Mese: Gennaio 2015

Como Business Center: avviso pubblico per l’utilizzo dello spazio in Expo Milano 2015

expo-2015-COPComo e il suo territorio si sono strutturati in una rete di coordinamento e di sviluppo, denominata SistemaComo2015, con l’obiettivo di promuovere il territorio, accrescerne la visibilità, creare un ponte con Milano, con i Paesi partecipanti ad Expo 2015 e con i visitatori previsti. In quest’ambito, la Camera di Commercio di Como si è fatta interprete dell’interesse dell’intero sistema territoriale comasco a partecipare al padiglione Italia nel semestre di svolgimento dell’esposizione universale. A tali fini, Sviluppo Como spa, soggetto attuatore di SistemaComo2015, ha sottoscritto un contratto di partecipazione con il padiglione Italia – società Expo Milano 2015 spa, per effetto del quale è stata concessa la disponibilità, per tutta la durata dell’evento, di un ufficio collocato lungo il cardo nord, per funzioni di rappresentanza istituzionale, nazionale ed internazionale, che è stato denominato Como business center. La presenza continuativa nel padiglione Italia, permetterà di consolidare una logica di sistema su cui si fonda da qualche anno la forte attività di internazionalizzazione intrapresa con l’obiettivo di ridare competitività all’intero tessuto economico, culturale e sociale del territorio. L’obiettivo sarà quello di dare visibilità al territorio, e non solo alle ricchezze paesaggistiche, quanto alle eccellenze d’impresa e alle numerose realtà scientifiche e culturali che lo caratterizzano. Il bando di manifestazione d’interesse per l’utilizzo dello spazio, si rivolge ad imprese, associazioni di categoria, operatori culturali, enti locali, istituzioni del territorio della provincia di Como. L’offerta nel dettaglio e le modalità di trasmissione della manifestazione di interesse è visibile nell’avviso pubblico consultabile sul sito di SistemaComo2015 cliccando qui. [jl, ecoinformazioni]

14 gennaio/ Bottega lavoro: apre il secondo sportello a Cantù

bottega lavoroIl progetto Bottega Lavoro, nato dalla collaborazione tra Acli e Arci e finanziato dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, mira a favorire l’avvicinamento al mondo del lavoro dei giovani tra i 15 ed i 30 anni. Il primo passo di questo cammino è stato a settembre 2014 l’apertura di uno sportello gratuito di accompagnamento, orientamento ed informazione sul mondo del lavoro attivo ogni martedì dalle 15 alle 18, presso la sede provinciale delle Acli di Como in via G. Brambilla 35. Da mercoledì 14 gennaio lo sportello si sdoppia. Ogni mercoledì infatti, dalle 15 alle 18 sarà attiva una seconda postazione presso il circolo arci TikTak Ta2 di via Ariberto 4/b a Cantù. Info: profilo facebook Bottega Lavoro, mail bottegalavoro@gmail.com, tel 344 1370711. [jl, ecoinformazioni]

Como per la Pace lontana da Parigi

charlie teodoroPiù di mille persone hanno partecipato nel pomeriggio di domenica 11 gennaio alla Marcia per la Pace che la Diocesi di Como ha organizzato in collaborazione con Coordinamento comasco per la Pace, Acli, Unione degli studenti, Emergency, Teranga, Burkinabè, Chiese pentecostali ganesi e nigeriane, Sprofondo, Libera, Legami, Camera del lavoro – Cgil, Cisl, Uil, Scout Agesci Cantù e Como, Garabombo, La vela dell’Arca, Erga omnes e con il patrocinio del Comune di Como. Il corteo, partito da Porta Torre, ha percorso la città fermandosi più volte per dare voce ai diversi promotori. La manifestazione, sicuramente più partecipata per l’emozione suscitata dalla strage di Parigi, non ha però voluto dare all’attualità uno spazio rilevante. Pochissimi i cartelli di solidarietà a Charlie Hebdo. La questione è tuttavia emersa indirettamente in alcuni interventi e molto vivacemente nelle parole di Teodoro Margherita con toni molto forti segno evidente di una grande solidarietà emotiva verso le vittime parigine. Margherita, mostrando la copertina di un numero della rivista, ha voluto sottolineare che i giornalisti e i disegnatori ammazzati sono stati uccisi per la loro dissacrante capacità di satira di tutte le religioni.  Dopo molte prese di posizione lungo il percorso e un flash mob (Terzo paradiso) la Marcia è arrivata in piazza Duomo dove nelle parole del rappresentante della comunità islamica libanese si è potuta misurare la distanza dell’islam dalla violenza che inverosimilmente e criminalmente gli viene attribuita. A chiudere gli interventi è stato il sindaco Mario Lucini che ha ribadito l’importanza delle reti pacifiste alle quali partecipa la città di Como e la necessità di un impegno personale per la Pace.  Presto on line sul canale di ecoinformazioni i video della manifestazione. [Le immagini della gif copertina del post sono di Alida Franchi]

Di seguito alcune immagini del corteo [Foto Fabio Cani].Blog-MarciaPace03

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Sgrena/ Le vere vittime dei fanatici sono i musulmani moderati e laici

ilmanifesto«L’angoscia e lo smarrimento suscitati dalle immagini che arrivavano da Parigi, lasciano ora spazio a interrogativi e considerazioni. Innanzitutto la freddezza e la preparazione militare dei terroristi segna un salto di qualità nel terrorismo islamico globale. Persino l’urlo di “Allah u Akbar” così nitido è apparso privo di emozione e di fanatismo. L’obiettivo stesso appare simbolico più che frutto di una reazione a vignette anti-islamiche, che sarebbe stato più comprensibile in occasione della pubblicazione di quelle più dissacranti.

