Testi video/ eQua/ Enoiche resistenze/ 22 marzo 2025

Testi di tutti gli interventi svolti nell’incontro di eQua a Palazzo Soardi di Mantova il 23 marzo 2025 a cura di Livia Corti, servizio civilista nel ricorrente anno. I testi NON RIVISTI DAGLI AUTOR3 sono stati ottenuti da trascrizioni automatiche e migliorati con intelligenza artificiale. I numeri alla fine dei titoli si riferisco ai video pubblicati nel canale youtube di ecoinformazioni. Guarda i video.
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Eh insomma, qualcuno sta arrivando. Benvenut3 a tutte e a tutti, questo è l’appuntamento di Enoiche resistenze, che è un po’ un format di vertenze e realtà enologiche. Nasce in Toscana, lascia un po’ il meeting internazionale antirazzista, che è un altro appuntamento che fa Arci nazionale e sul tema dell’immigrazione. Nato appunto qualche anno fa, ormai sono diversi anni, ed è un appuntamento che ci serve per fare un ragionamento un attimino più complessivo, che è il tema del vino. Il tema del vino è un tema legato al paesaggio, è un tema legato alla cultura contadina, all’antropologia culturale, alla definizione delle comunità stesse, al tema della gentrificazione, degli spostamenti, dei margini. Cioè, nascono davvero delle esperienze interessanti, molti sono anche giovanili. Questo è quello che ci fa molto piacere, soprattutto in questa fase dove c’è veramente un salto generazionale. Il mondo del vino ha avuto 20 anni di rappresentazione, di narrazione fortissima, una bolla molto molto grossa che ora si sta asciugando. Eh, è un tema un po’ come la memoria, no? Se ne parlava prima anche con Danilo, c’è proprio un salto appunto dell’osmosi dei saperi, dell’osmosi della memoria fra le generazioni precedenti e queste. È lo stesso per quanto riguarda il vino, però all’interno di questa bolla che si sta asciugando, in realtà ci sono delle potenzialità giovanili e non solo, che invece ci stanno raccontando un’altra storia. Ci sono le grandi corporation del vino che stanno ricostruendo praticamente i feudi altomedievali, le curtis. Queste rove di accentramenti nella dimensione dell’agrobusiness, ma nello stesso tempo ci sono delle vertenze, soprattutto giovanili, molto interessanti nella definizione, per esempio, dei terroir. Questo concetto francese molto molto ampio, dove dentro ci sono le dimensioni morfologiche di un paesaggio, c’è la parte appunto della sapienza contadina, le condizioni climatiche, eccetera. Tocca a noi a questo punto, per cercare di ricucire questa frattura appunto transgenerazionale e immetterci in questa definizione di terroir, eh, delle definizioni nuove, no, degli approfondimenti nuovi, soprattutto sul tema delle potenzialità sociali. Ci sono disuguaglianze, il tema ecologico, appunto, sono le disuguaglianze. E ci sono delle disuguaglianze nelle piccole comunità, ci sono delle disuguaglianze anche ampelografiche, cioè all’interno dei vitigni stessi. In questi anni qui c’è stata la globalizzazione del gusto, perché la globalizzazione non è passata attraverso solo i cibi ultraprocessati, è stata fatta passare anche attraverso le dimensioni appunto enologiche dei vini. Quindi queste dimensioni gusto-olfattive tutte uguali, vanigliate, facili, semplici, no? E invece c’è bisogno appunto di, come dire, di accorciare questo gap e questa disuguaglianza anche fra questi vitigni internazionali che sono arrivati e i vitigni minori che ormai sono scomparsi, ma che hanno origine molto antica, no? Lì nel vecchio, nella storia naturale ci racconta, no, di una moltitudine di vitigni differenti che ridisegnano il paesaggio, ridisegnano proprio delle dimensioni comunitarie e lì, insomma, queste marginalità qui bisogna lavorarci in questi anni. Quindi con Noe Resistenze abbiamo cercato di raccontare un po’ di vertenze e realtà. Per esempio, l’anno scorso abbiamo invitato questo vignaiolo, Desiré, del Burkina Faso, che è un atto politico che arriva praticamente negli anni ’90 nel Monferrato. Poi, a un certo punto, fa il bracciante ma decide di impegnarsi nella zona del Candia, qui nella zona della