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Il corpo (politico) della donna è autodeterminazione

Il corpo della donna è costruito politicamente, un terreno di scontro su cui vengono esercitate dinamiche di potere e controllo. Cosa succede quando sono le donne a rivendicare la difesa e l’affermazione dell’autodeterminazione?

Il corpo della donna è costruito, politicamente, come un terreno di scontro su cui vengono esercitate dinamiche di potere, controllo e al contempo di rivendicazione dei diritti. Spesso, però, tale rappresentazione – come funzione normativa che cerca di estendere la visibilità e la legittimazione delle donne come soggetti politici – si afferna solo secondo quei canoni socialmente accettati.
Cosa succede quando sono le donne a rivendicare la difesa e l’affermazione dell’autodeterminazione?

Nella giornata dell’8 marzo, da poco trascorsa, di lotta femminista e transfemminista, la rete Intrecciat3 ha organizzato un presidio con performance sul tema dell’autodeterminazione.
La narrazione corale è riuscita, perché non incanalabile nella rappresentazione mediatica canonica, proprio per via della pluralità di voci e interventi, di movimento, tra silenzi e forti ritmi, questi generati da SiFaRumore e dalle voci che si sono sollevate in coro da tutte le persone presenti.
L’abbattimento della formalità, della ‘necessaria’ distinzione tra pubblico e performers è stato completo: l3 attivist3 si sono infatti intrecciat3 a noi tutt3, perché, specie nell’ascolto, potessimo prendere posizione, partecipare alla proposta politica.
Quest’ultima si costruisce come una visione fortemente e inevitabilmente complessa, poliedrica, all’intersezione tra consenso, pace, immigrazione, diritti LGBTQIA+, stato sociale, interruzione volontaria di gravidanza, carcere, lavoro, violenza, e molto altro. Una complessità che riflette la vita delle donne e le difficoltà di interfacciarsi e farsi strada in contesti ostili, talvolta coincidenti con le proprie famiglie, amministrazioni comunali, istituti scolastici, contesti lavorativi e spazi di ricreazione.
Per tutt3 coloro che non sono potut3 scendere in piazza, al pari di chi c’era, l’invito è di poter riascoltare questi interventi, perché offrano un esempio luminoso, nonché un incentivo a unirsi, a costituirsi collettivamente per operare nei contesti più prossimi a noi senza la paura di doverlo fare da sol3; ma anche a parlarne, a portare questo scambio su un piano ad esempio intergenerazionale.


Personalmente, la cosa più bella che mi porto dietro di questa esperienza, entro cui mi sono sentita potentemente catapultata, è stata la dimensione temporale che ha assunto: concluso il presidio, a differenza di diverse altre circostanze di manifestazioni pubbliche dove alla parola fine ognunə tornava a casa ripristinando una serie di abitudini individuali, ho avuto la fortuna di condividere le emozioni, ancora fortemente percepibili, con mia mamma, laddove abbiamo iniziato a porci domande, a rinnovare un senso di vicinanza e comprensione e ascolto.
Non solo l’8 marzo, lotto tutto l’anno. [Giulia Rho, ecoinformazioni]

Qui tutti i video e i reportage fotografici del presidio:

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