Le vignette contro Maometto pubblicate da un giornale danese nel 2005 avevano provocato mobilitazioni anti-occidentali in vari paesi musulmani, mentre l’attacco di Parigi è stato condannato con rare eccezioni di plauso. L’obiettivo scelto è infatti molto “sofisticato” per le masse arabe, si è voluto colpire la laicità nella sua espressione più radicale: Charlie Hebdo in nome della libertà dissacrava e sbeffeggiava la religione come la politica o il sesso.

L’obiettivo sembra quindi più una scelta dell’islamismo francese o europeizzato. Chi può odiare tanto un simbolo della laicità se non un islamista francese? Questo attentato è il frutto avvelenato dell’islam globalizzato, un’ideologia sostenuta anche da intellettuali occidentali che hanno convinto molti europei della loro intenzione di modernizzare l’islam mentre il vero obiettivo era ed è quello di islamizzare l’Europa. È la stessa ideologia che ha generato il califfato di al Baghdadi, che in nome dell’islam globale vuole abbattere le frontiere coloniali in Medioriente.

La coincidenza con l’uscita del provocatorio romanzo di Houellebecq Sottomissione (traduzione letterale di Islam) sulle conseguenze della diffusione dell’islam in Europa – i musulmani sono già e saranno sempre più una presenza importante e financo preponderante – ha scatenato ipotesi drammatiche sul nostro futuro. Questo ci deve spaventare? No, ma non possiamo ignorare le contraddizioni vissute da chi, di origine musulmana, è cresciuto in un paese più o meno laico (l’Italia non lo è) e apprezza questa laicità ma non è disposto a mettere in discussione i principi dell’islam (secondo una versione integralista) soprattutto rispetto alle donne. Sono contraddizioni più laceranti nei giovani che negli adulti.

Lo scontro più duro tra un mondo sostanzialmente laico e la volontà di imporre una visione più ortodossa dell’islam si è verificato di recente proprio in un paese musulmano come la Tunisia. Non a caso i due fratelli franco-algerini ritenuti responsabili dell’attentato – Chérif e Said Kouachi – sono legati alla filiera jihadista Buttes-Chaumont di Boubaker al Hakim, franco-tunisino, che ha rivendicato nel dicembre scorso, l’assassinio dei due noti esponenti del Fronte popolare, Chokri Belaid e Mohamed Brahmi. La rivendicazione, a nome dello Stato islamico (Isil), è avvenuta alla vigilia del secondo turno delle presidenziali tunisine e faceva appello al boicottaggio.

Sebbene i due giovani siano stati indicati dai testimoni come appartenenti ad al Qaeda in Yemen, il loro passato è più legato ad al Qaeda in Iraq che sarebbe poi diventata Isil. E questo dimostra come il terrorismo globale non risponda più a una sigla ma molti gruppi possono agire in nome del Jihad. Kouachi era stato arruolato nel 2004 da Farid Benyettou, autoproclamatosi imam. I due erano stati arrestati nel 2005 mentre Kouachi era in partenza per Damasco. Boubaker al Hakim, arrestato in Siria dove ha passato un anno in carcere, è stato estradato in Francia nel 2005, dove nel 2008 è stato condannato a sette anni, ma nel 2011 è stato liberato.

Sono solo alcune storie di jihadisti che dimostrano come personaggi già noti alla giustizia possano continuare a organizzare attentati tra una missione e l’altra sui terreni di guerra. È questo il terrorismo globale, che non può essere combattuto solo con misure di sicurezza: ancora più importante è combattere l’ideologia portata alle estreme conseguenze dai terroristi. Il “successo” in Iraq e Siria di al Baghdadi ha fatto proliferare i suoi sostenitori nel nord Africa e anche in occidente.

Ora si chiede alla comunità musulmana di condannare il terrorismo, di farlo più esplicitamente. Questo indubbiamente serve a isolare i jihadisti, ma non basta farlo quando c’è l’emergenza, la paura, occorre prestare maggiore attenzione a quelle forze, a quei religiosi, che dentro il mondo islamico si battono, a loro rischio e pericolo, per una secolarizzazione dell’islam. Non serve condannare le atrocità commesse in nome dell’islam solo quando toccano l’occidente, perché le principali vittime del fanatismo non siamo noi ma i musulmani moderati e laici». [Giuliana Sgrena, Il manifesto]

Saladino/ Con Voltaire

voltaire«Oggi tutti i “Charlie” del mondo parteciperanno fisicamente o idealmente alla grande manifestazione parigina. Li aspetta per il futuro un impegno alla coerenza molto pesante. Dovranno rinunciare a ogni esplicito o inconfessato estremismo in ogni campo: religioso, civile, dei diritti. Eh sì! Altrimenti non saranno “Charlie”. Un omofobo non può essere Charlie. Un cattolico integralista non può essere Charlie. Charlie non si oppone all’aborto, al divorzio, all’eutanasia. E può mai essere Charlie una ‘sentinella in piedi’? Le conventicole, i gruppi, le consorterie non sono Charlie. Charlie vive all’aria aperta!
Dire “io sono Charlie” è dichiarare senza se e senza ma l’appartenenza a una laicità radicale, totale, senza fede, senza credo, senza principi da difendere se non quello “sacro” della libertà di esistere e di esprimersi (con il pensiero, la parola, la scrittura, la vignetta….).
Io NON sono Charlie (tra l’altro non ne ho mai saputo nulla, ne ho ignorato l’esistenza fino ai tragici fatti di Parigi), perché non condivido la sua blasfemia (gratuita e molto rozza). Naturalmente sto giudicando quel poco che è circolato in questi giorni in modo assolutamente soggettivo…. Insomma ti può scappare un sorriso ma, in breve, in bocca ti resta l’amaro. Mi pare un’ilarità da taverna più che da ville lumière, fine a se stessa.
Ma Charlie deve esistere! Ha assoluto diritto di esistere!
Se potessi parteciperei, nella capitale dell’Illuminismo, alla manifestazione di oggi non perché “sono Charlie” ma per volteriana convinzione». [Bruno Saladino]

