Piattaforme digitali ovvero come la vita quotidiana crea valore (per pochi)
Il secondo appuntamento del ciclo “Fare pace col Mondo – Nella radicale complessità del reale”, avvenuto lo scorso 23 ottobre all’Università dell’Insubria, ha ospitato l’economista Andrea Fumagalli, spostando dunque il focus dall’ambito filosofico del primo incontro a quello tecnologico-finanziario. Al netto delle differenze metodologiche e tematiche, anche in questa occasione sono rimaste ben evidenti sia l’attenzione verso l’attualità che la scelta di inquadrarne la comprensione in una prospettiva di lungo periodo capace di integrare politica, storia e antropologia.
La relazione, dal titolo “Piattaforme digitali ovvero come la vita quotidiana crea valore (per pochi)”, ha preso le mosse dalla domanda fondamentale: come è cambiato, nel corso degli ultimi 50 anni, il meccanismo di produzione della ricchezza? Per attraversare la questione, Fumagalli ha tracciato un percorso evolutivo composto da fatti economici “stilizzati”, cioè rilevanti, riconducibili a tre diversi sistemi di produzione e di organizzazione lavoro: il modello fordista-taylorista, quello post-fordista, e la neonata data economy, altrimenti definita come capitalismo cognitivo e della conoscenza.
Il punto di partenza prescelto è stato dunque il 1975, anno che si identifica convenzionalmente con la crisi del paradigma fordista-taylorista. Questo sistema di produzione si era strutturato attraverso il modello della grande fabbrica, aveva la catena di montaggio come suo perno tecnologico ed era orientato alla produzione di beni durevoli (l’esempio per eccellenza è l’automobile). Dalla metà degli anni ’70 ai primi anni ’90, il fordismo va però incontro a un processo di trasformazione tanto quantitativo quando qualitativo, che trascende cioè il semplice aspetto tecnologico e investe l’ambito politico, le forme di rappresentanza fino alla dimensione antropologica dell’interazione tra l’uomo e la macchina.
Gli anni contenuti in questo intervallo coincidono con una fase di sperimentazione. Ad esempio, dalle fabbriche Toyota in Giappone assistiamo a una nuova maniera di concepire la fabbrica, basata su un aumento dell’automazione nella produzione nel senso di uno sviluppo della una catena di montaggio flessibile resa possibile dall’informatica e, di conseguenza, dall’Information and Communcation Techonology (ICT). Nella catena di montaggio tradizionale il rapporto tra l’elemento umano e la macchina era stato di totale subalternità e dipendenza, essendo le competenze umane ridotte al minimo e il lavoratore stesso una semplice appendice della macchina. Con le nuove tecnologie informatiche invece, la prestazione lavorativa fa intravedere l’utilizzo di facoltà qualificanti dell’essere umano: prima fra tutte il ricorso al linguaggio. Il linguaggio entra così nella produzione e le macchine iniziano a parlare. Questo richiede a sua volta che il lavoratore abbia coscienza di cosa sta facendo, a differenza del suo omologo impiegato nella catena di montaggio tradizionale, e deve quindi possedere delle competenze ad hoc per poter interloquire con le macchine. Ciò induce il lavoratore a sviluppare capacità relazionali anche con i propri colleghi e dunque alla nascita di una modalità d’organizzazione per gruppi, di carattere orizzontale se confrontata alla struttura verticistica della catena di montaggio fordista. Inizia così a diventare rilevante una divisione cognitiva del lavoro e non più solo una divisione per mansioni, come avveniva nella grande fabbrica. Di converso, la proprietà non è più solo quella dei mezzi di produzione (chi possiede la fabbrica) ma diventa sempre più importante la proprietà intellettuale (chi possiede la conoscenza).
Dalla metà degli anni novanta inizia quel processo della storia mondiale comunemente indicato come globalizzazione, che toccherà il suo apice con la crisi del 2007. Rispetto alla presente riflessione, la globalizzazione rappresenta un cambiamento organizzativo che deriva dalla rottura dei cancelli delle grandi fabbriche. La produzione si delocalizza ed ciò è reso possibile dalle nuove forme di comunicazione legate all’informatica, da innovazioni radicali nel campo dei trasporti (viene ad esempio inventato il container) e dall’istituzione di nuove rotte navali. Questo insieme di innovazioni favoriscono la dislocazione della catena del valore, prima concentrata in un solo luogo, in più nodi produttivi, distanti anche migliaia di chilometri l’uno dall’altro.