Toscana, Imperia, su vecchi vigneti terrazzati. Eh, voi vedete un ragazzo del Burkina Faso che si mette lì, rimette in sesto tutti questi vigneti a secco che tenevano appunto il territorio e li rimette in opera. Eh, fa un lavoro sulla ricomposizione dell’antica ampelografia e comincia appunto a vinificare e poi, a un certo punto, porta queste barbatelle toscane molto vecchie e le chiappa e le porta in Burkina Faso. Pensate, no, questi vitigni antichi che finiscono nel Burkina Faso. Ecco, questa… oppure abbiamo raccontato la vite del fantino, la vite del 1600 sull’appennino bolognese, dove anche lì praticamente siamo riusciti a ricomporre un vecchio schema. Oppure i vini biodinamici del Castello di Rampolla, che costano appunto 150 euro. In un’occasione me li sono fatti regalare, perché la proprietà era un’amica. Perché loro cosa facevano? Nel Chianti classico, al posto di trasformare i loro borghi nella tenuta in resort cinque stelle, li risistemavano sì, e poi li davano praticamente ai ragazzi che venivano dall’oltre mondo e lì gratuitamente. Ecco, al posto di questi resort a cinque stelle, a 500 euro a notte e così via, insomma. Ecco, quindi vini da cooperative sociali, vini resistenti e quindi con Danilo, che è il presidente del circolo Arci Terra e Libertà, insomma, ecco, che si occupa di critica al vino, con la Raffaella Melotti, docente di materie monografiche di economia alimentare, eccetera, abbiamo deciso di individuare appunto in questi ragazzi di Mater, che è un po’ il nome in dialetto, no, il tralcio che tiene l’uva. Insomma, che è un lavoro davvero fantastico, ce lo racconterà lui dopo. Ecco, quello appunto di rilavorare sul muretto a secco, sulla vecchia ampelografia, su vini che ridisegnano appunto il paesaggio e le vecchie morfologie, e abbiamo deciso appunto di raccontare i vini loro. Eh, che in questa serata appunto saranno tre. Io intanto mi fermo qui e passo la parola a Danilo e… presentati Stefano, presentati. Ah, io? Ah, ma io sono dell’Arci, Arci Toscana, insegno anche enografia, materie enografiche, eccetera, insomma. Ecco.
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Stefano, quando ha detto che nel nostro ARCI si è sviluppata anche negli ultimi anni questa esperienza, ci siamo incrociati adesso noi. Io rappresento, prima ero presidente, adesso ho lasciato, perché tutti i nostri, io lo dico sempre a tutti, il nostro circolo di Arci Terra e Libertà, che si chiama quest’anno anche Enoteca Popolare, non è fa… Io sono l’unico diversamente giovane, sono tutti giovani sotto i 45 anni, non c’è nessun altro tra i volontari, no, oltre il sottoscritto. Però, ecco, il nostro circolo, come diceva lui, era nato invece sulla scia, diciamo, del Critical Wine. Non so, vedo molti giovani, quindi non possono averlo vissuto nei primi anni di questo millennio a Milano, su un suggerimento di Luigi Veronelli. Si sono incontrati, no, i centri sociali e tante altre persone con tanti vignaioli, no, e hanno ideato, per essere sinceri, il primo Critical Wine, che era svolto a Verona alla Chimica, no, e poi dopo, nel 2003, poi nel 2004-2005 è stato… dopo, purtroppo, Veronelli è mancato e non ha più potuto proseguire come Critical Wine a Milano, ma adesso si chiama La Terra Prima. Però ha generato, no, tanti Critical Wine nel territorio, soprattutto dell’Alta Italia. Eh, c’è a Genova, c’era nel… nella Spezia, no, nelle Cinque Terre, c’è in Valsusa, a Monza, ci sono tanti, e tra cui Como, no? Il nostro Critical si era formato nel 2006, no? Eh, quindi ormai sono parecchi anni, no, che noi facciamo, eh, organizziamo tutti gli anni ai primi di maggio quello che è il Lario Critical Wine. Che cos’è? Eh, esattamente, no? È dare la possibilità ai viticoltori, no, di portare i propri prodotti, ma anche di creare delle relazioni, no, tra il produttore e, eh, noi che non mi piace chiamarmi consumatore, perché lo sento un po’ americano, no, e questa coproduzione. Infatti, noi a fianco alla nostra attività, no, noi tutti gli anni diamo anche un tema, no? Quest’anno il tema è “qual è la tua resistenza?”, no, per