Testi di tutti gli interventi svolti nell’incontro a Roma a Sabir il 12 ottobre 2024 a cura di alliev3 della Scuola Castellini, impegnati in uno stage al circolo Arci ecoinformazioni di Como. I testi NON RIVISTI DALLE AUTRICI sono stati ottenuti da trascrizioni automatiche e migliorati con intelligenza artificiale. I numeri alla fine dei titoli si riferisco ai video pubblicati nel canale youtube di ecoinformazioni. Guarda i video.

Sabir/ Roma 12 ottobre 2024/ End Gender Apartheid: resistenza dall’Iran e dall’Afghanistan SAM 2254

Benvenute, benvenuti a questo incontro che il gruppo politiche di genere dell’Arci ha fortemente voluto e ringrazio moltissimo sia l’Arci che SVIR per aver accettato di tenere proprio a Sabir, nonostante Sabir sia il festival delle culture mediterranee.

Un incontro che non riguarda soltanto il Mediterraneo, ma riguarda anche il Mediterraneo perché purtroppo molte persone che sono in fuga dall’Afghanistan, ma da tantissimi altri paesi, poi purtroppo trovano una drammatica morte nel nostro mare, che non è soltanto un cimitero marino, ma direi ormai una zona del crimine.

L’abbiamo voluto moltissimo questo incontro perché pensiamo che in Afghanistan, in Iran, ma non solo lì, sia in corso una guerra nei confronti delle donne e che questa guerra riguardi non solo i loro corpi, ma prima di tutto i loro corpi, e attraverso i loro corpi tutta la loro vita quotidiana.

L’abbiamo voluto anche perché dalle donne afghane e dalle donne iraniane abbiamo molto da imparare nelle loro modalità coraggiose di opporsi a questi regimi fondamentalisti. Da loro, che guidano molto spesso le lotte di resistenza dei loro paesi, ma anche chi di loro è drammaticamente espatriata, abbiamo imparato che ci sono alcune parole fondamentali: diritti, laicità, libertà, democrazia. E queste parole, diritti, libertà, laicità e democrazia, o sono per tutte in tutto il mondo o diventano soltanto dei privilegi.

E quindi ci hanno insegnato molto e ci hanno insegnato a ritrovare anche noi una carica di femminismo un po’ più sovversiva di quella che c’è stata negli ultimi anni, e ci hanno spiegato, e abbiamo imparato da loro, che siamo ancora molto intrisi in una forma di colonialismo noi femministi in Occidente, e che dobbiamo liberarci da questo colonialismo, perché, come ci dicono le amiche afghane, il ritorno dei talebani in Afghanistan non è altro che una forma estrema di colonialismo ancora.

E vado subito a dire che noi in Occidente abbiamo avuto un sussulto di, diciamo, indignazione nel 2021 quando i talebani sono ritornati al potere, con grandi responsabilità, diciamo, della comunità internazionale. E l’abbiamo avuto quando Jina Mahsa Amini è stata uccisa a settembre 2022. Ma, nonostante arrivino ancora oggi drammatiche notizie da questi due paesi, di cui ovviamente parleremo nel corso di questo nostro incontro, questo sussulto di indignazione si è, non dico completamente spento, ma si è sicuramente assopito.

Perché abbiamo, come dire, urgenze tutti i giorni: abbiamo il genocidio in Palestina, abbiamo la guerra che si sta facendo sempre più globale e che riguarda anche altri paesi in Medio Oriente, e quindi questa situazione dell’Afghanistan e dell’Iran, in particolare, delle donne, è stata un po’ dimenticata, perché pure in questo esistono, come dire, delle questioni che sembrano più rilevanti.

E quindi noi abbiamo deciso che questo è il momento di riaccendere i riflettori sulla condizione delle donne in questi paesi e in tutti i paesi – penso al Sudan, ma ce ne sono molti altri – in cui la condizione della vita delle donne è sicuramente molto segnata dai regimi fondamentalisti. 

E quindi questo è il momento di riaccendere questi riflettori, di illuminare queste situazioni, anche perché – e qui concludo davvero e passo la parola ad Alessandra Fabretti che modererà il nostro panel – in questi giorni, proprio ora mentre noi parliamo qui, è in corso una riunione del sesto comitato delle Nazioni Unite, che si sta occupando, se ne occupa oggi 12 ottobre e se ne occuperà anche domani 13 ottobre, di crimini contro l’umanità. E quindi noi riteniamo che quello che avviene in Afghanistan, in Iran, e in tutti gli altri paesi governati dal fondamentalismo, sia effettivamente un crimine contro l’umanità. E vogliamo che in questi giorni se ne parli anche in Italia.”

Sabir/ Roma 12 ottobre 2024/ End Gender Apartheid: resistenza dall’Iran e dall’Afghanistan SAM 2255

Buonasera, buonasera a tutte e tutti e grazie per la vostra partecipazione. Io sono Alessandra Fabretti, giornalista dell’agenzia Dire, e ringrazio ovviamente il festival Sabir per avermi invitato a moderare questo panel veramente interessante, con delle ospiti che daranno un apporto molto significativo al dibattito che Celeste Grossi di Arci, responsabile di politiche di genere per Arci, ha già accennato: la questione in discussione proprio in questi giorni alla Sesta Commissione dell’Assemblea delle Nazioni Unite, riguardante l’introduzione del reato di apartheid di genere tra i crimini contro l’umanità.

