Luigi Nessi/ No nuove carceri, ma carceri nuove
Scrivo come volontario del Carcere del Bassone di Como, spinto dalla recente mozione approvata dalla maggioranza di centrodestra, che, a mio avviso, non offre alcuna prospettiva né soluzioni concrete al problema del sovraffollamento carcerario e alle sue criticità.
Scrivo dopo aver appreso del venticinquesimo suicidio avvenuto nelle carceri italiane dall’inizio dell’anno: una donna. Una situazione ormai insostenibile, che non possiamo più ignorare. Lo dico da cittadino, da persona e da cattolico in cammino.
L’Associazione Antigone, che da anni difende i diritti dei detenuti, ha ribadito ancora una volta la gravità di questa condizione. Anche la Conferenza dei Garanti dei detenuti, nell’incontro con il Ministro Nordio, ha evidenziato l’urgenza di un intervento concreto.
Scrivo queste parole con la speranza che possano suscitare una riflessione. Scrivo da cittadino indignato ma civile, consapevole che non possiamo continuare così. Ribadisco verità che tutti conosciamo, ma che è necessario ripetere, con la speranza che qualcosa cambi.
In soli tre mesi del 2025, si sono verificati 25 suicidi nelle carceri italiane. Il sovraffollamento è una piaga che grava su tutti: detenuti e personale penitenziario. Il 17 marzo scorso, i dati ufficiali riportavano 62.140 persone recluse a fronte di una capienza regolamentare di 51.233 posti. Una realtà insostenibile anche per la Polizia Penitenziaria, costretta a turni massacranti a causa della cronica carenza di personale.
Le carceri italiane soffrono anche per la mancanza di progetti rieducativi: le opportunità di formazione, le attività trattamentali e i percorsi di inclusione sono carenti. Il sistema non fornisce un adeguato sostegno sanitario e linguistico per i detenuti stranieri, rendendo il reinserimento sociale ancora più difficile.
Vi sono giovani e anziani costretti a condividere celle anguste. Con il Decreto Caivano, il numero di minori che, compiuti i 18 anni, vengono trasferiti nelle carceri per adulti è in aumento. Alcuni detenuti, avendo commesso reati da minorenni, possono rimanere negli istituti penali minorili fino ai 25 anni, salvo richiesta di trasferimento.
Solo un terzo dei detenuti svolge un’attività lavorativa all’interno delle strutture, nonostante il lavoro rappresenti un’importante opportunità di dignità e reinserimento. Situazioni particolarmente delicate, come quelle delle persone transgender o delle madri con figli, restano prive di risposte adeguate.
Non esistono progetti di clemenza, misure alternative alla detenzione o strutture di accoglienza per chi esce dal carcere senza una famiglia di riferimento. Senza un percorso di reinserimento, il rischio di recidiva aumenta esponenzialmente.
La soluzione proposta dall’attuale maggioranza è la costruzione di nuove carceri. Tuttavia, come ha sottolineato il responsabile dei Garanti, la vera esigenza non è avere “nuove carceri”, ma “carceri nuove”: istituti riformati, orientati alla rieducazione e al rispetto della dignità umana.
Anche al Bassone si riscontrano le stesse problematiche di sovraffollamento, carenza di personale e mancanza di progetti, nonostante l’impegno encomiabile di operatori, associazioni e volontari. Tuttavia, la città di Como dovrebbe sentirsi più coinvolta nella vita di questo luogo.
Di recente, una mostra itinerante nelle parrocchie ha esposto opere d’arte realizzate dai detenuti del Bassone. Molte persone l’hanno visitata e mi auguro che sia stata occasione di riflessione.
Non dobbiamo mai dimenticare che la nostra Costituzione, all’articolo 27, sancisce la funzione rieducativa della pena. Il grado di civiltà di una società si misura anche dal modo in cui tratta i suoi detenuti e gestisce le sue carceri. [Luigi Nessi, ecoinformazioni]