legarlo anche alla memoria, eh, mantenendo comunque questo discorso, questo tema forte, che era quello di creare queste relazioni. Questa sera abbiamo un vino naturale, no? Ma i vini naturali, per me, non sono soltanto, eh, una, un’espressione semantica, oppure una, una caratteristica organolettica, oppure come se usi, quali concimi chimici o non chimici usi. Cioè, è sicuramente tutto questo, no, però è anche qualcosa che crea relazioni tra le persone, con l’ambiente, con il produttore, perché noi, eh, vogliamo, eh, con il piccolo produttore, che è più un contadino che un agricoltore, no, cioè nel senso di dire, è più qualcosa che fa per sé, per gli altri, per la comunità, certamente per vivere, eh, ci mancherebbe altro, dico così, che per tendere al profitto. Dove lì c’è un altro tema, c’è un altro spazio, c’è un mondo. Se andate al Vinitaly, trovate altre esperienze, eh, ma noi, adesso, io non voglio star qui a criticare il Vinitaly o altre esperienze. Parliamo delle nostre, che nelle quali crediamo, nelle quali noi vogliamo crescere, facendo crescere anche, eh, i viticoltori, no? Dando spazio a loro, facendoci conoscere, e devo dire, guardate che noi lo facciamo tutti gli anni, salvo il Covid e qualche anno che c’è stato qualche momento di crisi, perché è base volontaria, no, il nostro lavoro. Però vedo che ha dei momenti veramente interessanti, perché io vedo che quando la gente parla, il produttore parla, eccetera, si creano delle relazioni che talvolta durano anche anni. Noi abbiamo anche queste esperienze, no? E, eh, questo è positivo. Allora, concludo, eh, perché altrimenti… si parla tanto, cioè il vino si fa non con le parole, ma con l’uva, no? Quindi io direi, eh, a questo punto che passo la parola a Giuseppe, no, che è… lui era venuto da noi, no, perché, ecco, un altro aspetto importante, perché c’è anche un progetto sociale dietro questo. Ma io l’ho visto in tantissimi produttori, cioè dopo, lui esporrà quello che ha fatto lui, ma noi abbiamo fatto, eh, un incontro con dei vignaioli di San Marzano Oliveto, no, che ci hanno raccontato la storia, diciamo, della resistenza, no, fatta, no? Eh, l’anno scorso, eh, che lui c’era, ho trovato una vignaiola di Torino, che i suoi genitori, anche quelli, hanno rappresentato un pezzo importantissimo della resistenza torinese, no, e non la conoscevo, l’avevo incontrata tre o quattro volte, ma dopo ci siamo incontrati e ci siamo parlati. Ecco, questo secondo me significa, eh, vino critico, significa vino impegnato, significa portare avanti una visione del mondo che non è quella liberista, ma è quella che deve dare spazio al lavoro delle persone, ai valori che noi portiamo avanti, no? E lo portiamo avanti in un… diamo persino, cioè, di fatto, il riconoscimento è anche di un valore politico del vino, della produzione. Per noi il vino è un fattore politico, perché tende anche a dare una risposta a tutto questo. Adesso passo la parola…
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Innanzitutto ringrazio Raffaella, Danilo, e Stefano e tutti voi per l’invito, ci ha fatto davvero piacere. Appunto, l’invito arriva perché di fatto siamo entrati in contatto con voi di Enoteca Popolare e abbiamo partecipato l’anno scorso alla Critica. È stato per noi il primo anno con voi e partecipiamo sempre a iniziative del genere in contesti comunque dove il profitto, insomma, è messo in secondo luogo, ma semplicemente perché, prima di tutto, la nostra idea, il nostro lavoro, il nostro progetto nasce, eh, non con la ricerca appunto del profitto, ma con la ricerca della felicità, banalizzando. Di fatto, dovendo poi far quadrare i conti, perché siamo contadini ma dobbiamo anche essere imprenditori, devi far quadrare i conti, quindi devi approcciarti poi con un mondo che spesso è più interessato al prezzo finale della bottiglia, al posizionamento di mercato e quant’altro, che non alla complessità che sta dietro una bottiglia e sta dietro un progetto. Quindi queste sono per noi occasioni per riuscire a tirare fuori la complessità che vogliamo che uscisse poi nel bicchiere.
