Testi video/ eQua/ Dove e come stiamo/ 22 marzo 2025

Testi di tutti gli interventi svolti nell’incontro di eQua a Palazzo Soardi di Mantova il 23 marzo 2025 a cura di alliev3 della scuola Castellini, impegnati in uno stage al circolo Arci ecoinformazioni di Como. I testi NON RIVISTI DAGLI AUTOR3 sono stati ottenuti da trascrizioni automatiche e migliorate con intelligenza artificiale. I numeri alla fine dei titoli si riferiscono ai diversi video. Guarda i video

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Porto i saluti da Arci Mantova e la giornata c’è un po’ di pioggia però sarà comunque una bellissima giornata e abbiamo tante cose da fare. Eh, due appunti: il primo, per chi non si fosse ancora iscritto al workshop, trova il QR code qua, senò è anche all’ingresso e cerchiamo di farlo il prima possibile così dopo riusciamo ad organizzare bene gli spazi in cui svolgere i laboratori.

Altra comunicazione di servizio per i circoli e i comitati di Arci Lombardia: se prima di andare a pranzo vi fermate un attimo fuori, che per un progetto con un ombrello sotto la pioggia, con un ombrello proprio dedicato anche alla giornata di oggi, dobbiamo distribuire un po’ di materiali. Quindi lascio a Carlo.

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Direi che cominciamo anche questa mattinata. Io devo fare degli appunti promozionali. Allora, fuori c’è il merchandising dell’Arci. Se siete interessati a qualcosa, fatelo stamattina perché poi già dal pomeriggio smontiamo e non abbiamo più la possibilità di darvi i fantastici prodottini del merchandising.

La seconda cosa che c’è in distribuzione gratuita è il libro Apprendere, crescere e partecipare, che ha curato anche Teresa Pedretti, che avete ascoltato ieri, che non so se 

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E questa, insomma, è la seconda giornata, per cui facciamo un affondo, un approfondimento su quelli che poi saranno i temi che affronteremo anche nel pomeriggio attraverso i workshop. A noi ci tocca aprire con un temone, perché il titolo è lavori e saperi, per cui un macro-macro tema, ma confiniamo il rosa per avante docente di etica del business e delle organizzazioni lavorative, che sicuramente saprà aiutarci in questo percorso.

Ci spiegava prima che è una materia che a livello accademico in Italia è ancora poco frequentata, quindi ancora più interessante per noi conoscerla. Volevamo con lei un pochino affrontare il tema quello che dà il titolo poi alla sessione di stamattina, dove stiamo… quindi, a che punto siamo? Qual è la situazione del lavoro oggi? Sappiamo bene che arriviamo in una società basata sulla performance, dobbiamo essere efficienti, dobbiamo essere multitasking, dobbiamo sempre performare, anche al di fuori del lavoro, no? Tutto quello che è il nostro tempo libero a volte ha gli stessi standard e gli stessi metodi di misura che ha il lavoro in sé.

E quindi, ecco che soprattutto nel contesto post-pandemico, tanti di noi, tante e tante hanno iniziato a interrogarsi su quanto il lavoro poi in fondo valga la pena, no? È stato anche il fenomeno delle grandi dimissioni, proprio perché abbiamo iniziato a pesare da un lato i vantaggi dal punto di vista economico e della realizzazione personale, e dall’altro quello che davvero era il nostro lavoro e quanto poteva anche renderci felici. Ed ecco qua che oggi ci chiediamo e ci facciamo chiedere se siamo felici. Quindi, Rosa, a te questa sfida. Eh, diciamo che già dalle scelte di lavoro e di studio che hai fatto, sicuramente sei abituata alle sfide, per cui a te la parola.

Grazie, grazie.

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L’intervento che hai condiviso tratta temi molto profondi legati alla produttività, al lavoro e alla mercificazione della vita quotidiana. C’è una forte critica al sistema economico che sembra ridurre ogni aspetto della nostra esistenza a un valore economico. Il concetto di produttività, ad esempio, viene messo in discussione, evidenziando come il lavoro non venga più visto come un’attività per la crescita personale o per il bene comune, ma come un mezzo per massimizzare il profitto.

Uno dei punti centrali riguarda l’innovazione e come essa dovrebbe essere un motore per il progresso, ma in realtà non lo è. La mancanza di investimenti in ricerca e sviluppo, soprattutto in Italia, viene denunciata come una chiara dimostrazione che non siamo davvero interessati ad aumentare la produttività in modo significativo. Inoltre, il tema della settimana lavorativa e delle nuove modalità di lavoro, come la riduzione dell’orario, viene esplorato attraverso esempi di esperimenti di successo che mostrano come la produttività può aumentare quando si riduce il tempo di lavoro.

La riflessione si estende anche all’intelligenza artificiale, portando l’attenzione sulla disoccupazione tecnologica e sull’uso dell’IA per automatizzare decisioni, ma anche sulle implicazioni morali e sociali che queste decisioni portano con sé. L’esempio di Amazon e del suo algoritmo discriminatorio per il reclutamento è un chiaro avvertimento su come le tecnologie possono perpetuare disuguaglianze esistenti, anziché risolverle.

Alla fine, l’intervento ci invita a riflettere su cosa significa essere davvero produttivi. La produttività, secondo questo discorso, non è solo una questione economica, ma è profondamente legata alla morale. In definitiva, ci si chiede se stiamo davvero perseguendo una società più giusta e migliore, oppure se stiamo semplicemente rincorrendo un’idea di produttività che ci sta allontanando da ciò che è veramente importante: una vita che abbia un senso, che sia utile e che dia valore.

Mi sembra che il tema centrale sia proprio la riconnessione del lavoro con un obiettivo morale, che sfidi l’attuale definizione di produttività e ci spinga a pensare a una società dove la vera ricchezza non venga dalla rendita o dall’automazione, ma dal benessere collettivo e dal miglioramento della vita per tutti.

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Eh appunto è un libretto che racconta delle politiche giovanili di quello che ci siamo un po’ detti anche ieri. Cominciamo con il primo, diciamo, il primo panel di questa mattinata e chiamando qui Virginia Marchetti e Daniele Vanoli e Rosa, che sono ospiti di questo primo incontro. Do a voi la parola, prego. Mi raccomando, sui tempi, che siamo già in ritardissimo.

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Eh, buongiorno a tutti, a tutti, a tutte. Eh, il mio compito è un po’ di chiedervi se avete voglia di fare qualche domanda e quindi rendere un pochino più interattivo l’intervento. Mentre ci pensate, aspettate che vi do 3 secondi e guardo se ci sono già qualche… Ah ok, c’è già qualcuno, sì sì, arrivo. Allora, io ti porto… No, c’è, c’è in sala, sennò ne avevo qualcuna anch’io, quindi vai

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Condivido molto l’analisi che avete fatto sulla produttività e sulla sua strumentalizzazione, soprattutto. Volevo aggiungere un’altra chiave di lettura e chiedervi anche come si inserisce questo secondo elemento, cioè l’elemento della… ehm, come si dice in italiano… ehm… della passione, ecco. Per cui, ehm, non serve essere… cioè, ti è richiesto un grado di produttività non retribuito, un grado di impegno e di… ehm… di completa prevaricazione dei tuoi spazi personali e del tuo tempo personale in virtù di… eh… una… di un lavoro passione e di una nobile causa. Per cui tu non stai lavorando, stai costruendo un sogno e… e quindi… eh, io da umanista, io mi sto per laureare in magistrale in lettere, subisco questa retorica per cui… eh… ciò che io faccio, ma questo penso che sia un tema che emerge molto dalle recenti mobilitazioni delle precarie che si stanno creando in università, eh… emerge molto il fatto che viene delegittimato il nostro lavoro e… cioè il contributo che noi diamo, perché è dato in virtù di un impegno ideale e… ed… e quindi anche può esserci richiesto di… cioè di dare di più, di dare sempre di più, perché lo stiamo facendo per questo ideale e non in realtà, perché… cioè è questo anche l’elemento più tossico di questa… di questa contrapposizione tra produttività e… e effettiva… cioè retribuzione. Ecco, è che noi restiamo… cioè dobbiamo continuare a competere con i nostri compagni di corso, con le nostre colleghe e… e persone che attraversano gli spazi della ricerca assieme a noi, ma senza… cioè arrivando all’impossibile senza che questo sia… sia restituito alla materialità anche del… del motivo per cui lo facciamo. Ecco, del fatto che potrà anche essere una cosa che mi piace, ma resta lavoro.

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Molto interessante l’introduzione che ha fatto Rosa, che ci ha riportato il concetto di fondo di Carlo Marx che è il lavoro come merce, questo è il capitalismo ed è un tema fondamentale da ricordare. Ma io vorrei ricordare, proporre una questione di azione di lotta su questo. I dati che ci fornisce l’ultimo studio fatto da CG, è che la tecnologia, le nuove tecnologie, hanno per tutto il secolo XX o quello passato ridotto l’occupazione tradizionale del 15%, cioè molto poco rispetto a quello che anche ci ricordiamo. Le previsioni per il secolo in corso sono che alla fine di questo secolo la produzione tradizionale, diciamo, sarà ridotta del 75%. Questo significa che la prospettiva è di ritrovarci fra qualche decennio con una società in cui ci sarà un 25% di iperqualificati che controllano gli algoritmi, eccetera, eccetera, e un 75% che nel peggiore dei casi saranno disoccupati, e quindi ci sarà la guerra civile perché è evidente in proporzione, oppure saranno quello che sta già succedendo, l’allargarsi di un’area di servitori, no? E cioè i rider, quelli che forse ci porteranno a letto il caffè la mattina, oltre che la cena e così via, non proprio badanti, di quelli che sono, eccetera. Ed è una prospettiva terribile. Questo significa, badate, anche che tutte le lauree che si prendono adesso e nel prossimo periodo saranno obsolete nel giro di 10 anni, e quindi non è che dobbiamo aspettare il 3000 perché succeda qualcosa, è già drammatica la situazione, già questo sta venendo, quindi noi dobbiamo intervenire subito in qualche modo per impedire che questo ci sia, cioè che ci sia una concentrazione di sapienti e tutti gli altri che devono aspettare le conseguenze. Memoria, il 68, badate, è stato… ha avuto anche tanti difetti, ma ha avuto anche grandi pregi, perché sebbene sia stato celebrato semplicemente come una grande esplosione antiautoritaria, e l’abbiamo chiamato sesso, droga, rock and roll e tutte queste cose, è stato un’altra cosa. Ha avuto al suo centro l’idea che il capitalismo, lo sviluppo, la modernità nell’ambito di un sistema capitalista avrebbe prodotto dei, e la rivendicazione che portavamo avanti poi abbandonata perché poi dopo un po’ di anni abbiamo perduto e quindi ci siamo dovuti occupare di ben altro, era quella del 4 ore di lavoro, 4 ore di studio, cioè che bisogna cominciare da subito un intreccio fra studio e lavoro. Naturalmente lo so bene che è difficile pensare che raggiungiamo questo obiettivo, però noi non possiamo sopportare che ci sia una legge che è stata fatta di intreccio lavoro studio nel modo imbecille di come l’hanno fatto adesso, per cui tu impegni un ragazzo che studia e che lo mandi a fare a spazzare l’ufficio di un’altra di qualche industria in modo assolutamente banale. Però noi dobbiamo cominciare a porre questa questione, perché poi a volte la politica si decide anche su questo, cominciare a fare entrare nella testa della gente qualche cosa per cui cominci a lottare, a proporre, far capire e poi arriverà il momento in cui avremo i rapporti di forza per poterla realizzare. Ora questa questione è una questione di rivolta, badate, perché il fatto che la disoccupazione a questo punto è risultato di una divisione del lavoro che è drammatica, che si può proporre. Guardate che la Commissione Europea, l’Unione Europea, con tutti i difetti terribili che ha, questo tema se l’è posto, e persino lì ci sono degli strumenti in qualche modo che trattano questa questione, che propongono qualche forma di discussione, se non l’altro su questo tema. Ora io credo, mi meraviglia sempre che noi oggi tutti facciamo le lotte perché ci sia diritto alla laurea. Guardate, se il diritto alla laurea non è accompagnato dalla previsione che oramai le cose sono queste in modo tale che il lavoro deve essere intrecciato da subito con lo studio, cosa vuol dire 4 ore di studio e 4 ore di lavoro? Vuol dire che non basta che riduciamo, badate, l’orario di lavoro, certo quello è una premessa, che poi quello è un aspetto della riduzione, ma il lavoro, riduzione dell’orario di lavoro, deve essere accompagnato alla possibilità di, e all’obbligo anche, in qualche modo, di studiare e di poter studiare. E quindi io vi chiedo se non dobbiamo verso tutta l’organizzazione degli studenti, eccetera, incominciare a introdurre questo tema, che poi ci sono tante altre cose di cui si possono dire, ma che è stato uno dei temi del 68. Grazie.

