Il testo integrale del documento Cambiare produzioni e consumi di Mario Agostinelli citato dal portavoce del Contratto Mondiale per l’Energia e il Clima nella sua relazione svolta a Sbilanciamoci! il 4 settembre a Como nello Spazio Gloria del Circolo Arci Xanadù.

Cambiare produzioni e consumi

 1. L’entropia della globalizzazione

Nei cicli di produzione e consumo della globalizzazione liberista si producono effetti irreversibili di crisi ambientale e di conflitto sociale che sono indotti dal funzionamento del sistema d’impresa, che, rivendicando la propria centralità e  non ponendo vincoli alla sua vocazione al profitto, non si dà cura dello spreco  sistematico di risorse naturali e umane. Siamo però alla crisi del concetto quantitativo di “massimizzazione” che ha dominato l’economia classica ed il processo di industrializzazione basato sui combustibili fossili fino alla sua estremizzazione liberista imposta proprio quando i conflitti con l’ambiente e nella società ne esigevano invece il superamento. Massimizzazione dei fattori produttivi in funzione della competizione e della concorrenza, massimizzazione della quantità di beni da consumare sulla base del principio di non sazietà. Quasi che capitale lavoro e natura fossero attori immutabili di un processo sempre riproducibile e temporalmente illimitato, esente da conflitti e quindi rappresentabile secondo i modelli meccanicisti e le relazioni matematiche della crescita continua e di un’economia politica che ha portato alla crisi proprio per non aver tenuto conto della specificità della biosfera, dei valori della persona e, in una fase di scarsità di risorse, della precedenza della riproduzione e della vita sulla produzione. In questa fede nello sviluppo quantitativo, anche a costo della demonizzazione del conflitto e di una torsione della prospettiva universale di civiltà talmente drammatica da mettere in discussione diritti, uguaglianza e sopravvivenza, ci ritroviamo tutto il Marchionne e il Sacconi di questi mesi, l’attacco al welfare dei governi europei che trasgrediscono le costituzioni dei loro paesi, l’accanimento delle multinazionali ad accaparrarsi e  commercializzare i beni comuni, il fallimento della conferenza sul clima di Copenhagen, e perfino il “risorgimento nucleare” e il rilancio degli OGM, che affascinano gli scienziati del potere quanto gli oppositori di una democrazia energetica e di una sovranità alimentare oggi a portata di mano. Siamo, in sostanza, alla fine del mito dello sviluppo e alla impotenza dichiarata ad ordinare la natura e la società come effetto del “progresso” e della creazione di plusvalore. I profitti – come scrive Bifo – vengono dalla finanza speculativa, dalla guerra, dalla distruzione dell’ecosistema, mentre tutto il resto scende: occupazione, salario, propensione al consumo e fiducia nel futuro. Aumenta cioè l’entropia, il disordine, la perdita di informazione sul sistema e di controllo dei processi.