Noi nasciamo come produttori alla luce del sole nel 2021, la nostra prima vendemmia nel 2021. Da una decina d’anni però, eh, io e un altro socio appunto vinifichiamo in maniera, tra virgolette, sportiva. Nasciamo però come bevitori al primo Critical alla Chimica, noi c’eravamo. Io credo che, come uno scrittore debba nascere come lettore, un produttore debba nascere come bevitore. Dunque siamo nel 2021 e con il primo Critical a Verona, noi c’eravamo, avevamo 18 anni, mentre dovrei fare i calcoli adesso, non a caso ne ho 40, quindi vabbè.
E, di fatto, c’eravamo e ci siamo approcciati, non abbiamo una storia, eh, di viticoltura alle spalle. Eh, i nostri nonni producevano vino, eh, in maniera amatoriale, come un po’ tutti, di fatto. Noi ci approcciamo appunto come bevitori, perché iniziamo a bere, iniziamo ad appassionarci e ad avvicinarci a un mondo, prima senza strumenti, poi chiaramente lo stimolo ti fa insomma venire la voglia di approfondire, imparare un linguaggio, imparare insomma quello che sta dietro anche una bottiglia. Eh, e siamo di Bergamo, siamo di Castelli Calepio, quindi un territorio a cavallo tra la Franciacorta e la Valcalepio, vitivinicola, di fatto in uno di quei territori minori, se non quasi enologicamente inesistenti oggi della viticoltura italiana. Di fatto, che ha fatto dal taglio bordolese, quindi Merlot, Cabernet, dei vitigni internazionali, eh, il proprio cavallo di battaglia, di fatto, producendo oggi dei vini che sono totalmente anacronistici dal punto di vista, eh, della narrazione, insomma. In un mondo che va verso l’autoctono e la territorialità, noi stiamo ancora facendo l’internazionale. Vini che non si adattano più a una cucina che è cambiata, non insomma, la cucina oggi è contemporanea, la cucina è fatta di acidità, è fatta di snellezza, è fatta di… di altri elementi che non richiedono più iper-vini strutturati. Noi stiamo ancora facendo vini, iper… noi non, noi, ma sul territorio si fanno ancora vini iper-strutturati. Per cui, bevendo altre cose, essendo legati al territorio, alle nostre radici, abbiamo deciso di, eh, insomma, iniziare a produrre quello che, secondo noi, era la migliore… un comunque un tentativo di interpretare il territorio in maniera migliore rispetto a quello che avevamo davanti. E quindi abbiamo deciso di uscire alla luce del sole e ricercando, innanzitutto, la felicità. Dicevo prima, banalizzando è alzarsi la mattina col sorriso, aver voglia di fare quello che fai, nonostante fare quello che stiamo facendo sia un lavoro estremamente duro, fatto di tanti sacrifici, fatto di sabato e domeniche a lavorare, eh, fatto di giornate che iniziano alle 6:00 e finiscono alle 10 stasera. Eh, fatto di tante soddisfazioni, eh, fatto di… insomma, non troppe soddisfazioni economiche, perché siamo partiti di fatto da zero e quindi partire da zero significa che, ehm, insomma non tutto quello che abbiamo… tutto quello che stiamo raggiungendo è fatto di compro la bottiglia, qualcuno mi compra la bottiglia, ho quei soldi, vado subito a investirli per prendere la vasca nuova, per prendere la diaspatrice, per, eh, impiantare una nuova vigna e, soprattutto, appunto, il lavoro è molto lento, perché, ehm, in un territorio come il nostro che è a vocazione oggi internazionale, non volendo lavorare con gli internazionali, eh, le vigne te le devi piantare e per piantarti le vigne devi o trovare un terreno in affitto o comprarlo. Parliamo di 20-25 al metro quadrato come valore del terreno agricolo vitato, chiaramente sono €250.000, €1000 ce li abbiamo, e quindi chiaramente