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Parto dalla cosa più difficile, cioè quello che si giustamente si poneva. Un tema: come si fa? Cioè, no, ok, abbiamo tutta una serie di informazioni su come potrebbero migliorare le cose, poi però come si fa? Perché ci sono tutta una serie di, chiaramente, tutto questo avviene su uno scenario internazionale di competizione, tutto quello che sappiamo. Non ho una risposta chiaramente, quello che posso dire, diciamo, io lo dico da un punto di osservazione forse un po’ peculiare. Io lavoro nelle business school, quindi insegno etica a persone, studenti, che sono lì perché vogliono fare i manager, vogliono andare a lavorare in consulenza, vogliono fare i soldi. Questo è il mio punto di osservazione, ovviamente con il bagaglio scientifico di questa cosa.

La grande sfida che io e i colleghi di business ethics di fatto, no, cioè, chi fa, chi studia queste cose, perché lo fa? Perché la grande sfida è far capire a chi avrà delle responsabilità manageriali che, appunto, no, ad esempio, ridurre l’orario di lavoro è conveniente per tutti. Che è una cosa molto controintuitiva. Però abbiamo i dati, ehm, che sono dati scientifici, ci sono gli studi, sono oggettivi. Quindi un pezzo, secondo me, piccolissimo, ehm, sono lungi da me dare una risposta, però un pezzo, per quanto piccolo, forse del compito che possiamo tutti darci è agire proprio su quel tema lì, cioè su quali sono le idee performative che poi si riflettono in come è organizzata la nostra società.

Cioè, noi chiaramente anche la mia generazione è cresciuta in un mondo nel quale dire “Non ho un minuto libero, questo weekend ho fatto 870 cose, ho lavorato fino alle 2:00 di notte, era super cool”, adesso sei uno sfigato, grazie a Dio, peraltro. Quindi è una… capisco che sia una putad*, però fino a un certo punto, nel senso che effettivamente noi osserviamo, no, i dati ci dicono che sta nascendo un altro tipo di sensibilità rispetto all’etica del lavoro. Poi chiaramente dal lato datoriale viene demonizzata, perché sono i giovani che non hanno voglia di lavorare, eccetera, eccetera. Ok, però d’altro canto questa cosa va assolutamente incanalata da qualche parte, perché è una cosa, innanzitutto, sana, ma può finire in due modi molto diversi.

Cioè, può finire in persone che accettano part-time per cercare poi di, no, sbarcare il lunario facendo gli influencer su Instagram, totalmente disinteressati a qualunque soluzione collettiva della questione. Per cui tu dici “Vabbè, mia nonna mi ha lasciato in eredità la casa, la metto in affitto su Airbnb, nel frattempo mi trovo un part-time”, e eccetera, eccetera. Quindi soluzione individuale che adotta comunque una raghissima parte di persone ormai, oppure può sfociare nel fatto di provare a costruire, no, un orizzonte di senso comune nel quale si inizia a fare una battaglia a qualunque livello sia, no?

Cioè, che si stia in interlocuzione con le parti datoriali, che si stia in interlocuzione con i propri pari, che si stia in interlocuzione con gli studenti, i luoghi del sapere, i luoghi di ricreazione, i luoghi di partecipazione, nel quale si dice tutte le urgenze che abbiamo, che sono infinite, perché ok, c’è il cambiamento climatico, tutto sullo sfondo di tutto questo diamoci un orizzonte di senso comune nel quale costruire però una grande alleanza che inizi a portare la battaglia della diminuzione dell’orario di lavoro non come appunto solo diminuzione dell’orario di lavoro, ma in un orizzonte di senso che dica “Guardate che questa cosa però conviene a tutti”, perché è una delle pochissime cose che conviene a tutti banalmente.

Quindi, so che non è minimamente una risposta, però come dire, l’idea che volevo condividere è che di tutte le battaglie che invece chiedono conflitto, opposizione e tutt’altri strumenti, questa invece è una battaglia che può essere combattuta col conflitto, ma anche no. Proprio incidendo su come, sulla cultura del lavoro che noi abbiamo e sul fatto che possiamo veramente da domani immaginare un altro modo di produrre e, come dire, potrebbe anche essere qualcosa sul quale un pezzo del mondo produttivo magari non tutto, si può anche provare a fare un ragionamento condiviso, tentativo.

Eh, sul ricatto della passione, vabbè, io devo ricominciare da capo, cioè, io adesso sto qua un’altra ora e discutiamo il ricatto della passione, perché, eh, per farla molto breve, il tema è seguente: le mobilitazioni non sono iniziate ieri. Io, diciamo, il più grande onore della mia vita è stato essere segretario di un’organizzazione che ha lottato per i diritti dei ricercatori per 25 anni. Per anni noi abbiamo detto che il ricatto della passione doveva finire, che la ricerca è lavoro. Di nuovo, questo tema chiaramente è un tema che riguarda purtroppo in Italia poche persone, perché la grande verità è che coloro che poi fanno… cioè i ricercatori in generale, tutti i lavoratori della conoscenza e del sapere, e tolgo la scuola dal diciamo dall’adequazione per un secondo, chi fa ricerca ed è precario, e siamo tantissimi nell’università, quasi una maggioranza, però poi nella società siamo molto pochi. Quindi fare rumore su questo tema è molto complesso.

Io penso e ho sempre pensato che in realtà lì la grande alleanza strategica sia una e una sola. Cioè bisogna costruire un movimento che sia unico per tutti i lavoratori dell’editoria, dei beni culturali, eh, coloro che lavorano in un pezzo della comunicazione, perché il trade union è esattamente il ricatto della passione. Cioè i problemi che hanno i ricercatori precari, l’università, l’autosfruttamento, tutta quella dinamica per cui tu devi… tu non lavori, cioè tu fai una cosa che ti piace, e quindi è giusto che ti paghiamo meno, e quindi è giusto che la fai in intermittenza, quindi è giusto che non hai alcun tipo di responsabilità anche di cura e fuori dal mondo appunto del lavoro, che non ti viene riconosciuto, anche perché non siamo lavoratori, quindi questo anche un grosso tema.

Ehm, va, l’unico modo per spezzarla è insistere solo su quello. Cioè, è qualcosa che riguarda tutto il lavoro culturale, soprattutto in questo paese. Non solo in questo paese, però largamente in questo paese. Quindi è un’altra di quelle, di quei grandi campi nei quali allargare la battaglia, secondo me, è l’unica cosa possibile, perché i traduttori sono messi così, gli dico. Coloro che lavorano in editoria sono messi così, e ed è una grossissima corsa a ripasso che ci restituisce una sola fotografia: sono tutti lavori che stanno diventando classisti. Cioè la vera verità è che noi, ogni anno che passa, eh, quello che succede nelle università è che chi si può permettere di fare un dottorato e un assegno è figlio di una famiglia che ti può, ti può garantire sostegno in 10 anni di precarietà. Quindi noi purtroppo lotteremo sempre meno, perché la categoria, la categoria nostra, ma appunto numerose altre, si sta autoselezionando. Perché coloro che arrivano fino a un certo punto di quella carriera vengono da condizioni nelle quali si possono permettere quel tipo di situazione.

E lì il ricatto della passione diventa, come dire, senza il ricatto, solo la passione a quel punto, no? Perché è chiaro che fare ricercatore in questo paese, da qui a 5 anni, diventerà un hobby per coloro che sono nati bene o si sono sposati con persone nate bene, e quindi vabbè, lo faccio come part-time, a un certo punto è un lavoro che mi dà uno status sociale tutto sommato dignitoso, sebbene non del tutto riconosciuto, e va bene così. Ehm, una possibile, credo, via d’uscita sia veramente costruire un grande fronte e soprattutto farlo in maniera molto, molto, molto organizzata, perché una delle sensazioni che ho io, ma che anche ci raccontano i dati, è che purtroppo l’università fisarmonica, sia come finanziamenti che come protesta, non funziona. Cioè o lo fai tutti i giorni e continui a portarlo avanti, hai una memoria storica di quello che sta succedendo, oppure il ricatto della passione è forte, perché il professore o chi peregli ti potrà sempre dire: “Guarda che arriverà il tuo turno”, ma se tu sei stato in un’organizzazione che ha lottato su queste cose per 4 anni, 5 anni, 6 anni, tu hai visto i tuoi amici, compagni e colleghi che sono stati buttati fuori dopo essere stati là per 10 anni. Quindi, come dire, il ricatto della passione, quando inizi a vedere che il 90%… il numero che viene buttato fuori sono tutte le persone che stanno accanto a te, cambia. Cioè, inizia ad avere una coscienza di dove stai, il livello di accettazione della situazione che ti stanno proponendo, piuttosto diversa. Quindi, al di là della questione più politica, eh, su perché ci servono le grandi organizzazioni, tutte, eh, c’è una questione secondo me anche molto di psicologia dei percorsi individuali, perché a un certo punto la collettivizzazione, no, è veramente l’unica cosa che a un certo punto funziona sul piano vertenziale, ma anche temo esperienziale.

[Musica]

E l’ultimissima è questa, Luciana. Secondo me, il tema è chi decide. Cioè, spero di averlo esplicitato sufficientemente bene. No, che cosa si chiede? Perché, appunto, sempre da un punto di vista di osservazione molto breve, e la faccio finita, eh, ci sono state molte lotte, soprattutto negli Stati Uniti, lo sapete tutti, no? Di per dire, professionisti del mondo creativo che rischiano di essere buttati fuori dall’intelligenza artificiale. L’unica che è andata effettivamente a buon fine è quella degli scrittori di sceneggiature di Hollywood. Perché? Perché quello è stato un percorso di regolamentazione dell’introduzione dell’intelligenza artificiale all’interno dell’industria. Ehm, bottom-up. Cioè, loro sono riusciti a bloccare tutto per 180 giorni, a quel punto le agenzie hanno dovuto venire a termini con quello che loro chiedevano. Si è trovato un accordo, e vi devo dire è un accordo anche piuttosto avanzato, perché sostanzialmente include l’autonomia da parte degli scrittori di utilizzare o no, e soprattutto vieta che le agenzie usino l’intelligenza artificiale per… ehm… che non significa, di nuovo, no, che quindi tu demonizzi la tecnologia e dici “No, assolutamente questa cosa è terribile, non ne vogliamo sapere niente”, ma loro sono riusciti a trovare una via per inserirsi all’interno del processo decisionale di regolamentazione.