Lanfranco/ Laicità: l’unico antidoto al terrore

lanfrancoLa direttora di Marea Monica Lanfranco afferma che «la lotta contro la violenza fondamentalista si fa dando spazio alla laicità, e che solo la secolarizzazione, con la separazione tra stato e religione, garantisce l’affermazione dei diritti umani, schiacciati da ogni teocrazia, che per sua natura è sempre fondamentalista, sessista, omofoba e patriarcale». 

«“Il Corano è contraddittorio, e come tale è umano. Noi musulmani non abbiamo avuto ancora la nostra riforma liberale, ma innumerevoli riforme conservatrici. Oggi riformare non significa dire alla gente come pensare, ma dare loro il permesso di pensare e di fare domande sui nostri testi sacri. E questa è considerata una sorta di eresia anche fra i musulmani non estremisti. Sono una musulmana dissidente, sono una Muslim refusenik, ma questo non significa che io rifiuti l’Islam: rifiuto di unirmi a un esercito di automi in nome di un dio, incluso il mio”.

Lo scrive, nel 2004, nel suo libro My trouble with Islam, (in Italia con il titolo Quando abbiamo smesso di pensare) una giovane attivista e giornalista musulmana: il suo nome, Irshad, non a caso significa ‘guida’. E nel suo sito è proprio la stessa Manji ad accettare la sfida insita nel suo nome: “Essere una guida per il popolo musulmano verso il coraggio morale e la riforma democratica” – scrive.

Il successo del libro, immediatamente preso di mira dai fanatici integralisti, è planetario; nel giro di due anni viene tradotto in tutto il mondo occidentale e anche, per specifico desiderio dell’autrice, in urdu, arabo, farsi, indonesiano, sloveno, e molti capitoli sono disponibili gratuitamente on line.

Irshad, che nel testo ringrazia Allah per la sua vita e per l’amore della sua compagna, è la prima donna musulmana di dichiarata fede islamica a prendere parola pubblica contro l’integralismo religioso, e lo fa in maniera inedita e dirompente.

“Sono credente, e sono lesbica. Ma il mio dio non è quello degli integralisti, che mi vorrebbero morta perché amo una donna. Se dio non avesse voluto che io fossi come sono io non ci sarei. Dio non mi giudica per quella che sono, sono gli esseri umani a farlo”. Ishad Manji, nata proprio nell’anno simbolo dell’inizio delle rivoluzioni antisistema e antipatriarcali in occidente, irrompe a soli 35 anni sulla scena mondiale e diventa in breve un punto di riferimento per una vasta parte dell’opinione pubblica, in particolare giovanile, del mondo arabo e musulmano.

In Italia, come sovente accade, il libro non ha visibilità: non piace a destra per ovvi motivi e nemmeno a sinistra, perché non inneggia alle colpe dell’occidente, ma anzi punta il dito verso la religione delle ‘vittime’, l’islam, che per una parte della sinistra italiana non è criticabile come l’ebraismo e il cattolicesimo, considerate colonialiste e responsabili della reazione violenta dell’islam.

Stessa sorte di oblio è quella delle voci laiche, atee e agnostiche del mondo musulmano, che pure ci sono: in ottobre a Londra si è svolta una impressionante convention, per presenza e livello culturale, per la laicità nel mondo, in particolare quello islamico, la Secular Conference http://www.secularconference.com .

Non uno dei giornali italiani ha mostrato interesse, nonostante le segnalazioni: le uniche giornaliste italiane presenti eravamo io e Marina Forti, e, ironia della sorte, è stata la Riforma (testata protestante) l’unico giornale, oltre a Noidonne, a volere articoli di approfondimento sull’evento.

Quello che da anni dicono, senza eco mediatica, le persone impegnate nel mondo musulmano laico, è che la lotta contro la violenza fondamentalista si fa dando spazio alla laicità, e che solo la secolarizzazione, con la separazione tra stato e religione, garantisce l’affermazione dei diritti umani, schiacciati da ogni teocrazia, che per sua natura è sempre fondamentalista, sessista, omofoba e patriarcale.

Piacciano o no le vignette di Charlie Ebdo, in gioco non ci sono il buon gusto e la volgarità, presente talvolta nelle vignette: c’è la convivenza in un mondo nel quale si può discutere di tutto e uno nel quale si muore per reato di blasfemia.

Non è casuale che nel mirino ci sia la Francia: piaccia o no è il paese europeo nel quale si è scelto di criticare apertamente il multiculturalismo, che lascia molte zone d’ombra su diritti universali e laicità, e dove si afferma il primato laico nello spazio pubblico sulla pur tutelata libertà religiosa individuale.

Come scrive Maryam Namazie, http://freethoughtblogs.com/maryamnamazie/ intellettuale attivista iraniana laica “Il razzismo ed il fascismo hanno le loro proprie culture. Lottare per i diritti umani significa condannare i credo reazionari, non osservarli. La sconfitta del nazismo e delle sue teorie biologiche ha contribuito al discredito del concetto di ‘superiorità razziale’ e tuttavia il pregiudizio che ci stava dietro ha trovato forme di espressione più accettabili per il nostro periodo storico. I relativisti culturali difendono gli olocausti dei nostri giorni. Chiunque rispetti l’umanità deve impegnarsi per l’abolizione di ciò che è incompatibile con la libertà umana”». [Monica Lanfranco, Marea]

Menapace/ Io sono… Charlie

menapaceLa pacifista e femminista storica Lidia Menapace nella sua mailng list interviene nel dibattito sulla scelta di essere o non essere Charlie e afferma la necessità di essere Charlie indipendentemente da ogni giudizio sulla rivista.

