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Bruti Liberati/ Scuotere dal torpore, acquisire consapevolezza sui rischi che corriamo nell’eventualità vinca il sì

Se è vero che «i manoscritti non bruciano» come scriveva Bulgakov ne Il Maestro e Margherita – seppure nel caso di questo romanzo, diversamente da quanto si può dire del testo della riforma costituzionale Meloni-Nordio, la scrittura dimostri di poter rivalere sempre sull’ottusità del potere – è dunque condivisibile la riflessione del già procuratore della Repubblica Edmondo Bruti Liberati, il quale ha voluto chiudere la serata tenutasi a Erba lo scorso 3 marzo con queste parole: «Quel che conta sono i testi che si scrivono e se questi hanno una loro logica, quest’ultima è ineluttabile per il futuro».

Non si tratta di essere pessimisti, ma piuttosto di interrogarsi e comprendere perché questo disegno di legge sia stato presentato in una determinata forma, respingendo gli emendamenti dell’opposizione, così come le controproposte e le criticità portate avanti dalla maggioranza stessa; rimandando la definizione delle funzioni alla legge ordinaria; impedendo che gli elettori e le elettrici fuori sede possano votare al di fuori del proprio comune di residenza, obbligando molti/e di loro a rinunciare al voto; ma anche appellandosi a una becera campagna referendaria che ha fatto leva sugli scontri di Torino e più recenti casi di cronaca violenta, seppure questi non abbiano un legame diretto con il quesito sulla giustizia.
In questo clima di scontro alimentato a slogan, la disinformazione è ancora altissima, di chi per esempio ancora menziona il mancato raggiungimento del quorum come via di uscita. Peccato, però, che non è previso alcun quorum trattandosi di un referendum confermativo: dovesse andare a votare un* sol* elettor*, la riforma entrerà o meno in vigore secondo quel singolo voto.
Non è possibile, giunti a questo punto, non prendere posizione, illuderci di un possibile dialogo tra le ragioni del no e quelle del sì. Ogni incontro, dibattito, ogni conversazione deve ora essere capace di scuotere dal torpore nel quale risiediamo e stimolare una presa di consapevolezza sui rischi che corriamo nell’eventualità vinca il sì, perché, seppur ancora in potenza, vi è un rischio reale, non solo su carta, in quanto comprendiamo con grandissimo turbamento la direzione intrapresa dalla volontà di questo governo per una linea incostituzionale, nostalgica di determinati sistemi istituiti durante il periodo fascista.
Senza nasconderci dietro scuse che fanno appello a incomprensioni o alla mancata specializzazione di linguaggio, c’è ancora più bisogno di rendersi conto si abbia di fronte una riforma costituzionale che, più che essere un disegno tecnico-giuridico, è strategicamente politica e manifestazione di potere, un’imposizione dell’esecutivo sul legislativo.
L’intervento dell’ex magistrato Bruti Liberati ha permesso di comprendere il peso della riforma costituzionale Meloni-Nordio e delle sue future possibili ripercussioni sull’autonomia della magistratura per mezzo di un sostanziale excursus storico, a partire proprio da quel 18 luglio del 1959, quando l’allora ministro della giustizia Guido Gonella durante l’insediamento del Csm a Palazzo del Quirinale dichiarò che quanto stava allora avvenendo consisteva nel decisivo trapasso dei poteri che fino ad allora erano esercitati dal governo e dal ministro della giustizia, al fine di evitare ogni possibile interferenza del potere politico e dare così concretezza al principio di separazione dei poteri.
Ed è conoscendo questa stessa nostra storia che l’avvocata Livia Sarda ha voluto così richiamare l’inquietante corrispondenza tra l’Alta corte disciplinare e la figura del giudice speciale istituita durante la dittatura fascista. Secondo la riforma costituzionale Meloni-Nordio, all’Alta Corte verrebbero affidate le funzioni in materia disciplinare sui giudici e i pubblici ministeri, ora attribuite al Csm. L’art. 4 della presente proposta prevede inoltre che «contro le sentenze emesse dall’Alta Corte in prima istanza è ammessa impugnazione, anche per motivi di merito, soltanto dinanzi alla stessa Alta Corte, che giudica senza la partecipazione dei componenti che hanno concorso a pronunciare la decisione impugnata». Ciò significa, spiega Sarda, che le decisioni disciplinari sui magistrati non potranno essere impugnate facendo ricorso in Cassazione, contrariamente a quanto afferma l’Art. 111 della nostra Costituzione, che al comma 7 recita: «Contro le sentenze e contro i provvedimenti sulla libertà personale, pronunciati dagli organi giurisdizionali ordinari o speciali, è sempre ammesso ricorso in Cassazione per violazione di legge. Si può derogare a tale norma soltanto per le sentenze dei tribunali militari in tempo di guerra». Sarà dunque l’Alta Corte un tribunale speciale? Quel che inquieta è quanto prossima sia questa scrittura a ciò che fu istituito durante il fascismo.
Andiamo a votare tutti e tutte No, per salvaguardare la Costituzione, non una raccolta di carta dal linguaggio inaccessibile, ma un programma collettivo e comune consegnatoci da chi ha lottato per la libertà, la Resistenza e la democrazia, dove ogni parola ha un peso insostituibile. I giorni 22 e 23 marzo, il nostro voto, un No convinto, sarà la modalità secondo cui ribadiremo di volerne ancora di democrazia. [Giulia Rho, ecoinformazioni]

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