8 marzo/ Donne in nero/ Sotto lo stesso cielo. Sopra la stessa terra

maninaSotto lo stesso cielo. Sopra la stessa terra. Presenza silenziosa delle Donne in nero a fianco delle donne ucraine e siriane in piazza San Fedele a Como, sabato 8 marzo dalle 17 alle 18. Leggi nel seguito il Comunicato che illustra l’iniziativa.  

«8 marzo Giornata internazionale della donna. Presenza silenziosa delle Donne in nero l’8 marzo dalle 17 alle 18 in piazza San fedele a Como insieme alle donne ucraine, siriane. Sotto lo stesso cielo. Sopra la stessa terra. Cambiamo l’Italia e il mondo insieme alle donne che lottano senz’armi per la vita, per la pace, per la giustizia, per i diritti. 

«La guerra è entrata nel quotidiano, eppure bisogna continuare a pensare alla pace, e da donne». [Virginia Woolf]

«Tenendo la tua mano e sapendo che tu mi hai dato una nuova forza… con questa forza e questa solidarietà sono stata presa da questa follia di cambiare il mondo». [Malalai Joya]

«Non abbiamo né la forza dell’esercito israeliano né il potere delle tradizioni che ci tengono confinate in certi ruoli. Comunque sia, noi sappiamo che una donna in piedi di fianco ad un altra donna, in una linea di solidarietà, è una forza più potente di entrambi». [Kifah Addara, Cooperativa delle donne di At- Tuwani, Palestina]

Noi Donne in nero, oggi 8 marzo vogliamo, dare simbolicamente, almeno per un giorno, cittadinanza in questo Paese a tutte le donne che cercano di raggiungerlo nella speranza di una vita migliore. Dei loro nomi non sappiamo, delle loro storie nemmeno; sappiamo che vorrebbero abitare insieme a noi. Vogliamo vivere con loro in un paese accogliente. Siamo tutte sotto lo stesso cielo e sopra la stessa terra.

L’Ucraina è lontana. L’Ucraina è vicina. È nelle «nostre tiepide case»

È a Como. Ogni domenica si ritrovano, da tempo da anni, sempre più numerose, ancora più addolorate, lontane da Kiev in fiamme, le donne ucraine che assistono i nostri nonni, le nostre mamme, i nostri figli, le nostre figlie. Si riconoscono dal viso tirato, stanco dopo una nottata passata tra scambi di sms ed e-mail con chi è a Kiev o in un villaggio (la gran parte di loro non arriva dalla capitale). Lì ci sono amiche amici, fratelli e sorelle, vittime della nuova ondata di repressione o magari ospiti di persone in fuga dalla violenza di piazza. Parlano tra “loro”, ma vogliono raccontare anche a “noi” della loro terra, dei loro affetti, delle loro speranze. Facciamo in modo che nessuna si senta sola e straniera.

Lavorano come colf, assistenti personali, qualcuna è traduttrice

Mariana racconta «Passiamo notti insonni, siamo vicine ai nostri familiari che soffrono in Ucraina. E lottiamo anche da qui». Descrive una comunità addolorata e impaurita che lotta e che si adopera per rendere partecipi anche gli italiani. «Ognuna ha attivato i suoi contatti», questo è stato possibile anche perché «nelle famiglie in cui lavoriamo c’è comprensione».

Ludmilla ha una figlia di 23 anni che studia a Kiev. Racconta «i giovani studenti sono stati invitati a restare chiusi in casa ma, dopo i primi giorni di smarrimento, sono scesi in campo per portare aiuti, viveri, medicinali a chi era a Maidan». «Sono felice per la liberazione di Julia, simbolo della rivoluzione arancione»

 

Olga, 73 anni, è una donna distinta colta, un’ex insegnante, con pensione statale di 100 euro mensili, costretta a lasciare i suoi tre figli disoccupati e i suoi quattro nipoti per contribuire alla sopravvivenza della sua famiglia. È addolorata per la situazione e anche preoccupata per l’estremismo dei disordini. «La vera tragedia dell’Ucraina – afferma – è nella povertà di valori mentre è ricca di tutte quelle materie che fanno gola alle economie spregiudicate». «È questa ragione che ha portato al governo il “delegato” di Putin, che si è comperato le elezioni con i soldi russi. Spera in un Parlamento riformato dove i giovani, molto più acculturati degli uomini di regime, possano dare nuova dignità a questa terra».

Maria, con gli occhi gonfi di lacrime, racconta della telefonata con il fratello, ex poliziotto, ora nelle formazioni partigiane attive a difesa del Parlamento e nella rimozione delle barricate. Lei gli ha consigliato di tornare a casa, da sua moglie incinta e da suo figlio di due anni. Ma lui è convinto che il suo impegno sia soprattutto di garantire a loro un futuro giusto e libero.

Tutte sono fiere di Stefan Bandera il paladino di un’ Ucraina unita ed indipendente, «famoso in Ucraina, quanto Garibaldi in Italia», affermano.

Sono grate al popolo italiano, che le ha accolte e rispettate, e che in questo tragico momento non ha fatto mancare concreta solidarietà (con medicine e altri generi di conforto).

Sono convinte che quanto sta avvenendo in Ucraina non sia una questione interna alla nazione e chiedono che i crimini commessi siano giudicati da una corte internazionale, come è avvenuto per i fatti di Bosnia, Serbia, Kossovo.