«Io sono…

Vedo che il motto usato dai parigini per manifestare contro l’uso dell’omicidio  come espressione politica, ha dato luogo a molte prese di posizione, precisazioni, distinguo ecc.ecc. 

Mi  permetto di osservare che forse questa difficoltà di “esporsi” dipende dall’età e segnala che chi non é d’accordo è giovane (il che é molto bello) ,ma anche un po’ smemorato/ a (e questo è meno esaltante). A me il motto ha subito fatto venire in mente un episodio famoso del ’68 francese: tra gli studenti  ve era uno tedesco e di famiglia ebrea, ed era stato preso di mira (solo metaforicamente) da stupidi avversari e allora tutto il movimento  per dimostrare che era in grado di andare oltre alcune motivazioni  si  riconobbe nel motto “siamo tutti ebrei tedeschi” siamo cioè quelli che non dimenticano di essere stati occupati dall’esercito del Reich, ma anche di aver avuto un governo  collaborazionista (Petain), e che la strage degli Ebrei per quanto orribile non ha ancora spento l’antisemitismo. Credo sia ancora nella memoria dei parigini e che dire che si è Charlie Hebdo non significa essere d’accordo sul tipo di sarcasmo che il settimanale in questione usa programmaticamente, ma appunto se  difendo la libertà di Charlie Hebdo di usare anche un sarcasmo che spesso mi disturba e che è di un tipo che non amo, lo posso e debbo dire, proprio quando protesto contro chi gli spara, altrimenti mi lascio condizionare dalle minacce alla libertà di espressione: sono libera  di dire che spesso Charlie Hebdo non mi piace, proprio mentre protesto perchè e contro chi vuole impedirgli di dire. 

Cari,care è la complessità , che non  va ridotta, ma governata, gestita: si tratta di un necessario allenamento, difficile, ma non se ne può fare a meno:  nell’Udi chiamavamo ciò gestire le differenze anche teoricamente non componibili 

E  aggiungo che vale la pena di ripercorrere la memoria, dato che tutti e tutte noi abbiamo assistito senza parole a un motto che i soldati del Reich portavano sul cinturone e che è una delle bestemmie più sfrontate che mai si siano dette: Gott mit uns, dio è con noi. Ma per la verità siamo stati proprio noi cristiani a inventare le guerre sante e a usare la tortura per far confessare eretici e streghe, da quel frate via di testa che percorse l’Europa al grido Dieu le voult, dio lo vuole, facendo più vittime di tante crociate, senza nemmeno riuscire a raggiungere il mare, in avanti; solo Paolo VI  ieri mattina  pensò bene di restituire ai Turchi le bandiere  catturate dalla flotta “cristiana” che sconfisse “gli Infedeli” a Lepanto, e di correggere il famoso motto “si vis pacem para bellum” nel razionale “si vis pacem para pacem”,via! un po’ di ripasso». [Lidia Menapace]

Michelini/ Non basta condannare

jscAnche a Como c’è chi, dopo avere espresso solidarietà alle vittime della strage di Parigi, riafferma convinzioni favorevoli alla limitazione della libertà di stampa e di satira e ripropone la tesi che vorrebbe le vittime in qualche modo diventare colpevoli per avere osato fare satira ritenuta inammissibile. Luca Michelini nota che a Como non esiste satira politica e ricorda come tra i tanti difensori di Charlie vi siano, soprattutto in Italia, censori sopraffini, cioè politici e religiosi che hanno perseguitato in modo sistematico la critica, e la satira, al potere.

«#Je suis Charlie

  1. Leggo che un autorevole esponente della comunità islamica di Como condanna, sì, il massacro terroristico, ma poi aggiunge che le vignette del celebre giornale francese avevano offeso i musulmani[1]. Non molto diversa, anzi forse più dura, la dichiarazione di un noto parroco cattolico di Como[2].

Mi sembrano dichiarazioni del tutto inaccettabili: la democrazia consiste nella libertà di dissacrare qualsiasi cosa, come forma di critica estrema: desacralizzare le religioni; desacralizzare  qualsiasi costruzione ideologica e culturale; desacralizzare, in ultima analisi, il potere, in ogni sua forma. Perché desacralizzare significa ricordare o scoprire, con un tratto di penna e una risata di cuore, che religioni, ideologie, culture, poteri non hanno nulla di inviolabile, di eterno, di immutabile, ma sono pure e semplici costruzioni umane. Ricordarsi, o scoprire con una risata, che tutto ciò ha origine umane, significa scoprire l’errore, l’evoluzione, il cambiamento, il progresso. Desacralizzare ha costituito, storicamente, il disvelamento di come il sacro, in qualsiasi forma si sia manifestato (religiosa, ideologica, politica, culturale) abbia costituito il sostegno fondamentale del potere e soprattutto del potere fondato sul privilegio e sulle diseguaglianze, sullo sfruttamento di alcuni uomini e donne ai danni di altri uomini e donne.

