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Esperienze positive di accoglienza a Saluzzo

Don Giusto, parroco di Rebbio, e un gruppo di persone attive nel mondo del volontariato del Comasco si sono recate a Saluzzo per incontrare e conoscere altre esperienze significative di accoglienza, capaci di progettare, trovare forme di collaborazione e uscire dalle pure logiche di emergenza.

Saluzzo, cittadina a sud di Cuneo, è al centro della seconda area frutticola italiana dopo l’Emilia Romagna. Attraversate vaste aree di colture estensive di mais, si raggiungono le colture di pregio, i frutteti, carichi in questo periodo dell’anno di pesche e pesche noci. La raccolta ha bisogno di molte braccia e, dalla maturazione di piccoli frutti al mese di maggio fino alle ultime mele alla fine di novembre, di un gran numero di lavoratori stagionali; un tempo provenienti soprattutto dalle vicine aree montane, poi dal meridione d’Italia, successivamente dall’est d’Europa, qualche anno fa hanno cominciato a giungere anche giovani lavoratori dal Centro dell’Africa.
Oggi, su 7.000 lavoratori stagionali impegnati, circa 4.000 provengono dai paesi africani, dotati di regolari permessi di soggiorno e impegnati in un lavoro duro, precario, ma che non conosce quelle forme di sfruttamento estremo, che ricorda forme di miseria e schiavitù che credevamo relegate in un lontano passato, come invece avviene purtroppo in altre zone d’Italia. Eventi di cronaca anche drammatici, come quelli avvenuti a Rosarno con la realtà del caporalato ed episodi di violenza, ce lo ricordano.
Senza l’apporto di queste braccia la filiera agricola non potrebbe funzionare e la frutta di pregio non
arriverebbe sulle nostre tavole. Un guadagno dignitoso (5-6 euro orarie) permette di sopravvivere e di inviare rimesse importanti per le famiglie d’origine; il lavoro dà la possibilità di costruire un progetto di vita e spinge verso l’integrazione. Molti di loro però non hanno un tetto dove ripararsi. L’emergenza è stata affrontata due anni fa allestendo dei tendoni nel viale alberato dove sostavano. L’amministrazione comunale, in collaborazione con le organizzazioni di volontariato e con Caritas, con un forte impegno anche personale del sindaco e del vescovo ha intrapreso un cammino diverso per uscire dalla logica dell’emergenza- il ciclo agricolo si ripete tutti gli anni e tutti gli anni occorrono lavoratori stagionali- e trovare soluzioni più strutturate e capaci di garantire condizioni dignitose. L’amministrazione comunale si è fatta affidare un grande capannone di una caserma in disuso e lo ha dotato delle strutture sanitarie di base, servizi igienici e docce. Delle tettoie offrono riparo dal sole e una quarantina di fornelli a gas permettono agli ospiti di cucinare autonomamente. In condizioni povere, ma dignitose,in questo angolo d’Africa vengono accolte 360 persone che pagano un contributo alle spese di 20 euro mensili. Due operatori, che si succedono in tre turni, garantiscono la loro presenza costante, ma gli ospiti, pur provenienti da Paesi diversi, sono stati capaci di auto organizzare la loro vita quotidiana e di mantenere una convivenza pacifica. Questo luogo di accoglienza è anche luogo di incontro e di socializzazione; il suo nome ufficiale è P.A.S. (punto accoglienza stagionali), ma i giovani africani lo chiamano ironicamente “Guantanamò”. La partecipazione a un bando regionale ha permesso di allestire anche forme di accoglienza diffusa nel territorio, anche per soggiornare nelle vicinanze dei luoghi di lavoro; oggi infatti i giovani lavoratori devono percorrere in bicicletta distanze fino a una ventina di chilometri. Finora, tuttavia, solo quattro comuni su una ventina, hanno proceduto alla realizzazione di queste forme di accoglienza diffusa. Enti legati alla Chiesa gestiscono altri due centri capaci di accogliere ognuno una ventina di ospiti, in un caso portatori di particolari bisogni e in situazioni di particolare fragilità e stanno costruendo altri luoghi di accoglienza. Questo processo sta permettendo di affrontare la situazione e di regolarla; le strutture esistenti ancora non permettono di ospitare tutti, ancora rimangono persone che dormono sotto gli alberi di una viale e sono state allestite di nuovo delle tende. Lo studio della realtà, la volontà di cercare soluzioni possibili e di collaborare con realtà diverse mostrano un’azione amministrativa coraggiosa e capace di non sottostare alle forme di comunicazione più superficiali
ed emotive per trovare un punto d’incontro tra le esigenze economiche, la vita cittadina e l’accoglienza dignitosa dei lavoratori stagionali. [Claudio Fontana per ecoinformazioni] [Foto Claudio Fontana]

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Questa voce è stata pubblicata il 7 Agosto 2019 da in immigrazione con tag .

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