Testi video/ il Sahel a Como/ 13 novembre 2024

Testi di tutti gli interventi svolti nell’incontro a Como il 13 novembre 2024 a cura di alliev3 della Scuola Castellini, impegnati in uno stage al circolo Arci ecoinformazioni di Como. I testi NON RIVISTI DAGLI AUTOR3 sono stati ottenuti da trascrizioni automatiche e migliorati con intelligenza artificiale. I numeri alla fine dei titoli si riferisco ai video pubblicati nel canale youtube di ecoinformazioni. Guarda i video.

Il Sahel a Como/ Corridoi umanitari/ Csf 13 novembre 2024/ Teatro Nuovo SAM 2455

Di Como e la parrocchia di Rebbio

Infatti, abbiamo scelto non a caso di fare qui questa iniziativa sui corridoi umanitari, perché, come saprete, il 3 ottobre, che è anche l’anniversario del naufragio di Lampedusa, la parrocchia di Rebbio ha ospitato quattro famiglie provenienti dalla Nigeria e dal Mali, che hanno potuto raggiungere l’Italia grazie ai corridoi umanitari delle chiese evangeliche.

Il tema dei corridoi umanitari è molto importante per la rete Como senza frontiere, perché, appunto, la rete si batte da anni per chiedere verità e giustizia per le vittime delle frontiere, e per chiedere anche politiche migratorie diverse. Ad oggi, infatti, l’unico modo per arrivare in Europa legalmente e in sicurezza sono i corridoi umanitari, che però costituiscono un’eccezione. Infatti, le morti in mare, nella rotta balcanica, nelle altre rotte via terra e anche all’interno della stessa Europa, aumentano sempre di più, e le politiche vanno in tutt’altra direzione rispetto ai corridoi umanitari.

Quindi, questa serata, anche grazie ai relatori, vuole essere sia un momento di riflessione sulle condizioni dei paesi di partenza – ci sarà anche una testimonianza da parte delle famiglie che sono arrivate qui – sia un approfondimento su cosa sono i corridoi umanitari, grazie anche alla pastora Anzel, che è della Chiesa Valdese di Como, una delle realtà che si occupa di corridoi umanitari.

Vi ringrazio ancora e do la parola a Michele Luppi

Il Sahel a Como/ Corridoi umanitari/ Csf 13 novembre 2024/ Teatro Nuovo SAM 2456

Grazie a Rebbio, che ospita queste famiglie e questo incontro. È una serata che credo sia importante, quella di questa sera, per raccontare anche un volto diverso, per tentare di proporre una narrativa diversa rispetto a quello che è il fenomeno delle migrazioni. Lo facciamo raccontando un’esperienza che, forse, è numericamente piccola – e dovremmo interrogarci sul perché sia numericamente piccola – che è quella dei corridoi umanitari. Ma è un’esperienza molto importante per noi che abbiamo l’opportunità di vivere e ospitare queste famiglie. Ma è tanto più importante per le famiglie stesse, che hanno la possibilità, diciamolo in maniera forte, di arrivare legalmente nel nostro paese senza correre i rischi che i migranti quotidianamente corrono nel tentativo di arrivare in Europa. Questa è una cosa davvero molto importante. Pensare che ci sono delle persone che, fortunatamente, riescono ad arrivare qua prendendo un aereo e non rischiando di morire nel deserto o nel Mediterraneo, dovrebbe essere una cosa normale, ma purtroppo oggi nel nostro mondo normale non è.

Voglio dare la parola, però, per introdurre questa serata e anche per introdurre un po’ quello che è il fenomeno e il progetto dei corridoi umanitari, alla pastora Nesel della Chiesa Valdese di Como, alla quale chiedo di raccontarci come la Chiesa Valdese ha deciso di impegnarsi in quello che è stato anche definito una sorta di “ecumenismo del fare”, perché c’è davvero una bella collaborazione sui corridoi umanitari con la Comunità di Sant’Egidio e con altre realtà anche cattoliche. Lo vediamo, ad esempio, in questa esperienza con la parrocchia di Rebbio.

Invito anche Silvia Turati ad aiutarci a capire che cosa sono effettivamente i corridoi umanitari e come funzionano. Quindi, avremo questo momento introduttivo per poi passare al cuore della nostra serata, che è l’ascolto delle famiglie che sono arrivate a Rebbio.

Ecco, vi invito a raggiungermi.

Il Sahel a Como/ Corridoi umanitari/ Csf 13 novembre 2024/ Teatro Nuovo SAM 2457

Buonasera a tutte e tutti, grazie per l’invito. Mi sono permessa di invitare anche Silvia Turati a venire stasera con me, perché lei è la coordinatrice sul campo in Libano da tanti anni, praticamente dall’inizio dei corridoi umanitari. Io posso dire alcune cose in generale, ma lei le ha proprio vissute e, secondo me, può raccontare molto di più.

Come è già stato accennato, al momento l’unico modo di arrivare legalmente in Italia e in Europa è attraverso i corridoi umanitari. È nato come un progetto pilota, e la speranza era che potesse essere seguito da altre organizzazioni, con tentativi simili in altri paesi europei, per creare dei protocolli analoghi. Infatti, c’è stata una collaborazione non solo tra le chiese evangeliche in Italia. L’iniziativa è partita dalla Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia, e diciamo che, essendo queste chiese di minoranza, fin da subito è stato un progetto che ha visto l’alleanza anche della Comunità di Sant’Egidio. Poi, successivamente, si sono uniti anche Caritas, la CEI e altre chiese di altri paesi. Ora, anche la comunità buddista fa parte di questo progetto.

