…. Contemporaneamente, abbiamo invitato tutti i comuni e le scuole ad aderire e a partecipare alla marcia.
L’incontro di questa sera è coerente con i principi ispiratori e gli obiettivi della Terza Marcia Mondiale. Il manifesto della Terza Marcia Mondiale, infatti, sostiene che viviamo in un mondo in cui la disumanizzazione sta crescendo, e nemmeno le Nazioni Unite sono più un riferimento nella risoluzione dei conflitti internazionali. Un mondo devastato da numerosi conflitti, in cui lo scontro tra le potenze dominanti ed emergenti colpisce prima di tutto le popolazioni civili. Un mondo con milioni di migranti, rifugiati e sfollati ambientali, costretti ad attraversare confini pieni di ingiustizia e morte, e in cui i governi e le masse trovano giustificazioni in dispute per le risorse.
Viviamo in un mondo in cui la concentrazione del potere economico nelle mani di pochi compromette, persino nei paesi sviluppati, ogni speranza di realizzare una società basata sul benessere per tutti. In sintesi, un mondo in cui la giustificazione della violenza in nome della sicurezza porta alla crescita di scontri bellici di proporzioni incontrollabili.
Per tutti questi motivi, noi – dice il manifesto – vogliamo elevare un grande clamore globale per chiedere ai nostri governi di firmare il Trattato di Proibizione delle Armi Nucleari, eliminando così la possibilità di una catastrofe planetaria e liberando risorse per soddisfare i bisogni fondamentali dell’umanità. Promuovere la nonviolenza attiva in tutti gli ambiti, in particolare nell’educazione, affinché diventi una reale forza trasformatrice del mondo. Rivendicare il diritto all’obiezione di coscienza, come rifiuto di collaborare in qualsiasi modo alla violenza. Progettare un futuro in cui ogni vita umana abbia valore e ciascuno sia in armonia con sé stesso, con gli altri esseri umani e con la natura, in un mondo libero da guerre e violenza.
Il cammino della nonviolenza è stato lungo e, nonostante sia sconosciuto ai più, è ricco di esempi di resistenza alla guerra e di vittoria contro imperi potentissimi, ad esempio quello inglese, grazie all’azione di Gandhi, che ottenne nel ’47 l’indipendenza dell’India. Ma è una bella sfida praticare oggi la nonviolenza, vista con diffidenza da chi ritiene ancora che vi siano guerre giuste e che le guerre si possano vincere. Dimostrando che la pace è costruita con mezzi e obiettivi adeguati.
Altri, semplificando, classificano come nonviolente le pratiche di cittadinanza attiva solo perché non sono mezzi violenti, ma si battono per far valere i propri diritti. Purtroppo, la distribuzione ineguale del potere impone di lottare contro le leggi ingiuste e violarle eventualmente. Dunque, nonviolenza non è il rifiuto o la negazione del conflitto, ma la gestione nonviolenta dello stesso. E ciò vale anche per le guerre in cui siamo coinvolti, date le scelte belliciste dei nostri governi.
Per esempio, Pasquale Pugliese, lasciandogli poi la parola, è un filosofo di formazione che ha approfondito in particolare il pensiero della nonviolenza, dedicandosi agli Peace Studies a partire da Aldo Capitini. Questo, infatti, è un libro che lui ha scritto e che è a disposizione di voi. Per diversi anni è stato educatore in contesti complessi e si occupa professionalmente di progettazione educativa e di politica giovanile. Inoltre, cura percorsi e laboratori di approfondimento sulla cultura della pace e l’educazione alla nonviolenza, oltre a fare formazione ai formatori nel servizio civile universale sui temi della difesa civile non armata e nonviolenta.
È impegnato da molti anni nel Movimento Nonviolento, dove dal 2019 è nella segreteria nazionale. Fa parte della Rete Italiana Disarmo. Ha scelto di vivere in Bologna, dopo aver partecipato negli anni a eventi, coordinamenti e campagne per la pace, l’economia di giustizia, la lotta alle mafie e al razzismo. Ha contribuito a fondare e animare la decennale esperienza della Scuola di Pace sul web. Oltre ai profili su Facebook, Twitter e Instagram, cura un sito con annotazioni su temi essenziali, ma sostanzialmente mossi dalle agende culturali e politiche della nonviolenza e del disarmo, sul piano culturale prima che militare. Cura inoltre un blog personale e uno sul Fatto Quotidiano, e collabora con Left, La Comune, Info Presenza, Agenda 17 e altre testate.
Nel 2018 ha pubblicato il volume Introduzione alla filosofia della nonviolenza di Aldo Capitini, i cui diritti d’autore vanno al Movimento Nonviolento, e nel 2021 Disarmare il virus della violenza: annotazioni per una fuoriuscita nonviolenta dall’epoca della pandemia, entrambi per l’Edizione della Libreria Dier.
Vi lascio ora la parola, tenendo conto che dopo il suo intervento avremo modo di scrivere domande o esprimere giudizi o interventi. Vi ringrazio. La parola a Pasquale Pugliese.

La nonviolenza ci chiama/ Pasquale Pugliese/ Venegono Superiore/ 2 novembre 2024 SAM 2365
Allora, intanto buonasera a tutte e a tutti. Grazie per questo invito. Grazie, Elio, hai letto il mio profilo che insomma aiuta anche me a ricordare le cose fatte. E proviamo a passare in maniera significativa queste due ore insieme.
Naturalmente, il titolo che avete dato alla serata è particolarmente impegnativo e meriterebbe un ciclo di lezioni all’università. Io provo a condensare alcune questioni. L’ho ridefinito, il titolo: ‘La non violenza si chiama. Non ci resta che rispondere’, perché non ci sono altre alternative ad una risposta non violenta alla situazione attuale, che proverò a descrivere secondo alcuni indicatori, alcune riflessioni, e richiamando qua e là alcuni dei maestri della storia della non violenza, che ci aiutano anche a comprendere l’oggi e a indicarci delle strade d’uscita rispetto a questa situazione catastrofica nella quale ci troviamo.