Solo all’inizio dell’era industriale si era assistito ad una abdicazione tanto profonda della politica di fronte all’economia capitalista e mai quanto oggi si sono impiegate energie intellettuali e materiali (si pensi alla sistematica riduzione degli spazi democratici; alle crescenti spese militari; alla pretesa di privatizzazione dell’acqua, dell’aria e del territorio; all’impiego distorto della scienza e delle tecnologie; alle risorse profuse per controllare il settore dell’informazione) solo per mantenere ad una classe e ad una minoranza del mondo privilegi di breve durata, in quanto fattori di disfunzioni e sprechi, e per indurre la popolazione del pianeta a sottostare ad un modello di produzione e consumo privo di rinnovabilità, senza prospettiva unitaria e possibilità di estensione nel tempo. Pertanto, per reggere uno scontro che riguarda il futuro della civiltà e la sopravvivenza del pianeta, è necessario un ritorno della politica, mentre assume un ruolo cruciale la questione della democrazia e della partecipazione. Mi riferisco specificamente alla possibile rappresentanza di quei soggetti oggi atomizzati dal modo di produzione neoliberista e unificati solo dai canoni di consumo imposti dal linguaggio “universale” della pubblicità. C’è da chiedersi, cioè, se lavoratori e consumatori possano ancora nell’immediato ricomporre  una loro identità collettiva e, nel medio tempo, costituire la base sociale per una politica alternativa. In effetti, quando “lavoro” e “consumo” venivano nel secolo scorso reinterpretati dal movimento operaio organizzato come “diritti” e “benessere” e spinti nella direzione convergente dell’emancipazione – si pensi alle invenzioni delle cooperative e delle mutue, al patto fordista che estende il welfare pubblico o alla contrattazione tradeunionista che introduce le tariffe sociali – si sono prodotti elementi di solidarietà e raggiunti traguardi di giustizia sociale che, nella fase di debolezza attuale, vengono ovviamente rimessi in discussione. Si trattava allora di una convergenza tra le figure del lavoratore e del consumatore nell’ambito di politiche redistributive. Ma oggi, di fronte alla sovrapposizione senza delimitazioni del tempo di lavoro e del tempo di vita e alla rivoluzione della industrializzazione – se non della taylorizzazione – del consumo, una convergenza tra gli stessi soggetti  sarà possibile solo se viene criticata la modalità di generazione del valore , piuttosto che solo la sua distribuzione.  Quindi, di fronte alla crescita insopportabile di entropia ambientale e sociale, occorre, contemporaneamente, battersi per cambiare le produzioni e cambiare i consumi sotto l’azione dei soggetti numericamente maggioritari che avrebbero interesse a lottare per questo. Solo così potremo impedire che la crisi finanziaria sfoci in una guerra contro il salario e contro il diritto dei lavoratori ad una loro vita.

2. Produzione, consumo e autonomia del lavoro salariato  

In effetti, il “circolo virtuoso” del fordismo consisteva nella capacità dei lavoratori organizzati di contrattare salari e stato sociale non solo per un livello di soddisfazione dei loro bisogni primari, ma anche per assicurare al consumo individuale ed al risparmio residuo una funzione  di riduzione delle distanze nel tenore di vita. Si pensi negli anni ‘60 e ‘70 all’acquisto di beni di massa durevoli accanto allo sviluppo delle politiche per la casa e per le attività ricreative, alle cooperative di consumo, alla diffusione in tutte le dimore dell’accesso all’elettricità, alle politiche tariffarie per i trasporti collettivi. A quel tempo erano i lavoratori organizzati nei loro sindacati a difendere un modello di consumo non orientato solo dal mercato e sottratto per quanto possibile all’obsolescenza e a riunificare le lotte salariali con quelle di difesa del potere di acquisto. Anche quando, successivamente, l’individualizzazione dei consumi si fece più spinta, l’acquisto e la diffusione dei beni mantenne un suo legame territoriale con il lavoro: i prodotti del lavoro salariato venivano fruiti, anche da un punto di vista geografico, prevalentemente negli stessi luoghi su cui si ammodernavano le fabbriche, aumentavano i profitti, si espandeva l’innovazione, ma cresceva anche il tenore di vita. Insomma, tra lavoro e consumo correva un filo sottile che faceva da base progettuale per un rapporto virtuoso tra riduzione del tempo di lavoro ed autonomia e riappropriazione del tempo di vita e su cui cercavano convergenze sindacato e sinistra.

Quello schema è stato prima politicamente sconfitto ed è poi definitivamente saltato nel contesto spazio-temporale della globalizzazione e della simultaneità. Ci siamo così trovati di fronte ad una progressiva scissione tra lavoro e consumo, ad una schizofrenia di comportamenti, ad una indipendenza, se non una mancanza di comunicazione, tra i sistemi di valore delle rappresentanze sociali dei lavoratori e le aspirazioni dei consumatori. Alla fine degli anni ’90 l’accelerazione della globalizzazione della produzione e la concentrazione del consumo nei paesi ricchi ha fatto ancora di più, creando una polarizzazione ed una separazione geografica tra consumatori atomizzati dei paesi ricchi del Nord e lavoratori-produttori dei paesi poveri del Sud costretti allo sfruttamento nell’indifferenza almeno iniziale dei destinatari dei loro prodotti a buon mercato.