In verità, è diventato un progetto interculturale e interreligioso, di persone che vogliono sostenere, con ostinazione e contro ogni evidenza, l’idea che l’Europa non debba essere una fortezza chiusa, con mura e frontiere dove si muore.

L’idea è nata, credo, proprio dall’esperienza diretta di Lampedusa, ma poi Silvia potrà parlarne meglio. È nata anche dalla constatazione dell’impatto diretto con le persone che hanno dovuto affrontare il viaggio via mare, con le troppe morti. Perché quando è successo il naufragio del 3 ottobre a Lampedusa, l’Osservatorio era lì, con le persone, e questo ha contribuito a dare forma a questa idea ostinata. È un’idea che resiste anche di fronte a tutti i governi, perché il protocollo richiede l’impegno del governo, e questo è stato ottenuto, diciamo, anche con astuzia. È stato inventato un protocollo che potesse in qualche modo permettere a queste persone di arrivare in modo legale, sebbene sia solo una goccia nel mare, visto che finora sono arrivate meno di 5000 persone, 4000 circa.

Come è stato detto, dovrebbe essere la normalità, invece oggi lo presentiamo come un’eccezione. La cosa che mi sembra importante, oggi, è che non vogliamo parlare troppo di questi corridoi, ma vogliamo sentire soprattutto l’esperienza delle famiglie che hanno trovato una nuova casa qui, e che vogliamo accogliere nel miglior modo possibile.

Do subito la parola a Silvia, perché io, da pastora della Chiesa Valdese, posso ovviamente sostenere questo progetto e raccontarvi qualcosa, ma chi ha toccato con mano, chi ha dedicato la propria vita a questi corridoi, può parlarne e farlo molto meglio di me. Grazie.

Il Sahel a Como/ Corridoi umanitari/ Csf 13 novembre 2024/ Teatro Nuovo SAM 2458

Buonasera a tutti. Esatto, come diceva Anne, l’esperienza dei corridoi umanitari nasce proprio in seguito al naufragio del 3 ottobre a Lampedusa, dove, a quel punto, ci si è chiesti cosa fosse possibile fare concretamente per evitare tutte queste morti in mare. Da lì nasce l’Osservatorio delle Migrazioni, ideato dalla Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia, grazie al progetto Mediterranean Hope, con cui si inizia a osservare da vicino il fenomeno migratorio.

Poi, ci si è chiesti a livello europeo, anche riguardo alle normative, cosa sarebbe stato possibile fare. E da qui nasce l’idea di chiedere al governo italiano dei visti umanitari, perché era possibile farlo modificando un po’ la normativa. Così, nel 2016, viene fatto un accordo tra la Federazione delle Chiese Evangeliche, la Comunità di Sant’Egidio e il governo italiano per il rilascio di 1000 visti umanitari. Inizialmente, questi visti sono stati destinati al Libano, dato che la guerra in Siria era in corso (e lo è ancora tutt’oggi), e il Libano era praticamente preso d’assalto da tutti questi profughi che si spostavano verso quel paese.

Abbiamo iniziato nel 2016, e ad oggi, circa 1400 persone sono arrivate in Italia attraverso questo progetto. È una cifra di grande impatto, anche se ovviamente i numeri sono piccoli rispetto alla vastità del fenomeno. In particolare, ci siamo rivolti ai rifugiati siriani e palestinesi, ma anche ai rifugiati iracheni e yemeniti che si erano rifugiati in Libano.

Tra l’altro, il Libano non è un paese firmatario della Convenzione di Ginevra, quindi si considera un paese di transito, dove queste persone non godono di alcun diritto. Non hanno documenti legali, il che le rende vulnerabili a essere arrestate arbitrariamente, deportate e costrette a vivere senza la possibilità di lavorare legalmente, dovendo affidarsi al mercato nero con tutte le sue conseguenze.

La domanda per questi visti è sempre stata altissima. Essenzialmente, quello che facciamo sul campo in Libano è simile a quanto viene fatto per gli altri corridoi umanitari che nel frattempo si sono sviluppati. Abbiamo firmato protocolli per i rifugiati afghani che transitano dall’Iran e dal Pakistan, così come per quelli provenienti dalla Libia. Ci rivolgiamo ovviamente a persone vulnerabili, in particolare a chi è perseguitato per motivi politici, a chi è vittima di torture e violenze nei propri paesi d’origine, ma anche in quelli di transito.

Non ci fermiamo solo a questi criteri di vulnerabilità, però. Prendiamo in considerazione anche una vulnerabilità più ampia, che può riguardare la situazione socio-economica delle famiglie e le difficoltà sanitarie e mediche che possono avere. Ad esempio, in Libano il sistema sanitario è privato, per cui è praticamente impossibile per un rifugiato siriano permettersi le cure, perché sono troppo costose. Ci sono delle organizzazioni umanitarie che intervengono, ma l’intervento non copre mai veramente il fabbisogno, e spesso le persone non riescono ad accedere alle cure di cui avrebbero bisogno. I corridoi umanitari sono quindi una soluzione anche per tutte queste persone che, altrimenti, morirebbero letteralmente dove si trovano.

Oltre a prendere in considerazione questi criteri di vulnerabilità, consideriamo anche le prospettive delle persone una volta arrivate in Italia. Qual è la loro progettualità? Qual è la loro motivazione? Perché i corridoi umanitari non sono la soluzione definitiva alla migrazione o al settlement. Non sono una risposta per tutti. In Libano, abbiamo sempre avuto la fortuna di poter lavorare direttamente sul campo, cosa che in altri paesi non sempre ci è possibile fare.

