Musica vegetale al Sociale: un minestrone riuscito

Il palco del Sociale di Como, la sera del 17 aprile, dopo il passaggio del gruppo viennese “The Vegetable Orchestra” assomiglia a un mercato alla fine della giornata di vendita: pezzi di ortaggi un po’ dappertutto; eppure quello che si è svolto è stato un concerto in piena regola.

L’orchestra vegetale non è una sorpresa per il pubblico: ai tempi del web quasi tutto è già sentito, già visto, già noto, se è riuscito a ritagliarsi un po’ di spazio virtuale. La curiosità è, spesso, quella di verificare se è “davvero” come si è visto sul piccolo (o piccolissimo) schermo.

L’idea di base (geniale, nella sua semplicità) è nota: suonare, invece che strumenti propriamente detti, ortaggi e altra varia verduralità, “tirare fuori” letteralmente dei suoni da quegli oggetti cui in genere dedichiamo attenzione solo per uno dei cinque sensi, il gusto, semmai un po’ per l’olfatto e la vista, non certo per l’udito.

Bene: l’idea funziona. Anche dal vivo, s’intende. Con carote, cetrioli, crauti, melanzane (che vanno per la maggiore), rape e altro si può fare musica. Ovviamente, rispetto alle prove facilmente reperibili sul web, l’esibizione dal vivo privilegia gli effetti “speciali”, piuttosto che la raffinata ricerca timbrica che porta a considerare una carota diversa dall’altra, più o meno come uno stradivari non è un guarnieri (beh, non esageriamo). Dal vivo, quindi, prendono molto spazio l’amplificazione (il tecnico del suono è – di fatto – il nono componente del gruppo, anche se non sale sul palco) e l’elettronica. Ma anche questo è un elemento di grande interesse: se da un lato la musica “vegetale” tende a evocare la musica primigenia (non è difficile immaginare le prime comunità sociali alle prese col problema di trarre qualche suono da quanto è disponibile, legnetti, ortaggi e si potrebbero aggiungere sassi, se proprio non si hanno conchiglie…), dall’altro il sound finale si declina nelle tendenze più alla moda (techno, dub eccetera). La sintesi è interessante e – ciò che non guasta – divertente, ed è ulteriormente raffinata da alcune intelligenti allusioni e divagazioni linguistico-musicali: l’omaggio a Stravinskij nel “Massacre du Printemps” vale l’altro al Krautrock (la musica elettronica tedesca degli anni settanta) “suonato” effettivamente con i crauti (ma anche e soprattutto con l’amplificazione, dove i suoni “spaziali” sono evocati tramite un uso attento dell’effetto larsen tra pickup inserito nei crauti e spie dell’impianto audio), mentre il discorso sulla “naturalità” fa capolino per le inevitabili allusioni a una musica “di stagione” (bisogna pur rendersi conto che gli strumenti di ortaggi a primavera non possono essere gli stessi dell’estate o dell’autunno: nel concerto di Como, per esempio, le amate zucche – indisponibili sul mercato comasco – sono state sostituite da meloni gialli e solo le orecchie più avvedute hanno saputo cogliere i sottili cambiamenti nella tessitura timbrica…).

L’insistita base ritmica si richiama alternativamente alla musica etno, a quella disco ma anche a certa musica contemporanea “colta” (da John Cage a Steve Reich). E, alla fine, il minestrone (il termine non è – ovviamente – da intendere in senso denigratorio, anzi) dei generi appare ben riuscito.

Tanto quanto il minestrone di verdure (possibili strumenti inespressi), saporito e speziato, offerto a fine concerto, come da programma, al deliziato pubblico. Che si porta via anche qualche avanzo di strumento… se proprio non riuscirà a trarci nessun suono degno di nota, almeno potrà insaporire la prossima minestra.

[Fabio Cani, ecoinformazioni]

 

Alcuni momenti del concerto

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