Dimensione carcere/ Non una realtà extracittadina

La sera di venerdì 20 febbraio si è parlato di carcere all’oratorio di Rebbio. L’iniziativa è stata anticipata e mediaticamente amplificata dalle polemiche sollevate da forze politiche territoriali, quali Fratelli di Italia e Lega, che, loro malgrado, hanno generato una risposta contraria all’annullamento da loro auspicato. Si conta, infatti, abbiano preso parte alla serata circa 400 persone, a dimostrazione della sensibilità corale di cui si è capaci quando, convergendo, come ha sottolineato Gianpaolo Rosso a conclusione della serata, si è disposti a perseguire degli obiettivi comuni, pur mantenendo soggettività diverse.

L’iniziativa Dimensione carcere: dalla negazione dei diritti alla responsabilità comune ha visto la partecipazione di diverse personalità prossime alla dimensione carceraria perché dedite con il proprio lavoro a sollevarne le criticità, accoglierne i racconti, legittimando le voci dei detenuti e delle detenute, perché incontrino la cittadinanza tutta, affinché la solida e classista divisione e conseguente reclusione dei detenuti venga spezzata. E molto altro ancora. Grazie alla mediazione e introduzione di Francesca Lillia, degli attivisti di Como, abbiamo avuto modo di ascoltare gli interventi di Ilaria Salis, europarlamentare Avs The left, Paolo Bellati, scrittore e operatore sociale, Laura Molinari, Csv, per il terzo settore presso il Bassone di Como, don Giusto Della Valle, parroco di Rebbio, e Lucas Radice, segretario provinciale di Sinistra Italiana Como e importanti interventi dal pubblico.
Le diverse considerazioni sono oscillate tra il piano nazionale, e talvolta europeo e sovraeuropeo, e quello più strettamente locale. Ilaria Salis dopo l’ispezione a sorpresa presso la Casa Circondariale di Como il pomeriggio stesso, ha denunciato condizioni comuni a diverse strutture detentive, quali il sovraffollamento e le critiche condizioni igieniche, nonché un forte disequilibrio proporzionale tra operatori civili o sociosanitari e persone detenute. Ovviamente una visita ispettiva non permette, e non ha la presunzione di avere, un’immediata e onnicomprensiva cognizione delle circostanze decisamente non ecosistemiche di un ambiente composto di più livelli di complessità. Da riflessioni è emerso come sia forse stato trascurato un legame con la specificità della Casa Circondariale di Como, non tanto nei suoi numeri e dati, ma piuttosto nel cercare di capire quanto siano valide le disposizioni messe in atto attraverso quei progetti di cui si è parlato in questa stessa occasione. Che vi siano delle iniziative, con fondi provenienti dalla regione, come nel caso di ACDC: Spazio sospeso, la pausa che trasforma – riportatoci da Laura Molinari – è sicuramente positivo e fortemente necessario, e tuttavia non ci capito pienamente se e come queste misure, in maniera più capillare, abbiano generato una risposta altrettanto positiva da parte di coloro che sono direttamente coinvolti. Se si tratti di una strada perseguibile, quali gli aspetti fallimentari dall’approccio solo punitivo da poter colmare per mezzo di “misure alternative”.
Saranno necessarie diverse altre occasioni, rinnovando questo interesse nel tempo, anche per dare un giusto peso a quella che ci è stata riportata come la scelta, ad esempio, di istituire una sezione trans all’interno del Bassone, e che tuttavia apre a una serie di approfondimenti che non restituiscono affatto uno scenario così roseo, nonostante venga rivendicata questa rarità sul territorio nazionale. Si tratta di intuire quale sia il potenziale delle iniziative e delle volontà di trasformare l’istituzione carceraria e il rispettivo contorno familiare e comunitario, pur restituendone senza timore di giudizio i passaggi fallaci, potendone dare conto apertamente alla cittadinanza. La responsabilità comune sorgerebbe a quel punto da una condivisione chiara dei prossimi passi da compiere. A questo proposito, l’intervento di Luigi Nessi, che da decenni opera al Bassone di Como, ha giustamente ricordato quanto ogni contributo sia assolutamente necessario e importante, così come la società civile può rispondere facendo appello alle proprie amministrazioni comunali e ai servizi sociali invitando ad avere una cura particolare nei confronti dei contesti familiari e comunitari dei detenuti, che costituiscono un ponte tra noi tutti e quella sfera umana che, attraverso strumentalizzazioni politiche, ci viene fatta percepire come distante e isolata, extracittadina. Quando don Giusto Della Valle dice che l’avere una sacca di persone migranti irregolari fa comodo a questo governo durante le elezioni, è esattamente possibile per via di questo divario tra la società civile e spazi di alterità non umanamente riconosciuti.
E proprio per questo, è stato invocato un ritorno alla dimensione relazionale, nonché l’interessamento per le condizioni psicologiche di coloro che si ritrovano ad attraversare lo spazio carcerario, siano essi operatori o detenuti. Paolo Bellati ha portato infatti la testimonianza di Francesco, un ragazzo giovane che ha trascorso buona parte della sua vita in questo sistema punitivo e con il quale ha costruito non solo una relazione di amicizia ma anche di stima per la dura lotta al proprio reinserimento sociale attraverso lo studio e la scrittura, rivendicando una narrazione interna e personale relativa ad uno stato emergenziale fortemente sofferto, che tuttavia non può essere definito eccezionale, come ha ricordato Lucas Radice.
L’iniziativa è stata assolutamente fondamentale, nell’ottica in cui questa si dispone a formare delle basi sulle quali poter acquisire sensibilmente una consapevolezza in più sul carcere e sulle modalità di intervento. Sarebbe altrettanto bello poter dare seguito a questi momenti di cittadinanza attiva perché l’operato venga ogni qual volta restituito tramite aggiornamenti e aperto al dialogo, a suggestioni e suggerimenti, perché gli interventi e le testimonianze vengano estese a ulteriori ambiti di applicazione, tra cui quello sociosanitario e psicologico. Perché la società non debba sentirsi esentata da un discorso che non vede separazione dalla nostra vita quotidiana. [Giulia Rho, ecoinformazioni]

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