  1. Non basta, dunque, condannare. Come giustamente scrive Flores D’Arcais:

L’altro islam è una vittima, si sottolinea. Senza dubbio. Ad un patto: che questo altro islam parli in modo forte, chiaro, senza contorsionismi semantici, e con adamantina coerenza di comportamenti. Non basta perciò che condanni come mostruosa la strage di rue Nicolas Appert 10 (ci mancherebbe!) è ineludibile che riconosca la legittimità e la normalità democratica di quanto Charlie praticava in modo esemplare per intransigenza: il diritto di criticare tanto i fanti che i santi, fino alla Madonna, al Profeta e a Dio stesso nelle sue multiformi confessioni concorrenziali. Anche, e verrebbe da dire soprattutto, quando tale critica è vissuta dal credente come un’offesa alla propria fede. Questo esige la libertà democratica, poiché tale diritto svanisce se dei suoi limiti diviene arbitro e padrone il fedele[3].

  1. Opportunamente Travaglio ha notato, nell’ultima puntata di Servizio pubblico[4], come tra i tanti difensori di Charlie vi siano, soprattutto in Italia, censori sopraffini, cioè politici e religiosi che hanno perseguitato in modo sistematico la critica, e la satira, al potere. Anche nel comasco non mancano esempi, se pur in piccolissima scala: ancora mi ricordo di come il sindaco di Cantù (che non ha fatto proprio lo slogano #Je suis Charlie, ma quello #Je suis Ahmed, il nome del polizziotto barbaramente trucidato dai terroristi: il sindaco non vuole fare di tutto l’Islam un fascio[5]) si sia personalmente “offeso” (a nome della cittadina, nientemeno) per un mio testo in cui prendevo in giro le aperture “democratiche” ai raduni nazi-fascisti della sua giunta[6]. A Como non esiste satira politica locale: nessun vignettista che prende in giro il potere, in ogni sua forma, anche quella religiosa. Non può dunque sorprendere tanta tiepidezza e tanta ambiguità nei confronti delle libertà democratiche.
  1. Naturalmente i “capi” religiosi sottolineano il fatto che la diffusa impreparazione culturale delle “masse” è facile che renda inevitabile, lasciando intendere a chi vuol intendere, il ricorso alla violenza come rispota all’offesa. Peccato che le religioni di ogni natura e latitudine abbiano ostacolato, e continuino ad ostacolare, la scuola pubblica laica, cioè l’unico vero strumento di tolleranza esistente. O davvero si crede che balcanizzare religiosamente le scuole, come si vorrebbe, potrà costituire la base di una civile convivenza? Disseminiamo il Paese di scuole confessionali di ogni risma e sorta e lo spirito di tolleranza sarà proprio il primo a morire, con il Paese tutto.
  1. Non sono un esperto di storia dell’Islam e dei Paesi islamici. Ma proprio per questo per affrontare il tema del rapporto tra politica ed Islam mi sembrano indispensabili alcune cautele metodologice. Non si tratta di lanciarsi in spericolate disquisizioni circa la natura dell’Islam. Come sarebbe privo di senso, ritengo, proporre simili analisi per altre religioni. Si tratta di capire, invece, quali siano stati nel tempo, e quali siano oggi, i nessi tra Islam e politica. Il tema è fondamentale e non affrontarlo in modo serio e preparato significa compiere un errore madornale.

In concreto: il tema è quello di capire se e in quali termini i partiti di ispirazione islamica esistenti, e   la multiforme religione islamica oggi operante (la religione come cultura, cioè come modo di vita), accetta i valori fondamentali delle democrazie occidentali.

Si tratta di un’analisi che non deve, ovviamente, sacralizzare l’Occidente. Al contrario, visto il deciso processo involutivo attraversato dalle democrazie Occidentali (anche grazie alle destre cristiane), e da quella italiana in modo particolare, si tratta di capire anche quale tipo di “democrazia” questo islam politico e religioso voglia condividere o contribuire ad elaborare.

  1. La Costituzione italiana è complessa: riconosce la libertà religiosa, ma poi attribuisce di fatto un ruolo del tutto particolare alla religione cattolica. Personalmente non professo alcun credo religioso e ritengo sia stato un errore inserire i Patti Lateranensi in Costituzione. In nome della laicità non sono tuttavia disposto ad accettare una penetrazione religiosa oscurantista ed islamica: sul piano politico, come sul piano dei rapporti tra i generi, un fondamentale argomento. Per quanto profondamente legato alla tradizione materialista, non posso far finta di non sapere che una parte della cultura e dei movimenti politici che hanno segnato importanti tappe per l’emancipazione umana hanno una origine cristiana. La storia del mio Paese, è stata segnata dalla dialettica, talvolta asprissima e violenta, tra religione cattolica e umanesimo laico, se non ateo. E la sintesi che ne è emersa è stata, per lungo tempo, un luogo ed uno spazio di indubbia civiltà. Con l’annientamento, dall’interno, dei movimenti di ispirazione libertaria, in Italia oggi non posso che constatare come sia soltanto nella Chiesa di Papa Francesco a rimanere un briciolo si sensatezza anticapitalista. Non sarà certo dunque in nome di astratti principi di laicità che darò il mio contributo a riportare le lancette della storia indietro nel tempo di secoli interi.
  1. Spazio alle moschee, dunque? E sia. Alle chiese di ogni religione? E sia. Ma mi verrebbe da dire: a patto che lo spazio per la cultura e l’istruzione umanistica e scientifica sia l’obiettivo primario della collettività; a patto che le politiche di integrazione diventino l’ossatura dell’intera politica economica del Paese. Che, invece, sembra sempre più votato a fare della diseguaglianza il perno della propria identità. Proprio coloro che oggi si battono a favore dell’integrazione e del dialogo e della libera cicrolazione di tutte le merci, comepresa la forza-lavoro (l’immigrazione), e a parole rifiutano la xenofobia della destra, sono in prima fila nell’attaccare in modo sistematico conquiste di civiltà come, appunto, la scuola pubblica, i diritti sociali, i diritti del lavoro, la legalità costituzionale, la moralità politica, accettando alleanze improponibili. Difficile in simile situazione puntare sull’ala moderata dell’Islam. Difficile smorzare la forza crescente della destra xenofoba, di qualsivoglia matrice essa sia. [çuca Michelini per ecoinformazioni]