Quello che sta succedendo in moltissimi altri campi, purtroppo, è che il processo di regolamentazione viene, sostanzialmente, cioè non sono mai inclusi coloro che poi sono giustamente i principali stakeholder sui quali l’intelligenza artificiale impatterà. Di nuovo, anche lì non è stato… ehm, cioè c’è voluto un conflitto piuttosto rilevante, ma è del tutto essenziale. Cioè, questo è il mio punto. Cioè, il fatto che su come vengono applicate queste tecnologie, declinate queste tecnologie, chi sarà impattato non ha modo di partecipare ad una determinazione. E oggettivamente vuol dire, questo, come diceva Luciana, perdere la partita dei prossimi decenni. Quindi, ecco, se non fosse altro che per una questione di autotutela, io penso che sia una partita che va giocata e va giocata in quei termini lì. Cioè bisogna dire “Noi ci dobbiamo essere” e se non ci siamo questa cosa deve bloccare in qualche modo la produzione nella quale la volete inserire. Perché purtroppo, altrimenti, ci troveremo in un futuro distopico. A margine dico, in realtà, gli studi sulla disoccupazione tecnologica, io citavo quello di McKinsey, sono vari. Quindi, dagli scenari più distopici a quelli migliori, non sappiamo bene dove andremo a parare. Di nuovo, quello che sappiamo è che la nostra vita cambierà radicalmente, e se non abbiamo l’opportunità di dire come vorremmo che cambiasse radicalmente, questa cosa sarà cambiata ennesimamente sulle nostre teste. Forse, visto che l’abbiamo già vista in passato, questa volta possiamo farci qualcosa prima che succeda.

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Questo secondo slot, capisco che poi quando ci sono tutti questi argomenti e queste sollecitazioni si vorrebbe discuterne per un’altra ora, però i tempi sono quelli che sono, quindi ci scusiamo anche per aver un po’ stoppato la discussione e entriamo in quest’altro, diciamo, ambito del dove stiamo. Quindi grazie, vai.

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E con cui in qualche modo vorremmo aprire una riflessione collettiva su quella che probabilmente ad oggi è una grande sfida che ci troviamo davanti, quella appunto che riguarda la transizione giusta di questo nostro mondo. La transizione, infatti, più che un concetto, è un processo, un processo complesso che dovrebbe in qualche modo traghettarci verso un modello di società diversa da quella attuale e basata, diciamo, su modellata più che basata nei decenni dal pensiero neoliberista, schiacciata su un paradigma economico capitalista con tutto il loro carico di conseguenze che ben conosciamo. Ed è complesso anche perché va da sé che per raggiungere l’obiettivo questa transizione è chiamata in qualche modo a rimettere in discussione tutte le dimensioni afferenti alla vita delle persone, ridisegnando, ridefinendo in un’ottica valoriale e creando connessioni tra loro ispirate proprio da quel principio di giustizia che oggi nelle scelte globali facciamo veramente tanta fatica a intravedere. Questa è la ragione per cui si parla di transizione politica, transizione economica, transizione sociale e ovviamente transizione climatica. Una riflessione collettiva quindi necessaria e non più rimandabile che affronteremo oggi su questo palco, ma su cui ovviamente anche come Ali Stiamo già lavorando e che ha prodotto questo primo quaderno che trovate qui, che trovate all’ingresso. È frutto di un grande lavoro di squadra che ha visto anche la collaborazione dei compagni di XGK, un lavoro che partendo proprio dalla definizione di transizioni giuste ha posto l’accento su quella energetica, poiché è una di quelle che probabilmente mette in luce in modo assolutamente chiaro le contraddizioni e i limiti proprio del modello politico ed economico. Infatti, l’approvvigionamento energetico è sempre stato al centro di politiche espansionistiche e progetti imperialistici e continua ad esserlo anche nella transizione verso fonti energetiche sempre più sostenibili. Ma d’altra parte, lo schema egemonico della transizione energetica non mette in discussione il modello predatorio ed estrattivo, fondato su mega progetti ed extra profitti ottenuti ai danni di quelle comunità che continuano a subire lo spostamento forzato di sovranità da chi appunto vive quei territori a chi invece li interpreta come una ghiotta occasione per i propri guadagni. Guadagni che prima arrivavano dal capitale fossile e che oggi arrivano dal capitale Green. Ma non voglio spoilerare, diciamo, i contenuti del quaderno che vi invito a leggere e soprattutto non tolgo altro tempo al Panel. Per cui, con grande piacere, passo la parola a Sara Segantin, giornalista e scrittrice, che ci accompagnerà in un importante approfondimento proprio su questi temi.

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Leggevo il retro Chico Mendes, “telecologia senza lotta di classe e giardinaggio” mi viene in mente la canzone dei Nomadi no ricordati di un amico che lottò per l’uomo e per la foresta ricordati di Chico e sono di ritorno appunto da anche diversi progetti con le comunità indigene quindi mi pare più pertinente che mai eh vorrei partire però da questo momento storico e e dal senso di paura che sembra sempre più pervasivo e allora ricordo le parole di un ragazzo che è sopravvissuto alla guerra si è battuto per la libertà contro i talebani ha attraversato mezzo mondo per poi arrivare in un’Europa che ha scoperto non essere per lui ‘ha paura ho paura’ mi ha detto ‘dello dell’inverno della violenza per le mie sorelle abbandonate per me stesso dell’incertezza e più di tutto degli sguardi della gente di compassione o di pietà o di disprezzo ho paura’ mi ha detto una ragazza indigena nel cuore delle miniere di Panama terra senza terra dove l’inclusa della polizia mineraria non ti lascia uscire anche se la legge tibbe diverso ho paura!’ Mi ha detto una bambina nel cuore più profondo del deserto del Madagascar dove si muore di sete i bambini riempiono le buche di giorno le scavano di nuovo di notte chiedendo in cambio un po’ di acqua e ogni giorno c’è una nuova buca senza qualcuno a riempirla ma ho paura me l’ha detto anche una donna italiana che da 40 anni si batte per i mari e adesso li vede sempre più svuotati ho paura mi ha detto un ragazzo che semplicemente perché non era d’accordo massacro la sua Italia ora rischia il carcere perché si sa che il gas è energia pulita la passe si fa con la guerra e guai a dire il contrario ho paura mi ha detto un signore ho paura di perdere il lavoro forse è colpa della transizione non mi fido più di niente di nessuno né chi dice una cosa né chi dice l’altra ho paura’ ne ha detto una ragazza mentre attraversavamo Piazza Libertà Trieste l’arrivo della rotta valcanica allora forse hanno ragione dobbiamo mandarli tutti via è per la nostra sicurezza ho paura me l’ha detto un ragazzo di Venezia che fa il gondoliere con la città che sprofonda beh gli tocca fare i corsi di apnea perché tra poco dovrà cambiare lavoro ho paura me l’ha detto un contadino che ce l’ha con gli agrochimici con gli ambientalisti con l’Europa con le leggi con tutti quanti non capisce cosa succede e continua ad avvelenare una terra che è sempre meno produttiva ho paura me l’ha detto un anaza ho paura delle invasioni ho paura degli islamisti per fortuna che investono questi 800 miliardi nella guerra forse ci salveremo e ho paura me l’ha detto un bambino in C. Giordania che dei nostri investimenti della guerra sta già pagando le conseguenze la GA nessuno può dire ho paura perché è un privilegio che loro non possono nemmeno più permettersi ho paura del futuro del presente di non trovare lavoro di non trovare famiglia che mi invadano che non mi capiscano semplicemente di non poter più resistere di non riuscire ad esistere di perdere i miei privilegi paura paura paura questi sono gli anni della paura delle crisi e di questa retorica vorace della violenza della prevaricazione del capro espiatorio che ci mette gli uni contro gli altri e che per difendere stranamente un presente che non esiste più ci fa forse perdere il futuro e allora io credo che la radice di tutto quanto quando parliamo di giustizia climatica con intreccio fondamentale e indissolubile fra diritti umani e questioni ambientali sia un antidoto alla retorica dell’impotenza della frustrazione della paura di ogni sia continuerò raccontandovi storie perché sono potenti perché il mio mestiere e perché è così che ho cominciato prego da un paese di 3000 abitanti sulle montagne sulle nostre Alpi ho studiato a Trieste non sapevo neanche dove fosse a dire il vero e quando sono arrivata in questa città di confine mi ricordo in un giorno dimora disorientata non conoscevo nessuno ma avevo il privilegio di essere lì per studiare di avere un posto dove andare e mi sono resa conto solo molto tempo dopo di quanto questo fosse privilegio e a Trieste sono iniziate tante cose perché l’ho vissuta dall’alpinismo l’alta montagna le grotte del Carro le profondità del mare ma anche i vassi fondi del silos della ferriera di quello che succede su una rotta sempre più invisibile e che per anni pur sapendo non sono nemmeno io riuscita a vedere una Trieste dove ho scoperto che l’acqua alta non c’è solo a Venezia che le navi a crociera non ci sono solo a Venezia i mari si alzano il tagliamento si ingrossa eppure non si può fare diverso perché si è sempre fatto così ed è un poco la nostra Italia eppure e lo ricordavo giusto prima è stato proprio a Trieste che il 15 marzo del 2019 con altre due ragazze abbiamo organizzato lì il primo sciopero globale per il clima con altri ragazzi poi da tutte le città e siamo diventati migliaia poi milioni e nessuno se l’aspettava perché a Trieste non si può in piazza Unità era gremita ed è stata una ventata d’aria fresca sicuramente ma sono stati anni poi di promesse mancate e non mantenute e le abbiamo pagate sentite nel cuore e nell’anima ogni parola vuota e ogni fallimento qualche conquista c’è stata ma sono reduce sono appena tornata dalla Commissione Europea e pare di essere tornati indietro di 70 anni nei discorsi nelle parole nei fatti e allora ho girato il mondo per cercare storie e raccogliere briciole di coraggio e di umanità quell’esempio concreto che è vero cambiamento ho dormito nel fango nel deserto e so cosa vuol dire quando il vento il freddo e la pioggia non sono solo icone nelle previsioni meteo e proprio perché ho avuto fame sono consapevole di non avere la più pallida idea di cosa significhi avere davvero fame ho ascoltato soprattutto per cercare di fare cultura e per raccontare le storie di chi è più vulnerabile alla crisi climatica alla guerra le ingiustizie perché sono la stessa cosa ed è una questione prima di tutto culturale perché se non sai mi ha detto una ragazza delle periferie di Bangalore ti fai del male da solo e forse l’unica cosa peggiore di essere oppressi è diventare gli oppressori di noi stessi e vi faccio un esempio delle contraddizioni dell’epoca dei paradossi parlavamo di guerra parlavamo di clima oggi le spese militari sono circa il 2,4% del prodotto interno lordo mondiale e dai dai dati della Banca Mondiale per la transizione ecologica siamo invece ancora bene al di sotto del 2% secondo l’Agenzia Internazionale dell’Energia per raggiungere le zero emissioni al 2050 sarebbe necessario investire il 4,5% del prodotto interno lordo 2 + 2,5 farebbe 4.5 quindi forse uno spostamento di investimenti potrebbe essere interessante e forse anche più utile di qualsiasi investimento la difesa ma su questo non mi permetto di commentare è una certezza però che le immissioni prodotte dalle spese militari sono incalcolabili perché nessuno le vuole calcolare abbiamo solo stime dai dati raccolti da Garzi al 5,5% delle emissioni globali climateranti come se l’industria militare fosse un paese sarebbe quarto la l’India e la Russia lo parliamo ovviamente poi del circolo vizioso in cui entrano clima e guerra e su chi ne fa le spese e sono consapevole che un cambio di paradigma non sia per niente semplice al giorno d’oggi però neanche andare su marti è semplice neanche costruire uomini robot è semplice neanche programmare genocidi ed eccere un po’ più positivi neanche vivere è semplice ma questo non ci impedisce di farlo abbiamo quando parliamo di giustizia climatica tutti gli strumenti scientifici culturali tecnologici per mettere in atto soluzioni giuste ed eque l’unica cosa che farà la grande differenza e lo dicono gli scienziati lo dicono gli umanisti lo sanno anche i politici e se noi come società come individui decideremo di utilizzare questi strumenti e io credo che se non riusciamo a ricucire e parlo qui davanti a voi che di queste cose sapete probabilmente più di me ponendomi e ponendoci delle questioni del perché siamo arrivati a questo punto io credo che se non riusciamo a ricucire alleanze che abbiamo perduto a trovare nuovi linguaggi a parlare costruire leadership e relazioni non è non ne usciamo non è possibile sentire ancora parlare della dicotomia clima e lavoro quando lo sappiamo che una transizione ecologica giusta eda portierebbe a milioni di posti di lavoro 30 milioni secondo record di Manpower Group solo il 2030 lavori più sani lavori più giusti lavori più equi non è possibile sentire da parte degli agricoltori parlare di vittoria per lo smembramento della politica agricola comunitaria quando l’agricoltura sarà e è la prima a pagare della crisi climatica in atto mentre Italia senza acqua l’altra sotto le alluvioni per non parlare del del declino degli impollinatori che porterà a perdere fino a 600 miliardi il comparto agricolo il World Economic Forum non certo io a dire che il 50% del prodotto interno l’ordo mondiale dipende dai servizi e un uomo Maia Mam Guatemala ind

eQua/ Dove e come stiamo/ Mantova Arci Tom/ 22 marzo 2025 IMGA0204

Invito l’ultimo dei nostri ospiti a salire sul palco. È una comunicazione di servizio: chi è venuto anche per il progetto SOS, fra un quarto d’ora direi si trova all’ingresso che va un po’ prima a mangiare, perché poi dopo deve riprendere prima. Grazie mille.