Se la grande fabbrica produceva per stock, replicando lo stesso prodotto, con l’avvento della globalizzazione invece si inizia a produrre per flussi, mutevoli al pari del linguaggio sempre più al centro delle forme di produzione. Questa produzione si muove sia nello spazio fisico-geografico, che è per sua natura limitato e attraversato da confini, sia e soprattutto nello spazio virtuale e senza confini della rete. La conoscenza e lo spazio virtuale diventano i fattori produttivi per eccellenza di quel sistema di produzione che, dalla metà degli anni ’90, porta gli Stati Uniti a essere la potenza economica egemone sulla scena mondiale. Il risultato è l’internet economy, secondo una dicitura giornalistica, o capitalismo cognitivo, oltre che relazionale-spaziale, secondo una definizione economica. Rispetto alla produzione di ricchezza assistiamo a uno slittamento in cui i settori a maggior valore aggiunto non sono più i settori dei beni durevoli, che aveva costituito la frontiera del taylorismo, ma diventano sempre più centrali produzioni immateriali, intangibili, simboliche (il branding, la finanza, i trasporti e i servizi). In particolare, la logistica, legata alla circolazione delle merci, inizia a contare sempre di più nella competizione allargata a livello globale. Essa non è infatti limitata a un settore specifico, ma è attraversa e pervade tutta la produzione, andando a gestire la catena dei flussi.
Si produce in questo modo una traslazione dei settori che producono ricchezza, in cui il valore dei beni tangibili viene sempre meno determinato da fattori materiali è sempre più dal valore dei linguaggi che li elaborano. La traslazione degli anni ’90 avviene in maniera piuttosto deregolamentata e si accompagna a un’evoluzione del pensiero politico segnato dall’egemonia del pensiero neoliberista, che ha a sua volta i suoi punti cardine nella diminuzione del peso dello stato, nella liberalizzazione del welfare e nel cambiamento delle modalità contrattuali del lavoro. La figura del lavoratore a tempo fisso, la figura centrale della grande fabbrica, si frantuma in tante tipologie contrattuali del lavoro, dando luogo alla flessibilità del lavoro, che quando non è supportata dalla sicurezza sociale, tracima in precarietà.
Gli anni ’90 generano in ogni caso molto fermento, anche sul lato della competizione per gestire le economie di apprendimento e i flussi produttivi internazionali. Per il controllo dei flussi produttivi internazionali, lo strumento a cui si ricorre è la leva finanziaria, mentre il controllo delle economie di apprendimento si poggia sui diritti di proprietà. In modo solo apparentemente paradossale, l’avanzare dell’ideologia del libero mercato si coniuga sul piano materiale con il più poderoso processo di concentrazione sia dei diritti di proprietà intellettuale che della gestione dei flussi finanziari. Quest’ultimo fatto ha spinto teorici e analisti a definire la configurazione del sistema economico internazionale come una tecno-oligarchia, dal momento in cui quasi tutta la produzione di conoscenza legata alla frontiera tecnologica (nano tecnologie, big data, algoritmi di seconda generazione) è oggi in mano a una decina di società.
Per non rendere la visione unilaterale, si osserva al contempo che, per quanto esistano poli tecnologici dominanti come la Silicon Valley, dagli anni ’90 assistiamo al contempo emersione di nuovi competitori globali come il Brasile, India e soprattutto Cina (che daranno vita ai BRIC, poi divenuti BRICS con l’adesione del Sudafrica e oggi comprendenti una quindicina di Paesi). In particolare la Cina, il dicembre 2001, entra nel WTO e si afferma nella competizione sul high tech. Pertanto, proprio nel momento in cui si pensa che la storia si finita e ci si avvi vero l’unipolarità americana, iniziano a attivarsi sempre più macroscopicamente tendenze verso il multipolarismo.