[1]              http://www.comozero.it/it/post/safwat-el-sisi-l-egiziano-comasco-condanno-la-strage-di-parigi-ma-quelle-vignette-hanno-provocato-e-offeso-2-miliardi-di-islamici/

[2]              http://www.comozero.it/it/post/strage-di-parigi-don-agostino-clerici-non-soltanto-charlie-la-violenza-in-certe-vignette-pi-potente-di-un-kalashnikov/

[3]              http://temi.repubblica.it/micromega-online/eroi-della-democrazia-dio-ipocrisie/s

[4]              http://www.serviziopubblico.it/2015/01/travaglio-libera-satira-libero-stato/

[5]              http://www.comozero.it/it/post/strage-di-parigi-la-scelta-di-bizzozero-je-suis-ahmed/

[6]              https://ecoinformazioni.wordpress.com/2013/09/10/repubblica-autonoma-nazional-socialista-del-mobile/

Severino/ Mi dispiace, ma io non sono Charlie!

conchSeverino Proserpio, tra i fondatori del Clas (Coordinamento lavoratori stranieri) della Cgil, de I bambini di Ornella e animatore del Centro Giovanni Quadroni  a Kelle in Senegal piange le vittime di Parigi e del resto del mondo e dichiara «Per non fare parte di questo gigantesco teatrino delle emozioni su ordinazione, degli sgomenti selettivi, della solidarietà di facciata, delle amnesie collettive e dell’ipocrisia generalizzata che non metterò bandiera nera, né scriverò “Io son Charlie” Io non sono Charlie. Lo sono stato da piccolo, quando anche Charlie era Charlie. Oggi non lo siamo più né lui né io».