eQua/ Dove e come stiamo/ Mantova Arci Tom/ 22 marzo 2025 IMGA0205

Iniziamo questo panel sulla salute mentale e sono qua con Ludovica Perina, che è antropologa, coautrice del podcast Cassandra, che è anche un collettivo, un collettivo che utilizza il medium dell’audio narrazione per indagare tematiche impellenti alla contemporaneità, quindi molto interessante rispetto a quello che diremo oggi. E con Matteo Vistone, detto Davide, che è invece un esperto per esperienza, che è una definizione molto bella, psicoterapeuta, papà e parte dello sportello Ti ascolto.

Il tema della salute mentale si interseca moltissimo con le altre cose che abbiamo detto tra ieri e oggi in questa, io credo, interessantissima edizione di EA, davvero estremamente interessante.

Il tema della salute mentale che ieri ragionavo mentre seguivamo il panel di apertura, da cui venivano fuori un po’ di elementi che dimostrano come esista una frattura, più che una frattura, una divisione generazionale nel modo in cui vediamo le cose, leggiamo le cose, ragioniamo sulle cose. Molte cose sul tema della salute mentale. Chi, insomma, affronta questo argomento nei vari contesti sicuramente non può non aver fatto caso che su questa tematica esiste un modo molto differente di affrontare le cose, a seconda della generazione a cui apparteniamo. Cioè le nuove generazioni, in particolare la generazione Z e un po’ quella che l’ha preceduta, rispetto alla salute mentale ha un approccio che deriva in modo molto diretto dal concetto di personale politico, cioè il tema della salute mentale non è un tema privato per la nuova generazione, è un tema collettivo, è un tema politico, è un tema, come dire, da cui non solo non ci si vergogna, ma rispetto al quale non si parla esclusivamente in relazione a se stessi, ma appunto se ne parla con questa parola d’ordine, cioè riguarda me come riguarda altri e altre. Tema che invece, eh, nelle generazioni precedenti, anche eh, a fronte di grandissimi stravolgimenti del pensiero, prima si parlava di Basaglia. Però in realtà per le generazioni precedenti la salute mentale è stata spesso un tema clamorosamente privato, quando non di vergogna, quando non qualcosa da nascondere. Ecco, rispetto a questo tema della salute mentale, ehm, come dire, io credo che sia molto interessante questo panel perché mette il tema della salute e di una parte di questa salute all’interno di una riflessione che è appunto una riflessione collettiva, ma è soprattutto una riflessione politica, e questo è molto, molto interessante. E su questo, direi, do la parola a Ludovica.

eQua/ Dove e come stiamo/ Mantova Arci Tom/ 22 marzo 2025 IMGA0206

A tutti e essere qua e dovrò ricoprire l’imposto ruolo di chi parla alle 12:30, quindi insomma cercherò di essere molto breve perché so che abbiamo tutti, tutte fame e vogliamo andare a mangiare e cercherò di essere breve anche perché voglio dare insomma parole spazio a Matteo che penso che abbia cose molto importanti da dire anche forse più importanti e rilevanti delle mie.

Allora, io ho iniziato a interessarmi del rapporto tra, diciamo, salute mentale e società, se lo vogliamo chiamare così, più o meno 7 anni fa, qualche anno prima che iniziasse la pandemia, pandemia che è stata, come anche dicevamo prima, un po’ uno spartiacque nel modo in cui almeno in Italia si è iniziato a parlare di salute mentale. In quel momento mi trovavo in Inghilterra e avevo avuto, diciamo, la fortuna, la possibilità di accedere a dei finanziamenti per iscrivermi a un master e quindi ho avuto la possibilità di studiare all’estero in un’università molto importante, prestigiosa di Londra. Io arrivavo dall’università pubblica, come tutti e tutte più o meno siamo ritrovati a conoscere, quindi un sistema educativo molto diverso e sono arrivata in Inghilterra e ho trovato nell’università che frequentavo una vera e propria epidemia di cattiva salute mentale. Questo era dovuto al fatto che, come dicevo, frequentavamo l’università di eccellenza e la popolazione studentesca che frequentava l’università era bene o male divisa in due macrocategorie. La prima era persone che venivano da contesti, background molto privilegiati, quindi che avevano parenti molto ricchi, che frequentavano, cioè che ricoprivano, diciamo, ruoli di potere e gestionale a livello europeo, non solo inglese e quindi che avevano una serie di prospettive di carriera molto fortuose di fronte a sé. L’altra, più o meno 50%, forse meno, di persone era il gruppo in cui facevo parte, cioè coloro che si erano indebitati per poter accedere all’istruzione universitaria e che quindi avevano una serie di aspettative di scalata sociale che erano molto ben definite e che, diciamo, trovavano riscontro in un’università che chiedeva una quantità di lavoro molto alta, dei ritmi di studio, di lavoro molto alti. Nella classica dinamica imbuto, per cui più si andava avanti, più l’università diventava competitiva, dico avanti nel senso della ricerca, ne abbiamo parlato prima nel primo panel, sappiamo bene cos’è l’università azienda, l’università neoliberale, e quindi diciamo questo sistema di premiazione della prestazione, perché poi non entreremo in questo tema, però in Inghilterra il sistema educativo universitario funziona in modo molto diverso che in Italia, e quindi non c’è un concetto di diritto allo studio, un po’ come in Italia, per cui c’è un sistema basato sul IE, ma il sistema perquista, l’università è basata sul debito, come dicevo prima, quindi chi non può pagarsi la retta, semplicemente si indebita.

Ehm, c’erano appunto persone che avevano dei debiti anche molto importanti, cioè si parlava di 40-50.000 in debito a 21-22 anni. In università c’erano una serie di servizi di salute mentale capillari, cioè si parlava tantissimo di salute mentale in università, quindi il tema della salute mentale era proprio un tema molto importante, sentito, e quello di cui si parlava era soprattutto il tema della prevenzione del suicidio, che era un problema sociale in quel momento e lo è anche adesso. E tutti, diciamo, i servizi che dava l’università erano basati su delle terapie brevi, quindi 1, 2, 3, 4 massimi incontri, e una serie di altri servizi tipo corsi di mindfulness, anche prima si è parlato di mindfulness, adesso tanti temi sono già stati solcati o sfiorati, comunque sono molto contenta di questo. Ehm, quindi si andava dalla mindfulness a quella che può essere la P therapy, per esempio, o alle varie sessioni di yoga e, in generale, appunto, si parlava, come dicevo, per molto di salute mentale, soprattutto per quello che riguarda i quadri sindromici, possiamo dire, depressivi o ansiosi.

Ehm, nonostante appunto sembrasse ai miei occhi inizialmente tutto molto bello, eh, mi voluto molto poco tempo per capire una cosa che era già evidente, ovvero che tutto quel modello lì serviva solo per dare delle strategie alle persone per continuare di fatto ad essere produttive in quello che facevano. Era evidente che i ritmi di lavoro, di studio e le aspettative sociali, indebitamento, quindi una serie di problemi strutturali, erano la causa più tangibile di ansia e depressione all’interno di quel contesto, e c’era uno stressor, cioè, come dire, l’università era il fattore di stressor principale, quindi di induzione salute orientale e quel modello di base normalizzava la performatività e cercava di dare alle persone delle strategie di coping, no? Eh, cioè, con coping intendiamo una gestione della situazione di stress che ci fa tornare ad essere funzionali.

Ehm, il diciamo le terapie erano tutte basate su quelle che vengono chiamate un po’ terapie di messa al lavoro, quindi fondamentalmente si trattava di CBT, cioè terapia conduttivo-comportamentale di cui avete tutti e tutte sentito parlare perché è una terapia anche molto conosciuta, famosa in Italia, e MDR, che è una terapia, diciamo, orientata sul trauma, basata sull’ipnosi e compassion focused therapy e una serie di altri, insomma, quadri terapeutici.

In generale, le terapie che venivano proposte erano di due tipi. Il primo era terapie che, appunto, come vi dicevo, erano orientate all’apprendimento di una serie di tecniche di gestione delle emozioni. Ehm, e la seconda macrocategoria erano quelle categorie un po’ basate sul concetto di trauma e quindi sulla risoluzione di disfunzioni causate da predisposizione a un elemento traumatico e quindi c’era un po’ anche un interesse diagnostico rispetto al trauma. Ehm, sulla tema del trauma, eh non entro adesso perché è assolutamente fuori, non ci interessa, però volevo solo appuntare, diciamo, come nota di pagina, il fatto che questa necessità poi di andare a ricercare morbosamente una presenza di traumi all’interno della vita biografica della persona era, come dire, una modalità diagnostica.

Ehm, un altro problema di questo tipo di terapie è che, diciamo, targetizzavano piani diversi, ehm mescolandoli un po’, facendo un po’ un calderone di tanti piani dell’esperienza umana. Ehm, questi vari piani erano in primis appunto la gestione emotiva e l’equilibrio emozionale di una persona, ehm, il secondo era il tema dello sviluppo personale, eh, quindi la capacità di progredire o migliorare i propri obiettivi di vita o risettarli rispetto a quello che era considerato giusto o non giusto. Tra l’altro, questa andata di baripasso con la costruzione di un prototipo di individuo sano e funzionale all’interno di una società che era anche molto responsabilizzante rispetto all’individuo, nel senso che un individuo sano in questa società è un individuo che fa sport, che si prende il core di se stesso, di sé stessa, che mangia bene e che fondamentalmente non deve stare male perché sennò crea un problema. Ehm, e quindi è sua propria responsabilità prendersi, diciamo, di sé stesso e di sé stessa e il terzo piano era quella della gestione del carico di lavoro e dello stress dell’università che, come vi dicevo prima, era ai miei occhi, ma non solo ai miei occhi perché fossero particolarmente illuminati, ma erano un po’ le elefante della stanza, cioè era lo stress principale, primario, che causava cattiva salute mentale. Quindi, un po’ il problema è che andando a mescolare tutti questi piani in un modo un po’ mcritico, mi verrebbe da dire in buona fede, ideologico, mi verrebbe da dire in cattiva fede, si creava un problema che era sia politico che terapeutico, di fatto.