Vado subito a presentare le ospiti e vi dico che, alla fine del primo giro di interventi, ci sarà la possibilità di fare domande e interventi dal pubblico. Lascio subito la parola a loro. Allora, prima di tutto abbiamo le nostre ospiti dall’estero, e partiamo con Shakiba, che arriva direttamente dall’Afghanistan. La sua richiesta di non essere fotografata né filmata – quindi vi chiediamo la cortesia di non fare foto e video che la comprendano – dice già molto sui rischi che corre nel suo paese e sui rischi che si assume nell’essere oggi qui con noi. La ringraziamo di questo.

Poi abbiamo Semin Asimi, anche lei dall’Afghanistan, che però risiede in Italia già da qualche anno. È arrivata qui grazie ai corridoi umanitari di Arci. Poi abbiamo Feres Resar dall’Iran, del movimento “Donna, Vita, Libertà” qui in Italia, e Parisa Nasari, anche lei in Italia da tanto tempo e parte dello stesso movimento.

Ovviamente abbiamo anche due esperte con noi, che sono Tina Marinari di Amnesty e Beatrice Bigato di CISDA, entrambe appartenenti a organizzazioni che sostengono questa campagna per portare l’apartheid di genere a essere inserito tra i crimini contro l’umanità.

Partiamo subito con voi. Quindi, Tina Marinari, qual è il senso di aderire a questa campagna e soprattutto perché Amnesty ha deciso di lanciare questa campagna?

Sabir/ Roma 12 ottobre 2024/ End Gender Apartheid: resistenza dall’Iran e dall’Afghanistan SAM 2256

Voi che siete qui, oggi è davvero importante parlare di apartheid di genere perché le prossime sei settimane sono decisive, come si raccontava nell’introduzione, durante l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. È in discussione appunto l’inizio dei lavori di un trattato sui crimini contro l’umanità, e Amnesty International ha deciso di adottare la richiesta di attivisti e attiviste da tutto il mondo che chiedono che l’apartheid di genere diventi un crimine contro l’umanità, perché ad oggi non è istituzionalizzato in questo modo e quindi non è perseguibile nelle corti internazionali e secondo il diritto internazionale.

Ad oggi, il crimine che si avvicina di più all’apartheid di genere è la persecuzione di genere, ma non è abbastanza, secondo noi, perché l’apartheid è diverso dalla persecuzione. La differenza tra persecuzione e apartheid di genere è che, quando parliamo di apartheid, parliamo di un sistema istituzionalizzato. Vuol dire che ci sono leggi, prassi e politiche che istituzionalizzano la volontà di far sentire quel gruppo come qualcosa di inferiore, come qualcosa che vale di meno rispetto al gruppo dominante.

Infatti, faccio una piccola parentesi perché forse dovremmo chiarire che cos’è l’apartheid. Tutti quanti noi siamo abituati ad associare la parola apartheid all’apartheid sudafricano, che è finito nel 1993. La definizione, secondo il diritto internazionale, secondo la Convenzione contro l’apartheid e secondo lo Statuto di Roma, che ha dato vita alla Corte Penale Internazionale, l’apartheid è un sistema istituzionalizzato che ha l’obiettivo di dominare, sottomettere e controllare un gruppo per trarne benefici politici ed economici.

Ovviamente è un principio che è nato come una lotta al colonialismo, a quello che è stato il passato dei paesi occidentali. Questo non vuol dire che i termini di diritto internazionale non debbano evolvere e adeguarsi alle discriminazioni, violazioni e dominazioni che siamo costretti ad affrontare oggi. Ed è per questo che Amnesty richiede che il principio di apartheid, che fino ad oggi è stato applicato solo a discriminazioni, violenze e dominazioni di tipo razziale, faccia un passo in più e venga applicato anche ai gruppi appartenenti ai vari generi.

Su questo vorrei soffermarmi un attimo, perché quando parliamo di apartheid di genere, parliamo di sottomissione, dominazione e controllo di gruppi che possono essere donne, ragazze, ma anche persone appartenenti alla comunità LGBT+, che subiscono privazioni dei diritti fondamentali proprio per la loro appartenenza a quel gruppo. E questa sarà una battaglia che dovremo affrontare, se come speriamo, le Nazioni Unite diano il via alla costruzione e alla definizione di un trattato sui crimini contro l’umanità.

Ad oggi, il termine apartheid di genere è tornato nel nostro linguaggio, nei nostri incontri, con il ritorno dei talebani in Afghanistan. Ma in realtà è un termine che è stato coniato già negli anni ’90, quando i talebani presero il potere per la prima volta, e già nel 1999 lo Special Rapporteur sulle tolleranze religiose parlava di apartheid di genere nei confronti delle donne in Afghanistan.