Però parto da un personaggio che non è propriamente un non violento: Max Weber, che fu uno dei fondatori del pensiero politico del Novecento. Dopo la Prima Guerra Mondiale, nel 1919, professore a Monaco, tenne una conferenza per degli studenti nella quale pone una distinzione fondamentale per il pensiero politico contemporaneo: la distinzione tra l’etica delle intenzioni o dei principi e l’etica della responsabilità. Dice Max Weber, che non sceglie tra le due, ma afferma che l’una, l’etica delle intenzioni, ci impone di agire per principi, indipendentemente dagli eventuali effetti collaterali che questa azione può causare; mentre l’altra, l’etica della responsabilità, ci pone l’obbligo di occuparci anche dei mezzi e delle conseguenze che queste azioni possono avere nel perseguire i principi.
Lui le pone come due etiche di pari valore, dicendo che, di volta in volta, il bravo politico — la conferenza si intitola ‘La politica come professione’ — deve valutare. Nello stesso anno, da tutt’altra parte del mondo, c’è quello che allora veniva definito un fachiro mezzo nudo, Mahatma Gandhi, che dopo aver fatto l’esperienza di lotta non violenta in Sudafrica, si trasferisce in India dove avvia un percorso di lotta di massa per la liberazione dall’imperialismo britannico, che si concluderà nel dicembre del 1947.
Gandhi scriveva in un diario che si chiama Hind Swaraj, in cui invece indica chiaramente tra le due etiche qual è quella fondamentale per il mondo contemporaneo: l’etica della responsabilità, in particolare rispetto al tema dei mezzi. Dice Gandhi, la famosa frase che è in qualche modo la regola aurea del pensiero, della teoria e della pratica della non violenza: ‘I mezzi possono essere paragonati al seme e alla fine all’albero. Tra il mezzo e il fine c’è lo stesso inviolabile nesso che c’è tra il seme e l’albero.’ Cioè, ci deve essere corrispondenza tra i fini che perseguiamo e i mezzi che utilizziamo per raggiungerli. Questo è fondamentale.
Se era fondamentale nel 1919, diventa ancora più fondamentale, essenziale, indispensabile dopo Hiroshima e Nagasaki. Max Weber non farà in tempo a vedere la Seconda Guerra Mondiale. Gandhi sarà ucciso nel ’48, e dirà: ‘Dopo le tragedie delle bombe atomiche, l’unica forza che abbiamo a disposizione più potente dell’arma atomica è la forza della non violenza.’ Questo si fonda su quel principio che dicevamo prima.
Questa consapevolezza, fondata da un lato sull’etica della responsabilità e dall’altro sul pensiero razionale, ci dice che oggi non c’è alternativa se non trovare alternative alla guerra. E questo è quello che ci diranno nei decenni successivi i maggiori pensatori e attivisti.
Possiamo fare una carrellata enorme, ma mi limito a citare alcuni elementi di riferimento: il Manifesto Einstein-Russell, per esempio, del 1955, che diceva: ‘Metteremo fine al genere umano o l’umanità saprà rinunciare alla guerra?’ Questo è il pensiero razionale che coinvolge anche il pensiero religioso. La famosa enciclica Pacem in Terris definisce la guerra come aliena alla ragione.
Anche Martin Luther King, che ricordiamo molto per il suo impegno per i diritti civili e la lotta non violenta contro la discriminazione, è stato un forte sostenitore della pace e avversario della guerra in Vietnam. È stato ucciso proprio mentre manifestava contro quella guerra. Diceva: ‘Impareremo a vivere insieme come fratelli o periremo insieme come stolti.’
Pensatori razionali come Aldo Capitini, che nel 1961 organizzò la prima Marcia per la Pace ad Assisi, affermava che la guerra è troppo importante per essere lasciata in mano ai governanti e ai generali. Anche Don Lorenzo Milani, nel suo impegno contro la guerra e per la difesa degli obiettori di coscienza, affermava: ‘Se un folle vi dice di pigiare un pulsante per distruggere l’umanità, a voi non rimane che la disobbedienza.’
C’è tutto un percorso normativo e culturale che, anche se non sempre specificamente nonviolento, riconosce l’irrazionalità della guerra e la necessità di cercare alternative. Questo vale fino alla caduta del Muro di Berlino nel 1989, dopo la quale vi fu un periodo di speranza, un cosiddetto dividendo di pace con la riduzione delle spese militari. Ma poi si è tornati a un pensiero bellicista, che io definisco magico, basato sull’illusione che si possa ottenere la pace attraverso la guerra.
La nonviolenza ci chiama/ Pasquale Pugliese/ Venegono Superiore/ 2 novembre 2024 SAM 2366
Pensiero magico sul presente: basta guardarci intorno sul futuro. Non è difficile sminare l’illusione maliziosa che c’è dietro questo pensiero. Disvelamento: svegliamo umti. Verni e loro insieme non hanno mai speso così tanto in argomenti, mai speso così tanto. Le ultime cifre del SIPRI, l’Istituto di Stoccolma di ricerca sulle spese militari globali, dicono che nel 2023 sono stati spesi circa 2440 miliardi di dollari. Una cifra inimmaginabile. Se volete, dopo possiamo compararla col budget che i governi danno alle Nazioni Unite. Questo dato del 2023 continuerà a salire perché non si è mai fermato. Nei primi mesi del 2024 sapremo già che sarà molto più alto.
Se il pensiero latino “si vis pacem, para bellum” fosse vero, spendendo così tanto per preparare la guerra, la guerra dovrebbe essere ormai estinta. In verità è l’opposto. Questo è il dato fornito dall’Uppsala Conflict Data Program, che segnala 169 conflitti armati attualmente attivi nel mondo. Questi includono conflitti a bassa, media e alta intensità, con decine di guerre vere e proprie. Più aumentano le spese militari, più aumentano le guerre e i conflitti armati, e conseguentemente le vittime civili. Secondo le Nazioni Unite, nel 2023 le vittime civili sono aumentate del 72% rispetto al 2022.
