eQua 2026/ 9 maggio/ Hacking the system assembly
Uno spazio assembleare a conclusione di questa quinta edizione di eQua dedicato a elaborare, progettare, proporre un’agenda per il cambiamento. Introduce Clara Mattei, professoressa di economia al CHE, Centro per l’economia eterodossa, presso l’Università di Tulsa.

Dopo aver approfondito tanti aspetti del capitalismo contemporaneo, l’intervento di Clara ha fornito un’ulteriore analisi del quadro globale, nel tentativo di mostrare la via alla decentralizzazione di quanto sta accadendo ad esempio in Palestina e in Libano, in quanto facenti parti del nostro sistema socio-economico. Bisogna guardare all’economia nel tentativo di comprendere la direzione intrapresa, che non dovrebbe stupirci essere quella anche genocidaria, spiega Clara. Il bisogno di adottare esperienze pratiche, laddove le idee accademiche finiscono per svolgere il processo opposto, tramite assiomi che facciamo fatica a superare. Come uscire da questi trappole mentali? C’è una tendenza nella sinistra a usare dei concetti che non aiutano la trasformazione sociale, come ad esempio il fatto che il mercato sia strumento per soddisfare i nostri bisogni (capitalismo cronico). Nel libro Fuga dal capitalismo, viene spiegato come il capitalismo nasca quando il mercato diventa la nostra trappola, finendo per dipendere dallo stesso. Esso finisce per regolare le nostre relazioni personali, divenendo strumenti del mercato stesso. Il sistema è tenuto in vita da un’azione violenta operata dallo Stato, giustificata in termini deterministici. Le politiche di austerità consistono nel tentativo dello Stato di depredare le ricchezze per investire nel sostegno dei conflitti. Come fare a istituzionalizzare il dissenso? Quale la svolta post-capitalista?
[Si veda la campagna https://www.freefreeforum.org/ a Tulsa.]

Da quanto emerso in questa due giorni, ricorda Carlo Testini, è chiaro sia necessario riferirsi all’impatto generato dal capitalismo per fare cultura politica. Al tempo stesso c’è un affaticamento generale, premessa necessaria anche per capire che «il mutualismo dell’Arci è associazionismo, è politico, o non è». Politicizzare il contrasto delle solitudini e dell’esclusione sociale è un altro elemento fondativo degli spazi sociali. La difficoltà a parlare con le amministrazioni comunali può essere affrontata tramite l’assunzione dell’importanza che questi circoli culturali e politici hanno. La natura culturale di Arci è in questa fase ancora più importante. Si pensi allo sciopero e alla manifestazione indette e svoltesi l’8 maggio a Venezia in relazione alle scelte della commissione della Biennale sull’apertura dei padiglioni Russo e Israele.
Si apre così l’assemblea:
Il primo intervento di Marco apre con il racconto della mobilitazione a Venezia. Per la prima volta il mondo dell’arte ha interrotto uno tra i più importanti eventi nel mondo dell’arte, partendo da due assunti: non può esserci arte dove c’è compromissione, ma anche per contestare le gravi condizioni di lavoro degli operatori e delle operatrici della cultura. La Palestina attraversa un modo di fare arte. L’arte non è libera da meccanismi di mercato e da tentativi di normalizzazione del genocidio, per questo necessitiamo di rivendicarne una natura politica.

