Oggi si celebra la Nakba. Dal 1948 in Palestina è Nakba continua.
“Ho messo a bagno i ceci
come si mettono a bagno le ferite:
con pazienza,
con rispetto,
sapendo che il tempo è un ingrediente
che non si compra.
Li ho cotti piano,
come si ascolta una storia che fa male.
Ogni bolla d’acqua
era un nome,
una casa,
una strada che non esiste più.
Ho aggiunto tahina,
limone,
aglio,
sale.
E mentre mescolavo
pensavo a Gaza,
a chi divide il pane in silenzio,
a chi non ha più un tavolo
ma continua a sedersi
attorno alla speranza.
Per 140 persone
ho preparato hummus.
Non un piatto:
un ponte.
Un gesto che dice
“la tua fame non è invisibile”,
“la tua vita non è un numero”,
“la tua storia entra nel mio corpo
come questo cibo entra nel tuo”.
E mentre lo rivedevo in porzioni
ho capito una cosa semplice:
che la solidarietà non è un discorso,
non è un applauso,
non è una bandiera.
È una ciotola condivisa.
È un cucchiaio che passa di mano in mano.
È un sapore che attraversa il mondo
per ricordare che nessuno
dovrebbe mangiare da solo
la propria sofferenza.
E allora sì,
questa sera,
tra couscous e hummus,
tra Palestina e Marocco,
tra chi dona e chi riceve,
ho visto una cosa che somiglia alla pace:
la pace che nasce
quando qualcuno cucina
perché un altro possa sentirsi vivo.
Ripeto
Ho messo a bagno i ceci
come si mette a bagno la memoria:
lasciandole il tempo di respirare.
Li ho cotti piano,
come si ascolta una storia che non si può interrompere.
Ogni bolla d’acqua
era un nome,
una casa,
un frammento di Gaza che resiste.
Avevo detto prima di aver
aggiunto tahina, limone, sale.
E mentre mescolavo
pensavo a chi divide il pane
anche quando non ne ha abbastanza.
Per 140 persone
ho preparato hummus.
Non un piatto:
un gesto.
Un ponte tra chi soffre
e chi non vuole voltarsi altrove.
Questa sera,
in questa sala,
tra couscous e voci diverse,
ho visto una cosa semplice e rara:
la dignità che si riconosce,
la vita che si onora,
la pace che nasce
quando qualcuno cucina
perché un altro possa sentirsi vivo”.
Sameer Quurum

