Gli immigrati non sono un problema, lo sono localismo e razzismo

Un pubblico molto variegato di circa 80 persone ha seguito mercoledì 15 febbraio l’incontro Immigrazione: quali prospettive? alla Circoscrizione 3 a Camerlata la stessa che a dicembre aveva clamorosamente censurato l’incontro. Tra i molti interventi apprezzati, particolarmente significativo è sembrato quello di Roberto Bernasconi, direttore della Caritas della Diocesi di Como, che riportiamo integralmente.  «Immigrazione, quali prospettive?  è un titolo impegnativo che mi aiuta  a  sviluppare ulteriormente la riflessione che è scaturita all’interno della Caritas  e delle Parrocchie che vivono l’accoglienza. Per noi quella dell’accoglienza è una faccenda  seria, a partire dalla conoscenza  reale  della vita delle persone che abbiamo avuto il coraggio di ospitare.

Perché questa serata non vada persa in ragionamenti sterili, penso che dovremmo affrontare il nodo di quali prospettive possono sfociare dall’accoglienza  che stiamo vivendo sul territorio della circoscrizione  (accoglienza che non è solo dei profughi  ma è anche di tanti immigrati  di varie nazionalità che sul nostro territorio ci abitano e lavorano), mi auguro che sia la volontà di chi ha voluto  questa serata cercare delle prospettive, se così non fosse,  non sta a me dare la risposta che alcuni magari anche qui presenti vogliono  sentirsi dire, quando queste persone se ne andranno dalle nostre comunità.

La  mia sensibilità e la sensibilità di chi in questo momento rappresento, la Chiesa di Como, non è su questa lunghezza d’onda,(quelle di allontanare persone)  per cui voglio chiarire da subito che la mia presenza qui è per affermare  senza paura  che per noi queste persone, perché è di persone che stiamo parlando non sono un problema, se mai sono opportunità e meritano tutta la nostra attenzione e tutti i nostri sforzi per aiutarle a uscire dal disagio da loro non voluto, in cui si sono venuti a trovare.

E’ disonesto inoltre  mischiare le carte tra accoglienza profughi e assistenza alle persone senza fissa dimora, chi fa questo brutto e non veritiero confronto dimostra di non conoscere il  territorio e le sue dinamiche,la cosa peggiore, quella che più mi sconcerta  è  la non  assoluta  conoscenza del percorso  di accoglienza che abbiamo messo in atto sia per i profughi che per le persone senza fissa dimora, accoglienza  che sicuramente è nata dalla risposta data ad una  situazioni di emergenza, ma che  l’emergenza è stato capace di superarla  grazie soprattutto alla bella collaborazione che  vede impegnate le associazioni di volontariato  che sono attive in città in collaborazione con il comune e le istituzioni.

Posso affermare con tutta  tranquillità e massima trasparenza, che non abbiamo nulla da farci perdonare, e assolutamente niente abbiamo guadagnato o chiesto facendolo passare sotto il grande cappello della carità, se qualcuno pensa questo è meglio che rifletta ulteriormente sui  doveri morali di accoglienza di condivisione, che una società che si dice civile ha il compito di vivere nel rispetto delle leggi del nostro paese.  Non esiste per noi una doppia via di aiuti, una per i profughi e una meno efficiente per le persone che stanno sulla strada, ma per noi tutte le persone in difficoltà meritano la stessa attenzione e di fatto la stanno ottenendo pur nella diversità degli interventi.

Per quanto riguarda i profughi  sono qui per testimoniare  tutto il lavoro che si sono sobbarcate   le parrocchie di Camerlata  Rebbio e Prestino che con i loro volontari stanno accompagnando in modo concreto i profughi che sono alloggiati nelle nostre comunità, sia nelle nostre strutture che in quelle private o comunali.

Su Prestino devo anche precisare   a onore della storia che  non è un paese vicino a Como ma fino a prova contraria fa parte integrante della città.

Faccio queste affermazioni non per entrare in polemica, non è mia intenzione,  ma in  spirito costruttivo e per onorare la verità,  vorrei allora  comunicarvi  alcune idee che possono aiutare  ad uscire dalle  chiusure , dal  miopismo  che impediscono di guardare al di là dei confini del nostro territorio, che  fanno perdere il senso del bene comune e che quindi rischiano di impoverire la nostra città  sempre di più e non solo materialmente ma soprattutto culturalmente.

Dico questo perché quello dei profughi  è solo una parte del fenomeno  della immigrazione che anche nella nostra città è in atto e per essere fedele alle  prospettive che ci avete dato nel titolo, dobbiamo abituarci a ragionare sul  fenomeno della immigrazione nel suo assieme.

Dobbiamo innanzitutto convincerci che stiamo nel mondo e  che il mondo sta cambiando, è in movimento, ogni anno 200 milioni di persone  lasciano il proprio paese, il proprio continente, per i  motivi più disparati, ricerca di lavoro di dignità, perché sfuggono a guerre a persecuzioni  razziali   o a carestie, in Italia si stimano 4 milioni e 900 mila persone di 198 nazionalità diverse e questo movimento è come un fiume in piena  non lo possiamo fermare con assurdi  proclami o con steccati.