è un lavoro molto più lungo. Fortunatamente, c’è chi sta credendo in noi e quindi ci ha dato gestione dei terreni, eh, stiamo riuscendo a recuperare delle vecchie vigne con dei varietali che a noi interessano, con un lavoro, uno sforzo abbastanza impegnativo, perché chiaramente tutto quello che ti viene dato gratuitamente, eh, vuol dire che commercialmente non vale. Perché? Perché è così, perché, insomma, è fatto di muretti a secco che sono caduti e che stiamo rifacendo. Quindi mi ricollego, che è un lavoro che a noi piace tantissimo, perché è bellissimo, però è un lavoro che è un lavoro di scarto e un lavoro che chiaramente…
Non siamo in Valtellina, non prendiamo i contributi per i muretti a secco e, soprattutto, non riusciamo a scaricare il costo del muretto a secco sulla bottiglia. Non sono riconosciuti, però ci sono… Esatto, però ci sono, come su tutto il versante quella parte di, di paesaggio che comunque ancora per essere preservato va in mano ai contadini. Cioè, nel senso, ma che comunque è dismesso. E oggi stanno arrivando le vendemiatrici meccaniche anche in Franciacorta, che era uno degli ultimi grandi territori che resisteva. Fra un po’ entrerà nelle vendime meccaniche, perché una costa €500 con la vendemiatrice meccanica, chiaramente con la manodopera ha rinviato dei costi molto più alti, quindi chiaramente per la venditrice va in piano. Quindi c’è tutta una ripercussione sull’abbandono dei terreni collinari, sul discorso anche idrogeologico, sul contenimento appunto delle frane, e c’è lavoro anche sulla qualità, perché il vino di piana non è il vino di collina. La collina è…

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E stiamo cercando di accorpare tutte le vigne, eh, in una località che si chiama Bognanga, che di fatto è sopra il Borgo di Calepio, che è uno dei borghi storici vicini al lago d’Iseo. Siamo in quella che viene chiamata Val Calepio, che è una piccola valletta, eh, vicina al lago d’Iseo.
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Di fatto, la Valcamonica è un territorio che attualmente appartiene alla provincia di Brescia, ma che è sempre stato rivendicato dai bergamaschi. È un’area che si è formata grazie all’erosione glaciale del ghiacciaio dell’Adamello, esattamente come la Franciacorta e la Valcalepio. Le zone fredde della Valcamonica si riscaldano grazie al lago d’Iseo e, geograficamente, proseguono nella Valcalepio, quindi la Valcamonica scende e, a un certo punto, si collega al lago d’Iseo. Da una parte si estende verso la Franciacorta, dall’altra verso la Valcalepio. In questo modo, ci troviamo in un territorio unico, che si distingue sia dalla bergamasca che dalla vicina Franciacorta.
Lavoriamo su terreni che si trovano a circa 500 metri sul livello del mare e sotto di noi troviamo argilla, soprattutto argilla bianca e caolino, suoli non molto comuni, specialmente nella nostra zona. Abbiamo impiantato nuove vigne a Pergola, un sistema di allevamento tradizionale che stiamo ripristinando a causa dei cambiamenti climatici. Un tempo la pergola veniva utilizzata per produrre grandi quantità di uva, ma oggi è riscoperta perché permette di ottenere un equilibrio maggiore nelle maturazioni, evitando frutti troppo concentrati, alcolici o marmellatosi. Inoltre, solleva il grappolo da terra, prevenendo malattie e proteggendolo da animali che infestano la zona. Abbiamo impiantato viti di Francogna e Incrocio Manzoni, ma la prima annata del Francogna arriverà solo nel 2024 e l’Incrocio Manzoni è già terminato, quindi di questo parleremo in futuro.
