Spari in via Giussani: bisogna reagire all’indifferenza

Il gravissimo episodio di via Giussani a Como, dove tre giorni fa una persona immigrata è stata fatta oggetto di colpi d’arma da fuoco, per fortuna senza conseguenze fisiche, impone una severa riflessione.

Si tratta, per quello che possiamo giudicare, di un episodio senza precedenti; mai in passato si è avuta notizia di sparatorie originate dall’intolleranza: le urla dell’assalitore non lasciano adito a dubbi («Vai via di qui!»), anche se la loro drammatica genericità non garantisce sull’origine xenofoba del gesto.  Ma questa genericità non basta a tranquillizzarci, né deve essere utilizzata per sminuirne la gravità, nemmeno al pensiero che forse chi impugnava l’arma non cercava “davvero” conseguenze irreparabili (anche ammesso che l’arma fosse caricata a salve).

Sta crescendo in questa città, in questa nazione, in questo continente, un clima che in qualche modo legittima l’odio, la violenza, la cattiveria: atteggiamenti che solo casualmente si esplicano in forme non letali, ma che potrebbero facilmente sconfinare nel dramma.

La responsabilità primaria di questo clima ricade evidentemente su chi ha la gestione della “cosa pubblica”: inveire quotidianamente contro un’ipotetica invasione non può che generare tensione, invocare l’insofferenza verso il diverso, il povero, l’“altro” richiamando una supposta identità locale non può che produrre inutile intolleranza. Soprattutto, pensare che l’“insicurezza percepita” (immaginaria, o meglio montata ad arte, poiché tutte le statistiche delle forze di polizia indicano che i reati diffusi sono in calo) possa essere tenuta sotto controllo con la maggiore diffusione delle armi da fuoco è pura e semplice criminale istigazione a delinquere (ma davvero le recenti vicende americane non ci hanno insegnato nulla? davvero dobbiamo anche noi sprofondare in quel delirio di violenza gratuita?).

Anche la pubblica opinione e la gente comune hanno le loro responsabilità. Non si può continuare a minimizzare e a far finta di nulla («in fin dei conti, non è mica morto nessuno!»), poiché da questo ostentato disinteresse non può che procedere la totale incapacità di comprendere l’evoluzione della realtà, che prima o poi – non dubitiamone – si ripercuoterà anche sulle nostre pacifiche esistenze. Allo stesso tempo, anche in assenza di una conclamata volontà di ferire o uccidere (sempre ammesso per ipotesi che l’arma fosse a salve), è evidente l’intenzione di diffondere paura, e a nessun titolo si può accettare che questa sia la regola imperante della convivenza, che a tale punto non si potrebbe più definire “civile”. Non ribellarsi a queste logiche sconfina con l’omertà, ovvero con la corresponsabilità nei confronti di chi pratica e propaganda atteggiamenti violenti (ne sanno qualcosa le donne, a ogni latitudine, vittime designate di violenza e incomprensione).

Fatti come quello di via Giussani, o quello dei senzatetto bersaglio di lancio di oggetti da parte di ragazzi “qualsiasi”, o le ripetute angherie subite dai “mendicanti” in città richiedono un rinnovato impegno di comprensione e di azione, poiché non basta interpretare la realtà, bisogna anche cambiarla.

Como senza frontiere, da quando si è costituita tre anni fa, si è sforzata di sollecitare questa comprensione e questo cambiamento, che – lo ripetiamo – riguarda tutti.

Quanto accaduto in via Giussani non può richiamare solo una generica solidarietà con la vittima, necessita di una pronta azione da parte di chi ha il dovere di indagare sullo specifico episodio e di una radicale presa di posizione da parte della città intera.

Samir, da quindici anni in Italia, lavoratore con regolare permesso, appena scampato all’aggressione ha chiamato la polizia; per qualche istante chi è intervenuto ha confuso la vittima con l’aggressore, tanto può il luogo comune sugli stranieri. Nonostante tutto, Samir chiede alle persone che condividono la vita quotidiana in questo pezzo di mondo, di capire cosa è successo e di fare in modo che non si ripeta.

A tutti noi tocca di trovare un modo per farlo. [Fabio Cani, portavoce di Como senza frontiere]

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