Gli ulivi in Palestina/ Un sistema cooperativo di gestione della terra
Mushaaʹ è un termine arabo che indica un sistema palestinese di conduzione della terra caratterizzato da una ridistribuzione periodica degli appezzamenti agricoli tra contadini, nuclei familiari e membri di un villaggio o di una comunità, che detenevano collettivamente quel suolo, al fine di resistere ai vari tentativi di trasformazione in una risorsa privata. Mushaaʹ poteva esistere ed emergere solo quando gli individui si univano per collaborare, indipendentemente dai quadri normativi pubblici. Esso consisteva in una forma di appartenenza, tuttavia attraverso un uso comune e condiviso. Il termine definisce quindi la proprietà collettiva, il lavoro cooperativo e la ridistribuzione periodica, in riferimento alle società agricole preindustriali in cui la terra era più di un semplice mezzo di produzione, poiché era integrata nella vita sociopolitica della comunità. [immagine di copertina: opera a ricamo raffigurante la raccolta delle olive durante il Mandato britannico, di Dowlat Abu Shaweesh — da The Palestinian History Tapestry]
A partire dall’inizio del XVI secolo fino alla Prima guerra mondiale, la Palestina era occupata dai turchi ottomani, prima di passare sotto il mandato britannico. A cavallo della metà del XIX secolo (1836-1876), l’Impero ottomano attraversò alcune importanti riforme agrarie, stabilite dal Codice fondiario ottomano del 1858, che dovevano avviare un processo di modernizzazione e occidentalizzazione volto a riorganizzare la struttura amministrativa. In sostanza, la riforma agraria ottomana mirava a eliminare il sistema mushaaʹ, integrando i contadini coltivatori in un sistema di governo moderno e centralizzato, cercando di ottenere il pieno controllo della terra rendendola proprietà dello Stato. A quel punto, il mushaaʹ era diventato non solo una pratica agricola, ma soprattutto uno stile di vita e un’abitudine difensiva contro forme di tassazione e l’arruolamento nell’esercito da parte delle autorità ottomane.
Dopo la sconfitta dell’Impero ottomano nella Prima guerra mondiale, il Mandato britannico per la Palestina fu affidato alla Gran Bretagna e approvato dalla Società delle Nazioni. Tale mandato imponeva alla Gran Bretagna di dare attuazione alla Dichiarazione Balfour (1917), una lettera del ministro degli esteri britannico indirizzata a un sostenitore del movimento sionista che affermava che il governo reale vedeva di buon grado la creazione di «una patria nazionale per il popolo ebraico» in Palestina, garantendo il massimo impegno per agevolare il raggiungimento di tale obiettivo. Il mandato britannico mirava a trasformare il territorio palestinese in proprietà privata, dimostrando come l’approccio imperialista fosse fortemente condizionato e intriso della logica capitalista, poiché l’espropriazione dei contadini era necessaria per rendere disponibili le risorse della colonia per l’accumulazione di capitale.
Inoltre, per stabilire una presenza sionista duratura sul territorio, era necessario ottenere i titoli di proprietà di quella terra; tuttavia, gli inglesi non furono in grado di registrare i confini in quanto l’assenza di precedenti rilievi topografici costituiva un vero e proprio ostacolo, nonché un deterrente. In questo scenario caratterizzato da tentativi di espropriazione dei palestinesi, gli ulivi, così come i fichi e i carrubi, rimasero punti di riferimento — soprattutto spaziali — per le comunità. Sono simboli che definiscono l’attaccamento dei palestinesi alla loro terra e, proprio per questo motivo, fanno anche parte di una strategia di difesa del territorio: se avessero lasciato quella terra incolta, sarebbe stata espropriata più rapidamente.

Scorcio della vita nelle campagne a Gerusalemme negli anni ’30, dove i contadini palestinesi raccolgono le olive (Chalil Raad/Three Lions/Hulton Archive via Getty Images)
L’ostilità britannica nei confronti della gestione collettiva, invocata in nome della massimizzazione dei profitti agricoli, era in realtà una riluttanza a riconoscere la capacità dei palestinesi di costruirsi un’esistenza indipendente dalla mediazione coloniale. Nel 1948, il 70% dei terreni coltivabili era, infatti, ancora condotto come mushaaʹ. Già il Report of the Palestine Royal Commission del 1937 recitava: «gli arabi considerano questa conduzione della terra, per quanto distruttiva di ogni sviluppo, come una salvaguardia contro l’alienazione»: l’obiettivo della lotta era la liberazione, non la creazione di uno Stato o di un qualsivoglia meccanismo di sviluppo economico e accentramento.
A causa della violenza della forza coercitiva che si era imposta attraverso l’atto di mappatura, vendita e acquisto, il sistema mushaaʹ è stato via via trasformato in un ambiente urbano, espropriando le persone delle loro terre e costringendole nei campi profughi. I contadini (fellaheen) divennero rifugiati. Secondo il corrispondente del Palestine Exploration Fund (1891), i contadini coltivatori erano una classe incompetente e quasi tutti erano indebitati. Questo debito li costrinse gradualmente a rinunciare al loro diritto alla terra, diventando così Sherîk-el-Hawa (partner del vento), ovvero, come semi, dispersi e costretti alla diaspora. Emerge, comunque, la forza del proletariato, che rimane legato alla terra attraverso legami relazionali, portando avanti un sistema cooperativo e continuando a esprimere la propria resistenza grazie a un linguaggio profondamente radicato nel territorio.