Dal nostro punto di vista, l’apartheid di genere è applicato in tanti paesi. Qui abbiamo rappresentanti di attiviste dall’Iran e dall’Afghanistan, ma in realtà il tema riguarda tanti altri gruppi e minoranze che vengono sottomessi, dominati, controllati ed esclusi dalla vita politica, sociale ed economica di un paese, solo a causa della loro appartenenza di genere. Grazie.

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Si tratta di un sistema sistemico, fatto proprio a livello statale, quindi da parte delle istituzioni. E Beatrice Bigato, del Coordinamento Italiano a Sostegno delle Donne in Afghanistan, il CISDA, anche voi sostenete questa campagna. Qual è il vostro lavoro e perché avete deciso di aderire?

Sabir/ Roma 12 ottobre 2024/ End Gender Apartheid: resistenza dall’Iran e dall’Afghanistan SAM 2258

Siamo un’associazione di volontarie che da 25 anni lavora con RAWA e altre associazioni di donne afghane, laiche e femministe, sostenendo i loro progetti di alfabetizzazione, scuole segrete, luoghi per donne maltrattate e piccole cliniche, ma soprattutto per favorire la consapevolezza delle donne sui loro diritti, base per il cambiamento. Noi lavoriamo non solo per le donne afghane, ma con le donne afghane. E ancora oggi, dopo il 2021, pur non potendo più andare in Afghanistan a incontrarle per portare la nostra vicinanza, come facevamo ogni anno, continuiamo a essere in contatto con loro. E, quando è possibile, le aiutiamo a venire a raccontarci la loro situazione, come farà oggi Shakiba.

Noi, come CISDA, non ci limitiamo al lavoro umanitario. Abbiamo avviato con le associazioni con cui facciamo rete una campagna contro l’apartheid di genere. Abbiamo però deciso di non aderire alla campagna sull’apartheid di genere, perché tra le donne afghane prime firmatarie c’erano persone che avevano avuto incarichi di governo a vari livelli nella precedente Repubblica Islamica, formata da ex signori della guerra, fondamentalisti e corrotti, pur dichiarandosi democratica. Queste leader politiche erano già state contestate e denunciate parecchi anni fa, perché corrotte o perché sostenevano partiti fondamentalisti e non si erano impegnate nella difesa dei diritti delle donne. Anzi, si erano prestate a dare una facciata femminile ai negoziati di Doha, che hanno riportato al potere i talebani nel 2021. Queste donne, fuggite all’arrivo dei talebani e ora stabilitesi in Occidente in comode posizioni di prestigio, non godono della fiducia delle donne afghane né possono essere accettate come loro rappresentanti.

Quindi, noi abbiamo mandato un nostro documento alla commissione competente per la definizione dell’apartheid di genere nel diritto internazionale. Ma la nostra campagna contro il gender apartheid in Afghanistan non vuole limitarsi a una definizione giuridica del crimine. Si allarga all’obiettivo di chiedere che i talebani siano fin da subito chiamati alle loro responsabilità e giudicati dai tribunali internazionali. Non perché pensiamo che una condanna sarebbe sufficiente a farli cambiare, perché i talebani sono tali in quanto fondamentalisti, e se rinunciassero a questa ideologia avrebbero finito di esistere. Ma perché una loro condanna sarebbe un ostacolo alla politica di riconoscimento del governo talebano, che tutti gli Stati, in modo esplicito o mascherato, stanno portando avanti. E darebbe forza e riconoscimento alla resistenza delle donne afghane.

La nostra campagna non vuole solo rivolgersi all’ONU. Puntiamo affinché questo crimine venga inserito anche all’interno dello Statuto di Roma, che stabilisce quali crimini contro l’umanità può perseguire la Corte Penale Internazionale. Attualmente prevede solo il crimine di persecuzione di genere, che è meno pregnante nel rivendicare la sistematicità della segregazione e della violenza perpetrata sulle donne. Nei prossimi mesi è prevista un’Assemblea Generale degli Stati proprio per definire questo. Sono rivendicazioni che richiedono tempi lunghi, lo sappiamo. Ma intanto, fin da subito, gli Stati, se lo volessero, potrebbero chiamare il governo talebano al giudizio della Corte di Giustizia Internazionale per le violazioni dei diritti umani commesse ai sensi della Convenzione sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne, come hanno dichiarato di voler fare alcuni Stati: la Germania, l’Australia, i Paesi Bassi, il Canada e altri che si sono aggiunti. Speriamo che non siano solo promesse. Così come sarebbe già possibile che la Corte Penale Internazionale prendesse l’iniziativa, attraverso il suo procuratore, di giudicare i singoli ministri talebani per le leggi che hanno firmato personalmente.

Tutte queste rivendicazioni non devono far dimenticare che il problema fondamentale è combattere il fondamentalismo in Afghanistan per avere un governo laico e democratico. E quindi non ci deve essere un accordo o una mediazione con i talebani, non ci devono essere riconoscimenti né di diritto né di fatto del loro governo, come invece stanno cercando di fare tutti gli Stati, in maniera palese (la Russia, la Cina, e altri Stati della regione), ma sotto la maschera dell’umanitarismo anche gli USA, gli Stati occidentali, e l’ONU stesso, che infatti ha sponsorizzato la conferenza di Doha del maggio scorso, invitando il governo dei talebani con tutti gli onori, con il preciso e dichiarato intento di riportarli nel consenso internazionale. Non è questa normalizzazione che ci chiedono le donne afghane, ci chiedono una lotta coerente contro i fondamentalismi.