Interviene Maria con una domanda: come riportare queste discussioni ai circoli Arci, perché venga esercitata un’egemonia culturale? Andrebbe realizzata una connessione tra i circoli Arci, facendo ancora più rete. Sul tema della solitudine, il compito di Arci è politicizzare il disagio e non medicalizzarlo.
Beppe Mantovani di Arci Sicilia spiega come tutte le attività proposte siano politiche, seppure solo apparentemente distanti dal linguaggio inscrivibile nella lotta politica. Data la mancanza di occupazione e del diritto all’abitare si verifica un importante fenomeno di fuga dalla Sicilia; ed è proprio in questo scenario che Arci deve inserirsi.
Massimo Cortesi di Arci Lombardia riprende quanto detto da Maria, in riferimento ai problemi relativi alle aree interne. Se inizialmente queste erano state avvantaggiate durante una prima crescita del capitalismo, questo stesso ha poi determinato la loro stessa crisi.
Vanessa Niri di Arci Genova riprende il tema relativo al bisogno di riferirsi all’educazione. Quanto accaduto negli ultimi trenta anni rivela come i bambini abbiano sempre meno tempo per essere anticapitalisti. Uno dei fronti è che i circoli Arci hanno sempre lavorato per essere di supporto ai bambini e alle bambine, dando una mano con i compiti. Se un’istituzione come la scuola non ragiona su come diventare uno spazio di crescita, Arci dovrebbe pensare diversamente.
Daniele di Arci Torino riflette sui bias della sinistra, prima menzionati da Clara, secondo i quali sono state scaricate delle responsabilità sul militante individuo. Questa tendenza crea un conflitto tra poveri che disgrega, mentre sappiamo non vi siano risposte individuali a problemi collettivi.
La manifestazione di Venezia, interviene Gianpaolo Rosso, è stato un episodio storico; è necessario che si prenda un impegno come Arci perché vengano tutelate le aree di comunicazione libera, come Altreconomia, Radio Popolare e il Manifesto, conosciute ben poche. Una delle cose concrete da fare potrebbe essere l’abbonamento di ogni circolo alla stampa libera. Entrando nel mentre, questo titolo era più radicale di altri, e tuttavia non basta hackerare il capitalismo, disturbandolo estemporaneamente, ma necessario è proprio sovvertirlo. Mai come prima Arci ha tessuto reti, ad esempio anche con i centri sociali, per mezzo di uno sforzo di radicalità antisistema, quella della non-violenza.

Matteo, volontario del servizio civile presso Lucca, rivela di essere colpito da questa edizione, anche esprimendo vicinanza ai temi trattati ad esempio in relazione alla solitudine generata dai social.
Interviene nuovamente Clara Mattei parlando della politica culturale in cui lei crede che sia molto facile sostituirsi a ciò che il sistema non fa e che quindi premere per un cambiamento più forte, più radicale sia complesso, ma non impossibile e chiude il suo intervento spronando il pubblico a fornire soluzioni concrete e decisioni collettive e sul modo in cui poi metterle in atto.
Celeste Grossi comincia il suo intervento spendendo due parole per elogiare l’organizzazione di quest’edizione e successivamente apre il suo pensiero verso Rosa Luxembourg, mai citata durante queste due giornate che per inciso, dice Celeste, non dovrebbero essere chiuse solo al gruppo che era presente, non dovrebbe essere individualista. Inoltre critica la mancanza di pensiero femminista e trans-femminista e una riflessione più aperta al colonialismo.
Continua i commenti con Maso Notarianni che, come alcuni dei precedenti, conferma che la soluzione non è hackerare il capitalismo ma distruggerlo. Dalla presidenza di Arci, conferma anche lui la volontà di aprire il congresso di questi due giorni ad un pubblico più ampio. Arci a Milano ha cominciato a dare una voce le realtà di movimento e quelle culturali con anche delle realtà più istituzionali; l’unire le persone non basta più, serve il pezzo successivo, quello di cui abbiamo parlato durante queste giornate: la politicizzazione della cultura, del malessere e della solitudine.

Alice Eugenia Graziano di Arci Torino invita al ragionamento sugli strumenti che noi abbiamo per poter combattere, discutere e partecipare e volge anche uno sguardo al lavoro sociale che le associazioni fanno e a pensare a quali potrebbero essere delle pratiche che potremmo usare.
Giulia Rho, di ecoinformazioni, riprende il discorso di Maso e ricorda una delle assemblee delle giornate di Roma durante le manifestazioni di No Kings di marzo, in cui è emerso che le aree interne non conosco Arci e che è compito dei singoli circoli far conoscere le singole realtà. Invita quindi ad un analisi dei circoli sul come poter essere un alternativa valida al capitalismo senza spostarsi su una scala troppo grande. Parlare lo stesso linguaggio per poterlo sconfiggere è quindi la soluzione proposta da Giulia.
La proposta concreta di Clara diventa quindi invitare le persone non frequentanti di circoli Arci in cui si parla di esperienze concrete che già esistono che lottano sul territorio ma non hanno magari lo spazio per crescere.
Ci auguriamo quindi che queste due giornate di eQua possano essere solo l’inizio di un cambiamento interno che possa generare idee e nuovi spazi, a loro volta aperti e/o creati da realtà interne ed esterne e ci auguriamo di ritrovarci il prossimo anno con altrettanta energia, altrettante proposte e altrettanta eterogeneità del pubblico e degli oratori che si sono alternati in questi giorni. Grazie eQua!
[articolo di Amelie Di Matteo e Giulia Rho, ecoinformazioni]

