1944 Enrico Caronti 2024

Con le commemorazioni dell’uccisione da parte dei fascisti di Enrico Caronti, torturato e fucilato presso il cimitero di Menaggio, si può dire che sia iniziato il ciclo di manifestazioni dedicato all’80mo anniversario della Liberazione.
Caronti è stato ricordato venerdì 20 dicembre a Menaggio e domenica 22 a Blevio, suo paese natale, presso il monumento che gli è stato dedicato nel 1946 con un ritratto eseguito dall’amico scultore Raimondo Galdini.
Alcune decine di persone hanno partecipato all’austera cerimonia, con l’attenta ricostruzione dell’attività di Caronti condotta da Beppe Calzati, dell’Istituto di Storia contemporanea “Pier Amato Perretta”. L’incontro si è concluso al cimitero di Blevio, sulla riva del lago, per un’ affettuosa visita alle tombe non solo di Enrico Caroni, della figlia Odette e del figlio Nello, ma anche di Antonio Proietto, recentemente scomparso, già segretario del Comitato provinciale Anpi.

Di seguito, il testo della commemorazione di Beppe Calzati, pronunciata presso il monumento a Caronti.

«ENRICO CARONTI

Blevio, 22 dicembre 2024

Siamo qui per celebrare l’80esimo della morte per mano fascista di Enrico Caronti, operaio, comunista, partigiano, Commissario politico della 52/a Brigata Garibaldi.

Non dirò delle violenze che subì a opera dei criminali brigatisti neri, delle torture feroci a cui fu sottoposto e a cui oppose una ferma e orgogliosa resistenza; fino alla tragica fine nel cimitero di Menaggio. Sappiamo cosa fu il fascismo di Salò, intriso di odio, ferocia bestiale, servilismo verso il padrone tedesco; capace di torturare e violentare uomini e donne della Resistenza, ma pronto a sfuggire la battaglia in campo aperto.

Importa oggi ricordare cosa fu la vita di Enrico Caronti, il suo impegno pubblico, politico e sociale, il suo amore per la famiglia, la moglie Cherubina, i figli Nello e Odette.

Era nato agli inizi del secolo scorso, quando anche a Como si viveva il tumultuoso affermarsi dell’industria, con migliaia di lavoratrici e lavoratori che dalla campagna venivano impiegati nelle fabbriche. Un cambiamento che comportava costi sociali immensi, a cui si cercava di far fronte con la costituzione delle organizzazioni solidali di massa: il sindacato, le società di mutuo soccorso, le cooperative di consumo e quelle edlizie, forme autonome di protagonismo delle masse lavoratrici che non a caso saranno prese di mira dal fascismo. E poi il Partito Socialista Italiano, i suoi sindaci e amministratori locali, e i rappresentanti in Parlamento portatori delle istanze di riscatto delle masse proletarie.

Caronti comprende sin da giovanissimo che l’idea di un mondo abitato da uomini e donne liberi e uguali poteva affermarsi solo attraverso l’impegno collettivo, la partecipazione attiva di tutte e tutti alla lotta per liberarsi da ogni forma di sfruttamento.

Spaccate i ceppi, infrangete le catene, e avanti, avanti con forza e fede verso la libertà, la redenzione dell’umanità”, così Caronti incitava dalle colonne del “Lavoratore comasco” nel 1920.

Per lui questo significò dedicarsi alla vita della Federazione Giovanile Socialista Italiana, prima nel circolo giovanile di Blevio, poi a livello provinciale, divenendone un dirigente stimato e autorevole, impegnato contro la guerra, esponendosi e subendo le violenze delle forze dell’ordine e delle squadracce fasciste. Impegno che lo portò a guidare la FGSI fino all’adesione alla III Internazionale e al passaggio al Pcd’Italia nel 1921.