«In questo momento l’uccisione delle dodici persone e in modo particolare dei giornalisti/ artisti nella sede del periodico satirico Charlie Hebdo, sta prendendo le pieghe di un nuovo, mini 11 settembre. E fioccano ovunque messaggi di sgomento, di cordoglio, di solidarietà, di condanna… Anche io sono sgomento, lo sono per ogni persona che muore nel modo in cui sono morti questi ultimi. Sono solidale e feroce sostenitore della libertà di espressione. Sono triste perché alcuni dei vignettisti di Charlie Hebdo (Wolinski in modo particolare, che ho anche conosciuto ad Algeri un secolo fa) mi appassionavano e hanno accompagnato con loro feroce e dissacrante satira tutta la mia adolescenza e i miei desideri di allora (ma anche di oggi) di mandare tutto il mondo a farsi f…
Ma mi dispiace, io non scriverò che sono Charlie Hebdo. Non metterò una bandiera nera sul mio profilo Facebook e non posterò nessun disegno di Charb e nemmeno di Wolinski che mi piace tanto… E se avete tempo di leggere il mio lungo ragionamento vi spiego il perché.
Charlie Hebdo nasce nel 1992 ma la squadra che lo fonda viene da una lunga storia di giornali di satira libertaria. Quello che si può considerare come l’antenato di Charlie è “Hara-kiri” dove lavoravano già vari membri dell’attuale redazione. Hara-kiri se la prendeva con i potenti, con De Gaulle, con l’esercito, con la chiesa e fu varie volte chiuso e riaperto sotto varie forme e titoli.
Era divertente, dissacrante, feroce qualche volta. Ma sapeva di quella aria di libertà dell’epoca. Oggi il Charlie Hebdo è cambiato. Lo si compra ancora, qualche volta, perché ha un nome. Il suo pubblico non è più l’operaio o lo studente senza una lira, ma la “gauche-caviar” della Parigi bene.
Negli ultimi anni poi ha preso una linea editoriale apertamente islamofoba. Non è il fatto di prendere ogni tanto in giro una religione. Quello l’ha sempre fatto anche con la chiesa cattolica. Il problema non è qui. Se prendesse in giro i musulmani, l’islam, il profeta, dio o qualsiasi altro persona o simbolo sacro non ci vedrei personalmente niente di sbagliato. Ma le numerose campagne di Charlie Hebdo contro i musulmani, l’islam, i simboli sacri di questa religione sapevano di accanimento. Faceva parte di una certa cultura molto diffusa negli ambienti che una volta erano stati di sinistra e che oggi sono solo sinistramente cinici. Ambienti che hanno definitivamente deciso di stare dalla parte dei forti e che non hanno più nessuna battaglia vera da portare avanti. Una ex sinistra che si è arresa mani e piedi legati alla logica di mercato, al dominio delle banche e ultimamente anche alla retorica dello scontro di civiltà. Una ex sinistra che considera che l’integralismo islamico sia l’unico e ultimo pericolo che minaccia l’umanità. Una ex sinistra che non ha più sogni né progetti del resto e che si accontenta di guardare il mondo dall’alto della sua presunta superiorità culturale.
Ma non è per questo che non metterò nessun segno di cordoglio per i morti di Charlie Hebdo. Non riconosco a nessuno il diritto di ammazzare nessuno in nome di niente e ancor meno in nome di una qualunque discordanza di opinioni. Le mie ragioni sono altre.
L’attacco alla redazione del giornale satirico viene in un momento particolare. Ancora un anno fa non si parlava per niente di integralismo. Era quasi scomparso dalle prime pagine. E se si vedevano immagini di barbuti in armi nelle strade di Tripoli o di Aleppo venivano chiamati “Rivoluzionari”. E si cantavano le lodi di questi bravi ragazzi. Si legge ovunque che i bravi ragazzi ricevono aiuti da tutte le parti. Si legge un po’ meno che in Siria i ragazzi prendono il controllo di varie stazioni di estrazione di petrolio e che la Turchia, uno stato membro della Nato glielo compra tranquillamente. Si legge ancora meno che oltre agli aiuti e alle migliaia di giovani provenienti da tutto il mondo in aiuto dei bravi ragazzi ci sono anche consiglieri militari che insegnano ai bravi ragazzi a combattere…
Poi all’improvviso tutto cambia. Ritornano a chiamarlo terrorismo, le uccisioni di membri delle minoranze finora taciute vengono a gala. I servizi segreti di tutti i paesi della nato (e i loro numerosi alleati) fanno tutti finta di cadere dalle nuvole scoprendo che migliaia di giovani sono partiti dalle loro città per dare man forte ai “rivoluzionari”. Non sapevano nulla, pare. E noi a scandalizzarci con loro.
Sono ormai decenni che questo giochetto va avanti. Le reti che oggi si chiamano Al Qaeda e poi Isis, Boko Haram e compagnia bella sono stati messi in sella in piena guerra fredda in chiave anti-sovietica. I paesi del Golfo persico in collaborazione con la Nato hanno fatto un montaggio finanziario, propagandistico e organizzativo per far arrivare combattenti da ogni dove. Al Qaeda è l’alleato principale della Nato e ovviamente dei paesi del golfo fino agli anni novanta. Poi poco a poco scivola verso l’area di illegalità.
Intanto la guerra fredda stava finendo e Samuel P. Huntington preannunciava un nuovo conflitto e lo battezzava “scontro di civiltà”.
Nel frattempo arriva la guerra d’Algeria. Centinaia di giovani rientrati dall’Afghanistan contribuiscono a formare i primi nuclei dei Gruppi Islamici Armati. Gruppi che, insieme all’esercito algerino (che anche lui non ha scherzato) hanno fatto passare al paese due decenni infernali. Nel frattempo nelle moschee londinesi soprattutto ma anche francesi, italiane tedesche, individui poco raccomandabili predicavano la lotta armata in Algeria e raccoglievano soldi e facevano fare affari d’oro all’industria delle armi. L’Algeria stava uscendo da una era socialista e aveva bisogno di una piccola spintarella per privatizzare le sue enormi risorse energetiche. E come per miracolo ad ogni concessione firmata con una multinazionale veniva chiusa una rete di sostegno all’integralismo armato. Poi quando le multinazionali presero il controllo del petrolio algerino, le reti diventarono terroristiche e furono smantellate ovunque. O almeno così ci disse la stampa libera del mondo libero.
Fatto sta che nel 2001 ci fu l’11 settembre e ci fu una vera e propria isteria. Chi non aveva terroristi islamici da arrestare se li inventava. Tutti volevano avere la loro minaccia il loro mini attacco. Non fu mai chiaro né chi né perché né come furono eseguiti gli attentati di quel giorno ma cadevano a fagiolo per giustificare le nuove politiche di controllo militare dell’area del medio oriente volute dai neo-cons americani. Sono ormai 14 anni che va avanti la loro war on terror e non ha prodotto che sempre più terror e sempre nuove war.
Ma poi i Neo-cons se ne sono andati e arriva Obama, che dice di voler ritirare le truppe e se ne va al Cairo e fa un discorso lungo e forte in cui dice che tende la sua mano per aiutare alla creazione di un “Nuovo medioriente”. Poco dopo quel discorso le piazze arabe cominciano a muoversi. Il mondo scopre che nel mondo arabo non ci sono solo militari baffuti e ribelli barbuti. In mezzo ci sono popoli colorati e variegati che aspirano, tutto sommato, alle stesse cose di tutti i popoli: dignità, libertà, benessere… Gli islamisti sono del tutto assenti dalle piazze o quasi. Comunque non hanno l’iniziativa. Seguono qualche volta. Qualche volta si ritirano. Ma il “La” lo danno giovani laici, colti e amanti della libertà e dei diritti umani.
Ma questo non soddisfa tutti, sembra. Già nel maggio del 2011, i servizi segreti russi (generalmente ben informati per quel che mi risulta) davano l’allarme sull’imminente ricostruzione di reti integraliste internazionali sotto il commando dello specialista saudita in materia: il principe Bandar Assudairi Ben Saud, artefice di vari gruppi e varie guerriglie islamiste attraverso il mondo. L’obiettivo riportare l’islamismo politico alla testa delle rivolte. L’informazione fu ripresa soltanto dalla rete Voltaire, ufficialmente classificata nel rango dei complottisti e tutti fecero finta di niente.
Oggi tutto quello che era previsto in quell’avvertimento si è avverato e anche di più.
In Libia un comandante “ex” Al Qaeda alla testa di un esercito armato dal Qatar e l’Arabia Saudita e addestrato dalla CIA prende la città di tripoli che le milizie tribali non riuscivano a conquistare e il paese diventa una specie di territorio liberato per i gruppi armati di ogni tipo. In Yemen l’Arabia Saudita rimette il vecchio regime in piedi ma stranamente gruppi armati spuntano ovunque come funghi. In Egitto e Tunisia i fratelli musulmani sono portati al potere su un tappeto di petrodollari. In Siria non ne parliamo… Il resto della storia lo sappiamo.
Nel frattempo in occidente le moschee (non tutte per fortuna ma quelle più estremiste e che sarebbero in teoria anche quelle più monitorate dai servizi) hanno ripreso a diventare luoghi di raccolta fondi e reclutamento. Domani forse se qualche giudice indaga troppo da vicino sul perché, potrà esserci più di un nuovo caso Abu Omar. E poi adesso, da meno di un anno, tutti a gridare al lupo. Ma a che gioco giochiamo. Qualcuno ce lo può spiegare?
Sono ormai 30 anni che i servizi di tutto il mondo giocano come si gioca con il fuoco con i gruppi integralisti. Sono controllati, sono infiltrati, sono gonfiati quando servono e sgonfiati quando non servono. Del resto è quello che si è anche fatto e che si continua a fare con vari gruppi estremisti di destra e di sinistra dalla seconda guerra in qua. Chi si ricorda della sigla “Stai Behind” e dei finti attentati (ma con veri morti) attraverso tutta Europa sa di che sto parlando.
Oggi c’è bisogno di far salire la posta in gioco. La crisi chiede guerre. Le nuove guerre per il controllo del Medio Oriente hanno bisogno di legittimità. La crisi ha sputtanato tutta la classe politica europea e solo la salita degli estremismi di destra può spingere la gente a rivotarli di nuovo. Non ti piace Renzi ma siccome c’è il rischio Salvini (chi sa come mai è sempre in Tv quello?) allora ci vai e lo voti. Del resto anche le reti dell’integralismo armato hanno bisogno di far salire il livello di tensione. Chi vive di violenza e per la violenza ne ha bisogno come dell’ossigeno. Stanno nella stessa logica anche loro.
E allora adesso, commesso il fattaccio, tutti i fascistoidi, che avrebbero volentieri fatto esplodere la testa al gruppo Charlie Hebdo per le vecchie posizioni antifasciste o per le loro posizioni sull’omosessualità e altri temi del genere… Tutti hanno già pubblicato sulle loro bacheche messaggi di cordoglio e tutti piangono lacrime di coccodrillo su questa Europa, che loro vorrebbero libera, ma che è minacciata dai musulmani, dagli africani, dagli asiatici, portatori di valori antidemocratici!!!  E sui set televisivi hanno già cominciato a raccogliere i frutti di questa vera e propria mana politica servita loro su un piatto… di piombo.
É per non fare parte di questo gigantesco teatrino delle emozioni su ordinazione, degli sgomenti selettivi, della solidarietà di facciata, delle amnesie collettive e dell’ipocrisia generalizzata che non metterò bandiera nera, né scriverò “Io son Charlie” Io non sono Charlie. Lo sono stato da piccolo, quando anche Charlie era Charlie. Oggi non lo siamo più né lui né io.
Oggi Charlie non fa più ridere nessuno e a me mi viene voglia di piangere, ma da solo, ma in disparte. Mi vien da piangere, ma non solo per Wolinski o per i suoi colleghi. Mi vien da piangere per tutti i morti di questa sordida storia. Mi vien da piangere per le centinaia di migliaia di morti durante la guerra sporca in Algeria, per gli amici che vi ho perso. Mi vien da piangere per le vittime del world Trade Center, per il mezzo milione di Iracheni, le centinaia di migliaia di afghani, pachistani, per le decine di migliaia di libici, di yemeniti, di palestinesi, per le centinaia di migliaia di persone uccise in Siria, il tutto in una tragica farsa chiamata Scontro di civiltà».  [Severino Proserpio per ecoinformazioni]