Su un piano solo superficialmente più particolaristico, l’avvento del nuovo millennio vede Steve Jobs presentare l’iPhone, in realtà una tecnologia radicale che permette di inserire in un unico supporto tutto ciò che la rete comunica e immagazzinare dati in maniera fino ad allora impensabile. Grazie all’iPhone, nascono le app che danno a loro volta avvio a una rivoluzione organizzativa e dando vita a un nuovo paradigma tecnologico: quella delle piattaforme digitali. Quest’ultime vanno a modificare l’attività di scambio insita nell’uomo. Lo scambio non avviene infatti più in piazza, ma su una piazza digitale, venendo così intermediato da un terzo elemento, la piattaforma appunto, in grado di influenzarne e persino dettarne le regole. Dal punto di vista dell’individuo, egli accede all’app per l’aspettativa di esaudire un bisogno, esprimendo dunque una domanda di valore d’uso. Dal canto suo, l’app raccoglie questa domanda e produzione di valore d’uso e lo traduce in dati, attraverso un procedimento tecnologico noto come business intelligence che consiste nell’operazione di classificare tutti i dati forniti, consapevolmente o meno, renderli leggibili e traducendoli così valore di scambio per il proprietario della piattaforma, che li può cioè vendere sul mercato.
La sfida tecnologica attuale si gioca sul perfezionamento degli algoritmi progettati per leggere sempre più correttamente e sempre più efficacemente i dati prodotti sulle app. Dalla necessità di “allenare” gli algoritmi, nasce ad esempio un nuovo tipo di lavoratore, il click worker, che opera in maniera delocalizzata da qualsiasi angolo del Mondo, direttamente da casa o da piccoli luoghi di lavoro. La figura del click worker rivela come la tecnologia del capitalismo cognitivo abbia bisogno di lavoro umano. La forma di attività umana sulle piattaforme digitali porta a un secondo aspetto di rottura, poiché, oltre a modificare le modalità di interazione tra soggetti umani, a essere ridefinito è il rapporto stesso tra lavoro umano e macchina. Fino ad ora, tale rapporto è sempre stato tra due elementi separati. Oggi assistiamo a un divenire umano della macchina e a un divenire “macchinico” dell’umano. L’umanizzazione della macchina, o secondo la sua formula più nota, l’intelligenza artificiale, si manifesta con la crescente capacità delle macchine di ricorrere al linguaggio e generare da sé informazioni. Se con la business intelligence i dati erano quelli forniti dagli umani e le macchine non generavano nuova conoscenza, l’intelligenza artificiale compie un passo avanti in questo senso, guadagnandosi l’attributo “generativa” proprio per la capacità di generare dei dati che prima non esistevano.
Sul piano finanziario, l’accelerazione sull’AI presenta un apparente paradosso: da un alto l’enorme quantità di investimenti, soprattutto da parte di grandi fondi speculativi, dall’altro i pessimi trimestrali di cassa delle società del settore. Basti pensare che la capitalizzazione di Nvidia ha raggiunto i cinque trilioni di dollari, il doppio del PIL italiano, e la somma della capitalizzazione delle cinque principali società equivale approssimativamente al PIL europeo. Al momento dunque, gli investimenti continuano a crescere nonostante i modesti rendimenti finanziari, controbilanciando le scarse performance sugli utili e impendendo così crolli in borsa. È dunque evidente che sull’intelligenza artificiale si stia scommettendo alla luce delle sue ricadute politiche e sociali, oltre che economiche. Questa situazione oscilla pertanto tra un duplice rischio: o lo scoppio di una bolla speculativa o la necessità di alimentare una determinata linea di produzione di ricchezza basata sulle forme di controllo e disciplina. Questo secondo scenario è in effetti quello che si sta verificando negli Stati Uniti a seguito della svolta trumpiana.
Occorre quindi prendere consapevolezza di trovarci fronte alla più grande rapina della storia umana, ossia la rapina della conoscenza umana che viene saccheggiata dall’intelligenza artificiale senza alcuna ambizione di migliorare le nostre vite. Questa tendenza non deve però indurci alla rassegnazione, perché la storia ha sempre attraversato delle fasi critiche in cui i soggetti coinvolti hanno sempre prodotto un’eccedenza rispetto alla tendenza dominante. Perché la storia, con buona pace di Fukuyama, in realtà non finisce mai. [Lucio Mamone per ecoinformazioni]