Non vogliono che l’Ucraina diventi come Berlino: una parte in Europa e l’altra alla Russia. L’unità nazionale è l’unica strada per la riappacificazione. Sono solidali con il popolo russo che soffre le stesse condizioni di vita critica, condannano tutti i regimi, e inviano alle donne un messaggio: «’Svegliatevi donne russe’. Solo dalla nostra presenza e azione si può costruire un mondo migliore per tutti, per tutte»

La Siria è anche qui.

Degna accoglienza per profughe/i e richiedenti asilo.  “Le voci delle donne devono essere incluse nel processo di pace, non solo perché sono vittime di guerra, ma anche, cosa più importante, perché le donne sono i costruttori di pace più efficaci. Nel conflitto gli uomini hanno preso le armi, mentre le donne hanno tenuto insieme le comunità. Le donne sono diventate più forti e meglio attrezzate a svolgere un ruolo chiave nel garantire la pace vera. [Mouna Ghanem, Forum delle Donne siriane per la Pace].

In Siria è iniziato il quarto anno di guerra. Il rumore delle armi ha coperto ogni voce di aspirazione a libertà e democrazia. Bombardamenti violenze, repressioni. Almeno 120 mila i morti da marzo del 2011 a dicembre 2013, anno in cui sono stati uccisi più di 41.000 civili tra cui un numerosissimi bambini e bambine. Molte di più i feriti e le vittime di fame, freddo, mancanza di cure, stupri usati per seminare terrore e infliggere castigo e offesa al nemico. Corpi di donne come campo di battaglia per tutti gli attori armati delle diverse guerre che si combattono in Siria.

Continuano ad aumentare milioni gli sfollati, sono più di 8 milioni − per la maggior parte donne, bambini, bambine, anziani − ammassati in tende esposte al freddo intenso, in luoghi isolati, difficili da raggiungere con aiuti umanitari. Secondo stime del 2013 dell’Alto Commissario Onu dei rifugiati (Unhcr), 3 milioni i profughi: il 50% sono bambini e bambine e il 30% donne.

Un disastro umanitario senza fine che ci indigna.

E ci indigna ancor di più per le situazioni disumane che trovano i profughi nel nostro paese. L’Italia che ne ha visti e ne vede arrivare tante e tanti nei barconi diretti a Lampedusa, alla tragedia che tocca tutte e tutti coloro che fuggono dalle guerre, aggiunge l’indegna accoglienza che ricevono nei Cie e anche nei Cara (Centri di accoglienza richiedenti asilo) dove sono stati documentati episodi criminali di corruzione, sfruttamento della prostituzione, e costanti azioni di umiliazione e violazione della dignità.

I morti in mare, le profughe e i profughi siriani invocano una nuova politica dell’immigrazione e per cambiare le leggi che puzzano di morte. Qui come a Bruxelles.

Chiediamo di rivedere la legislazione italiana in materia di migrazioni e asilo, con l’apertura di canali costanti di regolarizzazione che sottraggano gli esseri umani ai trafficanti e consentano l’ingresso regolare nel nostro Paese.

Chiediamo l’immediata abolizione del reato di immigrazione clandestina introdotto dalla legge 94/2009, la modifica urgente del T.U. sull’Immigrazione (Dlgs 286/1998) con la revisione dei meccanismi di ingresso e l’abolizione delle norme previste dalla legge 189/2002 (Bossi/Fini).

Pensiamo che l’Italia sia migliore di chi la rappresenta e abbia già scelto da che parte stare, proprio come noi. Quella dei diritti umani.

Né indifesa. Né indivisa

Essere donne non basta. Per fare la differenza bisogna essere differenti, nella testa e nel cuore, e non solo nel corpo. La presenza di cinque ministre della Difesa (Italia, Norvegia, Albania, Germania e Olanda) alla recente riunione Nato, non ci soddisfa e non ci inorgoglisce. Certo è la prima volta, in assoluto, che così tante donne ricoprono questo ruolo in Europa. Le donne di cui siamo orgogliose, dice Monica Lanfranco, e noi con lei, sono quelle che «non si vogliono uniformare al sistema, e che accettano ruoli istituzionali pubblici ma non rinnegano ideali e valori alternativi rispetto a quelli del dominio». «Forse la novità di quella foto è che oggi posso criticare una ministra della Difesa, invece che un ministro, grazie anche al contributo di attiviste come Lidia Menapace che hanno lottato perché le più giovani sedessero in Parlamento e poi diventassero titolari di dicasteri. Però non chiedetemi di essere contenta per questo». Ci sentiremmo molto più appagate se tra quelle donne insieme alle ministre della Difesa ci fosse Megan Rice, la suora di 83 anni condannata a 5 anni di carcere per avere manifestato contro una struttura militare dove si producono aerei da combattimento, assai simili a quelli che la neo ministra della Difesa italiana, Roberta Pinotti, vuole finanziare.

«Le donne, non previste dalla storia plasmata, narrata e tramandata dagli uomini, in politica sono sempre state comunque ospiti, e nonostante le cariche acquisite sono facilmente depotenziabili, con l’insulto sessista». Così è accaduto recentemente in Italia alla presidente della camera Laura Boldrini. Abbiamo ancora molta strada da fare per una politica disarmata e disarmante nella sostanza e nella forma. Linguaggio compreso». [Donne in nero Como]

 

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