Attualmente abbiamo circa 4.000 bottiglie, ma l’obiettivo è arrivare a 10.000, in modo da poter respirare un po’ e non dover ogni volta tornare a casa e dire “Mi spiace, ma domani arrivano”. La scelta di vinificare in questo modo implica un lavoro maggiore per ottenere meno prodotto, ma la nostra priorità è la qualità, il territorio e il nostro impegno. Anche se per ora siamo noi a pagare il prezzo, crediamo che alla lunga questo approccio darà i suoi frutti.
Adesso partiamo con il primo vino. Alzate la mano se a qualcuno manca il bicchiere, così finiamo il giro e poi vi spiegherò di più. In fin dei conti, ciò che abbiamo nel calice ci trasmette tre elementi fondamentali: la vigna, il vignaiolo e il vino. Il vino dovrebbe esprimere l’uva, ma anche il lavoro e la tecnica del vignaiolo. Per noi, la lavorazione è il più naturale possibile, senza chimica, mantenendo la vitalità del mosto, proteggendolo con il ghiaccio secco per evitare ossidazioni. Dopo, la fermentazione avviene con lieviti indigeni.
Abbiamo scelto l’Incrocio Terzi, un vitigno che deriva dall’incrocio di Barbera e Cabernet Franc, creato in Bergamasca. È un vitigno che conferisce freschezza e acidità, e abbiamo deciso di vinificarlo in bianco per valorizzare la sua acidità e il suo pH basso. La vinificazione avviene con una pressatura soffice e il mosto viene trattato con ghiaccio secco per preservarne la freschezza e i profumi. Questo processo permette di mantenere intatti i caratteri del vitigno senza interventi chimici invasivi.
Oggi si parla molto di vino naturale, che è diventato un fenomeno di mercato. Per noi, tuttavia, il termine “artigianale” è più appropriato, perché la nostra attenzione è rivolta a mantenere l’integrità delle uve e il controllo del processo produttivo, riducendo al minimo gli interventi. Siamo convinti che l’autoctono non debba essere una scelta obbligata, soprattutto considerando i cambiamenti climatici, e preferiamo lavorare con varietà che rispondano alle necessità del territorio.
Nel calice si dovrebbero sentire i profumi del nostro territorio e del nostro lavoro. Quando degustiamo un vino, utilizziamo i sensi: gli occhi, il naso e la bocca, come ci insegnava Veronelli. Il vino è lo specchio di ciò che abbiamo fatto, della terra e delle viti, e se tutto è stato fatto nel modo giusto, dovremmo percepirlo chiaramente.
Questo vino, pur non avendo la struttura di un rosso potente, è perfetto come vino di ingresso. Si abbina facilmente a piatti leggeri, come un aperitivo, pizza o formaggi freschi. Abbiamo fatto una serata in collaborazione con produttori di formaggi pugliesi e l’abbinamento con burrate e formaggi freschi è stato eccellente. È anche ottimo con piatti di pesce di lago, che riflettono il nostro territorio.
Per quanto riguarda la cucina bergamasca, è un mondo che ha bisogno di essere rinfrescato. Fortunatamente, ci sono segnali di cambiamento, ma la cucina tradizionale, fatta di coniglio, polenta, casoncelli e spiedo, è rimasta un po’ indietro. È un tipo di cucina che andrebbe rivisitata, anche se i piatti tradizionali sono comunque molto interessanti. Noi, ad esempio, abbiniamo spesso la pecora gigante bergamasca ai nostri vini, e parliamo anche della “bernia”, la pecora essiccata tipica del nostro territorio, che veniva conservata al sole, una tradizione che risale ai tempi del mondo pastorale.
Ora, iniziamo con il secondo vino.