E quindi questo modello qua che inizialmente a me sembrava bellissimo, si parla tantissimo di salute mentale e questa cosa è molto importante perché io venivo come la faccio parte di voi immagine penso da un contesto come quello italiano che è quella cosa che dicevamo prima no, ehm per cui siamo abituati, abituati soprattutto prima del Covid, a stare in un ambiente in cui non si parlava di salute mentale. Anche adesso si comincia un po’ a parlarne ma insomma non abbastanza. Quindi 7 anni fa, 8 anni fa in Italia era ancora peggio, quindi non si parlava di salute mentale, c’era un grandissimo stigma rispetto al tema della salute mentale, quindi per me trovarmi in un ambiente in cui la salute mentale era estremamente visibilizzata era molto bello. Dall’altro lato però, la visibilizzazione della salute mentale in quel contesto andava di parasso con, da un lato, la normalizzazione della sofferenza psichica e dall’altro con il nascondere fondamentalmente le cause sociali della sofferenza che nell’esempio molto banale e mi perdonerete autobiografico che vi ho portato erano ritrovabili all’interno dell’università, ma questo discorso si potrebbe applicare a un sacco di altri contesti, come sono sicura sappiate. E quindi le cause immediate, diciamo, dell’epidemia di cattiva salute mentale erano appunto l’università azienda neoliberale di cui, insomma, si parla ampiamente anche nel primo panel. Ehm, quindi costi altissimi, carichi di lavoro molto alti e una retorica dell’eccellenza che è ovviamente complementare ad una paura del fallimento molto grande. Ehm, e in tutto questo si eva che la realtà di un’università azienda era quella che, appunto, veniva mescolata con altre cose, ma si nascondeva quello che era, secondo me, la vera causa strutturale di una cattiva salute mentale che è la società che abbiamo costruito, una società che non si fonda sull’equilibrio, ma si fonda sulla prestazione

eQua/ Dove e come stiamo/ Mantova Arci Tom/ 22 marzo 2025 IMGA0207

Eh mannaggia a te che mi hai messo una pressione addosso l’intervento che ci sarà dopo, ado vediamo cosa si riesce a fare, anche perché non mi sono preparato niente. E quando mi è arrivata questa proposta per la salute mentale di Arci Torino, ero un po’ preoccupato, ero un po’ preoccupato esattamente per le contraddizioni che Ludovica ha ben sollevato, cioè non è facile parlare, immaginare e agire su quello che chiamiamo salute mentale in una maniera che sia trasformativa a livello politico. Eh, non è un caso che infatti Vanessa abbia detto eh chissà come vediamo, leggiamo eh i temi legati alla salute mentale, quando nella pandemia ci è iniziata a crescere l’attenzione sulla salute mentale rendendola in qualche modo visibile, con questa eh gli ordini degli psicologi, la stiga epidemia, l’epidemia della salute mentale, un clima emergenziale.

Io sono… mi sono molto preoccupato, esattamente perché nel discorso dominante, nelle pratiche dominanti, occuparsi di salute mentale significa principalmente occuparsi di sé dal punto di vista soggettivo e dal punto di vista pratico, implementare tutta una serie di fragili servizi, uno bravo eventualmente, ehm che così come faccio io. Io sono anche psicoterapeuta, psicoterapeuta, capitalizzano la sofferenza di incertezza umana, per dire, sostanzialmente il lucro sulla sofferenza delle persone, no? E lo dico perché questa cosa qui è fondamentale, cioè è fondamentale tenere in mente che il discorso da cui è prodotto e che produce la salute mentale è un discorso tecnico, è un discorso fatto anche da interessi materiali concretissimi.

Ehm, allora è molto difficile immaginare di stare col tema della salute mentale partendo da una prospettiva differente, che non è la prospettiva individuale, partendo dal presupposto ad esempio che la salute mentale è un tema di prima nazionale, per cui, individua disponibilità sera e la mia forma non è slegata non solo dalla mia comunità, ma anche dalle condizioni della mia famiglia, e dalle condizioni che ho vissuto all’interno della mia famiglia, delle connessioni della mia famiglia, e che è un tema, ehm, profondamente, e intersezionale, e che non è possibile occuparsi pienamente, in un’ottica trasformativa, di salute mentale, se non a partire da una tensione ai contesti di vita. Perché quando noi parliamo di salute mentale, tendenzialmente parliamo degli esiti e delle condizioni mentali che sono il prodotto delle condizioni sociali delle persone, nelle condizioni sociali entro cui le persone vengono plasmate, con cui interagiscono. Non sono determinate le persone, sono determinate dal corpo sociale dentro cui sono.

In questa prospettiva, anche lo stesso parlare di salute mentale troppo spesso rischia di essere uno strumento per la riproduzione sociale. Esempio: salute mentale di giovani, ah, questi giovani quanto sono malati, qual è l’alternativa? Lo psicologo scolastico. Cioè, oggi parlare di salute mentale ai giovani, occuparsi della salute mentale ai giovani, tendenzialmente faccio questo esempio perché è molto pratico, e stiamo anche provando a lavorare su questa roba qui, non è mettere in discussione il contesto scuola, la capacità delle scuole di produrre salute, il modo in cui le scuole sono organizzate, la cultura della scuola, la cultura della classe, i sistemi di finanziamento delle scuole, i sistemi di remunerazione degli insegnanti, cioè la scuola è un bel contesto, no? E di quello che determina la salute mentale degli studenti. Dopodiché, alla domanda e al tema della salute mentale delle scuole, la risposta è lo psicologo scolastico, che naturalmente essendo pagato dalle scuole, ha una pasta che spesso non ha molti interessi e neanche grandi capacità di mettere in discussione il sistema a monte che è ciò che determina quelle condizioni.

Ora, questo è un esempio molto concreto, molto pratico, che però interroga, e ho l’impressione, detta interrogare, la nostra capacità e la nostra possibilità di riuscire a stare con il tema della salute mentale in un modo che ci consenta di vedere al di là del sintomo. Eh, sia perché anche il sintomo, in quanto tale, è la costruzione, cioè l’ansia, eh sarà un churco, sarà una cosa di cui ci vogliamo, sarà un problema, la vogliamo chiamare così. Eh, ma noi spesso parlando di salute mentale ci affidiamo a categorie che sono del tutto archefatte, prodotte. Fino all’83, mi sembra, l’omosessualità era un disturbo psichico, no? È entrato, è uscito, grazie a Dio. Eh, il disturbo di personalità era una roba che fino a qualche tempo fa andava per la maggiore, c’è stato un grandissimo hype, eh, e poi nel corso del tempo è passato, e il nostro essere anche più attenti rispetto alla salute mentale e la nostra sensibilità è il nostro dirci che i giovani stanno male, non sono solo e solamente, non solo e solamente catturano eh le condizioni di invivibilità sociale entro cui stiamo tutti e tutte, ma catturano anche, ahimè, eh il nostro stesso incorporare i nostri e riprodurre categorie che sono che fanno parte della stessa società che ci sta facendo ammalare.

E questo è molto difficile da prendere seriamente, perché è normale dire “ho l’ansia” o “la depressione”, e tutto dire, queste cose qui ci danno l’impressione, cazzo, che ragazzi stiamo mai, tutti quanti abbiamo bisogno di uno psicologo, ma in realtà non abbiamo bisogno di uno psicologo, anzi, abbiamo forse un po’ meno bisogno di uno psicologo, un po’ più bisogno di una comunità, ma la comunità non è una roba che non c’è al di fuori, che esiste nel vuoto. La comunità siamo noi, e spesso le nostre comunità non sono accessibili, non sono inclusive, sono le nostre stesse comunità, spesso, che creano i problemi che poi le persone vivono. E noi di questo ci dobbiamo prendere, ci dobbiamo rendere conto, dobbiamo immaginare che la comunità è una cosa fuori da noi, che noi non siamo dentro una comunità, che sia possibile, che sia che possa esistere una roba che non sia la comunità.

E però è da partire da sapere che noi già siamo quella cosa lì, noi abbiamo già la risposta, noi siamo già la risposta, ma dobbiamo anche avere il coraggio di starci in una maniera che ci permette di mettere in luce le contraddizioni, in luce le contraddizioni del reale. E ad esempio, io mi sono fatto una grandissima figura poco felice parlando del concetto di cura, no? Eh, perché spesso nella salute mentale si sta, ecco, da esperto della salute mentale, anche perché sono esperto della sofferenza mentale, mettiamola così. E si tende a stare in una bolla ideologica con le parole che utilizziamo, no? Allora, oggi abbiamo visto la chi dice se siamo felici, ma va bene non essere felici, e va bene, è normale non essere felici, è giusto che non lo siamo, dal punto di vista, cioè la ricerca di felicità dal punto di vista psicologico. Adesso parlo solamente, poi so che non era questo il senso che volevamo dare, no? Ma dal punto di vista psicologico, la ricerca della felicità è esattamente quella cosa che ti condanna a non essere. La produttività, si parlava prima, e dice certamente così come l’abbiamo intesa oggi, prima, nel senso economicistico, è la morte della vita, ma dal punto di vista soggettivo, essere, divenire, fare se stesso è fondamentale, abbiamo bisogno di produrre noi stessi, abbiamo bisogno di sentirci produttivi, abbiamo bisogno di sapere che stiamo facendo il nostro destino con altri, con altri, che siamo parte di un appartenere più grande, di essere croce nella storia che si fa, storia. Questa cosa qui ci permette di realizzare noi stessi insieme agli altri, ma nella misura in cui parole come ad esempio produttività sono immediatamente caratterizzate da un valore negativo, è chiaro che poi è molto difficile stare bene, è molto difficile.

E c’è un’altra, l’ultima roba che volevo dire, adesso non so, sto veramente parlando alla vita completamente a caso. Ho chiesto prima adesso di… ehm anzi no, la penultima, per quel che sono, interamente sulle pratiche, e per cui vado velocissimo questa cosa qua. Ehm, ci ho chiesto prima Vanessa di mettere di papà, perché sono anche papà. E da quando sono diventato papà mi sono reso conto di quanto la nostra società e forse talvolta anche i nostri circoli, questo non lo so, più una provocazione che butto lì, forse per interesse tutto personale, eh riescano a immaginare e a sentire e a praticare una comunità che sia anche a misura di famiglie, in cui anche la famiglia stessa è un valore, perché all’interno di questo gioco delle culture gemole, oggi purtroppo il valore della famiglia, la famiglia è una roba che su cui siamo rimasti impicciati politicamente, per cui parlare di famiglia sembra che sia assolutamente la parola nostra, immediatamente.

Allora, io ho l’impressione che su questo sia necessario riconquistare terreno, riconquistare spazio, perché le persone non esistono da sole. E allora, noi, cioè la mia possibilità di stare bene nell’universo, cioè di sentirmi che sto facendo una vita, non è separabile, nel mio caso sto parlando di me, dalla possibilità di fare una vita anche in famiglia, anche attraverso un annuncio dell’orario lavorativo, ma anche la possibilità di attraversare spazi e di godere di politiche che possano sostenere me, a sostenere la salute dei miei figli, delle mie figlie, delle relazioni e di insegnarle che io ci posso essere. E questa cosa qui è importante. Cioè, ho l’impressione che la sparizione dell’immaginare di questa entità mitologica, in cui i discorsi sono tutti polarizzati alla dimensione individuo-società, e sparisce, insomma, è il corpo intermedio principale che è quello che ci permette di costruirci gli strumenti, sia un tema che forse vada ripreso un po’ frontalmente.

eQua/ Dove e come stiamo/ Mantova Arci Tom/ 22 marzo 2025 IMGA0208

Volevo fare delle domande. Eh, mi sento solo di rilanciarvi il fatto che da questi interventi, ma devo dire anche da molti di quelli precedenti a quelli di ieri, esce con forza questo tema del modo in cui si fanno le cose, più che del… Oddio, del fatto di farle. Ma anche di farle in questa ottica che voi avete detto più volte, che è l’ottica trasformativa, no? Cioè, non ci sono cose di cui ci si occupa a prescindere, sta nel modo in cui ci si occupa delle cose. Mi veniva in mente anche quello che ha detto Walter ieri, no? Fare politica. Ecco, occuparsi delle cose in un altro modo è un modo per fare politica.