Quando la violenza fascista dilaga e conquista il potere, e gli antifascisti vengono ridotti al silenzio, Caronti non rinuncia all’impegno. Partecipa ai “gruppi di educazione socialista” che Dante Bianchi organizza nei comuni del primo bacino del Lario (un’idea che andrebbe ripresa oggi come “gruppi di educazione antifascista”).

L’impegno politico non gli impedì di studiare, di diplomarsi, di intraprendere un lavoro da impiegato ma scegliendo alla fine di diventare operaio, alla Bernasconi di Cernobbio e poi alla Bruno Pessina, perché quello era l’ambiente a lui congeniale, in cui immergersi per condividere con le compagne e i compagni di lavoro, fatiche e speranze.

Per la classe operaia il fascismo fu il “regime dei padroni”; per legge il salario delle donne venne ridotto del 30%, il salario medio si ridusse del 40% per tutti, il sindacato fascista serviva per contenere il malessere operaio. Quando gli venne offerta la possibilità di divenire fiduciario del sindacato Caronti rifiutò, malgrado il partito avesse dato indicazione di utilizzare tutti gli spazi offerti dal regime per inserirsi e agire nell’interesse degli operai. Temeva che in una fabbrica come la Bernasconi in cui la maggioranza degli operai era di sentimenti antifascisti (con una cellula comunista) la sua scelta non sarebbe stata compresa.

La coerenza, la fedeltà agli ideali della sua giovinezza, furono la cifra della sua vita.

Ha scritto Carlo Levi che la paura della libertà è stato il sentimento che ha generato il fascismo. “Per chi ha l’animo di un servo, la sola pace, la sola felicità, è nell’avere un padrone; e nulla è più faticoso, e veramente spaventoso, che l’esercizio della libertà. Per chi è nato servo, abdicare a sé stesso è una beatificante necessità”.

Ecco, Enrico Caronti non abdicò mai a sé stesso, così come non lo fece Pier Amato Perretta con cui entrò in contatto durante gli anni tragici della guerra, quando il fascismo trascinò l’Italia nell’impresa più insensata e crudele, quando la già difficile condizione del popolo fu aggravata dalle distruzioni materiali e morali, dalla morte, la miseria e la fame. Caronti si attivò per ricreare una rete di resistenza antifascista e partecipò alla Lega insurrezionale Italia Libera di cui fu promotore Pier Amato Perretta: 300 antifascisti organizzati come l’antica “Carboneria” risorgimentale per stringere legami solidali e gettare le basi per una lotta aperta al fascismo.

Quando Mussolini cadde, Caronti fu fra i primi ad agire, parlando in un pubblico comizio a Blevio già il 26 luglio; e poi dopo il discorso di Pier Amato Perretta a Como il 9 settembre partecipò alla richiesta di armare il popolo, di costituire una Guardia nazionale, per ingaggiare l’ormai inevitabile lotta armata contro tedeschi e fascisti.

All’inizio della Resistenza il suo impegno si tradusse nell’organizzare gruppi di volontari, da inviare in montagna, nell’aiutare i profughi in fuga, gli ebrei braccati, i soldati sbandati. Viene incaricato dal suo partito di occuparsi dell’organizzazione clandestina nella zona da Borgovico a Moltrasio; assume il nome di battaglia di “Romolo” in onore di un antico compagno sindacalista.

Dopo il fallito sciopero del 9 marzo ’44 alla Pessina, sfuggito alla detenzione, è costretto a lasciare il lavoro e la famiglia e a riparare in montagna. Dapprima nella zona del san Primo, aiutando un gruppo di circa 40 uomini a raggiungere la Valsassina dove opera la 55a Brigata Rosselli; e successivamente assumendo la carica di Commissario politico della 52/a Brigata d’assalto Garibaldi Luigi Clerici, di fatto il comando della Brigata, dopo che Luigi Canali, il capitano Neri, venne nominato vice conandante del Raggruppamento lombardo delle Brigate Garibaldi.

