Cosa ce ne facciamo del nostro cuore?


Sono stato lontano dalle piazze in questa settimana. Impegni famigliari mi hanno distratto dal mio impegno di attivista e di osservatore, di fotografo. Sono successe cose , in questa settimana, cose importanti, a partire dall’intercettazione illegale della Liberal Flotilla, alla ricorrenza del 7 ottobre e la firma del cosiddetto Piano di Pace. Mi è dispiaciuto non essere nell’azione? Certo che si, ma questo mi ha dato la possibilità di vedere le cose a un altro punto di vista e il tempo che ho passato a lavorare a casa dei miei anziani genitori mi ha concesso di riflettere su cosa abbiamo vissuto nelle settimane e nei mesi trascorsi.

Al di là dell’innegabile valenza politica , di quello che è successo nelle piazze italiane e non solo, credo che, almeno in parte, i milioni di persone, le Flotille, abbiano contribuito ad accelerare e a modificare, il cosiddetto piano di pace che mi trova alquanto scettico, salvo se, effettivamente, farà cessare le uccisioni. Mi pongo una domanda che mi strazia: «Perché solo ora e non due anni fa o anche 10 anni fa o semplicemente , 70.000 morti fa?»
Ad un certo punto, i popoli sono esplosi, schifati dall’orrore, dalla tragedia, dalla prepotenza di coloro che oggi si pongono, in nome di dio, sul piedistallo fra San Francesco e Gesù come portatori di Pace e ieri facevano le vignette di Gazabeach mentre i bambini morivano sotto le bombe o fucilati dai cecchini israeliani.

Il movimento propalestina, è fondamentalmente nato, cresciuto ed esploso dal basso. Nelle piazze ci siamo mescolati, dagli oratori ai centri sociali, abbiamo pianto e gridato insieme la nostra vicinanza a Gaza e ci siamo sentiti fratelli e sorelle, compagne e compagni, sapendo che l’obiettivo era più importante delle nostre divisioni.
E’ solo questo? Credo di no, penso ci sia, anche, una forma di autoassoluzione, dopo aver fatto più o meno finta di niente o quasi, c’è arrivato questo schiaffonein faccia e ci siamo sentiti – diciamocelo – un po’ stronzi.

A questo punto?
A questo punto, ora che abbiamo riscoperto che riusciamo ancora a fare le cose insieme, dobbiamo tenere botta, lasciare tutto lo spazio necessario ai giovani che sono gli unici in grado di dare una spallata a questo mondo meschino ed egoista.

Per i palestinesi, salvo il fatto che, forse, smetteranno di essere massacrati in massa, è un momento cruciale. Moni Ovadia, ci avvertiva , mesi fa, che questo sarebbe stato un momento rischioso, il momento in cui ci raccontano che c’è la pace e la tensione e l’attenzione cala e, fuori dalla luce dei riflettori che in questi mesi abbiamo tenuto accesi, porteranno a fine i loro osceni intenti.

Questo dobbiamo fare, continuare a vigilare, a tenere accese quelle luci, affinché i palestinesi abbiano finalmente, una loro patria dove vivere in pace, soprattutto, come vogliono.
I diritti non possono essere “fino ad un certo punto” i diritti o sono universali o sono solo privilegi per qualcuno. In realtà difendendo i diritti del popolo di Palestina, difendiamo anche i nostri.

Restiamo Umani, ma anche vigili ed intransigenti nei confronti di questo indecente mondo dei potenti che non si fa scrupolo, di sfruttare e uccidere, pur di accumulare potere e denari.

Vi lascio qualche foto che ho raccolto passeggiando per il mio paese, che hanno dato il via a questa riflessione. [Massimo Borri, ecoinformazioni]


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