Il massacro a Gaza era appena iniziato nel 2023, quindi non si considerano ancora le vittime del 2024. I profughi sono aumentati: 108 milioni nel 2022, 117 milioni nel 2023, e già 120 milioni nei primi mesi del 2024. Un circolo vizioso di crescita continua della violenza.
La prossima tappa, come indicato il 24 luglio scorso dal Capo di Stato Maggiore britannico, Rolly Walker, è la previsione di una terza guerra mondiale entro il 2027. Una guerra generale, mentre i conflitti frammentari sono già in corso.
Tutto questo fa parte di un sistema di violenza. Johan Galtung, uno dei grandi maestri della nonviolenza e fondatore degli studi scientifici per la pace, ha elaborato il modello del sistema di violenza: violenza diretta, violenza strutturale, e violenza culturale. Le guerre sono solo la punta dell’iceberg.
Violenza strutturale: armamenti, fabbriche di armi, spese militari, eserciti, industria bellica. Questi profitti sono altissimi. Violenza culturale: attraverso i mezzi di informazione, ci viene detto che non c’è alternativa alla preparazione della guerra.
Un esempio di violenza diretta è rappresentato da una simulazione dell’Università di Princeton del 2019. Simula cosa accadrebbe in Europa se una testata nucleare tattica russa fosse lanciata in risposta a un’avanzata della NATO. In 45 minuti, 85,3 milioni di morti. Questo è il massimo livello di violenza diretta.
In Italia, nel decennio 2013-2022, la spesa militare è aumentata del 30%, e quella per i nuovi sistemi d’arma del 132%. Nel 2025, per la prima volta, la spesa militare supererà i 30 miliardi di euro.
Il generale Smedley Butler, eroe di guerra, definì la guerra una mafia, rivelando che tutte le guerre servivano a sostenere l’industria bellica. Anche il generale Dwight D. Eisenhower, nel 1961, avvertì del pericolo del complesso militare-industriale, una saldatura tra la difesa e l’industria bellica.

La nonviolenza ci chiama/ Pasquale Pugliese/ Venegono Superiore/ 2 novembre 2024 SAM 2367
Mette in pericolo la democrazia attualmente e la metterà sempre più in pericolo nel futuro generale. E questo, diciamo, è la violenza strutturale, che è violenza in sé perché prepara la violenza diretta della guerra, ma è violenza anche, come dire, come effetti collaterali. Perché tutte le risorse pubbliche che vanno nel settore degli armamenti, che in questi anni si è ingrassato moltissimo, vengono sottratte, come abbiamo visto, a tutti gli investimenti civili e sociali: sanità, scuola, università.
Ma al di sotto di questo, dicevamo, ancora c’è l’elemento più pervasivo della violenza, quello che, come dire, deve convincerci che questa è una roba normale, che dobbiamo farci una ragione. Appunto, che le cose funzionano così, che la guerra c’è sempre stata e sempre ci sarà, che dobbiamo rinunciare magari a curarci ma non possiamo rinunciare ai caccia F-35 o altre diavolerie che man mano si acquistano o si progettano.
E allora c’è tutto un sistema culturale che serve a questo, che dobbiamo disvelare. Ancora una volta, si può prendere da tanti punti di vista, dalla storiografia eccetera. Mi interessa, io faccio anche qualche citazione bibliografica qui. È interessante, per esempio, il pensiero di questa filosofa vivente statunitense, Judith Butler. Ha scritto anche un altro libro interessante sulla forza della non violenza. Questo libro qua si intitola Critica della violenza etica. Poi dice che c’è un processo di edificazione della violenza che è uno degli elementi più fondamentali della violenza culturale rispetto a come ci si approccia ai conflitti, siano essi conflitti interpersonali o internazionali.
Sui conflitti interpersonali, tutte le agenzie formative, educative, giuridiche eccetera, sono concordi nell’affermare che i conflitti tra due persone non si risolvono sopprimendo l’altra persona, ma ci sono altre garanzie per fare giustizia e per amministrare il diritto e la legalità. Anzi, se ti fai giustizia da solo, vieni condannato. No? Sei un criminale.
Abbiamo superato quella fase dell’occhio per occhio, dente per dente, nei conflitti interpersonali. Poi, invece, nei conflitti internazionali si ribalta lo scenario: ciò che si prepara, l’unico strumento che si prepara è lo strumento della violenza, in cui bisogna gestire questi conflitti. Nonostante ciò che sia scritto nelle carte costituzionali, nelle Carte delle Nazioni Unite, bisogna sempre di più prepararsi a gestire conflitti con la violenza della guerra.
E guai se ti sottrai a questo obbligo, perché se sei in un paese in guerra e sei un obiettore di coscienza, diventi un criminale. Una attivista non violenta ucraina, che l’anno scorso è stata in Italia insieme a una collega russa, ci diceva che in tempo di guerra viene arrestato chi fa violenza. Scusate, in tempo di pace viene arrestato chi fa violenza; in tempo di guerra è un criminale chi vuole la non violenza.
Allora, ci dice Butler, siamo di fronte a un doppio standard etico che accettiamo tranquillamente: il fatto che tra due persone non si risolvono i conflitti con la violenza, ma tra due stati sì, come se gli stati non fossero la somma delle persone. Come se nella trincea dell’Ucraina, in questo momento, non morissero da un lato soldati ucraini e dall’altro soldati russi che hanno il medesimo identico umore, ma la divisa di un altro colore, come ci spiegava L’Olore Andre.
Poi è un doppio standard che diamo per scontato e ci aiuta, dato per dato, un altro aspetto della violenza culturale, che è la trasformazione dell’informazione in propaganda di guerra. E quindi il bellicismo. Il bellicismo è l’ideologia della guerra, cioè il convincere che la guerra è necessaria. E ci sono dei principi elementari che informano di sé la propaganda di guerra, principi che sono stati studiati addirittura da un parlamentare britannico dopo la Prima Guerra Mondiale, che fece uno studio comparativo tra come i quotidiani di tutti i paesi in guerra avessero trattato la Prima Guerra Mondiale.