Il lavoro di direzione della 52a Brigata, lungo la sponda occidentale del Lago, non è facile. Si tratta di mantenere i contatti con i diversi distaccamenti lontani molte ore gli uni dagli altri, evitando i presidi fascisti, stando diversi giorni lontano dalla sede del Comando a Dongo. Bisogna orientare, istruire politicamente i giovani partigiani digiuni di cosa significhino parole come libertà, democrazia, uguaglianza. Definire i piani militari, coordinare l’azione dei vari distaccamenti, individuare gli obiettivi, spingere all’azione. Si deve occupare di tutto: reperire armi, coperte, indumenti e scarpe, indispensabili se si pensa che “1/3 dei garibaldini del distaccamento Gramsci sono costretti a marciare a piedi nudi per mancanza di calzature”. Scrive rapporti, relazioni ai comandi superiori, documenta giorno per giorno quanto viene fatto, i risultati conseguiti, ma anche gli insuccessi e gli errori. Con l’aiuto della giovanissima Vilma Conti che batte a macchina i testi che “Romolo” le detta.

Dopo l’azione di Lenno, in cui cadono alcuni dei capi partigiani più prestigiosi, tocca a lui ripristinare i collegamenti tra i vari distaccamenti partigiani allo sbando e sottoposti alla feroce reazione fascista.

Siamo in una situazione difficile e pericolosa. Senza aiuto del Comando militare non posso sostenere da solo il peso di questa responsabilità” scrive a ottobre del ’44.

A dicembre scrive alla moglie: “Ho tanta voglia di rivederti. Sono stato tanto malato…Se vieni ti porterò un pacchetto di noci per la piccola. Le dirai che gliele manda il suo papà. La vita è dura ma il morale è sempre alto”..la Germania nazista sta perdendo la guerra “ed allora torneremo vittoriosi. Ed allora diremo la loro anche a quei pavidi che se ne stanno appartati e che aspettano la pappa fatta. Per quelli che si credono furbi estraniandosi da ogni lotta e da ogni pericolo, e che crederanno domani di poter cogliere i frutti delle nostre sofferenze e dei nostri dolori avremo qualche parolina da dire…”.

Ho la nostalgia della famiglia e del mio paese in cui desidero tanto tornare. Ed allora sarà una nuova vita. Mi sento ancora un giovanotto, sebbene quarantatrè anni pesino sulle mie spalle, e lo specchio mi mostri con le tempie grige, per lottare e continuare il mio cammino verso una nuova vita. Vi penso sempre e vi sogno nei miei soliloqui colle stelle.”

E il figlio sta bene? Mangia, lavora e ti fa disperare? E la piccola? E’ bella, sana, allegra? Parlale spesso del suo papà…E tu sii forte, sii fiera Bina! Sii donna d’Italia! La fierezza deve essere il nostro unico e più grande patrimonio che sempre deve essere con noi e che ci sarà invidiato dai nostri nemici”.

Alla vigilia del Natale 1944, che per lui sarà la vigilia della fine per mano fascista, indirizza ai garibaldini e alle genti del lago un messaggio “Sesto Natale di guerra! Natali di sangue, di orrori, di miseria, di devastazione. Sarà l’ultimo!Al nostro posto di battaglia, nel giorno di festa per la Cristianità,noi combattenti per un ideale di giustizia e libertà,eleviamo direttamente al Divin Pargolo la preghiera che finalmente con la pace, l’umanità sia redenta non a parole ma a fatti”.

La fierezza del partigiano Romolo, il suo amore per la libertà, il suo sacrificio devono renderci orgogliosi di sentirci continuatori in qualche modo di quella storia.

Non solo eredi e custodi della memoria ma impegnati a continuare la lotta per un mondo più giusto e in pace. Fieri degli ideali antifascisti su cui si fonda la nostra Costituzione repubblicana, possiamo dire a voce alta “Ora e sempre Resistenza”.» [Giuseppe Calzati]

About The Author

Ecoinformazioni è un circolo Arci

Anche ecoinformazioni in Pressenza

Scopri di più da [Arci - Giornalismo partecipato]

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere