Movimento nonviolento

2 giugno/ Buon compleanno (nonviolento), Repubblica

L’anacronismo delle parate militari, lo spostamento dell’investimento in risorse belliche verso la sanità o l’istruzione: due punti attorno cui si sviluppa la riflessione del movimento nonviolento in vista della festa della Repubblica.

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Il Movimento nonviolento scrive a Greta Thunberg

In occasione dello Sciopero globale per il Clima, il Movimento 
Nonviolento ha scritto una lettera aperta a Greta Thunberg.

Dear Greta,
come milioni di altri adulti, mi sento interpellato dalle tue parole.
La tua azione ha rimesso in moto un vasto movimento che attendeva 
l’occasione per mettere sotto i riflettori il tema dei cambiamenti 
climatici, decisivo per il futuro dell’umanità. Il tuo sciopero Fridays 
for Future è stato la scintilla che ha acceso il fuoco; la legna da 
ardere era già pronta.
Siamo in tantissimi a chiederci, e non da oggi, cosa possiamo fare. Ora 
sappiamo che non c’è più tempo e che forse finalmente ci sono le 
condizioni per cambiare. Il lavoro per invertire direzione è enorme. Ma non ci sono alternative. Per questo non serve dividerci in un noi (i presunti buoni) e un loro (i presunti cattivi), da una parte le vittime (innocenti?) dall’altra i carnefici (malvagi?). Siamo tutti coinvolti.
Le cose, purtroppo, sono molto più complesse.
Come quando c’è un incendio da spegnere: non serve cercare e incolpare 
il piromane, bisogna darsi da fare a buttare acqua e soffocare i nuovi 
focolai. Una volta messo in sicurezza il clima, potremo anche dedicarci 
ad individuare le cause profonde della malattia, che risalgono 
all’inizio dell’industrializzazione avvenuta nei secoli scorsi, ad un 
tipo di sviluppo energivero, basato su fonti energetiche fossili, che 
non era sostenibile. Molti l’avevano già capito e denunciato. Il Mahatma 
Gandhi, già nel 1909, più di un secolo fa, nel suo libro Hind Swaraj, Vi 
spiego i mali della civiltà moderna, condannava lo sviluppo lineare e 
metteva la globalizzazione sul banco degli imputati.
C’è quindi bisogno di una grande alleanza per affrontare l’emergenza, 
governi e cittadini insieme. I politici al potere, nelle democrazie, 
sono lo specchio di quel che esprime la società. Siamo tutti inquinatori 
e siamo tutti inquinati. Ognuno, dunque, deve fare la propria parte, e 
saranno poi le grandi scelte della politica (sul commercio mondiale, le 
fonti energetiche, i sistemi di trasporto, lo sviluppo delle città, le 
migrazioni, l’agricoltura, l’industria, ecc.) a determinare il prossimo 
futuro. C’è bisogno di un’alleanza tra scienziati, politici, industriali, 
agricoltori, cittadini, lavoratori, studenti, consumatori, tutti 
insieme, perchè tutti siamo partecipi al problema e quindi alla 
soluzione. Soprattutto noi, che viviamo nella parte ricca del globo, 
abbiamo una responsabilità in più rispetto alle masse dei poveri che 
faticano ad accedere ai servizi essenziali.
Non sarà facile accordarsi sulle soluzioni, perché prevalgono gli 
egoismi di parte. Ognuno vorrebbe che a cambiare per primi fossero gli 
altri. Le calotte polari, che hanno iniziato a sciogliersi, non 
attenderanno però i nostri tempi politici. Dobbiamo trovare il modo, 
subito, per rendere possibile la necessaria conversione ecologica. 
Dobbiamo dimostrare con i fatti che consumando meno (meno Co2 in 
atmosfera) si vive meglio e si è più felici. Solo quando un 
comportamento virtuoso diventerà conveniente, allora potrà trasformarsi 
in scelta politica valida per tutti, su larga scala.
In questa battaglia planetaria non ci saranno vinti e vincitori. O tutti 
vinti, o tutti vincitori. Ci vuole per questo un patto 
intergenerazionale. Se coloro che nasceranno domani hanno diritto ad un 
ambiente sano e vivibile, chi oggi è già nato e consuma risorse non 
rinnovabili, deve potersi riscattare. La grande campagna necessaria, 
prioritaria su tutto, è quella per il disarmo climatico.
Come umanità, con tutte le generazioni viventi, dobbiamo dichiarare pace 
con la natura e riporre le armi che hanno ferito il pianeta.
Il vasto movimento che si è messo in moto, di cui tu sei una delle 
espressioni, può fare molto: una campagna contro le spese militari 
globali, per dirottare gli investimenti dal settore militare e bellico 
verso quello della ricerca per le nuove fonti energetiche e per la 
pulizia degli oceani inquinati dalle plastiche. È l’unica guerra che 
vale la pena di combattere. Le altre vanno disertate.
L’opinione pubblica è una potenza che può spostare gli equilibri 
politici. La più grande forza che abbiamo è quella della nonviolenza. 
Siamo tutti sulla stessa barca che si chiama pianeta Terra.
Grazie per quello che fai.
Mao Valpiana presidente del Movimento Nonviolento
[Fi, ecoinformazioni]