E vedeva che ci sono dei principi elementari di base che si producevano da parte di tutti i paesi in guerra. E questa storica belga, Anne Morelli, dopo la guerra in Iraq, dopo il 2003, fa una verifica di se questi principi sono stati utilizzati anche nelle guerre successive: quindi Seconda Guerra Mondiale, Corea, Vietnam, eccetera, fino, appunto, ad Afghanistan e Iraq.
Questi principi elementari che trasformano l’informazione in bellicismo, in propaganda, sono costanti anche oggi. Andatevi a cercare questo libro, è interessante. Stiamo per finire, ma non abbiamo ancora finito.
Allora, di fronte a questo, non ci rimane che ribaltare il paradigma, uscire da un pensiero magico, rientrare in un pensiero razionale e nell’etica della responsabilità. Diceva Aldo Capitini: “Se vuoi la pace, prepara la pace”. E preparala con i saperi della non violenza che oggi sono imprescindibili per uscirne vivi da questa situazione nella quale ci stiamo e ci siamo inseriti.
Provo velocemente a dirne qualcuno di questi saperi di non violenza. Per esempio, rispetto all’organizzazione delle campagne per agire con la non violenza bisognerebbe non essere bellicisti. Guardate le manifestazioni, come la più grande manifestazione fatta nel febbraio del 2003 in tutte le capitali del mondo contro la guerra in Iraq. Non fermò la guerra perché era tutto già preparato per farla. Quindi, sono importanti, ma il movimento per la pace non può agire solo per grandi manifestazioni. Deve organizzarsi, darsi organizzazioni. Qui avete il centro di documentazione, come dicevo prima, su una organizzazione locale, provinciale, anche regionale.
E quindi darsi organizzazioni e agire per campagne solide, strutturate e continuative nel tempo, non estemporanee. Questi appelli che si rincorrono uno dopo l’altro sui media, firmati da venti persone, anche intellettuali assolutamente rispettabili, poi lanciate le lettere che poi rimangono lì, servono a poco. Quindi, darsi organizzazioni solide, campagne solide, strutturate e continuative nel tempo, come faceva Gandhi, come faceva Martin Luther King, per obiettivi successivi.
E poi certo ci vogliono momenti di mobilitazione nazionale. Sabato scorso io ero a Firenze, si è svolto forse alcuni di voi erano a Milano, queste sette città in una giornata di mobilitazione indetta da molte reti che provano, appunto, a darsi questa continuità nel tempo.
Quindi anche qua non si può stare sempre in piazza, ma in certi momenti è necessario esserci. E poi le manifestazioni hanno l’obiettivo di provare a contrastare o manifestare il dissenso rispetto alla violenza diretta, così come ci sono campagne che si muovono per contrastare la violenza diretta.
E qui cito, io faccio parte da sempre del Movimento Nonviolento. Cito la nostra campagna “Obiezione alla guerra”, quella che va avanti ormai dal 2022. Ed è una campagna che ha due obiettivi. Il primo, di carattere internazionale, è quello di supportare economicamente e legalmente gli obiettori di coscienza delle guerre in corso. Abbiamo iniziato con gli obiettori di coscienza russi e ucraini. Siamo in collegamento con pacifisti e obiettori russi e ucraini e adesso stiamo continuando con gli obiettori di coscienza israeliani e con pacifisti e nonviolenti palestinesi.
Rispetto ai quali sosteniamo le loro organizzazioni, sosteniamo le spese legali. Nelle scorse settimane, dal 16 al 26 ottobre, sono stati in giro per l’Italia quattro attivisti. Forse qualcuno di voi li avrà incontrati a Milano: due obiettori di coscienza israeliani, due attiviste palestinesi, che ci hanno portato il loro punto di vista rispetto alla situazione e ci hanno detto quanto è importante, in una società militarista come quella israeliana, sapere di avere intorno una rete internazionale di supporto legale, economico, organizzativo.
Quindi questa è una campagna seria, collegata alla Resist International, all’Ufficio Europeo per l’Obiezione di Coscienza, che ha anche una dimensione nazionale e locale. Perché oggi non ho portato i moduli, ma se andate su Azione Nonviolenta, trovate i moduli per la sottoscrizione personale sull’auto-dichiarazione di essere un obiettore alla guerra.
Perché, in questo momento, l’obbligo della leva è sospeso, non cancellato. Quindi basta un decreto legge per rimetterlo in vista e ci sono alcune proposte di legge in Parlamento, una targata Salvini. È una dichiarazione nella quale ciascuno di noi sottoscrive la propria dissociazione da qualunque azione di, come dire, ingresso diretto nelle guerre in corso, oltre che indiretto attraverso l’invio di armi del nostro Paese.
Chiedendo di essere inserito in un albo di obiettori alla guerra riconosciuto dalle istituzioni italiane. Queste migliaia di firme che stiamo raccogliendo le presenteremo il 15 dicembre, che è la giornata che ricorda la prima legge sull’obiezione di coscienza in Italia, al Presidente della Repubblica, in quanto garante della Costituzione e Capo delle Forze Armate italiane.
E poi c’è tutto il tema dei saperi della non violenza. Quelli erano i saperi della non violenza rispetto alla violenza diretta. E poi ci sono i saperi della non violenza rispetto alla violenza strutturale. Tutto il tema della riconversione, riconvertire la violenza strutturale, a partire dalla violenza estrema delle armi nucleari.
E dei passi in questo senso se ne stanno facendo. Non siamo del tutto impotenti. La forza della non violenza è una forza forte che passa dal basso, attraverso il potere senza potere, come diceva Václav Havel. La campagna ICAN, la campagna per la messa al bando delle armi nucleari, nel 2017 ha vinto il Premio Nobel per la Pace. Ed è stata la principale spinta della società civile internazionale per il Trattato ONU contro le armi nucleari, che in questo momento è in vigore perché oltre 50 stati lo hanno sottoscritto e ratificato.