Lavoriamo attraverso colloqui conoscitivi con i vari beneficiari, candidati al progetto, e facciamo un percorso di conoscenza e consapevolezza su cosa significhi migrare verso un altro paese. Perché si tratta sempre di una migrazione forzata, che non è realmente una scelta per le persone, ma una decisione presa sotto costrizione. È molto importante per noi essere presenti e accompagnare le persone in questo percorso, in modo che possano fare una scelta consapevole. Anche perché, una volta che decidono, è una scelta a senso unico: tornare indietro non è facile.

Una volta arrivati in Italia, collaboriamo con le autorità locali e con l’ambasciata per fare tutte le procedure necessarie per l’ottenimento del visto. Quando le persone arrivano, vengono accolte principalmente dalla Diaconia Valdese, che ha dei propri operatori che si occupano di affittare appartamenti e di seguire l’intero processo di inserimento delle persone, che include l’ottenimento dei documenti, l’iscrizione a scuola, l’iscrizione al sistema sanitario, e così via.

È un percorso lungo anche quello verso l’indipendenza. L’obiettivo finale è che le persone possano, a un certo punto, diventare indipendenti e in grado di proseguire autonomamente. Noi possiamo offrire un aiuto limitato nel tempo, ma le percentuali di successo sono alte. Molte persone, infatti, riescono a trovare un lavoro stabile, a ottenere contratti di lavoro a tempo indeterminato, a comprare una casa e a laurearsi. Quindi, sicuramente, è una buona opportunità per loro.

Il Sahel a Como/ Corridoi umanitari/ Csf 13 novembre 2024/ Teatro Nuovo SAM 2459

Ultima cosa: quello che ha detto Silvia della Diaconia Valdese, in questo nostro caso specifico, però tutto questo lavoro sul campo a Como viene svolto dallo staff insieme a tutto il gruppo, a tutta la famiglia estesa, a tutti gli operatori e i volontari che collaborano. E secondo me questo è un segnale molto importante. Anche l’ARCI, C’è proprio un’alleanza con Como senza Frontiere che dà un segnale importante anche in questa città, che a volte, appunto, è poco accogliente e chiusa. C’è una frontiera che per noi è facile superare, andiamo su e giù, ma per qualcun altro è un muro. Perciò mi sembra veramente importante questa collaborazione e questa accoglienza qui anche a Como.

Ultima cosa: questo progetto dei corridoi umanitari è sostenuto in gran parte dai fondi dell’8×1000 della Chiesa Valdese, ma non solo. Anche le comunità buddiste e la Chiesa Battista sostengono un progetto che si chiama “Medical Hope”, che si occupa anche dei problemi sanitari di cui abbiamo parlato. Più cresce l’alleanza e il lavoro in rete, più la seconda parte di questo percorso, quella che viene dopo i corridoi, diventa fondamentale. Il passo successivo è davvero importante per dare una progettualità e un futuro all’integrazione, perché può funzionare.

Grazie a tutti voi che siete qui, con questo spirito.

Il Sahel a Como/ Corridoi umanitari/ Csf 13 novembre 2024/ Teatro Nuovo SAM 2460

Il programma è un progetto che è stato organizzato dalla Federazione delle Chiese Evangeliche insieme alla Comunità di Sant’Egidio, in accordo con il governo italiano. Vengono seguite delle procedure specifiche per quanto riguarda i Paesi da cui provengono le persone. Per quanto riguarda poi l’accoglienza in Italia, è gestita dalla Diaconia Valdese e dalle Chiese Evangeliche.

Tuttavia, è un progetto aperto, quindi se ci sono associazioni che vogliono collaborare con la Federazione per accogliere una famiglia o una persona, questo è possibile.

I visti vengono rilasciati solo nel contesto di questo progetto, perché in generale i visti non vengono rilasciati facilmente. Per ottenere questi visti, la persona deve fare una richiesta specifica, e lo Stato rilascia i visti a chi fa una richiesta all’interno di questo programma.

Vorrei però sapere perché queste cose si occupano solo la Comunità Valdese e non le varie parrocchie di Como. Per me è uno scandalo.

Eh, ma lo fanno le parrocchie, lo fanno. E lo fanno anche Como senza Frontiere. Io vengo da Valmorea, quindi ho già la frontiera inserita. Sono stata via, non sono venuta neanche. Pensate un po’ voi!

Allora, per quanto riguarda l’ottenimento del visto, è una procedura che parte dalla richiesta della persona candidata a partecipare al progetto dei corridoi umanitari. Questa richiesta viene fatta attraverso il progetto sul territorio, per esempio in Libano, in Pakistan o in Iran. Essenzialmente, la persona che vuole partire, perché si trova in una situazione di pericolo, può fare richiesta per partecipare al progetto dei corridoi umanitari tramite altre associazioni nel paese ospitante.

A quel punto, interviene la Federazione, che incontra la persona, fa dei colloqui e, se i criteri sono rispettati, presenta la richiesta di visto umanitario all’ambasciata d’Italia nel paese ospitante. C’è già un accordo con il governo italiano, quindi l’ambasciata sa che deve rilasciare il visto. Ovviamente, all’interno delle ambasciate, vengono fatti dei controlli di sicurezza che passano anche dal Ministero dell’Interno e così via.

Quindi, questi sono visti rilasciati all’interno del progetto. Non si può chiedere un visto umanitario fuori da questo programma. 

Il Sahel a Como/ Corridoi umanitari/ Csf 13 novembre 2024/ Teatro Nuovo SAM 2461

Il Sahel è questa regione che, sostanzialmente, in arabo significa “bordo”. È un termine che indica proprio questo, il bordo del deserto. Quindi, è quella zona che si trova a sud del deserto del Sahara, prima delle foreste equatoriali dell’Africa centrale. Si tratta di una regione molto estesa che va dal Sudan e dall’Eritrea a est fino al Senegal e alla Mauritania dall’altra parte. Il Niger si trova proprio al centro di questa regione.

Questa regione sta vivendo delle turbolenze da molti anni ed è una zona molto inquieta per varie ragioni. È il motivo per cui le persone che arrivano dal Niger si trovano qui. Non sono tutte persone che vengono dal Niger: alcune provengono dal Mali, altre dalla Nigeria. Il Niger è stato per molti anni, ed è ancora, una zona di transito, perché qui passano le principali rotte migratorie che partono dal cuore dell’Africa e si dirigono verso la Libia o l’Algeria. Quindi, è una zona strategica, ma con il passare degli anni è diventata anche una sorta di “rifugio” per le persone che fuggono da crisi particolarmente violente, come quelle che si sono verificate in Mali, in Nigeria e, più recentemente, in Burkina Faso.

Per molte persone che arrivano in Niger, questo paese rappresenta una tappa intermedia, dove si fermano in grandi campi profughi. Alcune di queste persone sono riuscite ad arrivare fino a noi, non rischiando la vita nel deserto, ma prendendo un aereo. Questo è solo per darvi una panoramica geografica di ciò di cui stiamo parlando.

Ora ci mettiamo in ascolto. Michele, posso chiederti di presentarti, così almeno mi sentono tutti?

Sì, buonasera a tutti. Mi chiamo Michele, stasera cercherò di tradurre per la nostra ospite. Cercherò di fare entrambe le cose, farò del mio meglio. Visto che sto imparando da entrambe le parti, vi chiedo solo un momento per assumere tutto ciò che abbiamo già detto, così potranno seguirci anche loro. Vorrei dire loro che non si sentano in dovere di raccontarci tutto, ma che possano parlare liberamente di ciò che si sentono di condividere.

Il Sahel a Como/ Corridoi umanitari/ Csf 13 novembre 2024/ Teatro Nuovo SAM 2462

Vi ringraziamo, popolo italiano e comaschi.

Noi, con la mia famiglia, veniamo dalla Nigeria. In Nigeria siamo dello stato di Borno e

Abbiamo lasciato il nostro paese a causa della violenza di Boko Haram. Quando i terroristi di Boko Haram sono arrivati nella nostra zona, hanno ucciso tante persone e causato molti disordini. Noi siamo stati fortunati, siamo riusciti a scappare e ci siamo diretti verso altri paesi. Così siamo arrivati in Niger.

Quando siamo arrivati in Niger, ci siamo incontrati con l’associazione della Croce Rossa. [Musica] Scusate, mi è sfuggito un dettaglio. Nel campo dove siamo stati portati, ci hanno aiutato e ci hanno fatto incontrare delle associazioni che lavorano nei campi profughi di quella zona.

Ci hanno trasferito in un campo nella provincia di Diffa, che si trova nel paese del Niger.

A questo punto, vorrei fare una domanda, ma non voglio interrompere la narrazione. La domanda la farò alla fine.

Siamo arrivati in questo campo nel 2016. Abbiamo vissuto un periodo di grande incertezza, spostandosi da un campo a un altro. È stato solo quando siamo arrivati a questo campo che abbiamo cominciato a fare domanda per chiedere aiuto. Abbiamo scritto, fatto domande, chiesto supporto. È stato grazie a questo aiuto che siamo riusciti a venire qui.Ok, dopo tutto questo percorso, hanno avuto la fortuna di incontrare la Lione (probabilmente volevi dire “Chiesa” o “Associazione”), e tutto quello che è stato fatto per portarli qui. E dico che sono fortunati, perché ci sono tante persone come loro. Ringraziano l’Italia per tutto quello che è stato fatto, tutte le associazioni, le chiese, per aver reso possibile il loro arrivo. Grazie a tutti per averli aiutati a lasciare quel posto e arrivare qui.

Ok, dicevi che dopo aver fatto la domanda, hanno dovuto aspettare due anni prima di ricevere una risposta, prima di avere successo con la loro richiesta. Dopo aver fatto la domanda e tutte le richieste, la possibilità di essere aiutati… hanno fatto un viaggio da un campo all’altro, da un campo a un altro, tutto dal 2016 fino ad oggi. Ringraziamo tutti, sappiamo che non è facile accogliere una famiglia con tanti figli. Non è facile, e siamo molto grati per tutto quello che avete fatto. Non sappiamo come ringraziarvi abbastanza.

Ringraziamo tutti per tutto quello che avete fatto, tutte le associazioni, per aver reso possibile tutto questo. Grazie a tutti. Come vedete, sono riuscito con la mia famiglia a essere qui, nonostante tutto quello che abbiamo passato, cose che si possono solo immaginare. Ringraziamo tutti.

Ringraziamo anche tutti quelli che ci stanno aiutando ad imparare la lingua, i maestri. Ringraziamo e chiediamo anche la vostra pazienza, perché non è facile. Stiamo mettendo tutto il nostro impegno per imparare la lingua, che è la prima cosa che dobbiamo fare per riuscire a comunicare e farci capire. Grazie a tutti.

Ok, ha detto che tutto quello che ha detto mio marito, lo ringrazio tutti per tutto quello che avete fatto per noi.

Il Sahel a Como/ Corridoi umanitari/ Csf 13 novembre 2024/ Teatro Nuovo SAM 2463

Eh, com’era la loro vita? Hanno passato otto anni prima di riuscire a partire. Com’era la vita in Niger, nei campi profughi? E com’è la vita per le persone che, purtroppo, non hanno avuto l’opportunità come loro di fuggire? Come si vive da rifugiati in un paese come il Niger, che è uno dei paesi più poveri del mondo, con tutte le difficoltà che immagino ci siano? Quindi, com’era un po’ la loro vita? Cosa facevano e che tipo di sostegno c’era?

Dicevi che quando hanno lasciato il Borno, hanno incontrato la Croce Rossa, che li ha portati in un altro posto. Dopo, sono stati lasciati nelle mani di un’organizzazione chiamata Asiam. Asiam gestisce grandi campi, grandissimi, dove venivano sistemati. Lì potevano coltivare la terra, in modo da mantenere la famiglia e fare altre cose. Quindi, coltivavano la terra e facevano anche altri lavori, come l’agricoltura in generale, perché erano nei pressi di una città lontana.

Era stato molto, molto difficile, perché a volte passavano tutta la giornata senza mangiare. La terra lì, infatti, non è fertile e non è facile coltivare nulla. È un posto arido, secco, ed è molto difficile. Per questo motivo facevano di tutto per chiedere aiuto, per poter lasciare quella zona, soprattutto per avere anche dell’acqua da bere. A volte dovevano camminare a lungo per trovare un posto dove prendere acqua da bere. È stato molto, molto difficile.

Ma per fortuna sono riusciti ad aver ioe un’opportunità che ha cambiato la loro vita.

Ok, ha detto che, vedendo questo, gli è venuto in mente quello che hanno vissuto e dove vivevano, e tutto ciò che hanno passato in quegli anni prima di arrivare a questa nuova opportunità.

Il Sahel a Como/ Corridoi umanitari/ Csf 13 novembre 2024/ Teatro Nuovo SAM 2464

Popolo italiano e comasco,
vi ringraziamo per tutto quello che ci avete dato, per tutto quello che avete fatto per noi e per la nostra famiglia, dal Niger fino ad arrivare qui, sono dalla Nigeria, dalla regione del Borno

Ok, allora, vengo da un piccolo paese che si chiama Giam. Le cose che mi hanno fatto scappare dal mio paese sono i terroristi di Boko Haram. Un venerdì, verso mezzogiorno, mentre eravamo a casa, sono arrivati nel nostro piccolo villaggio, che era tranquillo. Da lì è iniziato tutto. Hanno ucciso molte persone, distrutto tutto. Noi siamo riusciti a scappare, e anche lui con la sua famiglia. Così hanno dovuto lasciare tutto e cercare un altro posto dove andare.

Quando siamo arrivati nel nostro villaggio, hanno radunato tutte le persone in un unico posto, davanti al capo del villaggio. Quando i Boko Haram sono arrivati, hanno raggruppato tutti, e hanno dato loro tre giorni. In questi tre giorni, se volevi restare con loro, potevi farlo; se non volevi seguirli, dovevi lasciare il paese.

In quei tre giorni, molte persone hanno raccolto quello che potevano e sono scappate. Ma non è che le lasciassero andare liberamente. Hanno cercato di fuggire, ma molti sono stati uccisi perché non volevano seguire i Boko Haram. Quando hanno detto “prendete tre giorni”, in realtà li hanno bloccati. Molti sono stati uccisi mentre cercavano di andarsene.

Alcuni sono riusciti a scappare, altri no, ma dopo due giorni i soldati nigeriani sono arrivati nello stesso villaggio, perché sapevano che c’erano i terroristi di Boko Haram. A volte anche innocenti venivano presi di mira.

Durante tutto questo, noi abbiamo lasciato il paese e siamo andati verso il Niger. È così che siamo arrivati a Niamey e in altri posti dove siamo stati.

Quando lui ha lasciato il suo paese, è andato in un altro che si chiama Bosso. Dopo qualche tempo, però, la situazione è peggiorata e hanno dovuto fuggire di nuovo.

Poi sono arrivati a Tumor, che si trova sempre in Niger. Anche lì c’erano problemi, ma sono riusciti ad arrivare. Però, la situazione era la stessa di prima, e hanno dovuto scappare ancora.

Quando erano lì, la gente chiedeva soldi per liberarli, chiedendo riscatti. Quando arrivavano, prendevano le persone e poi dicevano: “Chiama i tuoi, chiama la tua famiglia, devono pagare il riscatto per lasciarti andare”. Questo è stato un altro ostacolo che hanno dovuto affrontare. Alla fine, sono riusciti ad arrivare a Difa, un altro paese, dove c’era un centro per i profughi. Lì hanno incontrato un’associazione che li ha aiutati, e grazie a questo supporto sono riusciti a venire qui in Italia. Questa è la mia famiglia. Voglio solo ringraziare tutti. Ringraziamo tutti: la nostra comunità, don Giusto, e tutte le persone che hanno reso possibile che siamo qui. Ringraziamo tutte le associazioni, tutte le persone del paese, e soprattutto la gente di Como.

Non abbiamo altro da dire se non un grande grazie.

Il Sahel a Como/ Corridoi umanitari/ Csf 13 novembre 2024/ Teatro Nuovo SAM 2465

vengo dalla Nigeria. per accorciare il nostro tempo, perché alcuni di noi hanno fatto lo stesso viaggio e percorso, ci siamo trovati insieme, poi con le nostre famiglie. Da lì, abbiamo incontrato delle persone e abbiamo ricevuto degli aiuti che ci hanno portato fin qui.

Ha detto che tutto quello che ha detto Allah Musa è vero, perché eravamo insieme, scappiamo insieme, e abbiamo fatto tutto il cammino insieme.

Ok, ringrazio il popolo italiano per tutto quello che ha fatto per rendere questa cosa possibile per noi.