10 gennaio/ È il momento di #StareInsieme

jscLa strage di Parigi ci ha lasciati addolorati, sgomenti, arrabbiati. Tutti sentiamo il bisogno di reagire. Ricordiamo quello che il premier norvegese Stoltenberg disse dopo la strage di Utoya del 2011: “Reagiremo con più democrazia, più apertura e più diritti”.

Non vogliamo cedere alla paura e all’odio. Rifiutiamo la logica di chi divide il mondo in base alla religione, al colore della pelle, alla nazionalità. Rifiutiamo la logica di chi specula sulla morte per i propri interessi, alimentando una spirale di odio e violenza.

È il momento di stare insieme, di far sentire la voce di tutti quelli, e sono tanti, che di fronte alla morte e alla violenza rispondono con il dialogo, la solidarietà e la pratica dei diritti. Tutti quelli che non fanno distinzione tra le vittime di Utoya e Peshawar, di Baqa, di Baghdad, e Parigi, nel Mediterraneo e a New York. Tutti quelli che credono che diritti, democrazia e libertà siano l’unico antidoto alla guerra, alla violenza e al terrore. Dove l’odio divide, i diritti possono unire.
Vi aspettiamo, sabato 10 gennaio, alle 15,30 in piazza del Duomo a Milano

Adesioni (in continuo aggiornamento): Acli, Arci, Altra Europa Milano, Associazione Città Mondo, Associazione Adesso Basta!, Associazione Enrico Berlinguer Milano, Associazione Il Razzismo è una brutta storia, Associazione Pace in Comune, Azione Civile Milano, Camera del Lavoro Milano, Chiesa Pastafariana Italiana, Collettivo Controvento, Comitato No Muos Milano, Comunità Kurda Milano, Coordinamento Associazioni Islamiche di Milano, Coordinamento Comasco per la Pace, Emergency, Forum Diritti Pd Lombardia, Giovani Musulmani d’Italia, Italia-Cuba Milano,La Scuola di Pace, Link Sindacato universitario milanese, Partito Democratico Milano, Partito della Rifondazione Comunista Milano, Partito Socialista Italiano Milano, Rete Antifascista Milanese, Rete della conoscenza Milano, Sinistra Ecologia e Libertà Milano, Sentinelli di Milano, SISA Sindacato Indipendente Scuola e Ambiente, Studenti AE Milano, Unione degli Studenti Milano, Unione degli Universitari Milano, Università Statale di Milano “Unisì-Uniti a Sinistra”… 

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