Per fortuna, tuttavia, si è contemporaneamente e quasi inconsapevolmente innescato un processo opposto di riunificazione e di convergenza dei due mondi e la realtà materiale ha contraddetto le intenzioni. Questo percorso di riavvicinamento è stata ben interpretato dai movimento dopo Seattle e Porto Alegre. In effetti, nel nuovo modello di produzione globale, dove le differenze spaziali e temporali venivano annullate e la medesima catena produttiva attraversava differenti paesi, erano state messe al lavoro contemporaneamente “persone”, in gran parte nel Sud ed Est del mondo, che percepivano diversi salari, ma che tuttavia comunicavano direttamente tra di loro e con i dipendenti del Nord, in quanto parte di un medesimo ed unico processo produttivo. Mentre le imprese si occupavano dei differenziali del costo del lavoro, queste persone si chiedevano perché mai non dovessero avvalersi di diritti comuni più avanzati, come d’altra parte negli anni ’60 pretendevano con successo, nonostante la loro provenienza da esperienze lavorative di puro sfruttamento nelle campagne o di sconfortante disoccupazione al Sud, i dipendenti  che venivano assunti nei grandi reparti delle fabbriche del “Triangolo industriale”. Così, è successo alla fine dello scorso  millennio che gli stessi consumatori dei paesi ricchi, se erano a loro volta lavoratori impegnati a difendere il potere di acquisto dei loro salari, non potevano più separare la loro prospettiva dal destino dei lavoratori-produttori dei paesi poveri, dato che la politica delle multinazionali si era data l’obiettivo di allineare verso il basso le condizioni globali dei dipendenti ovunque si trovassero, riducendo in primo luogo i diritti e il potere d’acquisto degli operai di più lunga tradizione sindacale. Un consumatore di un paese ricco, in quanto lavoratore, cominciava quindi ad avere tutto l’interesse a difendere le rivendicazioni dei lavoratori dei paesi poveri e a comportarsi da “consumatore equo e consapevole”.

Questo processo contradditorio, fatto di separazione e ricomposizioni, è venuto a misurarsi con la fase più recente della valorizzazione capitalista, che ha come tratti caratteristici la crisi acuta del ciclo trasporto/petrolio e lindustrializzazione del consumo come comportamento collettivo coatto, coartato dai media. Siamo giunti qui al più acuto conflitto storico tra economia e vita. La produzione di qualsiasi bene o servizio, in termini di consumo di materia e di degrado dell’energia, e la fruizione di beni prodotti con fonti fossili  (o nucleari) non solo comporta un’opportunità in meno per gli esseri viventi che verranno, ma implica anche l’adesione a un sistema di valori che prescinde dal bene comune proprio quando la proprietà privata non corrisponde più allo sviluppo. Il benessere, la sopravvivenza, la soddisfazione, non si identificano più nel ciclo produzione-consumo che ci viene imposto da un sistema in crisi su molti piani, ma ancora così forte e impenetrabile da impedire la rappresentanza di opzioni alternative e l’avvio di una transizione .