Questo argomento che portava Matteo degli sportelli scolastici, e lo prendo perché lo conosco molto bene anch’io, è uno di questi esempi. Cioè, fare lo sportello d’ascolto a scuola non è un’azione politica. Fare lo sportello d’ascolto a scuola in logica trasformativa del contesto in cui ti trovi, o analizzare l’offerta, no? Che arriva con un’ottica, come dire, di messa in discussione del contesto, quello è agire politicamente.

Allora, io credo che se c’è una cosa, e su questo vi rilancio, che sta emergendo in modo fortissimo in questa edizione di EA, io ne sono felicissima, è che il tema politico non sono le cose, ma sono il modo in cui te ne occupi. E secondo me questa cosa qua è davvero un lascito che questo panel in particolare mi sembra che abbia messo in evidenza, ma non solo questo, e di cui io sono davvero molto felice e ci tenevo così a condividerlo. E lascio la parola.

eQua/ Dove e come stiamo/ Mantova Arci Tom/ 22 marzo 2025 IMGA0209

Faccio delle domande e mi permetto di collegare, no, perché c’è quasi una circolarità con altri interventi. Perché questa mattina Rosa ci ha raccontato come il mondo del lavoro produca separazione in una logica di produttività, di un’attitudine che cerca di formare produttori e consumatori e non cittadini e cittadine.

L’incontro successivo ha messo anche l’accento su come la paura sia il risultato di un sistema che sistematicamente non solo estrae e distrugge valore, ma spezza quei legami, perdendo completamente l’approccio sistemico alle lotte, ai problemi e alla visione del mondo, quindi alla distruzione di comunità. Ci ha raccontato esempi da tutto il mondo e lui da Torino in realtà si erano legati da un filo molto evidente.

Poco fa ci avete ricordato che, a fronte di questa paura, separazione e perdita di punti di riferimento, a quel punto il disagio viene letto attraverso il sintomo, che è quella cosa visibile che nel più breve tempo possibile deve essere ricondotta, neutralizzata, per ritornare a quel soggetto consumatore e produttore e non certo all’individuo e alla pluralità di ambiti che nella nostra vita esperiamo attraverso la socialità, la cultura, il lavoro, la maternità e la paternità, e così via.

Mi piace molto questa circolarità che si è creata e quindi volevo restituirvela anche per dire se avete domande, naturalmente su questi miei interventi, ma se nel frattempo avete avuto modo di riflettere anche su altri elementi, perché no?

eQua/ Dove e come stiamo/ Mantova Arci Tom/ 22 marzo 2025 IMGA0210

Le scienze sono nate con la transizione al capitalismo, cioè la psicologia, l’antropologia, la sociologia e l’economia, e quindi penso che ci sia un grande bisogno di denaturalizzazione un po’ di questo tipo di scienze o forse non sono scienze, non saprei, di un approccio critico. E mi sembra che un po’ questo sia il punto che emerge in questi panel. Almeno per me, è la capacità o la possibilità che insieme due piani diversi di desiderio: uno è il desiderio dell’ora, che forse è il bisogno che, nel caso della salute mentale, è l’accesso a un sostegno psicologico con gli strumenti che sono disponibili ora. E poi c’è un desiderio trasformativo, secondo me, che è il superamento, diciamo, dell’attuale inquadramento della salute mentale, che è sempre più privatizzata, come ci racconta Mark Fisher, sempre più sì, c’è una crescente individualizzazione del disagio psicologico e sociale, in un certo senso. E quindi forse l’ottica trasformativa è quella di risocializzare, però è come se questi piani, quello dell’accesso immediato e quello della trasformazione, sembrassero quasi in conflitto. Lo stesso, se vogliamo, avviene con il genere, anche se secondo me il femminismo è un po’ il movimento che ha saputo più di altri conciliare un po’ questi due piani del desiderio. E forse ritorna anche quando tu parli di famiglia: cioè da una parte un sostegno alle famiglie che abbiamo oggi, dall’altra parte forse il superamento della famiglia mononucleare. Questo avviene anche un po’ per il lavoro, diciamo: da una parte rivendicazioni nell’immediato salariali, e dall’altra parte forse la necessità di ripensare il lavoro salariato. E proprio stamattina stavo leggendo un’intervista a Katy Wicks, che è una studiosa statunitense marxista-femminista, che parla di rivendicazione utopica, anche un po’ per agganciarci poi ai laboratori che ci saranno dopo, e lei dice che il concetto di rivendicazione utopica tiene insieme una sfera della concretezza che sta dentro la parola rivendicazione e una sfera di trasformazione che è quella dell’utopia, diciamo. E quello che mi piace è che lo definisce in un modo appunto che sta nel visibilizzare le lotte che già ci sono, come diceva Ludovica, e fa riferimento a due cose: cioè, da una parte, al salario di base. Invece, da una parte, il salario di base mira a migliorare le condizioni esistenti e concrete delle persone, cioè da una parte innalzare il salario dei lavoratori che hanno un lavoro, delle persone che lavorano, perché ridurrebbe un po’ l’esercito di riserva e dall’altra parte migliorerebbe le condizioni di chi un lavoro non ce l’ha. Ma dall’altra parte, la richiesta di un reddito di base universale problematizza il concetto di lavoro salariato e, nel farlo, sblocca nuovi desideri, cioè ci pone la domanda di cosa faremo se avessimo più soldi, cosa faremo se avessimo più tempo libero, tempo liberato dal lavoro. E poi, vabbè, parla anche delle rivendicazioni per la remunerazione del lavoro domestico negli Stati Uniti, soprattutto negli anni ‘70. No, dice, quella forse è un tipo di rivendicazione utopica. E forse in questo contesto potremmo chiederci: quale può essere una rivendicazione utopica per il mondo della salute mentale? E un po’ provocativamente mi chiedo se non sia il caso di sottrarla alla scienza e alla psicologia. Se sì, come farlo? E soprattutto, come farlo in un modo che non renda mal distribuito il lavoro di cura e il lavoro emotivo, diciamo? Non so se è chiaro, grazie.

eQua/ Dove e come stiamo/ Mantova Arci Tom/ 22 marzo 2025 IMGA0211

Mi cerco di essere breve. Ritengo che la salute mentale, se la ricollego al discorso dei ricercatori e delle ricercatrici che è stato fatto prima, sia un po’ una nicchia. Abbiamo detto che se guardiamo i ricercatori e le ricercatrici da vicino sono tante persone che lottano per un obiettivo comune, ma quando ci allontaniamo sembra solo una piccola macchia sulla tela. Ecco, forse il problema della salute mentale è un po’ lo stesso: è una piccola macchia e le persone che ci sono in mezzo combattono, lottano, la vedono, ma chi ci sta fuori ha molta difficoltà a vederla. Quindi forse lo stimolo che ci potremmo dare è quello di portarlo fuori da un mondo che già conosce quei problemi, conosce quelle realtà, e quindi portarlo anche a chi in un certo senso lo ignora, anche a chi dipinge la sua tela con altri colori e non con lo stesso colore della salute mentale. E a questo mi ricollego alla comunità e al senso di famiglia che è stato sottolineato. Penso che proprio perché nel 2025 ci stiamo pian piano staccando dall’idea di famiglia come nucleo, ma ci avviciniamo all’idea di famiglia come luogo in cui si sta bene, e più che luogo, forse persone che ci stanno e che ci fanno stare bene. Mi sento di mettere la famiglia all’interno della macrocategoria della comunità, perché alla fine si parlava anche del circolo di Arci Torino. Si torna lì, perché è un luogo dove si sta bene, un luogo dove si è creato comunità. Famiglia nel senso ovviamente più largo del termine. Però, ecco, credo che il nucleo forse di quello che ci siamo detti potrebbe essere nella comunità, quindi nell’insieme di persone che possono fare la differenza per fare in modo che quella piccola macchia diventi il colore fondamentale della tela che stiamo dipingendo tutti insieme. Grazie.

eQua/ Dove e come stiamo/ Mantova Arci Tom/ 22 marzo 2025 IMGA0212

Tante occasioni in cui viene attraversato da persone che io percepisco, e questa è una mia percezione, vivono delle fragilità, delle sofferenze, e rilancio a voi un po’ l’interrogazione che a volte mi trovo a fare io, ovvero, sì, la comunità, la relazione è la risposta forse ad una necessità che poi diventa nell’esperazione una sofferenza grande. Come si diceva, tante persone forse non hanno bisogno dello psicologo, hanno bisogno di una rete, o forse anche, forse è più preciso, magari hanno anche bisogno di una rete. Come facciamo? Io non sono un’esperta della sofferenza delle persone, non sono una terapista, io ho studiato arti visive, io intercetto un bisogno, però nella mia vita, nella mia contingenza, non ho delle risposte. Come faccio a non banalizzare il confronto con chi invece arriva nel mio spazio e lo attraversa e chi ha detto che è lì e viviamo insieme questa dimensione? Come faccio a non banalizzare l’arrivo di queste interrogazioni che però io percepisco e percepiamo? Come faccio a non appiattirle nel dire ‘vabbè ma stiamo insieme e risolviamo’? Perché chiaramente da una parte poi invece si innestano altre necessità, sicuramente una risposta che noi ci diamo è quella di interrogare le persone giuste che noi conosciamo, le reindirizzare eventualmente. Però, come si fa a non banalizzarlo? Come evitare di fare la psicologia spicciola, non so come dire. E niente, rilancio, non lo so, magari non c’è una risposta precisa, è un’interrogazione che vivono anche altri spazi. Grazie.

eQua/ Dove e come stiamo/ Mantova Arci Tom/ 22 marzo 2025 IMGA0198

Vicino a noi e parlerà molto della mia città, che è Torino. Eh, io a Torino sono nato, sono cresciuto, ci arrivo ancora adesso. È una città in cui proprio le dinamiche di paura si vedono molto anche e di una città che è al centro della tradizione ecologica, o meglio, del fatto che non si faccia la tradizione ecologica, di quella non fatta. Torino è una città industriale, come sappiamo tutti, ha avuto la Fiat, ha avuto molte industrie, intorno c’erano comprenti per le automobili, ha avuto l’IDE, anche i miei genitori hanno avuto diverse fabbriche fino a poco fa. Ora qualcuno ha deciso di fare morire queste fabbriche in maniera lenta ma inesorabile, e quello che resta adesso sono tantissimi scheletri di industrie vuote e abbandonate, e una città che sta perdendo una buona parte della sua identità.

E in tutto questo, appunto, vediamo come si continua, no, da parte della destra, parte di molti politici, a investire sul fatto che la tradizione ecologica e il green che appunto è solo una minima parte della tensione ecologica, tensione ecologica che ha a che fare con molte altre cose, non solo con i green. Togli lavoro alle persone, penalizza l’Italia. Io vorrei chiedere a queste persone qua, ma anche a chiunque magari voi incontriate, di venire a Torino per vedere questa cosa di cui vediamo chiaramente come sia l’economia fossile che sta strangolando una città che il processo di globalizzazione, appunto, ha permesso ai grandi industriali di delocalizzare tutto all’estero, di portare la sede fiscale in Olanda, di portare le industrie in Polonia e in Serbia, di lasciare di non lasciare più nulla. E con questo dogma allucinante che lo stato devastare l’economia, che vuol dire anche che le persone devono astenersi, devono decidere come va l’economia, perché chiaramente le tende non hanno nessun controllo democratico, ha fatto sì che una totale assenza di politica industriale andasse via tutto.

Andasse via tutto e, appunto, quindi vediamo appunto come sono andate via, sono andate via le industrie in Serbia, in Polonia, ma è rimasto l’inquinamento. Torino è una delle città più inquinate d’Europa, Torino è una delle città con il più alto numero di malattie nei mille abitanti, dove si fa fatica a portare il minimo cambiamento nella struttura della città, perché non appena uno inizia a fare una rete ciclabile, una cosa preferenziale, vediamo che sembra quasi che la città si sia completamente fermata. Vediamo molti giornali anche attaccare delle scelte del Comune di Torino, minimali nel modificare un po’ la mobilità cittadina, che sono appunto largamente insufficienti, sono attaccati come ostacolo alle persone che si muovono. Chiaramente le persone si muovono in macchina, non ci sono altre alternative in questo.