A partire dagli anni ’20, la resistenza dei contadini si tradusse in sabotaggi, con manomissioni delle attrezzature utilizzate durante i rilievi atti a mappare il suolo, e in insurrezioni, che sfociarono nella Grande rivolta del 1936-1939. Allora, una risposta palestinese alla pianificazione sistematica delle loro terre da parte dei sionisti fu la piantumazione non autorizzata di ulivi. Si tratta di qualcosa la cui valenza costituisce più di un gesto o di una dichiarazione simbolica: gli ulivi garantiscono la continuità della terra; vivono e danno frutti per migliaia di anni, anche grazie alla loro resistenza alla siccità, in quanto dotati di un sistema di radici alquanto esteso e capace di selezionare i microrganismi più utili per la propria sopravvivenza.

Locomotiva a vapore Baldwin delle Ferrovie della Palestina, fatta deragliare dai palestinesi che opponevano resistenza ai processi di colonizzazione britannica durante la Grande Rivolta, 2 gennaio 1936 (American Colony Photo Department)
Durante la raccolta delle olive in ottobre, gli alberi tramandati di generazione in generazione riunivano storicamente le famiglie, garantendo loro un’importante fonte di guadagno. La raccolta dei frutti è una sorta di pratica ancestrale, dove la terra si presta all’uso collettivo e comunitario, grazie alle conoscenze agrarie condivise della regione. Questo fenomeno è mushaaʹ, pertanto divenuto una minaccia agli occhi dei coloni, che nel tempo hanno intensificato le incursioni, perpetrando l’emarginazione e l’annientamento dei palestinesi, costretti a trovare anche il modo di resistere e superare le disuguaglianze generate da una trasformazione neoliberista distorta dell’economia territoriale.
Non solo, si evidenziano allarmanti condizioni ambientali sfavorevoli, generatesi con il cambiamento climatico, tra cui l’assenza di acqua piovana, causata dal riscaldamento del vicino deserto del Sahara e del Mar Mediterraneo. Ovviamente la sfida ambientale non è mai slegata, semmai acuita, dalle politiche israeliane, laddove il completo controllo delle risorse idriche da parte di Israele, nonché il massiccio utilizzo di pesticidi tossici, assicurano l’inevitabile distruzione delle coltivazioni. Ne derivano l’affamamento delle comunità palestinesi e il crollo dell’economia locale.
Mentre le difficoltà di carattere ambientale che derivano dal riscaldamento globale sono condivise da diversi paesi che affacciano sul Mar Mediterraneo, gli agricoltori palestinesi subiscono sistematici atti di sradicamento e distruzione intenzionale dei loro ulivi. Queste azioni mirano a distruggere non solo la principale fonte dell’economia locale, ma soprattutto il legame tra la popolazione palestinese autoctona e la propria terra. Ogni albero preso di mira cancella le tracce della coltivazione palestinese e, con esse, le prove stesse dell’esistenza del suo popolo. Le autorità israeliane sono consapevoli che la rimozione di queste tracce legittima l’espansione degli insediamenti e la confisca delle terre da parte dei coloni. La distruzione degli alberi rende più difficile documentare e difendere le rivendicazioni palestinesi sulla terra.
Segue un estratto del testo a video realizzato dagli artisti Basel Abbas e Ruanne Abou-Rahme, opera-installazione intitolata Until we became fire and fire us. Essa costituisce una poesia visiva non-lineare il cui andamento suggerisce una contro-mappatura del territorio. La memoria che intendono tramandare ha inizio e si dispiega tra le piante autoctone che resistono allo sradicamento, facendo eco sia alle tracce di esistenze alienate sia alla riconnessione e alla ricostruzione. [Giulia Rho, ecoinformazioni]
«After they destroyed the village / they planted pine trees to cover the remains. / Decades set in / pine needles covered the land / extinguishing breath / of pomegranate, fig, almond. / And then one afternoon / a fire raged / burning / until all the pine trees / had been reduced to ash / and the terraces we had built / returned / Embracing the land» (traduzione: Dopo aver distrutto il villaggio / piantarono dei pini per coprire le rovine. / Passarono i decenni / gli aghi di pino ricoprirono la terra / soffocando il profumo / del melograno, del fico, del mandorlo. / E poi, un pomeriggio / divampò un incendio / che bruciò / finché tutti i pini / non furono ridotti in cenere / e i terrazzamenti che avevamo costruito / riapparvero / abbracciando la terra).
Bibliografia:
Alkhalili, N. (2017). Enclosures from Below: The Mushaaʹ in Contemporary Palestine. Antipode, vol. 49, n. 5.
Fondazione In Between Art Film.
Linebaugh, P. (2024). Palestine & the Commons: Or, Marx & the Mushaʹa. CounterPunch.
Miftah. (2012). Olive Trees – More Than Just a Tree in Palestine. News and Press Release.
Peel, W. et al. (1937). Report of the Palestine Royal Commission, UNISPAL.
Plotnikova, S. (2024). War on the Mushaa’: Noura Alkhalili and Jumana Manna in Conversation. Failed Architecture.
Quinquivix, L. (2013). When the Carob Tree was the Border: On Autonomy and Palestinian Practices of Figuring it Out. In: Capitalism Nature Socialism. Routledge Taylor and Francis Group, vol. 24, n. 3.
Terry, P.C.R. (2017). Britain in Palestine (1917-1948) – Occupation, the Palestine Mandate, and International Law. University of Bologna Law Review, vol. 2, n. 2.
Zreiq, J. (2025). Uprooting Trees: An Attempt on Uprooting Palestinians. Institute for Palestine Studies.