Siamo senza parole, ma ringraziamo con il cuore e apprezziamo tutto quello che è stato fatto, quello che state facendo ancora e quello che farete in futuro. Ringraziamo e apprezziamo tutto quello che fate, sono venuto con un mio amico e con due bambini piccoli che stanno dormendo. Grazie a tutti.

Il Sahel a Como/ Corridoi umanitari/ Csf 13 novembre 2024/ Teatro Nuovo SAM 2466

Buonasera a tutti. Vi saluto e saluto anche il popolo italiano, ringraziando per tutto quello che hanno fatto, rendendo possibile che siamo qui, per averci ospitato. Ringraziamo tutti per quello che avete fatto.

Io vengo dal Mali, mi chiamo Sidi Mohammed. Vengo dal niger

I nomi sono un po’ difficili, ma vi spiego. Parlo di un gruppo di terroristi legato ad Al Qaeda, chiamato “Siri Saradin”, che è arrivato nel nostro paese. Io sono riuscito a scappare con 27 persone, dopo che hanno invaso il nostro villaggio e ucciso molte persone. Solo 27 persone sono riuscite a scappare.

Quando sono arrivati questi gruppi, abbiamo dovuto sopravvivere agli attacchi. Alcuni di noi sono riusciti a fuggire in Niger, alcuni sono andati in Algeria. Quando siamo arrivati in Niger, non sapevamo dove eravamo, e per molti giorni siamo stati persi.

Quando siamo arrivati in Niger, ci ha aiutato un’associazione chiamata IIA, insieme ad altre persone, nel 2012.

Siamo stati lì per molti anni, circa 12-13 anni in Niger. È lì che abbiamo ricevuto gli aiuti che ci hanno permesso di essere sistemati in un campo profughi, dove siamo stati per tutto questo tempo.

Dopo tanto tempo, ci sono stati offerti dei lavori che abbiamo potuto fare con le nostre mani, e così siamo riusciti ad andare avanti. Abbiamo fatto delle richieste di aiuto e, alla fine, siamo stati fortunati, ricevendo l’aiuto che ci ha portati qui. Oggi siamo qui grazie a tutto quello che è stato fatto per noi, e ringraziamo tutti.

Siamo stati fortunati a venire fin qui, e ringrazio tutti per quello che è stato fatto per noi.

La mia famiglia è composta da molti figli, alcuni dei quali sono qui con me. Mia moglie ha un bambino piccolo che sta dormendo, e anche i più piccoli stanno dormendo.

Ringraziamo tutti e ringraziamo l’associazione che ha reso possibile questa opportunità.Non c’è niente di più bello nella vita che quando vai a letto, dormire senza pensieri, senza paura, senza preoccupazioni, anche se hai fame. Grazie di cuore a tutti.

Il Sahel a Como/ Corridoi umanitari/ Csf 13 novembre 2024/ Teatro Nuovo SAM 2466

Ah, mi presento a nome di tutti, ringrazio nostro nonno e gli abitanti del quartiere Irm.

Il Sahel a Como/ Corridoi umanitari/ Csf 13 novembre 2024/ Teatro Nuovo SAM 2468

Sono iniziati degli irrigidimenti nei controlli, e negli ultimi anni, fino a tre o quattro anni fa, c’era stata proprio una legge, anche all’interno del Niger, che vietava gli spostamenti dei non nigeriani all’interno del Niger. C’era l’impossibilità di salire sui mezzi pubblici, e questo, ovviamente, non ha fermato le partenze, ha semplicemente spostato le partenze verso quelli che erano i canali irregolari, dando così finanziamenti a quelli che erano i trafficanti. I trafficanti, in questo paese, sono ovviamente particolarmente numerosi, come altrove, e la definizione di trafficante che abbiamo noi, come qualcosa di negativo, lì viene vista in maniera diversa: sono persone che vendono servizi, che vendono questo tipo di attività.

La situazione è cambiata circa un anno fa con il colpo di stato in Niger, e anche gli altri stati della regione, in particolare il Burkina Faso e lo stesso Chad, stanno cambiando negli ultimi anni. Stiamo assistendo a un riorientamento anche di quelli che sono gli accordi e le relazioni internazionali tra paesi, che guardavano con molta attenzione all’Europa e che, in parte, erano anche vittime di logiche coloniali e di una certa dipendenza da parte di alcuni paesi europei. La Francia, in particolare, sta cercando un tentativo di rigetto dei rapporti con l’Europa, cercando nuove alleanze.

Recentemente, Burkina Faso, Mali e Niger hanno siglato un’alleanza che è l’alleanza del Sahel, con cui hanno sostanzialmente creato una sorta di alleanza tra questi paesi, rompendo con quella che è l’alleanza degli Stati dell’Africa occidentale. L’Africa è organizzata in grandi aree economiche che potrebbero corrispondere, per certi versi, alla nostra vecchia Comunità Economica Europea, dove ci sono delle facilitazioni per il commercio e per gli spostamenti, e dove ci sono forme di negoziazioni multilaterali su tante questioni. Questi tre stati hanno rotto completamente con l’organizzazione dell’Africa occidentale, considerata, a loro dire, troppo servile, in particolare nei confronti della Francia, e hanno iniziato a guardare verso Mosca, verso la Russia, e verso i paesi del Golfo, cercando nuove alleanze.

Stiamo assistendo a una situazione in cui, in questa regione, in molti paesi, abbiamo assistito a colpi di stato e a grosse conflittualità interne, e dall’altra parte, a regimi che diventano sempre più autoritari. Non dobbiamo dimenticare che, purtroppo, molti di questi paesi sono ancora in guerra. Vi faccio vedere solo un dato per farvi capire di cosa parliamo quando parliamo di numeri, in particolare dei rifugiati in Niger. I paesi principali da cui provengono sono la Nigeria, come abbiamo sentito dalle storie vissute delle persone che sono qui attualmente. Questi sono i dati di ottobre delle Nazioni Unite: ci sono quasi 250.000 rifugiati nigeriani, in particolare provenienti dallo stato nigeriano del Borno, dove è presente Boko Haram e dove c’è una grande instabilità. Attualmente, in Niger, ci sono 126.000 rifugiati provenienti dal Mali, quasi 40.000 dal Burkina Faso, e poi, a scendere, ci sono rifugiati da Chad, Sudan e altri paesi.

Oggi se ne parla poco, ma in Burkina Faso la situazione di guerra è estremamente critica, soprattutto nelle regioni del nord. Lo stato del Burkina Faso è in guerra con milizie che si trovano nel nord del paese e che sono spesso gruppi che si muovono anche tra uno stato e l’altro. Come avete visto, siamo in una regione con confini che di fatto non esistono, è deserto, è sabbia. Questi movimenti si spostano liberamente, ma è nella natura di una regione che è sempre stata una crocevia di traffici e commerci. Le carovane di sale passavano da lì, portando l’oro, che è abbondante in queste zone, verso il Medio Oriente, verso il Nord Africa, e da lì verso l’Europa.

Quindi stiamo assistendo a una situazione che se ne parla poco, ma è grave, ed è una situazione di alta conflittualità in paesi dove storie come quelle che abbiamo sentito questa sera ce ne sono purtroppo moltissime. Questo è un problema che si scontra con la chiusura dei viaggi, che continua a esserci e che sta andando in una direzione di chiusura, non di apertura.

Oggi vediamo che gli arrivi in Italia sono diminuiti: quest’anno parliamo di 50.000 persone arrivate, numeri molto bassi rispetto agli ultimi anni. Ma se andate a sentire cosa sta succedendo alle Isole Canarie, c’è una vera e propria esplosione dei traffici e dei viaggi verso le Canarie. Io lo ripeto sempre: credo che il miglior modo per capire come funzionano i flussi migratori sia guardare i vasi comunicanti. Da una parte, magari, la situazione scende, ma se da una parte scende, dall’altra sale. È inevitabile. Non abbiamo meno persone che si spostano, abbiamo persone che si spostano verso altri posti. Magari l’anno prossimo il governo spagnolo farà qualcosa per fermare gli arrivi alle Canarie, ma le persone torneranno a percorrere la rotta del Mediterraneo centrale o altre vie.

Le persone che si spostano lo fanno per disperazione, per inseguire un sogno, per cercare un lavoro. Non si scappa solo dalla guerra; si scappa anche per cercare un’opportunità. Alla base di tutto, c’è un’enorme disuguaglianza nella distribuzione della ricchezza. Le regioni del Mali, per esempio, dove nel 2012 è partito il tentativo di presa della capitale Bamako, sono ancora segnate da conflitti. Questo tentativo è stato bloccato dall’intervento militare francese con l’operazione Barkhane, che è durata molti anni. L’operazione era nata sì per contrastare movimenti jihadisti, ma anche per rispondere alle rivendicazioni di movimenti indipendentisti, in particolare delle popolazioni Tuareg, che volevano gestire le proprie risorse in modo diverso.

Stiamo parlando di paesi che sono poveri, ma anche Quello che vi faccio vedere, per chiudere, è questa immagine, vista dal cielo: è la miniera di Uranio, che è una delle più importanti miniere di Uranio del Niger e non si trova lontano da Agadez. È sostanzialmente controllata da una società mista tra il governo del Niger e il colosso dell’energia nucleare francese, che adesso non si chiama più Areva, ma è conosciuta anche come Orano. Il Niger è uno dei principali fornitori di Uranio per la Francia ed è stato così per tantissimi anni. Ora, con il cambiamento del governo e con questa volontà, anche da parte di questi paesi, di emanciparsi un po’ dalla Francia, la situazione potrebbe cambiare. Tuttavia, abbiamo paesi come il Mali, il Burkina Faso, che sono ricchi di miniere di oro, ricchi di miniere di Uranio e di altre risorse, ma allo stesso tempo sono paesi estremamente poveri, con tensioni interne molto forti.

Ecco, credo che sia importante comprendere questa realtà, perché stiamo parlando di questioni che ci toccano indirettamente, ma che ci riguardano da vicino. Magari noi non ce ne accorgiamo, ma abbiamo la fortuna di poter aprire gli occhi su queste realtà grazie all’incontro con queste famiglie. Il loro arrivo è un’occasione per noi di aprire gli occhi su parti del mondo di cui si sa poco.

Chiudo citando una crisi che non riguarda direttamente quello di cui abbiamo parlato stasera, ma che è vicina, per modo di dire. Nella regione del Sahel, a est, c’è il Sudan. Il Sudan, oggi, non so quanti di voi lo sappiano, è il paese in cui sta avvenendo una delle crisi internazionali più drammatiche, nonostante se ne parli poco. C’è una guerra civile in corso da un anno, che ha causato 11 milioni di sfollati, di cui 3 milioni sono fuggiti all’estero. Gran parte di questi si trovano in Egitto, in Sud Sudan, in Chad. Alcune di queste persone probabilmente arriveranno da noi nei prossimi anni. Come abbiamo sentito parlando dei rifugiati siriani in Libano, prima o poi le persone trovano il modo di spostarsi. E meno male che trovano il modo di farlo. Però, questa è una crisi che, purtroppo, si parla pochissimo, ma che riguarda e riguarderà anche noi.