E, appunto, quindi vediamo chiaramente come sia l’economia fossile che ci sta portando a restare indietro, a restare affossati in una città vuota che inizia a investire solo in grandi eventi, in eventi che portano a un lavoro precario stagionale che non portano una vera ricchezza al paese e alla città. E in tutto questo, in tutto questo contesto, appunto di isolamento, di localizzazione, in cui si dà, appunto, continua a dare anche Torino, già sta rendendo conto un po’ di più, ma comunque si continua a dare colpa al Green New Deal, alla tradizione ecologica. Vediamo come invece c’è un’altra opportunità di lavoro, no? Cos’è? L’industria delle armi, no? A Torino abbiamo la Leonardo, che è un’industria che continua a crescere, continua a tenere profitti record, continua ad assumere, ma continua proprio, continua ad espandersi, continua ad aumentare il numero di occupati. E, appunto, vediamo come in questo contesto assurdo ciò che prevale è sempre la questione del, appunto, continuo a dire, il fatto che tutto questo avviene con il palo della maggior parte dei partiti di centrosinistra europei, che sono d’accordo all’aumento delle spese militari, fino a 800 miliardi proposto dalla Commissione Europea, che è una cosa allucinante, che appunto ricorda molto la prima guerra mondiale, dove tutti i paesi si sono armati fino ai denti e poi a un certo punto, guarda un po’, è iniziata una guerra mondiale.

E, appunto, continuando a ignorare il passato, pensa appunto che chiunque non pensa che la difesa sia importante è un ingenuo, una persona che vive nel mondo dei sogni, pensando che si può vivere senza armi, quando in realtà è una chiara idea politica di un mondo diverso, quello di vivere senza armi, ed è molto, molto, molto, molto realistica. Questo sistema sta sparendo. La tradizione ecologica è una cosa ormai secondaria, e quando invece era una cosa più importante. Qualche anno fa si diceva che non ci sono i soldi, che ci sono vicoli, che sennò l’economia crolla, che sennò si fa inflazione. Adesso ci vuole un attimo per mettere la spesa militare fuori dai vincoli di bilancio, fuori da ogni vincolo economico.

Appunto, appunto, in tutto questo scenario un po’ desolante che la mia città sta vivendo in questo momento, io sento molte persone, appunto, parlare del fatto che le cose ormai non mobilitarsi, che ormai scendere in piazza, fare politiche, fare i movimenti non serve a nulla, perché tanto non cambia nulla, e che chi ci ha provato, per poco, dice “Sì, io ci ho provato, ero fatto, ma in realtà non cambia nulla”. Ehm, questo a me fa molto arrabbiare, in realtà. Io sono convinto, invece, che è proprio il contrario. È proprio perché non si scende in piazza e non si fa comunità che non cambia nulla. E da quando abbiamo smesso di fare un’azione politica rilevante in Italia, da allora che tutto il mondo, in Italia, le cose vanno malissimo, e siamo tutti isolati, siamo tutti depressi, vedendo il mondo che va all’opposto di quello che qualcuno vorrebbe.

E appunto io, in questo contesto della mia città, che vivo molto sulla mia pelle, anche trovo molto, appunto, una cosa per cui chi resta a fare politica è visto come, o comunque che magari ancora cala, che tutto si pensa sempre tra i giovani. No, come c’è molto scoraggiamento, c’è molto dire “Sì, ma tu come fai a tutte queste energie, come fai a avere questa voglia, quando in realtà non cambia nulla, quando in realtà non c’è più niente da fare?” E, appunto, la cosa assurda, no, è che in questo contesto, chiaramente, viviamo molto neoliberali, individualisti, c’è sempre una questione per cui tutte le risorse personali devono solo venire dall’individuo, no? Cioè, c’è chi magari ha il mito di chi ha una routine straordinaria, mattino alle 5:00 del mattino, i venditori straordinari, per meditazione sono mediamente produttivi perché vendono presto la mattina, routine perfetta, eccetera. Ma appunto, in tutto questo contesto di salute mentale, personale, viene in realtà ignorato proprio il grosso elefante nella stanza, che noi siamo abituati a vivere in gruppo, storicamente, ed è la comunità. È la comunità che manca, le forze per cambiare le cose, ma anche per stare bene, appunto, abbiamo visto come si dice: ci siamo felici. Questo è un titolo di questo festival. Quindi anche la salute mentale è al centro di questo dibattito, ce la porta comunque, quindi sia assolutamente personale che proprio la collettività e la politica non hanno a che fare semplicemente con il me.

Mi ricordo che quando è andato su, fora, molto una cosa sì, adesso abbiamo le borracce, non le bottiglie di plastica, no, non è questo che vogliamo. Non vogliamo che le persone cambino il loro stile di vita personale, solo quello che hanno stile personale tutto cambia. Non vogliamo che le persone che continuano a inseguire, appunto, questo modello produttivistico in cui più fai parlato prima, meglio stai, invecchi, più fai, più sei figo, più fai, più sei un grande. Investi, appunto, solo nella produttività personale, nel stare bene da solo, a se stessi, ma questo non funziona. Non è fare la routine svegli alle 5:00 del mattino o fare meditazione che ti fa stare meglio. Cioè, che ti fa stare meglio è costruire comunità. Ed è questo che abbiamo vissuto sulla nostra pelle personalmente, quando il movimento per il clima è nato, 5-6 anni fa ormai, 5-6 anni fa, è nato e ci siamo, appunto, resi conto che da come isolati e soli eravamo noi nelle nostre preoccupazioni sulla crisi climatica, ci siamo accorti, appunto, che c’erano un milione di persone che stavano come noi e che insieme, insieme, abbiamo riportato la crisi climatica, abbiamo portato, perché non era mai stata prima, abbiamo portato la crisi climatica al centro del dibattito in Italia per fatto comunità.

Ci siamo resi conto, appunto, di quanto questa cosa qui sia fondamentale e sia davvero forte per darti potere e renderti conto di cambiare le cose. Più vedi la paura. Prima si parlava spesso del fatto come spesso la paura, l’ho visto anche sulla mia pelle, va sempre a braccetto con l’isolamento. Più le persone sono isolate, più hanno paura. Meno c’è comunità, più hanno paura. Più hanno paura, più hanno paura di fare ogni minimo cambiamento, di modificare l’economia, di investire in una città diversa che sia misura di persone e non sia misura di automobili, di investire nella transizione ecologica. Queste sono cose correlate. Più vediamo come aumenta l’isolamento, più aumentano i voti anche della destra, di chi ha paura, di chi investe sul restare qui, perché faccio un passo là. Se male sto malissimo, se male cosa succede?

Appunto, ed è comunque in questo contesto che noi abbiamo pensato, da quasi Torino, di creare appunto un centro, lanciando antichi, dove quello che facciamo appunto continuamente è stare assieme, di creare comunità politiche, di mettere insieme momenti per il clima, di fare la solidarietà, la lotta per il clima, l’ultima generazione, di fare un luogo che sia di discussione e di conoscenza, di esperienze nuove, come potrebbe essere questo festival, come può essere appunto la formazione politica che è importantissima nei movimenti, ma che anche proprio semplicemente lo stare insieme senza per forza fare qualcosa, è quello che moltissimo ci motiva e ci fa sì che ci siamo ancora e crediamo davvero che un cambiamento è possibile e che queste cose qua vengono solo quando le persone si mobilizzano in una massa necessaria e sufficiente per cambiare davvero le cose, per cambiare il sistema economico che alla fine è la nostra richiesta, perché non vogliamo chiaramente solo cambiare le bottiglie di plastica, pizza, ciclabilità, senza appunto ripensare il modo in cui produciamo quello che consumiamo e come e come alla fine anche lavoriamo.

Quindi appunto in tutto questo vorrei ricordarvi quanto appunto sia importante far ritornare lo stare insieme, la comunità, come una cosa di moda, e che sia davvero quella la cosa, e non l’essere produttivi, svegli alle 5 del mattino o avere sempre qualcosa da fare di continuo, perché alla fine vediamo chiaramente, proprio dati alla mano, come noi spesso si parla di transizione ecologica, si parla di tecnologie nuove, no, nucleare, adesso sembra la soluzione a tutto. Si parla del fatto che ci vogliono degli impianti di cattura di carbonio, che spesso si investono nelle petrolifere, si parla appunto di come si sta lavorando, la visione come si fa il muro di confini, la visione ecologica che lascia fuori metà della popolazione della terra come i migranti. Non si fa nessuna riflessione mai su quelle che sono veramente le disuguaglianze della povertà, che si avviene solo ripensando il modello economico, che si può dare al nostro paese senza sentirsi rassegnato a dire che non serve niente pensare che un cambiamento è possibile

eQua/ Dove e come stiamo/ Mantova Arci Tom/ 22 marzo 2025 IMGA0199

E se qualcuno ha delle domande, delle osservazioni o delle riflessioni, magari anche a partire dall’ultima testimonianza, ci ha raccontato come il contiki può essere una pratica permanente di resistenza, di immaginazione, di tentativi di incidere sulle trasformazioni senza appunto arrendersi. Sono sicura che tante e tanti di voi sono alle prese con altrettante pratiche nel loro territorio o avete altre riflessioni su questa scia. Ci inizia…

eQua/ Dove e come stiamo/ Mantova Arci Tom/ 22 marzo 2025 IMGA0201

Non è tanto luoghi in cui vedersi assieme, ma luoghi di aggregazione fuori dalle logiche di mercato, perché se uno pensa a discoteche, pub, bar, eh, luoghi ce ne sono tantissimi, ma il punto è un luogo in cui non si lavora, che non è un luogo di lavoro e in cui non si spende, in cui si trasforma assieme. È dura da trovare, adesso magari nei paesi, che magari è un po’ più facile perché ci sono le piazze, magari in realtà più piccole, ma a Torino è molto più difficile trovare un posto del genere. Quindi appunto, quello che noi vogliamo proprio davvero investire, abbiamo visto che è molto utile, è proprio avere un posto in cui non devi pagare per stare insieme. Non è come andare al cinema, che è bellissimo, certo, voglio farlo anch’io, non è come andare al bar, ma è proprio un luogo in cui tu sai che là c’è sempre qualcuno e se vai, non ti chiedono la birra per forza o fare attività che richiedono i soldi. Questo secondo me è molto importante. Dopodiché, appunto, la questione è sempre una questione di come dire, ‘uno non ha tempo, non c’è parte’, ma quello è quello che ha a che fare col capitalismo in generale di cui si parlava prima, e questo ha a che fare con il macro, cioè se la struttura del sistema economico prevede che ogni minimo minuto deve essere monetizzato, deve produrre qualcosa, e addirittura il tempo libero, grazie ai social, ora è monetizzato, perché? Perché pure quello, no? Ma poi, quando uno si rilassa, è monetizzato, qualcuno ci sta guadagnando. Allora ecco che chiaramente vediamo quello che è, c’è un isolamento delle persone che continua a aumentare, aumenti di casi depressivi, aumenti di… la pandemia non ne parliamo, ma comunque nella metà questa cosa qui è molto comune, no? Quindi appunto, quello che noi possiamo fare dal piccolo è proprio costruire un luogo, uno spazio, in cui è possibile andare anche solo a riposarsi, a chiacchierare, a parlare di nulla, a non so, a leggersi un libro, ma insieme, no? Ma che non sia isolato. Se questo anche fosse andato bene nel nostro caso con Micki, perché alla fine chi viene a fare attivismo magari vuole iniziare a farlo perché crede nella causa climatica, perché gli fa arrabbiare che il mondo vada a rotto, ha visto un’alluvione di continuo in Italia, adesso ho visto in Toscana un’altra violenza di continuo quasi ogni mese. Quindi questo qui va detto, il motivo per cui entra, ma il motivo per cui poi resta è perché c’è una comunità bella che ha trovato, perché è bello stare lì, e appunto, secondo me, questa cosa puoi investire nel creare degli spazi che sono fuori dal mercato, in cui è possibile semplicemente essere e non fare. Questo è quello che manca e non spendere.