In questo contesto così nuovo, ma così stringente, consumo e produzione vanno sottoposti ad una critica radicale e chi può farlo con maggiore successo è proprio la classe lavoratrice, se si assume il compito di riallineare e finalizzare produzione e consumo sia all’estensione di giustizia sociale sia alla sopravvivenza fisica del globo. Si deve cioè riuscire ad impedire, qui ed ora, la sostituibilità fra risorse naturali e capitale, dopo che si è potuto sostituire – a costi sociali enormi – capitale a lavoro: ma la rivalorizzazione della risorsa umana e il “mantenimento” della natura richiedono scelte che si collocano nell’ambito della lotta politica e della democrazia sociale. Essendo inevitabile in termini fisici la decrescita della produzione al passare del tempo, occorre orientarsi a produrre valore con meno materia, con meno energia, con maggiore lentezza e, nonostante ciò, con piena e buona occupazione, aumentando l’efficienza assai più che la produttività dei processi. Per quanto riguarda poi il sistema di consumo, occorre uscire dal criterio per cui sia l’utilità ad ordinare le varie alternative e per cui, specularmente alla pretesa di una crescita illimitata dei beni, si debba considerare il consumatore come un individuo mai sazio. Ci sono invece beni durevoli di cui dispone il consumatore e che dipendono da dimensioni biofisiche, familiari, relazionali, collettive che possono essere alimentati con risorse assai ridotte, essere tramandati, modulati nel tempo. In fondo, il godimento del tempo a propria disposizione è assai più funzione della ricchezza intrinseca della persona e delle sue relazioni che del flusso di reddito e di beni. Sia la cultura, che la memoria, che la ricchezza sociale, con le organizzazioni che le alimentano e le infrastrutture che le rendono possibili, costituiscono il nocciolo di quella economia solidale che acquista sempre più peso nell’organizzazione qualitativa della vita e che possiede le migliori caratteristiche dal punto di vista bioeconomico, con un consumo molto ridotto di materia e di energia. Oggi siamo nelle condizioni di ridare alle questioni  del tempo, dei beni pubblici come l’acqua o l’energia, della qualità dello sviluppo territoriale, della critica alla competitività, della connessione tra dono, produzione più lenta e consumo meno individuale, uno straordinario valore evocativo e di organizzare attorno ad essi iniziative che mettano in sintonia lavoratori e consumatori, società e politica.

3. Auto, energia e green economy

Nel caso del consumo, ci troviamo di fronte alla crisi più evidente nel caso dell’auto individuale, assurta a simbolo della forma del consumo capitalistico. La proprietà privata dell’auto nega se stessa quando impedisce le funzioni chiave per cui è stata realizzata: la libertà e l’autonomia di movimento. La quantità dei proprietari annulla la qualità delle prerogative del prodotto, sia nella fase di sua fruizione, che addirittura in quella di rottamazione (è già in atto nel settore una industrializzazione dello smontaggio). Tuttavia i cittadini lavoratori/consumatori/elettori non intervengono affatto sulla congestione del traffico, né sui veleni nocivi emessi se non dopo i blocchi sempre più frequenti e a valle delle emissioni e, nemmeno, sul riciclo e recupero di enormi quantità  di materia e energia: rimangono attenti al più a sforzi volti a contenere, ma non a riprogettare. E’ evidente invece che si deve spostare la democrazia sulla progettazione della mobilità, piuttosto che confinare la decisione politica su effetti alle cui cause non si è mai ammessi a partecipare. Quello della riprogettazione è il nodo vero del settore auto in crisi e chi lo affronta per primo può essere anche titolato a governare la fase di transizione e di abbandono di un prodotto in superamento. Vale soprattutto per il sindacato, che ha bisogno di rispondere al dilemma tra bisogni e produzione ad un livello internazionale e con una risalita a monte delle politiche industriali dei governi, liberandosi dalla morsa delle singole aziende in forsennata competizione.

Si deve leggere la crisi dell’auto e sviluppare una vera e propria «auto-critica». Sia relativa “all’auto-immobile”, sia relativa a quella parte della sinistra e dei movimenti che arriva ai problemi solo a compimento della crisi e vive tranquilla come sempre la subalternità del modello auto-petrolio, come regola del globo. L’auto termica a proprietà individuale rappresenta ormai un sistema tecnologico e finanziario obsoleto e anche capitalisticamente debole, oltre che un vincolo alla libera mobilità personale. Così, allo scenario dell’inquinamento spaziale (si pensi allo stupefacente ingorgo di 100 Km su 9 corsie di questi giorni in Cina!) dobbiamo aggiungere quelli derivanti dall’estensione del modello auto-petrolio a livello mondiale, che, se applicato alla Cina, all’India e a tutti gli stati in via di sviluppo, entra in rotta di collisione con le risorse energetiche del pianeta.