Sabir/ Roma 12 ottobre 2024/ End Gender Apartheid: resistenza dall’Iran e dall’Afghanistan SAM 2259

Di come interfacciarsi molti chiedono con forza di non riconoscere in nessun modo il governo dei talebani. Allora Shakiba, vengo da te. Tu sei parte di RAWA, che è l’associazione che prima Beatrice Biliato citava, con cui CIS appunto collabora, che è la Revolutionary Association of the Women of Afghanistan. Puoi raccontarci qual è oggi la situazione che vivono le donne nel tuo paese e darci anche un po’ una timeline di come si sono evolute le cose dal 15 agosto del 2021 ad oggi?

Sabir/ Roma 12 ottobre 2024/ End Gender Apartheid: resistenza dall’Iran e dall’Afghanistan SAM 2260

Molti chiedono con forza di non riconoscere in nessun modo il governo dei talebani. Allora, Shakiba, vengo da te. Tu sei parte di RAWA, l’associazione che prima Beatrice Biliato citava e con cui CIS collabora, la Revolutionary Association of the Women of Afghanistan. Puoi raccontarci qual è oggi la situazione che vivono le donne nel tuo paese e darci anche una timeline di come si sono evolute le cose dal 15 agosto del 2021 ad oggi?

RAWA, che è stata fondata nel 1977, ha lottato e continua a lottare per i diritti delle donne in Afghanistan. Dopo il 15 agosto 2021, quando i talebani hanno ripreso il potere, la situazione è diventata tragica. Dopo 30 anni in cui le donne avevano accesso all’istruzione e al lavoro, improvvisamente tutto è stato sconvolto. Gli Stati Uniti hanno abbandonato l’Afghanistan e consegnato il paese ai talebani, lasciandoci soli. Oggi le donne non hanno più diritto all’istruzione, non possono lavorare e non possono nemmeno uscire di casa senza essere accompagnate da un mahram (un parente maschio). Le ragazze sotto i 12 anni non possono andare a scuola, e le nuove leggi imposte dai talebani limitano ulteriormente i loro diritti.

I talebani impongono leggi che si concentrano sui valori e le virtù femminili, peggiorando la situazione. Le donne non possono far sentire la loro voce nemmeno all’interno delle proprie case e sono praticamente imprigionate in una gabbia di regole oppressive. Non possono svolgere nessun tipo di attività sociale o di attivismo. A fronte di ciò, alcune donne hanno avuto il coraggio di lottare, sono scese in strada e hanno sollevato slogan contro il potere dei talebani, ma sono state torturate, imprigionate e persino uccise. Centinaia di donne sono scomparse, e i loro corpi non sono stati ritrovati.

A causa della povertà e della disoccupazione, un gran numero di giovani sta lasciando l’Afghanistan, cercando rifugio altrove, anche attraverso rotte pericolose, come quella attraverso la Turchia. Durante queste migrazioni, molti vengono arrestati, torturati e incarcerati.

In questa situazione drammatica, è fondamentale che la comunità internazionale faccia sentire la propria voce. Abbiamo bisogno del sostegno di tutti i paesi democratici affinché smettano di finanziare regimi come quello dei talebani. Paesi come l’Afghanistan e l’Iran non potranno mai vedere una vera democrazia finché persisteranno regimi fondamentalisti e leggi medievali. La nostra lotta deve essere un movimento unito e forte, sostenuto da uomini e donne in tutto il mondo.

Il popolo afgano ha imparato, negli ultimi 50 anni, che i diritti umani e la democrazia non possono essere regalati da altri paesi, soprattutto quelli imperialisti. La lotta deve essere nostra, portata avanti dalle donne afgane con il sostegno di uomini e donne di tutto il mondo. Solo così possiamo ottenere rispetto per i diritti umani. Viva la solidarietà tra tutte le donne del mondo per liberare le donne afgane.

Noi ci uniamo anche a tutte le persone di Gaza, del Libano e della Palestina, che stanno attraversando un periodo terribile, e chiediamo la solidarietà di tutti. Grazie.

Sabir/ Roma 12 ottobre 2024/ End Gender Apartheid: resistenza dall’Iran e dall’Afghanistan SAM 2261

Semina è arrivata nel 2022 in Italia grazie ai corridoi umanitari, un progetto lanciato da varie associazioni e organismi della società civile, in collaborazione con il governo italiano. Questo progetto permette di portare richiedenti asilo e profughi dai principali teatri di guerra qui in Italia in sicurezza, evitando loro tutti i pericoli, i rischi e gli abusi che i migranti subiscono tentando vie irregolari per raggiungere l’Europa.

