Giorno: 21 Giugno 2008

Una manifestazione variopinta e serena per mettere in luce un problema cupo e drammatico

Cento persone hanno partecipato nel pomeriggio di sabato 21 giugno a Siamo tutti clandestini, l’iniziativa antirazzista promossa dalla Sinistra unita e plurale a Largo Spallino. Il testo dell’appello Comprensione.

Denuncia e proposta insieme al gazebo della Sinistra unita e plurale di Como con una mostra, striscioni, materiale informativo e la cartolina cd rom (Como per i diritti dei rom). Tanti i colori, compreso il nero delle manine di Fatima delle Donne in nero, tutte le tonalità della sinistra e molto di più con una significativa presenza di migranti, ovviamente solo regolari visto che quelli che leggi inique definiscono “clandestini” hanno perso ogni diritto. Un centinaio di persone. Quaranta hanno dato vita – per la prima volta a Como – all’innovativa azione del “Piedibus”, un corteo a piedi per parlare con le persone grazie ai cartelli che ciascuno dei partecipanti ha indossato e al materiale distribuito lungo la via Milano, luogo simbolo della presenza dei migranti in città. Una manifestazione slow & soft, senza slogan, senza blocchi del traffico, senza alcuna tensione. Solo partecipazione e lo sforzo di “comprendere” e far comprendere in entrambi i significati della parola, come affermato nella lettera aperta che gli organizzatori hanno oggi inviato alla stampa e che riportiamo integralmente.
«Comprensione. Lettera aperta a tutti coloro che hanno responsabilità e autorità morale e capacità di intervento politico, culturale, educativo.
Lo spirito della città è rapidamente mutato. La paura – di perdere qualcosa o semplicemente di perdere – informa i percorsi mentali dei singoli e ispira i comportamenti e l’organizzazione della comunità, corrode legami che sembravano indistruttibili, spegne la curiosità delle esperienze, sterilizza l’immaginazione, fiacca la speranza e ogni progetto di futuro. A forza di restringimenti successivi – uno stato, una pianura, una regione, un borgo, un condominio – l’idea di identità coincide ormai con la solitudine del singolo individuo, incattivito sorvegliante di se stesso. Tutto ciò che è esterno alla sua pelle, è straniero e ostile.
Poteva andare diversamente, in una fase di apertura senza precedenti delle possibilità di scambio tra culture, nel pianeta più comunicante che si sia mai visto.
E invece idee che ci sembravano sconfitte per sempre sono ricomparse, impreviste. Con sgomento – ma con iniziale, imperdonabile indulgenza – abbiamo riconosciuto le forme mutanti del razzismo e della xenofobia farsi largo tra i cittadini, accompagnate dai cupi rituali di ronde, intimidazioni, insulti, violenze. Abbiamo visto l’apologia del nazismo, la falsificazione della storia, la vigliaccheria dei professori, la miserabile ipocrisia degli amministratori. E le forme moderne – mascherate ma ancora riconoscibili – della persecuzione, della deportazione, della schiavitù.
E abbiamo rivisto il fantasma più inquietante, arcaico e aggressivo: quello dell’intolleranza religiosa. Cittadini che si organizzano – o vengono organizzati – per impedire ad altri cittadini di pregare, con ogni pretesto, con ogni angheria. Giornalisti e intellettuali traditi dalla fretta – ma spesso in malafede – che alimentano i più grossolani luoghi comuni e le falsificazioni più ignobili sulla religione e sulla tradizione altrui, con lo scopo di dimostrare l’indispensabilità di una blasfema missione di pulizia finale, di una disperata e insensata rivincita culturale e politica che appicca il fuoco dell’intolleranza e distrugge nell’intimità delle coscienze gli anticorpi indispensabili per la convivenza.
Noi chiediamo a tutti coloro che hanno responsabilità e autorità morale e capacità di intervento politico, culturale, educativo, uno sforzo straordinario per interrompere una deriva civile che contraddice il magistero di tutte le religioni del pianeta, promuovendo azioni concrete di conoscenza e di dialogo che ricostruiscano la capacità di distinguere, la curiosità intellettuale e sentimentale di conoscere a fondo i nostri vicini, di accoglierli e farsene accogliere. Un programma di azione e di educazione straordinario, coraggioso e moderno, che coinvolga capillarmente tutti i livelli organizzati della società e tutte le occasioni relazionali disponibili. E che porti finalmente in primo piano, nel chiasso degli insulti, il nodo di una parola cruciale: comprensione. Sinistra unita e plurale Como».

Venerdì 20 giugno alla Ca’ d’Industria l’incontro Rom Sinti Gagi li conosciamo davvero?

Organizzato da Acli, Caritas e Azione cattolica ha messo in luce la drammaticità della situazione politica italiana con i provvedimenti del governo Berlusconi, vere e proprie leggi razziali in aperta antitesi con i principi della Costituzione.

