Il regionalismo differenziato: colpo finale al servizio sanitario nazionale

Sabato 16 febbraio si è svolto a Firenze un Convegno sul Regionalismo differenziato indetto dal Forum nazionale per il diritto alla salute. 

Fino a circa 10 giorni fa si sapeva poco delle richieste presentate da Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna, come se non si trattasse di una scelta che mette in discussione l’accesso e la qualità delle cure, acuendo le disparità già esistenti. La vicenda dell’autonomia regionale era nata nel 2001, con la modifica della Costituzione e l’introduzione dell’art.116 , quando il governo di centro sinistra, cercò di recuperare consenso nelle regioni del Nord,  in previsione di elezioni che lo davano in svantaggio. L’operazione non servì ma determinò l’inizio di una diseguaglianza dal punto di vista sanitario e sociale tra le varie regioni. Anche adesso , il regionalismo differenziato è diventato oggetto del contratto di governo grazie a Gentiloni  che, 5 giorni prima delle elezioni,  firmò un pre-accordo, in un momento in cui avrebbe dovuto occuparsi solo di affari correnti. Così l’attuale maggioranza sfrutta l’occasione per  mettere nelle mani della Ministra degli Affari Regionali e delle Autonomie, Erika Stefani, veneta, la trattativa per l’autonomia differenziata. L’argomento non prevede neppure una discussione in parlamento perché l’accordo non è emendabile. I promotori, infatti utilizzano una affermazione dell’art.116 che dice” sulla base di intesa tra Stato e Regione interessata”, come se esistesse una separatezza tra i cittadini di una regione  e quelli di un’altra e non ci fossero ripercussioni che interessano tutti i fruitori e gli erogatori dei servizi.

Questi gli ambiti di autonomia legislativa richiesti al Governo da Veneto, Lombardia e Emilia Romagna:

  • Maggiore autonomia finalizzata a rimuovere i vincoli di spesa specifici, con particolare riguardo alle politiche di gestione del personale. Perché in 3 Regioni sì e nelle altre no?
  • Contratti a tempo determinato di “specializzazione lavoro” per i medici, alternativi al percorso delle scuole di specializzazione. Anche in questo caso, perché questo deve avvenire solo in 3 Regioni? Il problema è la politica sanitaria nazionale
  • Maggiore autonomia in materia di accesso alle scuole universitarie di specializzazione, col rischio di creare profili professionali diversi sul territorio nazionale e quindi anche trattamenti differenziati
  • Funzioni attinenti al sistema tariffario, di rimborso, di remunerazione e di compartecipazione (solo per agli assistiti residenti): ogni regione tarifferà in modo diverso e le quote saranno valide solo per i residenti. Ai non residenti quanto costerà farsi curare in un’altra regione? Già oggi la mobilità sanitaria, cioè gli spostamenti dal sud al nord per prestazioni sanitarie hanno un valore di 4 miliardi di €. Questo è un altro modo per privare le regioni più svantaggiate di altre risorse.
  • Definizione del sistema di governance delle Aziende sanitarie e degli Enti del Servizio Sanitario Regionale. Come se attualmente le nomine non avvenissero già dall’alto da parte del Presidente della Regione.
  • Sottoporre all’AIFA (Agenzia Italiana del Farmaco) valutazioni tecnico-scientifiche sull’equivalenza terapeutica tra farmaci diversi e nel caso l’AIFA entro 180 giorni non si pronunci, assumere le relative determinazioni. Come può accadere questo senza un settore pubblico di ricerca che assuma la responsabilità della decisione?
  • Distribuzione diretta dei farmaci. Perché alcuni cittadini dovrebbero avere i farmaci al momento della dimissione dall’ospedale ed altri invece dovrebbero acquistarli?
  • Istituzione e gestione di fondi sanitari integrativi. In questo modo non si farebbe altro che creare ulteriori diseguaglianze e un impoverimento del servizio sanitario pubblico attraverso la sottoscrizione, favorita dalla regione stessa, di polizze assicurative, avvallando così un atto di ulteriore privatizzazione della sanità.
  • Interventi sul patrimonio edilizio e tecnologico del Servizio Sanitario Regionale, continuando così a perseguire una cultura ospedalocentrica, a sfavore dei servizi del territorio sempre più penalizzati.

Con l’approvazione di questa riforma, di fatto, cambiano gli equilibri del Paese, perché si trasferiscono funzioni legislative che adesso sono di pertinenza dello Stato. Non ci saranno più leggi di principio che regolano la materia sanitaria, non ci sarà più un’intelligenza di sistema. E se questi accordi venissero estesi a tutte le altre regioni, avremmo 20 stati diversi che si regolano autonomamente per quanto riguarda l’esigibilità di un diritto universale. Non è solo una questione di soldi. Qui si sta parlando della dissoluzione dello Stato centrale, con un inasprimento delle diseguaglianza già esistenti. I fabbisogni attualmente vengono determinati in base a costi storici e teorici. Con l’autonomia regionale chi è ricco prenderà sempre di più e chi è povero sempre di meno. I soldi che noi tutti versiamo in termini di trattenute fiscali, andranno in gran parte alle 3 regioni del Nord perché, se aumenta il gettito fiscale, aumenta anche la domanda di trasferimento. Se diminuisce il gettito fiscale la differenza la copre lo Stato. C’è qualcuno che vince sempre e qualcuno che rimane sempre penalizzato, perché si finanzia in base a criteri di reddito e non di bisogno. Si realizzerebbe un cambio di paradigma molto discutibile: le persone saranno curate in base al gettito fiscale e non al diritto universale alla salute.

Gianfranco Viesti parla di:  “una secessione dei ricchi”, in contrasto con la storia dell’unità d’Italia dall’Ottocento ad oggi e con gli articoli 2, 3 e 5 della Costituzione nata dalla Resistenza. Inoltre non si tratterebbe  solo di una secessione dei ricchi del Nord dai poveri del Sud, ma di una secessione dei ricchi del Nord e del Sud dai “poveri” del Nord e del Sud perché, in sostanza, i lavoratori, i ceti meno abbienti ed i ceti medi, professionali e non, dovrebbero fronteggiare iniziative di privatizzazione del welfare, del lavoro,  dell’ambiente, e via dicendo, in salsa regionale, in condizioni di maggiore debolezza politica e sociale.”

Con riferimento alla sanità, il regionalismo differenziato certamente costituirà la fine del Servizio Sanitario Nazionale pubblico, universalistico e solidale come previsto dalla 833/78.

Se autonomia deve essere, che questa sia basata sul principio di leale collaborazione tra Stato e Regioni, senza alcun incremento di autonomia legislativa, ed attuato medianti Patti di salute, senza alcuna modifica della Costituzione vigente né formale né “de facto”. Per tutte le materie previste dall’art.116 della Costituzione questo potrebbe essere un modello. [Manuela Serrentino, ecoinformazioni

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