Quindi le armi nucleari in questo momento legalmente sono fuori legge: non solo il loro uso, ma anche la loro progettazione, ammodernamento, conservazione, stoccaggio eccetera sono fuori legge. Naturalmente questo trattato non è stato sottoscritto dalle nuove potenze nucleari e non è stato sottoscritto dai paesi NATO, tra i quali l’Italia.
La nonviolenza ci chiama/ Pasquale Pugliese/ Venegono Superiore/ 2 novembre 2024 SAM 2368
Da finanziare anche, ma non solo, attraverso un trasferimento di risorse dalla difesa militare alla difesa civile, ma anche attraverso l’opzione fiscale. Cioè, tutte le volte che si va a fare la dichiarazione dei redditi, così come si finanzia una confessione religiosa o un partito, poter finanziare la difesa civile non armata, non violenta, invece di quella militare. Questa è una campagna importante e di contrasto alla violenza strutturale che dobbiamo riprendere in mano, rimettere in pista.
E adesso, avviandoci verso la fine… non so, sono le 6:10… bisogna poi davvero mettere mano a decostruire la violenza culturale, quella che è perversa sui media, nei contesti formativi, anche nelle scuole, nei contesti universitari, ovunque si faccia cultura. E ci sono alcuni saperi che sono davvero necessari e prioritari oggi. Il saper riabituarsi… di fronte a anni di bombardamento di pensiero binario: il bene contro il male, i buoni e i cattivi, o di qua o di là, o filo-atlantisti o putinati, o filo-Israele o filo-terroristi. No, il mondo è molto più complesso di così. Lo diceva Edgar Morin, grande teorico della complessità. A 103 anni, andatevi a vedere il suo libro “Di guerra in guerra”, uscito l’anno scorso. Lui, che aveva fatto la guerra partigiana, decostruisce uno per uno tutte le falsità che ci dicono che non si può uscire dalla guerra in Ucraina con la vittoria anziché con la pace. E dice Morin, lo diceva già ne “La testa ben fatta” di alcuni decenni fa: un’intelligenza incapace di considerare il contesto e il complesso planetario rende ciechi, incoscienti e irresponsabili. Che è esattamente il paradigma del “si vis pacem, para bellum”: incosciente e irresponsabile.
Dobbiamo invece riapprendere a ragionare per sistemi complessi e poi alimentare il pensiero critico, uscire dal pensiero magico che le cose stanno così e non possono stare diversamente, che la guerra sia un destino dell’umanità. C’è un bellissimo documento, poco conosciuto, che è la “Dichiarazione di Siviglia sulla violenza”, che decostruisce una per una tutte le illusioni sul fatto che la specie umana sia destinata alla guerra. Non è fatto così. La guerra è una costruzione voluta dentro quel sistema di violenza che ha tutti i suoi step successivi che orientano affinché le guerre ci siano sempre di più. La stessa specie che ha inventato la guerra può inventare la pace, e ciascuno di noi ha la sua parte di responsabilità in questo.
E poi promuovere il pensiero del “potere di tutti”. C’è un bellissimo libro di Aldo Capitini, “Il potere di tutti”. Immagino che l’abbiate sul Centro di documentazione. “Il potere di tutti”, cioè tutti abbiamo un po’ di potere d’agire, che non è il potere sostantivo maschile singolare, ma il verbo “potere”, la capacità di agire. Io posso, tu puoi. Noi abbiamo. Questo è il potere di tutti. E diceva Capitini: la vera trasformazione del potere si ha nelle capacità di decostruire gli apparati militari del potere, altrimenti non c’è rivoluzione, non c’è rivolta, non c’è trasformazione davvero effettiva se non incide nella decostruzione del potere militare, perché è lì che risiede il vero potere, e la prova del più alto assoluto: della guerra, della guerriglia, della tortura, del terrorismo. È il punto di partenza e la svolta, la condizione assoluta di una nuova impostazione del potere.
E poi anche qua considerare e trattare l’altro sempre come un fine, mai come un mezzo. Qui il maestro Kant, ma è assolutamente ciò che non accade, traduce Judith Butler ne “La forza della non violenza”. Questo ossioma kantiano del principio della uguale dignità di lutto: gli esseri umani non hanno uguale dignità di lutto. Pensate: quanto vale la vita di un israeliano e quanto vale la vita di un palestinese? Pensate: quanto vale la vita di un profugo ucraino e quanto vale la vita di un profugo di qualunque altra guerra del mondo? Non hanno uguale dignità di lutto. Noi dobbiamo ricostruire l’uguaglianza radicale tra le persone. L’uguaglianza radicale è uno dei problemi fondamentali della non violenza.
E poi promuovere il disarmo, che è disarmo militare rispetto alla violenza strutturale, ma è disarmo culturale rispetto alla violenza culturale. Io qui cito Alex Langer, scusate, sono stanco… che diceva l’importanza di mediatori, costruttori di ponti, saltatori di muri, esploratori di frontiera. Non a caso, Langer fu colui che propose al Parlamento Europeo la prima proposta, la prima bozza di un corpo civile europeo di pace. Avere la capacità di guardare ogni conflitto anche dal punto di vista dell’avversario, quindi amare i propri occhiali e usare anche quelli dell’altro per vedere quali sono le sue ragioni, non solo le nostre, e dare per scontato che noi abbiamo sicuramente ragione e gli altri sicuramente torto, come fanno da anni i nostri quotidiani e tutti i nostri mezzi di comunicazione. Perché, come ci ricorda Galtung nel libro “Peace by Peaceful Means” (Pace con mezzi pacifici), titolo che cita la Carta delle Nazioni Unite, il maggior numero delle parti in conflitto ha qualche posizione valida. Il lavoro sul conflitto consiste esattamente nel costruire una posizione accettabile e sostenibile a partire da quel qualcosa di valido, per quanto minuscolo possa essere. La mediazione è un’arte complessa, capace di guardare alle ragioni dell’altro. Noi non abbiamo visto niente di tutto questo in questi anni, in cui l’unica parola è stata data alle armi, su tutti i conflitti.
