Lunedì 14 settembre, al Teatro della Cooperativa di Milano, si è tenuta la serata Curarsi è un diritto, non un privilegio. L’evento ha visto un alternarsi di figure, tra cui sindacalisti ed esponenti dell’ambito sanitario, che hanno sottolineato l’importanza di firmare la proposta di legge di iniziativa popolare per il rilancio del Servizio Sanitario Nazionale.

Questa proposta di legge è volta a ridurre le liste d’attesa, assumere più personale, aumentare i compensi di figure come gli infermieri, rafforzare i servizi territoriali pubblici e investire maggiormente nella salute mentale e nella prevenzione.

È stato affrontato il tema della privatizzazione della sanità nel nostro Paese. In questi ultimi anni, infatti, in Italia c’è stato un aumento esponenziale dei cittadini che, a causa delle immense liste d’attesa, preferiscono rivolgersi a cliniche private, spesso anche su indicazione del servizio sanitario stesso a cui si stanno rivolgendo, e di cittadini che decidono invece di non curarsi.

I problemi che sorgono sono molteplici. Innanzitutto, questa privatizzazione esclude una fetta molto grande della popolazione che non può permettersi di pagare un servizio privato, lasciando come alternative l’attesa o la rinuncia alle cure. Ma è corretto che in un Paese la cui sanità dovrebbe essere accessibile a tutti, indipendentemente dalla disponibilità economica e dal ceto sociale, si arrivi a questo?

Chi riesce ad usufruire dei servizi sanitari non è quindi necessariamente chi ne ha maggiormente bisogno, ma chi può permetterseli.

Un secondo problema emerso è stato quello del bassissimo investimento nell’ambito della salute mentale. Oltre a essere il fanalino di coda dell’Europa per la spesa sanitaria pubblica in generale, l’Italia investe circa il 3,4% della spesa sanitaria nazionale nella salute mentale, tenendo conto anche di una forte disuguaglianza tra Nord e Sud Italia. Quest’anno si parla anche di una possibile riduzione al 3,2%, una quota inferiore alla media europea del 5% e decisamente lontana dal 10% raccomandato per i Paesi ad alto reddito.

Questa tematica si è poi perfettamente collegata a quella dei trattamenti sanitari all’interno dei CPR. Molte delle persone trattenute in queste strutture sviluppano o vedono aggravarsi condizioni di forte ansia, depressione e disturbo post-traumatico da stress. Per questi motivi, si registra un frequente ricorso agli psicofarmaci con finalità di contenimento o sedazione, in un contesto caratterizzato dalla carenza di diagnosi specifiche e di un adeguato supporto psicologico.

Le testimonianze di organizzazioni umanitarie, ordini dei medici e volontari riportano infatti numerosi episodi di autolesionismo, scioperi della fame, tentati suicidi e suicidi. Gesti che, per le persone trattenute, sembrano rappresentare gli unici mezzi per essere viste. O forse, per scapparne.

Investire nel Servizio Sanitario Nazionale, però, non conviene solo ai soggetti più fragili o alle famiglie con difficoltà economiche. Quando entriamo in un pronto soccorso o facciamo una qualsiasi visita, specialistica o meno, vogliamo davvero che le persone che ci visitano e ci curano stiano lavorando da ore interminabili e siano sottopagate?

La proposta di legge vuole portare il finanziamento del Servizio Sanitario Nazionale al 7,5% del PIL entro il 2030. Al momento siamo abbastanza lontani da questo obiettivo: per la sanità lo Stato spende circa il 6,1% del PIL. Quindi, su cento euro, diciamo, sei vanno al Servizio Sanitario Nazionale, e nei prossimi anni questo dato dovrebbe scendere prima al 6% e poi al 5,9%.

Ma la questione, alla fine, non riguarda soltanto percentuali, finanziamenti o liste d’attesa. Riguarda l’idea stessa di sanità che vogliamo avere. Riguarda tutti noi cittadini, perché prima o poi potremmo trovarci dall’altra parte di quella porta, in un pronto soccorso, davanti a una lista d’attesa o nel bisogno di qualcuno che ci curi. 

Significa quindi pretendere più personale che lavori in condizioni di lavoro dignitose ed in tempi sostenibili e significa pretendere risorse sufficienti per garantire cure adeguate di qualsiasi tipo. Perché non può esistere una sanità davvero accessibile se a sostenerla sono lavoratrici e lavoratori costretti a far fronte a carenze di personale e risorse.  

E in quel momento, quando saremo noi ad avere bisogno delle cure, qualunque sia la nostra provenienza sociale, la possibilità di ricevere cure non dovrebbe dipendere dal nostro conto in banca.

Per firmare la proposta di legge: https://www.salutediritto.it/

Per ascoltare gli interventi della serata: 14 settembre 2026/ Milano/ Curarsi è un diritto, non un privilegio

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