Sentite, diciamo che la parte più materica è ben definita, così come l’acidità che arriva in modo deciso e tagliente. La freschezza è molto evidente, e il palato risponde salivando, facendo desiderare di riassaporare il vino. C’è una leggera stabilità che lo eleva, probabilmente grazie a un retrogusto di gesso, che lo ridefinisce. La parte retro-olfattiva è molto interessante, con piccoli frutti rossi che sembrano ribes schiacciati. C’è anche una nota di rosa, un po’ essiccata, che libera il finale, ma sicuramente domina il frutto, accompagnato da un po’ di fiore, come la rosa.
La piacevolezza è estrema: si percepisce la matericità del vino, si sente proprio l’uva, con una freschezza molto evidente. Ha un ingresso bellissimo e una lunga tenuta anche sul finale. È diretto e piacevole, tanto che si fa bere velocemente, il che vuol dire che è un vino facile da consumare.
Questo vino, pur avendo una gradazione alcolica di circa 12-12,5%, presenta una leggera tannicità, dovuta probabilmente alla buccia, che gli conferisce una struttura interessante. La vinificazione è stata fatta in acciaio con lieviti indigeni, senza filtrazione o chiarificazione, con l’obiettivo di ridurre al minimo l’utilizzo di solforosa. Infatti, la solforosa libera è sotto i 10 mg/L, ben al di sotto dei limiti imposti per i vini bianchi. L’uso di ghiaccio secco e altri accorgimenti è stato pensato per preservare la freschezza e mantenere un profilo più naturale.
Il vino ha fatto una breve macerazione sulle bucce, che gli ha dato colore e una leggera parte tannica. È un vino che, grazie all’annata calda 2022, è stato raccolto prima della piena maturazione per evitare un appesantimento del vino. L’obiettivo era mantenere freschezza, evitando l’eccessiva maturazione.
La parte olfattiva del moscato giallo è molto interessante, con sentori di frutta esotica, come mango, lemon grass e mentuccia, ma anche note di rosmarino e maggiorana. La sua intensità aromatica è elevata, ma non invadente. Il vino ha una buona morbidezza e avvolgenza al palato, nonostante gli zuccheri siano quasi inesistenti, con una buona pienezza e freschezza.
Anche nella fase retro-olfattiva, dopo aver deglutito, si percepisce una connessione tra l’olfatto e il gusto, con alcuni aromi che si ripropongono. In generale, il moscato giallo si presta a diverse combinazioni, ma può essere particolarmente interessante con formaggi stagionati o piatti strutturati, poiché la sua aromaticità si sposa bene con cibi intensi.
Questi vini rappresentano molto bene il nostro territorio. Anche se la globalizzazione enologica ha portato a una certa uniformità sensoriale, questi vini raccontano delle specificità locali che li rendono unici. Ad esempio, lo stesso vitigno coltivato in diverse regioni può dare risultati molto diversi, come il moscato giallo che cambia sensibilmente tra le valli alpine e le zone più calde del Mediterraneo. La geosensorialità del vino è un aspetto che emerge chiaramente in questa degustazione, dove l’influenza del territorio si fa sentire in modo forte.
Il rosso, che è il nostro primo vino che ci ha permesso di partire, è un Merlot, varietà internazionale che abbiamo iniziato a lavorare grazie alla Repubblica Cisalpina, con Napoleone. Il Merlot, sebbene sia un vitigno che offre grande potenziale, ha richiesto un lavoro accurato per mantenere la freschezza e la vivacità, evitando che la struttura eccessiva lo rendesse pesante. La lavorazione del Merlot è stata mirata a esaltare le note acide e fresche, lavorando con il legno per garantire una micro-ossigenazione che consente al vino di evolversi senza perdere la sua vivacità.
Il vino rosso che abbiamo creato è profondo, con una buona intensità olfattiva che ci rimanda a note di frutta matura, come la prugna. Al palato, si fa notare per la sua freschezza e persistenza, che lo rende molto adatto ad accompagnare piatti di carne o primi con ragù. Ha una struttura più solida rispetto al moscato, ma mantiene comunque una buona bevibilità e freschezza.
Abbiamo fatto una sorta di “crescendo” durante questa degustazione, partendo da un vino leggero e aromatico, passando per un moscato giallo ricco e versatile, fino ad arrivare a un vino rosso che ha la capacità di evolvere nel tempo, ma che si abbina benissimo alla tavola, in particolare con piatti di carne o formaggi stagionati.