E poi umanizzare l’avversario. Noi siamo dentro un paradigma, anche qua, parte dei paradigmi della propaganda di guerra. Se andate poi a guardare, è un paradigma di deumanizzazione, che addirittura si fonda sul principio della reductio ad Hitlerum: qualunque avversario dell’Occidente abbia avuto in questi anni, da Saddam Hussein nel 1991 in avanti, è un nuovo Hitler. Quanti ne abbiamo visti passare? Dopo Saddam: Ahmadinejad, Milosevic, Gheddafi, oggi Putin, eccetera. Tutti, tutti i nuovi Hitler, salvo averci fatto affari fino al giorno prima, normalmente affari di carattere militare.
Allora qui ci viene in conto, oltre al libretto di Umberto Eco “Costruire il nemico”, questo bel libro “Apeirogon” che forse qualcuno conosce, di Colum McCann, un autore irlandese, che racconta una storia vera di due uomini viventi: un papà israeliano a cui Hamas uccide una figlia, e un papà palestinese a cui l’esercito israeliano uccide una figlia. E si conoscono all’interno di Parents Circle-Families Forum, un’organizzazione mista israelo-palestinese, come quelle che auspicava Alex Langer, di parenti di vittime della violenza opposta. E insieme contribuiscono a fondare i “Combatants for Peace”, un’organizzazione, anche qua, mista israelo-palestinese, di combattenti, ex combattenti delle milizie palestinesi e dell’esercito israeliano, che rinunciano alla lotta armata e anzi, insieme, si impegnano nella lotta per la pace. Questo libro è straordinario nel raccontare la vicenda di questi due papà e del riconoscimento reciproco a partire dal dolore della violenza.
E poi, per concludere, educare. Educare alla trasformazione nonviolenta dei conflitti, di tutti i conflitti, dai conflitti interpersonali fino ai conflitti internazionali. Senza doppi standard etici, ma con lo stesso approccio: l’approccio nonviolento alla risoluzione e alla trasformazione dei conflitti. Perché non esiste alcun conflitto, ci dice ancora Galtung, per quanto l’odio sia interiorizzato, il comportamento violento istituzionalizzato e la contraddizione, l’incompatibilità, il tema del conflitto insolubile, che non possa essere trasformato attraverso la non violenza.
Io ho finito, ma faccio l’ultima citazione, eterodossa se volete, perché oggi è il 2 novembre, l’anniversario dell’omicidio di Pier Paolo Pasolini. Pasolini mandò, scrisse ad Aldo Capitini, anzi scrisse un articolo che Aldo Capitini raccolse nel libro “La non violenza in cammino” a commento della prima Marcia della Pace, quella del ’61, di cui abbiamo visto l’immagine prima. Scrisse un bell’articolo dove dice questo, Pier Paolo, nel ’61, nel dicembre del ’61, se non ricordo male: “La non violenza è l’acme ideale di una concezione razionale della realtà. Se ogni forma del pensiero ha bisogno dell’atto pratico, di una manifestazione concreta e basata quindi sul sentimento e la persuasione, la non violenza è l’atteggiamento sentimentale e persuasivo di chi è totalmente fuori da ogni conformismo, di chi si è totalmente liberato attraverso gli strumenti della ragione e della cultura.”
Ma noi continuiamo a preferire, noi, questo aggiungo io oggi qui, l’irrazionalità, l’irragionevolezza e l’ignoranza. E con questo.

La nonviolenza ci chiama/ Pasquale Pugliese/ Venegono Superiore/ 2 novembre 2024 SAM 2369
Bene, ringraziamo Pasquale Pugliese. Direi che ha fatto una relazione di alto livello e sono contento di averlo invitato. Siamo contenti di averlo invitato perché la sua relazione è stata davvero ricca di stimoli e quindi può permettere un dibattito al nostro interno significativo. Per quanto riguarda il dibattito, direi di terminare alle 19:15, 18:45 controlli tu per 18:22, ok? Perché volevo lasciare anche il tempo per eventualmente vedere il suo libro ed acquistarlo. Naturalmente, sulla gestione dei conflitti occorre anche praticarlo ovunque, praticarlo ovunque. Anche qua, per esempio, non è detto che tutto ciò che ha detto Pugliese sia stato ben accetto da tutti noi, dunque può essere che ci siano delle cose da discutere, per cui invito proprio a fare questo sforzo. Qui c’è il microfono che puoi girare, però siccome stanno riprendendo gli amici di Cor venuti apposta, preferirei appunto qua se avete comunicazioni.
In ogni caso, volevo io per primo rompere il ghiaccio, diciamo, e fare alcune osservazioni. Credo che anzitutto ci sia stato un passaggio, l’utilizzo di una parola che secondo me non era adeguata. Per esempio, di fronte al conflitto israelo-palestinese tu hai parlato della violenza di Israele e della violenza dei terroristi palestinesi. “Terroristi” è un termine usato dagli israeliani e quindi bisognerebbe valutare se è corretto oppure no. Certamente anche loro hanno violato il diritto internazionale, fatto un macello, ma ovviamente la loro resistenza, anche non violenta oltre che armata, è da oltre 30 anni attiva.
La seconda cosa è questa. Per quello che mi riguarda, io ho seguito attivamente sia la campagna “Ripensaci” dal 2016-2017, sia anche la campagna per un Dipartimento per la Difesa Non Violenta, che è di qualche anno prima, forse un po’ di anni prima, 2014, esatto. 2014, qui proprio a Castello abbiamo raccolto centinaia, anzi direi migliaia di firme, sia per una campagna che per l’altra. Solo che ho l’impressione che gli anni sono passati e gli obiettivi non si sono realizzati, e quindi ci si deve chiedere perché, oltre che come fare, come andare avanti.