Prima di arrivare in Italia, Semina aveva fondato e gestiva una ONG che si occupava di donne vedove o sole con difficoltà economiche, oltre che di bambini orfani. Si occupava di gestire tre orfanotrofi, assicurando che questi bambini avessero cibo ogni giorno.

Se ci puoi raccontare com’era la tua vita prima di lasciare l’Afghanistan e com’è oggi, vivendo in Italia.

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La mia famiglia è arrivata grazie a un programma umanitario e all’Arci. Mia sorella, che ha 16 anni, ha una grande passione: disegnare. Ha realizzato un disegno che rappresenta una donna afgana sotto il velo, e il suo sogno è laurearsi. Lei può vedere solo foto di donne laureate, ma non può frequentare la scuola. Dopo il 2021, tutte le donne e le ragazze sono rimaste a casa, ma non hanno perso la speranza. Credono che un giorno potranno tornare a studiare.

Adesso ti racconto cosa faccio io oggi in Italia. Sono arrivata in Italia nel 2022 grazie all’Arci Solidarietà, e vorrei ringraziare l’Arci e il programma umanitario che ci hanno dato l’opportunità di costruire un futuro luminoso qui. Prima di arrivare in Italia, non conoscevo nemmeno una parola di italiano. Quando sono arrivata, sapevo dire solo “Ciao”. Mi chiedevano sempre “Come stai?” e io non sapevo cosa rispondere. Dopo un anno, sono riuscita a ottenere la mia certificazione.

Adesso sto preparando il test di ammissione per il corso di Infermieristica, che è un grande sogno per me. Spero che il prossimo anno possa iscrivermi all’università di Infermieristica e lavorare come infermiera.

Sabir/ Roma 12 ottobre 2024/ End Gender Apartheid: resistenza dall’Iran e dall’Afghanistan SAM 2264

C’è tanto lavoro da fare. Passiamo ora a un altro paese, l’Iran, dove la discriminazione di genere è in qualche modo istituzionalizzata da molto tempo. Io vengo da Teheran e tu, Parisa Nasari, sei mediatrice culturale in Italia dagli anni ’90, se non ricordo male. A te spetta l’ingrato compito di raccontare le storie di tre donne che attualmente sono in prigione. Sono tre storie, anzi due, e capirete perché sono molto particolari e diverse. Grazie.

Sabir/ Roma 12 ottobre 2024/ End Gender Apartheid: resistenza dall’Iran e dall’Afghanistan SAM 2265

L’Afghanistan continua la sua lotta contro il fanatismo religioso e la misoginia dei talebani. Io faccio parte di un’associazione che si chiama “Woman Life Freedom for Peace and Justice”, creata dopo l’uccisione di Gina Massini, perché abbiamo sentito la necessità, insieme ad altre donne, di far capire il volto pacifico e per la vita di questo movimento, che si è sviluppato dopo l’uccisione di Massini. In realtà, si tratta di una situazione di protagonismo delle donne iraniane, che dura da molti anni, dall’inizio della rivoluzione islamica del ’79. Ma mai come negli ultimi due anni c’è stata una tensione a livello internazionale per conoscere le battaglie pacifiche e non violente delle donne e degli uomini iraniani; le donne sono state le vere protagoniste, insieme ai giovani, di quest’ultima ondata di proteste.

Negli ultimi anni ci sono state diverse ondate di proteste, ma forse non c’era mai stata l’attenzione mediatica che c’è oggi. Questa attenzione, però, ha iniziato a scemare con l’emergere di altre tragedie e situazioni gravi, come il genocidio in corso in Palestina e il timore di una guerra che potrebbe dilagare in quella regione da un momento all’altro. Perciò, il nostro lavoro è semplicemente quello di essere la cassa di risonanza della lotta che è in corso in Iran, tra una società civile giovane, progressista e altamente istruita, in cui le donne superano di gran lunga gli uomini a livello universitario.

Come è stato raccontato, le donne hanno spesso preso in mano le istituzioni. Quando sentivo le storie delle sorelle afghane, mi ricordavo delle donne che ho conosciuto in Iran, che portano avanti ONG e fanno cose che il regime iraniano non fa e non vorrebbe venissero fatte. È vero che la situazione in Iran è molto diversa da quella in Afghanistan. La discriminazione di genere in questo momento è particolarmente grave nei confronti delle donne afghane, poiché ciò che i talebani stanno facendo loro è veramente inquietante. Tuttavia, anche in Iran c’è una sorta di guerra contro le donne e contro altri generi, come ha detto Tina, che vuole ridurle a figure di cittadini di secondo grado. È sufficiente informarsi un po’ sulle leggi iraniane per capire come la donna venga considerata la proprietà di un uomo. Le donne in Iran non hanno il diritto di divorziare; in caso di divorzio, non possono avere la custodia dei figli. La loro testimonianza in tribunale vale la metà rispetto a quella di un uomo, e il valore della loro vita è considerato la metà rispetto a quello di un uomo. Teoricamente, una donna non può uscire di casa senza il permesso del marito, del padre o di un parente maschio. Non può viaggiare, né studiare; ci sono una serie di leggi liberticide e misogine che in Iran sono entrate in vigore dal ’79.