Questo è un po’ quello che volevo dirvi. Ci sarebbe molto altro da dire, ma magari lo faremo in altri momenti. Per andare verso la chiusura, voglio invitare Gianpaolo Rosso di ARCI, che fa parte della rete Como Senza Frontiere, e anche Don Giusto, che ci darà un saluto e una parola per concludere questa serata. Grazie a Michele, grazie a tutti.

gianpaolo rosso: Io sono in grande imbarazzo perché le famiglie, salvate in qualche modo dai corridoi umanitari, ringraziano l’Italia, ringraziano Como. Questo è profondamente ingiusto. Non è vero che l’Italia ha una sensibilità verso questi temi e non è vero neppure che Como abbia sensibilità verso questi temi. Ci sono alcune persone che vanno ringraziate molto, come Don Giusto, per fare un esempio, così come le comunità che danno sostegno per la possibilità che alcuni, pochissimi, arrivino in Italia in modo decente grazie ai corridoi umanitari.

Ma ci sono anche altri, in Italia, nel nostro comune, in Lombardia, e in Europa, che invece lottano contro di noi, lottano contro queste famiglie, lottano contro la solidarietà, e contribuiscono a rendere quei paesi ancora più vulnerabili, con un colonialismo che non ha mai lasciato l’Africa. E, come ci ha mostrato Michele, questa situazione rende anche noi, in qualche modo, colpevoli.

I corridoi umanitari che la Chiesa Valdese, insieme alla Comunità di Sant’Egidio, alla Caritas e all’ARCI, animano, sono una risposta importante, ma anche terribile. Si potrebbero fare molti altri modi per far arrivare le persone in Europa e in Italia in modo regolare, con metodi concreti ed efficaci, per combattere la tratta degli esseri umani. La tratta non si combatte facendo morire le vittime nel Mediterraneo o sulla rotta balcanica. La si combatte semplicemente aprendo nelle nostre ambasciate dei luoghi dove le persone possano ottenere dei visti per entrare in Europa, come faccio io quando vado in Mali. Non è una cosa strana, eppure una parte della politica, la parte peggiore, che purtroppo sembra avere un ulteriore sussulto infernale negli ultimi giorni, impedisce questo.

L’ARCI ha una piccola esperienza con i corridoi umanitari, ma ci teniamo tantissimo. Grazie al sostegno di altri soggetti, come le chiese, le organizzazioni buddiste e altre realtà in Italia, anche noi abbiamo fatto la nostra parte. Persino a Como abbiamo avuto l’opportunità di accogliere un uomo proveniente dall’Afghanistan, arrivato a Malpensa. Questo è ciò che è più terribile: queste persone arrivano dai campi profughi, con visti umanitari, e non ci sono le morti in mare, né le tragedie degli stupri, delle violenze infinite.

Anche i corridoi umanitari ci fanno capire che ci sono dei colpevoli. Nei campi profughi vengono uccise delle persone, vengono segregate per 15 anni, e poi, in un gioco assurdo, qualcuno riesce a venire nel modo giusto. Dobbiamo smettere di prendere ringraziamenti per qualcosa che è profondamente ingiusto. Dobbiamo vergognarci e agire.

Il Sahel a Como/ Corridoi umanitari/ Csf 13 novembre 2024/ Teatro Nuovo SAM 2469

Buonasera a tutti. Oggi siamo ospiti anche di giovani migranti provenienti dal Burkina Faso, dalla Costa d’Avorio, dal Senegal. Alcuni di loro sono passati dalla Tunisia, dove sono stati incarcerati dalla polizia tunisina, che li ha privati di tutto ciò che avevano e li ha torturati. Hanno subito torture, tra cui quella del sacchetto di plastica incendiato, con la plastica che si appiccica alla loro pelle.

Invito tutti ad ascoltare cosa hanno da raccontarci questi fratelli. Il regime tunisino è un regime terribile, che respinge le popolazioni nere, le respinge verso il deserto o le priva di tutto ciò che possiedono, incolpando di essere la causa di tutti i mali della Tunisia. Regolarmente, i governi europei pagano alla Tunisia, alla Libia e all’Egitto. La signora Meloni, ad esempio, fa spesso i suoi viaggi e paga per tenere queste persone lì. Chi paga sono i trafficanti, che sono le stesse forze della Guardia Costiera libica e tunisina.

Quindi, come diceva Giampaolo, questo è uno scandalo, ed è vero: l’Italia è pienamente coinvolta in questo. Apriamo gli occhi e vediamo quanto la mala politica italiana sia complice, nel non voler fare in modo che chi è arrivato da noi stasera possa arrivare. Se fosse stata davvero l’intenzione del governo italiano, senza l’iniziativa di altre persone e organizzazioni, non sarebbe stato possibile.

Come città, che vuole essere messaggera di pace, dobbiamo dare una mano a queste famiglie che sono arrivate. Sono affidate a noi, alla nostra città, alla nostra provincia. Sono tanti bambini, tanti giovani, che hanno bisogno di essere accompagnati, soprattutto nella fase iniziale. Chi vuole dare una mano? Ci sono tante persone che si danno da fare per la scuola, per un po’ di formazione professionale, per l’orientamento alla vita in generale, per conoscere il nostro paese e la costituzione del nostro paese. C’è bisogno di tante energie.

Se queste famiglie vorranno restare a Como, dobbiamo accompagnare non solo per qualche mese, ma per qualche anno, affinché possano diventare autonome e possano esprimere tutto il loro potenziale, contribuendo con le energie giovani di cui sono portatori alla nostra vecchia Como.

Grazie.

[Testo ottenuto dagli stagisti della Castellini di Como a ecoinformazioni]

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