Questo cambiamento nel nostro paese investe la famiglia, abbiamo un milione di ricongiungimenti famigliari, 250.000 matrimoni misti, 400.000 coppie miste,25.000 in più dell’ultimo anno, a  Milano è previsto nel 2019 il superamento di nascite di bambini di 100 nazionalità diverse rispetto a bambini nati da genitori italiani, il cambiamento  investe il mondo del lavoro dipendente ma anche imprenditoriale, il mondo della scuola, capite che è anacronistico è fuori dalla storia l’atteggiamento di presunzione  di chi vuole chiudersi nel suo castello e di isolarsi dal mondo.

Per affrontare questa situazione di mobilità e di cambiamento non serve arroccarci sui localismi e sulla presunta supremazia di razza, serve praticare una nuova  cultura basata sulle relazioni, sull’ascolto, dobbiamo imparare prima di poter parlare a praticare  il dialogo che è conseguenza di  questo ascolto, dialogo che  apre al confronto alla conoscenza, per noi credenti all’amore.

Questa è l’unica strada che salva la nostra è l’altrui identità, e che ci permette di mettere al centro la nostra e l’altrui dignità.

Chi pretende con la sua chiusura di preservare la propria identità dalla contaminazione l’ha già persa, il nostro futuro va costruito fuori da noi, non può stare solo dentro di noi, ci chiede di vivere la ricerca, l’incontro.  L’altro è il progetto per il nostro futuro, l’altro siamo noi in una nuova situazione, l’altro è differente da noi, ma condivide la nostra stessa natura umana, la nostra stessa dignità, i nostri stessi diritti.

Quindi dobbiamo saper ragionare su una nuova cultura dei diritti e per  riconoscere i  diritti di tutti dobbiamo buttarci alle spalle le nostre paure, dobbiamo incamminarci sulla strada che può essere difficile ma che è l’unica praticabile, quella del riconoscimento  della democrazia per tutti.

Dobbiamo affrontare il tema della differenza di chi arriva da noi e che vede l’emigrazione come unica soluzione possibile per la ricerca del diritto di ogni uomo alla libertà dalla guerra, dalla fame, dalla miseria, dalle emergenze ambientali.

Dobbiamo approfondire il tema della uguaglianza legato all’umanesimo integrale, questo vuol dire che  tutti e ciascuno sono valorizzati per quello che sono e non per la razza che rappresentano. Ogni particolarismo ricercato e difeso ad oltranza  uccide l’uguaglianza della persona, non ne tutela la loro dignità, crea esclusione e genera conflittualità.

Quale è allora la strada che nella  Circoscrizione di Camerlata dobbiamo percorrere secondo me per costruire   una cultura dei diritti che tenga conto delle differenze di razza e di storia  e che porti a vivere la dimensione della eguaglianza.

Come esempio di quello che non va fatto penso concretamente a come anche sul nostro territorio  trattiamo i lavoratori stranieri, a come anche nella nostra circoscrizione siano in atto esperienze di caporalato, a come trattiamo le donne dell’est Europa che sono diventate per noi badanti.

La risorsa unica che abbiamo per superare questo fatica queste incomprensioni è quella del dialogo, dialogo non vuol dire rinunciare alla propria identità, ma bisogna sapersi  guardare in faccia, accettarsi, collaborare e mettere a disposizione della collettività  il patrimonio culturale di ognuno facendolo diventare un progetto comune, e in questo progetto ci dobbiamo mettere  l’uomo al centro con i suoi diritti fondamentali.

Perché questa civile convivenza possa diventare realtà  anche nel nostro quartiere nella nostra città,  si deve  avere il coraggio di vivere una nuova stagione politica, non gridata o vissuta su sensazioni o su particolarismi, come abbiamo purtroppo visto succedere in questi ultimi anni, abbiamo il dovere morale di creare un modo di fare politica che tenga l’uomo al centro con le sue relazioni e con i suoi doveri ma soprattutto con i suoi diritti fondamentali.

Una politica che crei relazioni, che abbia attenzione preferenziale per gli ultimi di qualunque razza o condizione siano, che sappia non solo dare prestazioni fondamentali- scuola salute casa- ma che sappia accompagnare chi è in difficoltà con un cammino continuativo (cosa ha fatto la politica  tutta senza distinzione di parte  nel nostro quartiere per i profughi è riuscita almeno ad incontrarli una volta, che iniziative concrete è riuscita a prendere se non quella del giudicare senza conoscere o peggio criticare chi le mani se le è sporcate veramente ), una politica che valorizzi le associazioni di volontariato non lasciandole sole nel loro cammino di accompagnamento, che abbia la capacità di creare modelli di incontri che permettano a tutti di vivere una cittadinanza attiva e responsabile.

Questa della politica ragionata e non gridata, che metta al centro della sua azione il bene comune e non i particolarismi o i  privilegi di una parte della popolazione che si arrocca presunti diritti di primogenitura secondo il mio parere è l’unica strada percorribile anche nel nostro quartiere per creare e vivere veramente una convivenza civile.

Se mi permettete vorrei finire con le parole di don Di Liegro: Non lasciamoci ispirare dalla paura. I migranti non sono un pericolo, ma degli uomini con la nostra stessa dignità. Esigiamo senz’altro il rispetto delle nostre regole di convivenza, ma allo stesso tempo superiamo il rischio di contrapposizione, accettiamone le diversità, rispettiamone la cultura e la religione, accogliamo quelli della nostra fede, favoriamone l’associazionismo, valorizziamone l’apporto, prendiamo per primi l’iniziativa e il dialogo». [Roberto Bernasconi]

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