Tuttavia, la realtà dei fatti è molto diversa: in Iran c’è una società in continua evoluzione, una società che sempre di più sta riconoscendo alle donne la forza di cambiare le cose. Se non riescono a cambiare a livello istituzionale, ci sono stati tentativi; molti di noi hanno creduto nelle riforme, perché pensare a un cambiamento radicale era impossibile all’epoca. Ma piano piano la società civile iraniana si è resa conto che non c’è nulla di riformabile in questa Repubblica islamica, un binomio del tutto strano. I valori della Repubblica e della libertà non possono combinarsi con una lettura estremamente misogina e liberticida dell’Islam. Tutto questo viene portato alla conoscenza degli iraniani, delle iraniane e del mondo intero attraverso l’attivismo, soprattutto delle donne.

Donne ben conosciute come Shirin Ebadi e Narges Mohammadi, due premi Nobel per la pace, che non a caso sono gli unici premi Nobel assegnati in Iran. Queste donne hanno fatto dell’attivismo la ragione della loro vita, per le donne, per i bambini e, in generale, per la vita. Hanno fondato anche campagne contro la pena di morte, un altro argomento molto importante in Iran. Sono mesi che ogni settimana, Martedì, i detenuti e le detenute in alcune carceri iraniane faranno sciopero della fame per un giorno per protestare contro la pena di morte, uno strumento utilizzato dal regime per reprimere ogni voce di dissenso. Abbiamo visto molti giovani che sono stati uccisi, cioè impiccati, dopo una condanna a morte, semplicemente perché hanno partecipato a una manifestazione pacifica.

Shirin Ebadi ha dovuto lasciare l’Iran dopo aver ricevuto la notizia di aver vinto il Premio Nobel; si trovava all’estero, mentre Narges Mohammadi invece si trova in carcere e non ha potuto andare a ritirare il premio, ma continua, insieme ad altre attiviste per i diritti umani detenute, a far sentire la propria voce, mandando fuori molte dichiarazioni. Alcune di queste dichiarazioni sono state utilizzate anche come ulteriori capi d’accusa, allungando il periodo di detenzione. Nel gennaio di quest’anno, Narges ha fatto una dichiarazione diretta alle Nazioni Unite.

È vero, come ha detto Tina, che la discriminazione di genere è un argomento che da anni viene discusso e trattato, e sono molti gli attivisti e le attiviste che ne hanno parlato. Ma nel gennaio del 2024, Narges Mohammadi, all’interno del carcere di Evin, ha chiesto alla comunità internazionale, in particolare alle Nazioni Unite, di criminalizzare questo crimine di discriminazione di genere in Afghanistan e in Iran, elencando una serie di motivazioni per cui i diritti delle donne sono diritti umani universali e la comunità internazionale non può rimanere indifferente nei confronti dell’oppressione delle donne e di altri generi.

L’ultima sua dichiarazione, di pochi giorni fa, è contro la guerra e per la pace, chiedendo a tutti di scendere in piazza e di rafforzare sempre di più questo movimento pacifista. Non si può essere per la vita e per i diritti umani se non si prende posizione di fronte all’escalation di guerra e a un genocidio.

Ovviamente, in Iran ci sono molti uomini e molte donne che non la pensano come lei. Ci sono alcuni gruppi che credono che si possa ancora importare la democrazia attraverso la guerra, come hanno promesso loro il governo Netanyahu. Purtroppo, ci sono ancora persone che ci credono. Ma noi ci riferiamo a donne come Narges Mohammadi, Shirin Ebadi e molte altre che si trovano in carcere e hanno rischiato la vita. Ultimamente ci sono state condanne a morte anche nei confronti di donne attiviste, cosa abbastanza rara. Queste donne ritengono che la libertà e la democrazia possano essere conquistate soltanto per mano del popolo che soffre e viene oppresso da un regime totalitario.

L’unica cosa che chiedono, come è stato detto da Beatrice, è che la comunità internazionale non possa riconoscere regimi come quello dei talebani e quello iraniano come attori internazionali, nel momento in cui i diritti umani e i diritti delle donne vengono sistematicamente violati ogni giorno. Questo è ciò che dobbiamo chiedere tutti noi, non solo noi iraniani, ma tutti coloro che credono nella libertà e nella democrazia.

Come ha detto Celeste, non è possibile che ci siano diritti umani di serie A e diritti umani di serie B, donne di serie A e donne di serie B. I diritti umani sono universali e, se ci crediamo tutti, dobbiamo unirci per protestare contro ciò che sta accadendo in paesi come l’Iran, l’Afghanistan, il Libano e chissà quali altri paesi domani. Dobbiamo essere uniti e cogliere ogni occasione per parlare di questi argomenti, perché sappiamo che i nostri governi, anche il governo italiano, stanno cercando di legittimare questi regimi in nome di una sicurezza che non ci sarà, nel momento in cui interi popoli vengono oppressi.

Perciò vi chiedo di fare qualunque cosa per essere la voce delle donne afghane, iraniane e del popolo palestinese. E ripeto sempre: donna, vita e libertà.