Azione nonviolenta/ O nonviolenza o barbarie

nonviolenza-o-barbarie«Ed eccola qui, la guerra. E’ arrivata anche alla porta accanto. Con il suo orrore, il terrore, il sangue, i corpi morti. Quando la vedi con i tuoi occhi capisci davvero perché è “il più grande crimine contro l’umanità”.

È un’unica guerra che si mimetizza in varie forme, che si ciba dello stesso odio e defeca la stessa violenza. E’ sempre la stessa cosa, compiuta da eserciti addestrati, ben armati, finanziati, le cui vittime sono soprattutto i civili innocenti.

Ormai è una matassa ingarbugliata. Il bandolo non lo si trova più. Non serve sapere chi ha iniziato per primo, le ragioni sono scomparse e rimangono solo i torti. E’ una spirale perversa che si autoalimenta: guerra-terrorismo-violenza-odio-vendetta-terrorismo-guerra …

Ieri a Parigi abbiamo assistito in diretta ad un’operazione militare: un gruppo di soldati in armi che ha agito come un plotone di esecuzione, attaccando civili inermi, sequestrandoli, decimandoli, come facevano i nazisti nella Francia del 1940, violando ogni convenzione internazionale, fuori da ogni regola… d’altronde la guerra, non ha regole, se non quella di eliminare fisicamente il nemico.

Ed è proprio questo che i mercenari dell’odio vogliono: che ognuno di noi si senta nemico all’altro, per innalzare il livello dello scontro, dove alla fine rimarrà solo chi è più spietato, chi spara l’ultimo colpo.

Già troppe volte abbiamo detto “mai più!”. Dopo la guerra del Golfo, dopo le Torri Gemelle, dopo l’attacco in Iraq, dopo gli attentati di Londra e di Madrid, dopo la strage di Charlie Hebdo, dopo quella del Bardo, dopo i bombardamenti su Libia e Siria, dopo il raid sull’ospedale di Kunduz in Afganistan, dopo il massacro all’Università di Garissa in Kenya, dopo le bombe sul corteo pacifista di Ankara … ed oggi dopo gli attentati suicidi di Beirut e di Parigi.

Piangere i morti ed esprimere solidarietà è importante, ma non basta se poi tutto continua come prima. Dobbiamo reagire. Non farci piegare dal dolore e dalla paura. Non accettare lo stato delle cose. Reagire. Reagire per spezzare la spirale, ed aprire una strada nuova. La violenza ha fallito e se perpetuata peggiorerà ulteriormente una situazione già tragica.

La via da seguire è quella della nonviolenza. Sul piano personale e su quello politico. La via del diritto, della cooperazione, del dialogo, delle alleanze con chi in ogni luogo cerca la pace, della riduzione drastica della produzione e del traffico di armi, dei Corpi civili di pace per affrontare i conflitti prima che diventino guerre, della polizia internazionale per fermare chi si pone fuori dal contesto legale dell’Onu.

Il terrorismo e la guerra (che è una forma di terrorismo su vasta scala) si contrastano con strumenti altrettanto forti, ma con spinta contraria. Siamo anche noi dentro il conflitto, e lo dobbiamo affrontare con soluzioni opposte a quelle perseguite finora. L’alternativa oggi è secca: nonviolenza o barbarie». [Movimento Nonviolento, da Azione nonviolenta].

Guerra in Libia/ Condanniamo l’intervento, non firmiamo appelli

Mao Valpiana, presidente del Movimento non violento, nel documento che riportiamo integralmente afferma che «La prima fondamentale direttrice d’azione del Movimento Nonviolento è l’opposizione integrale alla guerra. (altro…)

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