eQua/ Dove e come stiamo/ Mantova Arci Tom/ 22 marzo 2025 IMGA0202

di sostanza no parlavamo dell’importanza del è già qui è ora quindi come se mi dissi che non è possibile esiste E credo che ci sia anche un’altra dimensione culturale appunto tu diceva la difficoltà dell’incontro Ehm io la l’ adesso l’ho percepita molto c’è un terrore enorme del giudizio degli altri e parlando anche dei fenomeni di virazioni climatiche o di guerra che arriva e aveva uno status sociale nel nel suo paese in un modo oppure nell’altro e arriva quasi sempre addosso sguardo o di disprezzo o di compassione non di considerazione E ho parlato con tanti ragazzi che preferiscono dormire per strada che essere ospitati da qualcuno a volte perché è difficile È difficile quando sei in una condizione di precarietà di vulnerabilità aprirsi con il rischio di subire ancora delle ferite profonde e che è una dimensione fortissima sull’esercio delle migrazioni e anche sul sistema dell’accoglienza che per carità sta facendo acqua da tutte le parti ma uno dei più problemi più grossi è che cura quasi sempre solo le ferite più visib Poi se stai in piedi vai avanti Ma avete mai pensato alla terribile nostalgia di casa io ho studiato all’estero che avevo io la terribile nostalgia di casa di qualcuno di qualcuna che bene o male nonostante venga da una situazione terribile non riveda più la sua terra tutto quello che è rimasto della sua comunità e si trova in una comunità che è completamente avulsa al suo modo di esistere con cui non sa come comportarsi E dall’altro lato noi non sappiamo come comportarci e quindi c’è una difficoltà di fondo che costruisce delle barriere invisibili che si aggiungono a tutte quelle invece perfettamente visibili del clima politico odierno Questo sono un esempio spinto all’esasperazione di quello che succede però anche all’interno di tutte le comunità c’è sempre più questo sentore che più mi apro e sono disposto anche a mettermi in gioco in discussione più sono vulnerabile Perché effettivamente è vero in un’epoca della battaglia delle idee se io inizio a dire la crisi climatica è emblematica no il problema della scienza che dice sì è probabile al 90% 99% i allora non sei sicuro no non sei sicura Quindi se non sei deciso decisa radicato radicata nelle tue possessioni è come se perdessi credibilità per certi versi se fossi più fragile più vulnerabile ma in questo modo si creano muri alla fine e trovare questo giusto equilibrio tra definire la complessità di cui siamo parte cioè non c’è un tutto sbagliato non c’è un nero ma guardatevi intorno quanti colori e quanto coraggio ci vuole a riconoscere questi colori e tutte le sumature che ci sono il giorno d’oggi ce ne vuole tanto ma educare la complessità e smetterla anche di chiedersi qual è la priorità la giustizia sociale e la giustizia climatica Non c’è l’una senza l’altra questa interconnessione delle notte se così vogliamo chiamarla dei fenomeni ma anche delle soluzioni che diventa poi l’interconnessione delle relazioni è la chiave rivolta di tutto quanto Se non riusciamo a mettere a sistema e su questo torno è fatto secondo me tirato fuori il cuore la comunità no è tutto tutto relazione Io credo veramente fermamente che l’unica cosa che può tirarci fuori da questo pantano sia la forza dei legami e il coraggio di costruire legami e relazioni dicevano nel panel di prima trovare le somiglianze nelle differenze costruire anche nuove strade condivise comuni relazioni fra di noi relazioni con il pianeta con ciò che ci circonda conoscere ascoltare e capire perché difendiamo solo ciò che amiamo e possiamo amare solo ciò che conosciamo Se non riusciamo a andare in questa direzione veramente a costruire relazione non so che altre strade possiamo trovare Quindi grazie per questo punto essenziale

eQua/ Dove e come stiamo/ Mantova Arci Tom/ 22 marzo 2025 IMGA0203

…allora siamo proprio gli sgoccioli quindi il tempo sta finendo se non ci sono altri contributi penso di no quindi io ringrazio Sara ed Edoardo e lasciamo lo spazio al prossimo panel grazie bra…

eQua/ Dove e come stiamo/ Mantova Arci Tom/ 22 marzo 2025 IMGA0213

…il più difficile Infatti te lo lascerò di nuovo ti lasci più difficile No non è vero però E insomma sono sicura io non sono psicoterapeuta e sono sicura che nonostante Insomma mi interr da tanto tempo su queste cose da una prospettiva antropologica Quali sono Sono un antropologa mi interesso l’antropologia medica Eh è anche giusto ogni tanto dare parola a CH già conoscere le tecniche e gli strumenti più mirati diciamo E quindi eviterò di scollo chiare su cose che non soo ehm rispetto alla primo primo intervento di cui ti ringrazio molto per ho trovato molto interessante penso che tu abbia un po’ toccato il punto Il punto è sì Cioè tu hai chiesto quale potrebbe essere il come formulare questa rivendicazione un topic rispetto al tema della salute mentale e anche qui non lo so Non ho idea penso che non lo sappia nessuno nessuna di noi penso che ci sia una costante tensione verso il punto che tu hai buttato sul tavolo e penso che la cosa più importante che possiamo dirci onestamente è che dobbiamo guardare in faccia questo punto Anche se non abbiamo ancora capito come si fa però tendere verso quel punto lì penso che sia già una buona parte di soluzione e sicuramente come dicevi tu quindi insomma ripeto un po’ la cosa che dici ma Credo profondamente è che c’è un grande bisogno di visibilizar la sofferenza che come dire è il desiderio sul breve termine no anche per esempio il bisogno di categorie diagnostiche che identifichino la nostra sofferenza il nostro bisogno di vedere quella sofferenza per un nome per esempio no una categoria ma dall’altro lato è molto importante tenere l’orizzonte utopico del superamento della psicologia della diagnosi Secondo me cioè per me è un’attenzione reale Cioè una cosa in cui credo veramente e so anche che non siamo tutti e tutte d’accordo su questo e forse anche uno dei motivi per cui mi interesso salute mentale è che mi sembra che rispetto ad altri temi ci sono poche CTE facili no eh Cioè ci sono tanti dubbi aperti e sono dubbi di cui dobbiamo parlare che dobbiamo sviscerare quindi insomma trovo che sia anche molto interessante essere qua a parlarne quindi sì tenere un po’ insieme la necessità di di visibilizar le cose di chiamarla sofferenza Insomma con il nome giusto e dall’altro lato però poi liberarsi che non è neanche un momento successivo è il momento stesso quasi come se queste due tensioni andassero di di pari passo No cioè quindi vedere quelle Ca lì chiamarla col nome giusto Mao stesso tempo però trovare categorie nuove che non siano appaltate alla in questo caso Us psichiatria non psicologia psicoterapia solo anche per riportarmi un secondo sul punto che per me è importante cioè che quando parliamo di diagnosi di categorie diagnostiche diciamo stiamo ci stiamo riferendo ad un mondo che è quello diciamo della ST della psichiatria e delle sue categorizzazioni e Qua abbiamo un po’ mescolato ma per questione di tempo di di modalità istitutive eccetera Eh quello che è il mondo della psicologia della psicodinamica della psicanalisi eccetera e quello che invece è quello della psichiatria e abbiamo parlato di supporto psicologico Quindi ci stiamo muovendo del mare della psicologia è anche importante ricordarsi eico al secondo intervento quando tu dicevi la necessità di portare fuori No ehm per comunità che non conoscono è anche importante Ricordarsi che la psichiatria è anche cioè ha una storia di violenza repressione fione legamento importante Cioè non possiamo far finta che questa cosa non sia così E questa storia in realtà succede ancora adesso cioè nel senso che ancora adesso la sia lega e quindi è anche importante nel momento in cui sempre per tenere queste dotte pensioni nel momento in cui proponiamo dei modelli di cura rivoluzionari innovativi relazionali eccetera Ricordarsi che è anche sempre importante tenere anche in mente il tema del potere che è anche una cosa molto importante Tra l’altro io penso che la cura cioè l’altro da cura se sempre il potere anche quando la cura È buona e quando un potere buono e quindi insomma il potere è anche un tema Insomma importante da inovare all’interno di questo discorso e niente grazie grazie…

eQua/ Dove e come stiamo/ Mantova Arci Tom/ 22 marzo 2025 IMGA0213

…ultima prime domande poi provo a un po’ delle altre come sottrarre la salute mentale dal tema della psicologia ecco questa è proprio la domanda per cui tutte le volte che parlo di salute mentale non so da che parte sbattermi perché esattamente mi sembra quello che sotto dall’alveo dello scetticismo come dello dello scentismo e del tecnicismo che da un certo punto di vista significa anche reinserirlo nell’arveo della politica cioè come inserirlo nell’alveo del di degli interventi che possano essere collettivi che eh cambino le condizioni di vita delle persone e non semplicemente degli individui i quali eh ne compreso eh però purtroppo in questo sistema sociale usano spesso le categorie della psicologia della psichiatria eh molto privatizzate molto private per dare un senso ed esprimere la propria sofferenza questo perché ogni tanto eh perché in un sistema che è assolutamente la la negazione dell’umano eh spesso permette di essere visti e di vedersi e di rivendicare la propria esistenza solo attraverso la sofferenza e alla diagnosi il tema però penso sia noi possiamo chissà come possiamoarre la la salute mentale dall’albero del tecnicismo forse proprio denaturalizzando anche i modi attraverso cui la sofferenza ci arriva e adesso dal punto di vista dei tecnici e cioè è un’ottima domanda come fare a non banalizzare che sta proprio insieme al come fare a non naturalizzare cioè come fare a non per dare per assodato che ciò che ciò che una persona mi chiede sia esattamente ciò che mi chiede io da questo punto di vista e cioè lo psicologo e in questo caso che vuol dire non darglielo mai o dire ‘No guarda una cazzata tu non hai bisogno di un psicologo’ questo no eh però significa forse e e qui lo dico dal punto di vista di noi che come comunità spazi e magari anche qualche professionista si trova a dover rispondere a questa domanda che arriva sempre più configurata attraverso questo lessico queste categorie questa sensibilità ehm provare a fare un un movimento che forse un pochettino diverso da quello che riportava la la compagna nel primi interventi cioè io non credo che ci sia ci sia possibile praticamente disgiungere tra il bisogno dell’ora nell’accesso e un bisogno più ampio trasformativo che viene un in un momento io ho l’impressione che in ogni momento anche una presa in carico può essere di per sé trasformativa anche una presa in carico può da una parte aiutare a cambiare gli approcci dominanti e insomma la presa di incarico dall’altra parte può anche aiutare a coscientizzare a far rendere conto a le persone che forse ciò di cui hanno bisogno non è solo uno psicologo forse se stanno male quelli che ci arrivano non psicologo naturalmente perché sono già lì c’è già un sacco di soluzione sociale però quelli che ci arrivano aiutarli a a capire profondamente a sentire che forse quello con quel tipo di lavoro si ha potere fino a un certo punto forse ci sono delle battaglie piante che vanno combattute da fuori e in questo modo anche insieme anche in uno spazio che non sia quello clinico se dicente neutrale eh provare a aggredire quelli che sono i punti perché un conto come la pensiamo la solutà un conto anche come cioè cosa cosa come comunità siamo in grado di fare per concretamente migliorare le condizioni eh di strutari io in realtà tutto quello che abbiamo detto oggi lavoro per la salute mentale e e da un certo punto di vista questo penso che sia molto importante riconoscerselo no grazie…

[Testo ottenuto dagli stagisti della Castellini di Como a ecoinformazioni].

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