Sabir/ Roma 12 ottobre 2024/ End Gender Apartheid: resistenza dall’Iran e dall’Afghanistan SAM 2266

Jamali, anche perché siamo davanti a un pubblico di italiani, e la questione, secondo me, è molto rilevante. Sì, nel momento in cui c’è una parte di genere…

Sabir/ Roma 12 ottobre 2024/ End Gender Apartheid: resistenza dall’Iran e dall’Afghanistan SAM 2267

Un abbigliamento che non corrisponde al codice di abbigliamento vigente in Iran ha portato a ciò che è successo a Gina e a quello che poteva accadere a Maisun e a Marjan, due donne iraniane che sono scappate dall’Iran per sfuggire a un regime misogino. Hanno dovuto prendere una barca affidandosi ai trafficanti, poiché non è possibile ottenere un visto per motivi umanitari. L’unico modo per gli iraniani di partire dalla Turchia, pagando un prezzo altissimo, è stato quello di arrivare, alla fine dell’anno scorso, sulle coste calabresi, dove sono state prontamente arrestate, accusate di essere scafiste.

Non voglio essere lunga, perché questo è un po’ fuori tema, ma il reato di essere scafisti, a mio avviso, non è un reato di cui si possa discutere. Queste due donne, scappate da un regime, arrivano qui pensando di trovare un paese democratico dove poter chiedere protezione internazionale, un diritto sancito per ogni persona che fugge dalla persecuzione, e invece vengono accusate e incarcerate.

Maisun, in particolare, è stata arrestata il 31 dicembre 2023 e ancora oggi è in carcere. Il 22 ci sarà l’udienza e il 5 novembre ci sarà il verdetto. È stato chiesto più volte il regime degli arresti domiciliari, come previsto per reati minori, ma il pubblico ministero si è sempre opposto, sostenendo che c’è pericolo di fuga e che lei sia una scafista, una trafficante di esseri umani. In realtà, lei è un attivista, come noi che siamo qui. È una donna curda e ha un profilo molto simile a quello di Gina.

Le donne curde e il popolo curdo sono perseguitati in tutti i paesi dove vivono, e in Iran le condanne a morte nei confronti dei curdi sono molto più numerose rispetto ad altre categorie di perseguitati. Lei è un attivista, un’artista, una regista teatrale; ha fatto moltissima attività dopo l’uccisione di Mahsa Amini, ma ha dovuto scappare dall’Iran già dal 2019, prima in Kurdistan iracheno e poi in Italia insieme al fratello. Ha perso tantissimi chili e adesso pesa 38 kg, soffrendo di continui attacchi di panico.

L’ho incontrata più volte e ogni volta piangeva, dicendo: “Io che ci faccio qui? Sono scappata da un regime e non capisco perché mi accusano di un crimine che non ho commesso”. Noi stiamo cercando in tutti i modi di far capire che lei è un attivista, un profilo da attivista. Sulla barca, semplicemente si è opposta a quella che era una sorta di gerarchia tra i poveri disperati che fuggivano dall’Afghanistan, dall’Iran e dal Kurdistan. Questo le ha creato dei nemici, che però non hanno mai dichiarato che lei fosse una scafista; hanno solo detto che protestava e parlava con il capitano.

Speriamo veramente che lei possa essere scagionata, perché in realtà non ci sono elementi contro di lei. Tuttavia, il decreto Cutro, sbandierato da Matteo Salvini contro i migranti, serve semplicemente a criminalizzare l’immigrazione ed è uno dei tanti motivi per cui lei si trova in carcere. Questo decreto prevede un inasprimento delle pene nei confronti di chi arriva in Italia via mare.

Lei, insieme a Marjan, la madre di un figlio, ha potuto ottenere arresti domiciliari, mentre per molti altri attivisti e attiviste sono le vittime di un decreto che serve soltanto a criminalizzare l’immigrazione e a negare il diritto delle persone perseguitate di avere protezione internazionale.

Sabir/ Roma 12 ottobre 2024/ End Gender Apartheid: resistenza dall’Iran e dall’Afghanistan SAM 2268

Le autorità iraniane e, d’altra parte, abbiamo questa situazione. Beh, no, in realtà sì. Io mi occupo di esseri umani e riceviamo tutti i giorni dichiarazioni di italiani. Insomma, c’è una posizione netta. D’altra parte, però, c’è tutto un lavoro diplomatico che andrebbe fatto, come ci ricordava Beatrice per l’Afghanistan, e andrebbe fatto magari anche per l’Iran. Tuttavia, abbiamo anche il caso di due rifugiate che sono in carcere.

Allora, chiudiamo almeno questo primo giro con te. Tu fai parte di “Donna, vita e libertà Roma”, e ti chiedo di raccontare anche la tua esperienza, anche tramite i contatti che hai quotidianamente con le donne iraniane in Iran. Inoltre, ti chiedo di dirci se il movimento delle donne è sostenuto anche dagli uomini, quindi di spiegare un po’ qual è il ruolo degli uomini in Iran rispetto alle azioni delle autorità.

Sabir/ Roma 12 ottobre 2024/ End Gender Apartheid: resistenza dall’Iran e dall’Afghanistan SAM 2278

Il diritto delle donne iraniane, quello delle afgane e il diritto dei palestinesi e delle palestinesi a sopravvivere. In questi ultimi 12 mesi dovremmo imparare l’intersezione delle lotte, perché quello che diciamo sempre è che, quando parliamo di diritti, pena di morte, libertà di espressione e di qualsiasi diritto umano fondamentale, è che se uno di questi diritti viene minato o negato a qualcuno in qualsiasi angolo della Terra, dobbiamo essere tutti e tutte consapevoli che, prima o poi, quella minaccia, quell’erosione di quel campo, di quella garanzia di diritto, arriverà anche a noi. Dobbiamo quindi imparare ad essere solidali.

Voglio fare un esempio su tutti: il diritto all’aborto, che ormai è dato per scontato ovunque. Invece, negli ultimi anni stiamo facendo enormi passi indietro. Se alle donne iraniane le sanzioni e la repressione per uscire senza velo aumentano, e se in Afghanistan i talebani pensano di poter negare la voce pubblicamente alle donne solo in quanto donne, allora dovremmo avere il coraggio di scendere in piazza per tutte le donne e per tutte le persone, senza fare alcuna distinzione.

All’inizio sottolineavo l’importanza di parlare di apartheid di genere. Ma quando parlo di apartheid di genere, parlo di tutte le persone, perché oggi non abbiamo affrontato abbastanza il fatto che ci sono paesi, come l’Iran e molti paesi africani, in cui si rischia la pena di morte se si viene riconosciuti come persone omosessuali. Non possiamo lasciare indietro nessun angolo di battaglia; dobbiamo, scusate se uso questa parola, alzare la voce e difendere la voce di tutte e di tutti. Non possiamo fare una selezione, perché se noi facciamo una selezione, chi è nei luoghi di potere sarà autorizzato a fare altrettanto.

Quando parliamo di apartheid di genere, vogliamo parlare di tutte le persone. Dobbiamo rompere quel meccanismo di cittadini e cittadine di serie A e di serie B. Questo significa che, nella vita quotidiana, non puoi andare a lavorare se sei riconosciuto come persona omosessuale, rischi la detenzione, e se sei una donna, non puoi andare a scuola semplicemente perché sei una donna. Non possiamo accettare questa selezione da nessuna parte: in Afghanistan, in Iran, in Sudan, in Zambia o in qualsiasi altro paese che vi possa venire in mente.

Credo che, forse, le ultime manifestazioni stiano riprendendo questo aspetto della lotta intersezionale. Vediamo bandiere diverse in piazza, ecco, forse bisognerebbe avere il coraggio di essere di più in piazza e alzare la voce. Non voglio introdurre un altro argomento, ma è vero che le manifestazioni di piazza, secondo me, dopo il G8 di Genova, hanno subito un crollo. Tuttavia, voglio essere fiduciosa, forse perché lavoro per Amnesty e devo esserlo per forza, altrimenti non potrei andare avanti. Vedo un movimento diverso nella società civile, vedo crescere l’internazionalità delle lotte e sono contenta. È un momento in cui abbiamo bisogno di stare insieme, indipendentemente dal diritto per il quale stiamo lottando. Dobbiamo essere uniti, perché noi siamo la società civile, siamo la maggioranza e abbiamo vinto tante lotte importanti in passato. Penso che sia il momento di farlo.

Facendo una parentesi rispetto alla domanda, mi sento di dire la mia su questo. So che la lotta per la creazione di un trattato contro i crimini contro l’umanità possa sembrare lontana dalle necessità quotidiane, ma penso che sia parte di un percorso. Abbiamo bisogno di crimini chiari che possano essere processati come crimini contro l’umanità nelle corti internazionali. Questo non si può fare se non viene riconosciuto come crimine internazionale.

A fianco a questo ci sarà la lotta delle piazze e una società civile italiana che dice: “Non voglio che l’Italia dia soldi all’Iran o all’Afghanistan se i diritti umani non vengono garantiti”. L’Unione Europea ha un principio di base che afferma che non si possono finanziare i paesi che violano i diritti umani. Questo principio, però, è stato completamente cancellato con i 5 miliardi di microfinanza dati all’Egitto.

Abbiamo bisogno di mettere insieme tutti questi percorsi. Ogni parte della società insiste su un percorso, ma deve essere un percorso condiviso, sia istituzionale che politico, sia della società civile.

Sabir/ Roma 12 ottobre 2024/ End Gender Apartheid: resistenza dall’Iran e dall’Afghanistan SAM 2279

Anche personalmente, sono felice di essere qui oggi e ringrazio le esperte presenti, così come il festival Sab per averci dato questo spazio. Buona serata e a presto!

Sabir/ Roma 12 ottobre 2024/ End Gender Apartheid: resistenza dall’Iran e dall’Afghanistan SAM 2280

Bel materiale da poter visionare e acquistare, così come le foto che ci sono. Grazie!

[Testo ottenuto Burak Portakal e Gabriella Bilog, stagisti della Castellini di Como a ecoinformazioni]

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