Sul perché, io ho per esempio questo tipo di idea: probabilmente, siccome ne parlo perché uno dei primi comportamenti obiettivi di uno violento dovrebbe essere la ricerca della verità, probabilmente non si è andati a fondo di questa ricerca in termini proprio della verità sugli apparati militari che contrastano la nostra iniziativa. Ho l’impressione che la campagna, per esempio, “Ripensaci” abbia sottovalutato l’esistenza della NATO e la forza della NATO, che ha imposto a tutti, o meglio ha concordato collettivamente al suo interno, nel Comitato di Pianificazione Nucleare, all’unanimità, di evitare che ciascuno dei membri della NATO ratifica o sottoscriva il Trattato di Proibizione per le Armi Nucleari.
E la stessa cosa mi chiedevo: non sia oggi più utile, diciamo, sostenere l’ipotesi che fa Papa Giovanni XXIII, cioè l’associazione Papa Giovanni XXIII, per un Ministero della Pace e non più solamente un Dipartimento per la Difesa Non Violenta, che sarebbe comunque all’interno di una struttura che è di guerra ormai. È palese, diciamo così.
Comunque direi, se qualcuno di voi ha delle domande o vuole fare qualche intervento, lo invito a venire qua per intervenire su questi argomenti. Ad esempio, sicuramente Filippo Bianchetti ha alcune cose da dire, ma anche, appunto, non dimentichiamo alcune iniziative che “Quattro passi di pace” sta mettendo in piedi dentro la mobilitazione per la Terza Marcia Mondiale per la Pace e la Non Violenza. Quindi interventi di dibattito.
Se vuoi, intanto provo a interloquire sulle cose che hai detto tu, sì, come preferisci. Hai detto tre cose importanti. Utile. Eh sì, io ho usato ovviamente il termine “terrorismo” anche rispetto ai palestinesi. Nel senso che non mi riferisco naturalmente alla resistenza non violenta o anche alla resistenza armata che ha obiettivi militari. Mi riferisco a chiunque colpisce civili. Cioè, colpire i civili è sempre terrorismo. È terrorismo quello che viene dal basso, quando sono milizie auto-organizzate che colpiscono i civili, ma è terrorismo anche quello che viene dall’alto, quando sono gli eserciti a colpire i civili. Colpire i civili è sempre un atto di terrorismo e nessun terrorismo è giustificabile. Altra cosa è la resistenza dal punto di vista militare, che colpisce obiettivi militari. Io non sono distante da questo approccio, quanto io sono per la non violenza e credo che l’unica resistenza veramente efficace, oltre che eticamente accettabile, sia quella non violenta. Però riconosco la differenza tra una resistenza armata che ha obiettivi militari e un terrorismo che ha obiettivi civili, che venga dal basso di un popolo o che venga dall’alto di uno Stato. Non faccio distinzione. L’unica distinzione che possiamo fare è dal punto di vista quantitativo. Non è comparabile sul piano della distruttività il terrorismo rispetto alla quantità di vittime del terrorismo di Israele, che sta facendo genocidio. C’è un elemento di quantità che modifica anche la qualità, tra virgolette, dell’azione terroristica che è in corso. Però sono distinzioni che secondo me è importante fare rispetto all’alternativa tra resistenza civile e resistenza militare.
C’è un bellissimo libro che non ho fatto in tempo a citare, la ricerca di Erica Chenoweth e Maria J. Stephan, due ricercatrici statunitensi. In italiano è stato tradotto quello di Erica Chenoweth, che analizza 120 anni di lotte, rivoluzioni e resistenze in giro per il mondo, oltre 600, di cui circa metà violente e circa metà non violente o civili, in cui non si fa uso di armi. Le hanno censite tutte rispetto ai risultati ottenuti rispetto agli obiettivi perseguiti. Il rapporto tra risultati efficaci o meno è ribaltato: circa il 30% delle resistenze armate ha ottenuto i risultati che si prefiggeva, mentre circa il 60% delle non violente ha ottenuto i risultati che si prefiggeva. È un censimento molto dettagliato anche con gli indicatori rispetto ai quali valutare questi aspetti. Andate a cercare, è uscito l’anno scorso. Ho fatto anche un censimento sul mio blog.
Risolvere i conflitti rispetto al tema delle campagne? Sicuramente. Tanto la campagna “Un’altra difesa possibile” quanto la campagna “Italia, ripensaci” si inseriscono dentro uno scenario dove i poteri non sono forti, sono fortissimi. E sono contro. Ma questo è un dato di fatto che conosciamo. Perché lì, non è tanto il fatto di quanto ce l’abbiamo presente, ma il tema vero è quanto siamo capaci di organizzarsi affinché queste campagne facciano dei passi in avanti, pur sapendo che dall’altra parte ci sono poteri immensi. Noi possiamo agire non sulla destrutturazione di quei poteri, ma sull’organizzazione del nostro potere. Invece, rispetto a questo, siamo fragili, perché noi facciamo una campagna dopo l’altra senza fare monitoraggio, valutazioni, rilanci opportuni di quelle in corso. Quante campagne, appelli vengono lanciati una dopo l’altra e ci si perde, perché si perde contezza di come sta andando, di quali sono gli step successivi. Dice Gandhi: non bisogna mai aggiungere un obiettivo a quello che è il tuo campagna in corso. Prima raggiungi l’obiettivo che ti sei dato. E anche se stessi vincendo, diciamo, rispetto al tuo obiettivo, non devi modificarlo. Devi portarlo a termine, dopo inizi una campagna successiva. Perché i tuoi step di lotta possono andare avanti in maniera ordinata. I nostri mondi sono molto disorganizzati da questo punto di vista, dico in generale. No, invece dovremmo fare maggiormente rete, organizzazione, pianificazione e così via, che non risolve il problema, ma secondo me aiuta.