Il nostro progetto enologico non si limita alla produzione di vini di qualità, ma ha anche una forte componente sociale. Ogni vino che produciamo è legato a un territorio e alla sua storia. La bellezza del nostro lavoro sta proprio nell’interconnessione tra il territorio, le persone e le tradizioni, il tutto racchiuso in una bottiglia di vino.
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Nell’incontro che avevate fatto, nell’impegno che avete avuto verso i profughi libanesi, vorrei che lo dicessi perché secondo me anche il vostro progetto, che non è soltanto il vostro modo di vedere le cose, io credo che sia una cosa importante anche da trasmettere agli altri. Ma diciamo che questo, chiamiamolo impegno sociale, tecnicamente masochismo. Io nasco in ambiti militanti e quindi quando apri un’azienda e vieni da ambiti militanti, non puoi che contaminare questa roba in maniera masochistica. Io sono arrivato dalla matrice in poi per cui adesso un progetto con Francesco Biobi, con insomma, e via, soldi, insomma, quindi è bellissimo, eh, la poesia… però, come il torchio. Se guardi masochismo, per cui appunto avevamo una serata, quella a cui ti riferisci col Libano, che è un’altra bella esperienza. Ecco, poi fate a Bergamo produttori di, insomma, un orto di produzione e di vendita di verdure, gli bruciano il capannone, cosa fai? Non vuoi vendere, dargli soldi? Dargli soldi, per cui, ecco, questa roba qua è bellissima, la dico combattuta, però è una cosa che chiaramente fa parte del tuo background, fa parte un po’ di quello che sei, quindi non riesci a eluderla. Con il Libano abbiamo avuto una bella esperienza, nel senso che comunque siamo entrati in contatto, noi abbiamo avuto 2023-2024 annate complicate, la pioggia, la peronospora, raccolto, insomma, che è difficile da gestire. Noi lavoriamo in biologico non certificato e facciamo tutto a mano e chiaramente il lavoro e la fatica sono tanti. Quindi siamo usciti zeniti da queste due stagioni e a un certo punto in Libano arrivano le bombe e incontriamo tramite Instagram questo produttore, Edy di Merell Wine, che ha un progetto molto interessante di vinificazione e sta facendo un lavoro… trto dei vini paura, e che non ha avuto peronospora. Cioè, l’ha avuta, ma ha avuto anche le bombe. Quindi dici: vabbè, sono io per… però le bombe! Dai che vi diamo una mano. E quindi avevamo una serata con invitati a presentare appunto l’azienda da loro all’Arci AB, detto: vabbè, anziché presentare noi, facciamo una cosa. Abbiamo chiamato a raccolta altri produttori, Comunità OM, Angelo Bertoli, poi chi c’era… Vabbè, adesso altri produttori, e abbiamo trasformato la serata in un Benefit, eh, che abbiamo dato appunto alla Red Cross libanese e a tutta una rete tramite Mersel di enotecari e ristoratori libanesi. E in Libano c’è una scena bellissima di giovani, ci siamo… mi starebbe davvero in centro New York, per quella vitalità e la freschezza di quella roba lì che hanno attivato, hanno smesso di, chiaramente, vendere e fare, hanno attivato tutta una raccolta mutualistica e si sono attivati per dare, di fatto, da mangiare a chi era sotto le bombe in quel momento. Per cui, insomma, abbiamo trasformato quella roba lì. Però, appunto, fa parte poi del Belgrano… lì chiaramente poi anche quello lo metti in bilancio aziendale, diciamo che non abbiamo detrazioni fiscali per la beneficenza. Ecco, però… bene segatevi vini di, grazie a Giuseppe, di grazie a Danino Ria del circolo appunto Arci, grazie a Raffaella, appunto di SL, a te, no, no, vabbè, grazie a poco e davvero viva appunto le… Noe resistenze, viva le resistenze di tutto il mondo, insomma, e alla prossima. Grazie a tutti e a tutte. Grazie.

[Testo ottenuto da Livia Corti a ecoinformazioni]