Una sessantina di persone, tra cui esponenti della Questura e della Prefettura, consiglieri comunali, esponenti del volontariato e dell’associazionismo hanno seguito la tavola rotonda, organizzata da Acli, Azione cattolica e Caritas di Como, nel salone della Ca’ d’industria a Como venerdì 20 giugno.
«Non sempre bastano i centri di ascolto per conoscere le culture che vengono da lontano» da qui la necessità di un momento di riflessione più approfondito per Roberto Bernasconi, direttore della Caritas comasca, una sensibilità verso il diverso e più povero per «farsi amore di Cristo per tutta l’immanità», avendo presente che «la nostra ricchezza e il nostro benessere sono costruiti sullo sfruttamento dei popoli meno fortunati», per la costruzione di «una società diversa e migliore».
«Ci si potrebbe interrogare sul fatto che non ci sono campi rom nella nostra provincia, ma questo è un tema grimaldello per parlare dei problemi dell’integrazione» ha spiegato la moderatrice, la giornalista Maria Castelli.
Tommaso Vitale, sociologo dell’Università Milano – Bicocca, ha quindi esordito dicendo che «i rom sono in Europa da 600-700 anni. Sono una grande minoranza europea di 8-10 milioni di persone, di differenti religioni e con una lingua comune seppur con alcune differenze, da sempre presente sul nostro territorio. Infatti ci sono rom cittadini italiani». Rom e sinti hanno da sempre avuto un rapporto di inclusione ed esclusione periodica con il contesto che li circondava – ha continuato il professore – con anche momenti di grande integrazione economica e sociale e «nulla può permetterci di dire che sono stati un popolo da sempre odiato». Per Vitale la politica deve tornare ad un progettualità sociale e non lanciare slogan razzisti: «Sono le scelte politiche che determinano ad esempio a Milano la decisione di non avere più mediatrici culturali rom».
Proprio della politica e della decisione presa, con decreto, dal capo del Governo di schedare tutti i cittadini italiani di etnia rom ha parlato Giorgio Bezzecchi, di Opera nomadi. «Sono un cittadino italiano, che non ha mai avuto nessun problema con la giustizia, ho fatto il militare, sono ragioniere e musicologo, ma dal 6 giugno, essendo rom, sono divento un cittadino di serie B». «In base all’articolo 1 comma C del decreto – ha continuato Bezzecchi – sono stato schedato e i miei dati sono stati raccolti in un archivio speciale. Questo nel sessantesimo della promulgazione della carta costituzionale e della Carta dei diritti dell’uomo». L’unico precedente era stato nel 1940 quando l’allora capo della polizia Bocchini fece espellere tutti i rom stranieri e rinchiudere in campi di concentramento o deportazione quelli italiani, «mio nonno è morto a Birkenau» ha spiegato il vicepresidente di Opera nomadi. «Una schedatura simile mi fa avere una profonda preoccupazione».
Valerio Pedroni, coordinatore dell’equipe di strada Segnavia dei padri comaschi, ha portato la testimonianza diretta del lavoro con le comunità rom dei campi nell’hinterland milanese. «Una situazione di baraccopoli da terzo mondo» ha spiegato. Il suo lavoro si è svolto innanzitutto con la comunità che aveva trovato rifugio sotto il cavalcavia Bacula, 180 persone, con 40-60 minori. Un percorso di integrazione che, nonostante alcune resistenze, era riuscito a portare all’inserimento nelle scuole dei bambini, ma che è crollato quando d’un colpo il campo è stato sgomberato dall’oggi al domani nel novembre 2007. La prima tappa di un viaggio della disperazione che ha portato gli “sfollati” al grande campo di Bovina, che aveva raggiunto la cifra di 600 abitanti, e che nuovamente scacciati sono ritornati in 200 a Bacula.
È intervenuto poi Giuliano Arrigoni, psicologo, che ha diviso il problema del pregiudizio e della diffidenza in un ambito personale ed uno sociale. Per il personale molto dipende dalla sicurezza di sé, per definire un rapporto con l’altro da sé, per quanto riguarda l’ambito sociale è molto forte uno spaesamento con la tendenza a fare generalizzazioni che portano alla chiusura. «La società multiculturale è un ideale, ma che non diventi un’ideologia, nel riconoscere la diversità si possono creare dei processi di radicalizzazione identitaria e di diffidenza».
Marco Arighi, vicepresidente dell’Azione cattolica comasca, ha affermato che il messaggio di Gesù è contro il fondamentalismo e aperto agli ultimi ed emarginati della società ed ha esplicitato la necessità di fare rete per il bene comune.
È stato aperto il dibattito con il pubblico dove è stata posta in rilievo il tentativo di ddefiire il significato e l’ambiguità della parola legalità, alla luce di un decreto legge che per ad alcuni ha ricordato l’inizio delle leggi razziali degli anni ’30.
Per Vitale la preoccupazione nasce soprattutto da due generalizzazioni una etnica, razzista, ed una classista, non nell’accezione marxista, ma sociologica, di discriminazione verso quella classe, il sottoproletariato, persone che lavorano ma non riescono a vivere del proprio lavoro. Per lo specifico dei rom l’inclusione attraverso la scolarizzazione è assolutamente necessaria tanto più «che è un bisogno sentito dalle stesse famigli» ha affermato Pedroni.
La serata è proseguita con il dibattito nel quale si sono approfonditi i temi dei diritti dei rom, della cause della paura che si diffonde nella popolazione sempre più anziana dei nativi per concludersi con l’intervento di Luisa Severo, presidente delle Acli comasche, «Il problema della sicurezza non si risolve con l’esercito, ma con una cultura del dialogo, del farsi prossimi. Non credo che le ubriacature della Notte bianca possano servire in tal senso. Valori come quelli della dignità, della solidarietà non appatengono al solo sentire cattolico e noi cercheremo di iniziare un percorso di educazione all’integrazione per i più giovani quest’anno a partire dai Grest o da settembre con gli oratori». [Michele Donegana, ecoinformazioni]

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