Da Como alla Palestina/ Brevi riflessioni su cosa si può e si deve fare

Ostinatamente, continuiamo a occuparci di Palestina. Personalmente e collettivamente non riusciamo a rinunciare alla convinzione che qualcosa si possa fare e – soprattutto – che qualcosa si deve fare. Abbiamo organizzato assemblee e partecipato a incontri, abbiamo volantinato e parlato con la gente, abbiamo suonato e cucinato, abbiamo contribuito ad azioni e a mobilitazioni locali e globali, abbiamo provato a fare delle proposte. Di più: abbiamo cercato di convincere chi può fare qualcosa che quel qualcosa si deve fare. Che di fronte alla distruzione della Palestina (non solo di Gaza) non si può stare in silenzio né restare inerti.

Abbiamo cercato di valorizzare quel tanto (o quel poco) di tradizione pacifista e solidaristica che la città e il territorio dovrebbero riconoscersi.

Se quel titolo di “Città messagera di Pace” che le Nazioni Unite hanno conferito a Como nel 1987 (con riferimento a quanto fatto per l’anno precedente, mondialmente dedicato alla Pace) ha un senso, ci è sembrato che in questo momento potesse essere trovato nel contribuire alla salvezza dell’umanità nella terra di Palestina.

Se quell’iniziativa di gemellaggio nata nel 1998 con la città di Nablus (uno dei principali centri della Palestina storica) può servire a qualcosa, ci è sembrato questo il momento di farsi venire delle idee.

Ci è sembrato di offrire una soluzione semplice per tutti e tutte, in modo davvero trasversale: al di là delle appartenenze politiche, sociali e religiose. Possiamo fare qualcosa? Dobbiamo!

Ci è sembrato di delineare un possibile, indispensabile collegamento con le azioni che altre realtà (solidaristiche e politiche, dalle organizzazioni nazionali e internazionali ai partiti democratici) si stanno sforzando di condurre in difesa e a sostegno del popolo palestinese e della parte democratica della società civile israeliana. Nessuno si può salvare da solo, non solo quando è in gioco la propria vita ma anche quando è in gioco la propria umanità. Se non vogliamo diventare complici e scomparire dall’orizzonte dell’umanità e della democrazia, dobbiamo metterci in gioco, attivare le nostre intelligenze (anche quelle politiche) per intervenire.

Possiamo cominciare dalla nostra città gemella… una goccia nel mare della violenza? Niente di fronte al genocidio in corso? Ma non dobbiamo arrenderci all’indifferenza, al rumore di fondo della disinformazione che parla di decine di migliaia di morti senza prendere in considerazione nemmeno per un momento la necessità che gli eserciti e i criminali debbano essere fermati.

Ci è sembrato di offrire all’Amministrazione della Città di Como (l’istituzione che si fregia del titolo onorifico delle Nazioni Unite e che è depositaria del gemellagio) una onorevole via d’uscita alla disumanità e all’insensatezza. Ci è stato opposto un rifiuto secco. Peggio: ci è stato sbattuto in faccia il disinteresse. E l’ammissione che non si è in grado di pensare (non si dice di fare) nulla di utile.

Certo, a chiedere una presa di posizione umana e coraggiosa non c’era tutta la città. Ma non crediamo che sia questa la ragione che ha nutrito l’arroganza del sindaco e della sua amministrazione. Crediamo che non ci sia alcuna capacità di guardare oltre al “proprio particolare”.
Nablus sarà anche gemella di Como, ma “loro” sono là e noi restiamo qua. Cosa ci può interessare?

Meglio pensare all’altra città gemella, quella del sol levante, intenzionata a chiudere ben dieci scuole. Sentire pronunciare simili oscenità è davvero triste.

A Nablus le scuole le stanno distruggendo una per una. Come a Gaza.

A Como per il momento pensiamo a distruggere i sentimenti di umanità.

Forse è il caso di rifletterci e la prossima volta (perché una prossima volta ci sarà) essere di più a rivendicare l’umanità e le azioni conseguenti. [Fabio Cani/ ecoinformazioni, Como senza frontiere]

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