Sul Ministero della Pace, sì, io ho scritto qualcosa rispetto al Ministero della Pace promosso da Papa Giovanni XXIII. In linea di massima è positivo come orizzonte. Io vedo un Ministero al cui interno stanno le proposte del Dipartimento. Ma oggi come oggi vi immaginate un Ministero della Pace in mano al governo Meloni? Cioè, nel momento in cui fai un dipartimento, diventa parte dell’assetto istituzionale del paese, come il Dipartimento del Servizio Civile in questo momento. No, il dipartimento dovrebbe inserire al suo interno servizio civile, protezione civile, difesa civile. Diventa un pezzo dello stato, in base anche alle sentenze della Corte Costituzionale. Il Ministero della Pace è più soggetto ai poteri di un esecutivo, di un presidente del Consiglio, di un ministro. Per cui, sì, come orizzonte ci sta il valore della pace, ma direi che in una logica di progressiva istituzionalizzazione di queste azioni, proposte con opzioni fiscali, corpi civili di pace, un dipartimento è il primo passo per fare dopo quello successivo. Cioè, questa idea progressiva delle azioni, degli obiettivi, delle azioni da perseguire. Non so se ho ragione, ma insomma, la vedo così.
La nonviolenza ci chiama/ Pasquale Pugliese/ Venegono Superiore/ 2 novembre 2024 SAM 2370
Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole a livello nazionale. La situazione delle scuole dei nostri ragazzi e i nostri bambini, persino alla materna, sulla questione della violenza culturale è una cosa eccezionale. Proprio tutti, nonni, zii, padri e madri, facciamo attenzione. Potete cliccare sull’osservatorio, e ci sono delle pratiche per poter allertare i presidi e i dirigenti. Questa cosa è nata più di 20 anni fa con l’Ulivo della Pace: venivano a piantare l’Ulivo della Pace nelle scuole, i militari della caserma che facevano le ‘missioni di pace’, tra virgolette.
Poi, non sono sceso in piazza il 26 ottobre per il tragico dubbio. C’erano ben due manifestazioni, ad esempio, a Milano. Mi dispiace, ma con chi ha votato per mandare delle armi? Chi non si è messo in Parlamento contro la guerra? Perché c’erano rappresentanti di partiti in piazza il 26 contro la guerra, ma i loro rappresentanti avevano votato per mandare delle armi. Leonardo, che poi adesso viene fuori che non è poi così tanto italiana, ma ci sono anche lì americani e israeliani.
Sulla complessità, caro relatore, c’è una contraddizione. La complessità, Gandhi ha permesso che gli indiani partecipassero alla Seconda Guerra Mondiale, perché a livello planetario c’era un Hitler che era stato creato dai soliti uomini con potere. Bisognava combatterlo. Sulla questione della non violenza e della difesa, Gandhi parlava di azione non violenta, parlava di coraggio. Perciò, dobbiamo metterci a salvare i nostri figli, che possono venire richiamati in una pazzia.
Grazie. C’è qualcun altro? Io volevo, visto che mi è stata appena consegnata questa bella bandiera con scritto ‘Ripudia’, ricordare che il verbo ‘ripudia’ nella Costituzione è stato voluto dalle donne. L’articolo 11 usa esplicitamente il termine ‘ripudia’. Teresa ha rilasciato un’intervista bellissima su questo, andatevela a cercare. Questo mi dà anche la possibilità di chiedere al nostro relatore, che ringrazio, se nella sua lunga relazione non valga la pena di aggiungere qualche riflessione sulle pratiche delle femministe, che sono state grandi maestre di non violenza.
Un’altra riflessione è quella sull’eco-pacifismo, perché non possiamo prescindere dal dichiararsi contro la guerra, riflettendo anche sui danni che le guerre stanno facendo all’ambiente e al clima. Grazie davvero.
Sono Filippo Bianchetti, Laicato Varesino per la Palestina, e lavoro sul boicottaggio di Israele. All’uscita troverete tre volantini su questo tema. Il boicottaggio è un’azione non violenta. Un volantino generale sul boicottaggio di Israele, un altro sul boicottaggio di una casa farmaceutica israeliana, la Teva, la più grande ditta di generici al mondo. Inoltre, Sanitari per Gaza è un’associazione nata dopo il 7 ottobre 2023, che raggruppa personale sanitario per l’assistenza a Gaza, Cisgiordania e Libano.
Volevo accennare al concetto di equidistanza. I sudafricani hanno coniato l’espressione che essere equidistanti in una condizione di oppressione significa stare dalla parte dell’oppressore. Grazie.
Sono Franco di Bari. Volevo chiedere qual è la connessione tra le guerre degli ultimi 23 anni e i disastri climatici.
Grazie. Introduzione alla Principi di Nonviolenza di Capitini. Grazie.
Assolutamente sì. C’è una scientifica delegittimazione delle Nazioni Unite. I governi spendono per un anno per le Nazioni Unite quanto spendono ogni giorno in spese militari. L’ONU dovrebbe essere l’alternativa alla guerra. Invece, i bombardamenti su basi ONU legittimano Israele. Il ruolo delle donne nel pacifismo e nella non violenza è fondamentale. Ho in borsa ‘Regimi di guerra’ di Judith Butler e ‘Umanità violata’ di Roberta De Monticelli, appena usciti.
La crisi ambientale si trasforma in conflitti, e ci si attrezza per affrontarli con la guerra, anziché risolverli. Bisogna rimediare alle cause della crisi e attrezzarsi per risolvere i conflitti con mezzi non violenti. Grazie.
La nonviolenza ci chiama/ Pasquale Pugliese/ Venegono Superiore/ 2 novembre 2024 SAM 2371
Eh, come dire, strategica delle azioni contrastanti per riorientare l’asse sulla direzione positiva anziché su quella negativa. Banalizzando, non posso rispondere così nel poco tempo che abbiamo. Grazie ancora. Grazie a tutti.

[Testo ottenuto dagli stagisti della Castellini di Como a ecoinformazioni]