Ri-progettare il rapporto fra auto-immobile e mobilità personale significa affrontare un cambio di paradigma, mettendo al centro il tempo speso per muoversi e il costo/km, piuttosto che l’auto. Significa affrontare la forma dell’urbano e la macchina energetica, nonché il rapporto fra spazio e telecomunicazioni, riprogettando lo spazio delle strade, i materiali dei veicoli, le tipologia della trazione, i servizi tlc, i servizi finanziari, le regole/norme della mobilità. Uno sforzo in tal senso è stato compiuto dall’ENEA nei confronti della Regione Lombardia in funzione della riconversione dell’ex-Alfa Romeo, ma è restato lettera morta ed è naufragato di fronte alla forza della speculazione immobiliare sui due milioni di metri quadrati su cui sorgevano gli ex capannoni.

Per l’energia siamo di fronte ad un dilemma analogo: partecipare alla contesa conservatrice tra i detentori di riserve fossili  e fissili, oppure sostenere l’innovazione relativa alla distribuzione delle risorse naturali rinnovabili tra consumatori che cooperano nel risparmiare, rendere efficienti le reti, far corrispondere il servizio acquisito al minimo spreco e al più basso impatto ambientale?

Non c’è solo di mezzo una sostanziale riduzione dell’impatto ambientale e una discontinuità nelle tecnologie nel passaggio dai fossili alle rinnovabili (oltre alla riduzione dei processi di combustione e di consumo di acqua), ma un cambio organizzativo che sposta sul territorio e a distanze contenute i cicli energetici, con rilevantissime implicazioni sul piano occupazionale, delle politiche industriali,  del governo democratico. La possibilità di trasformare in corrente elettrica la fonte naturale passando per un’unica fase di conversione, rappresenta la più grande rivoluzione di efficienza pensabile. Non più “centrali”, ma impianti decentrati, integrati nei cicli vitali, nell’agricoltura e nell’economia territoriale. Inoltre, il passaggio ad energie naturali dell’ambiente, che possono essere ricavate ovunque con l’ausilio della ricerca e della tecnica e l’impiego di lavoro qualificato, stimola strategie comunali e un mercato interno, che non dipende più dai grandi monopolisti e dalle concentrazioni finanziarie e che consente una destinazione diretta al miglioramento ambientale del risparmio diffuso, contrastando la sua concentrazione in fondi bancari destinati alla speculazione. La nuova energia si può pianificare diffusamente nell’ambito dell’autogoverno comunale e con la partecipazione della popolazione locale: la rete policentrica diventa anche per l’energia il modello confacente alla trasformazione democratico-relazionale in corso e gli stessi piani regolatori e i tracciati urbanistici verrebbero ridisegnati sulla base delle esigenze energetiche codecise nel territorio.

Infine, in risposta al declino e all’inadeguatezza del binomio auto/petrolio si consolida uno spostamento (sostitutivo?) della produzione di beni e servizi verso quella che è definita “green economy”. In un recentissimo saggio Roberto Romano analizza le implicazioni a volte impetuose di questa novità  nelle politiche industriali e nella ricerca dei diversi Paesi ed il ritardo preoccupante dell’Italia. Qui basta ricordare che il livello di competitività sulla frontiera del sapere “tecnologico” e, più in particolare, del sapere tecnologico legato alla produzione di beni e servizi finalizzati alla produzione di mobilità e energia rinnovabile comporta posizioni determinanti negli scambi internazionali dei prodotti manifatturieri, mentre il nostro Paese manifesta uno squilibrio notevole e crescente nel rapporto domanda-offerta. Per quantificare il gap attuale basta confrontare il peso delle eco-industrie sul Pil nei paesi europei: a fronte del 31% per la Germania e del  21% per la Francia e di una media Ue del 14%, la quota italiana è ferma al 9%.Un incremento almeno del 6%, ci allineerebbe all’UE ed equivarrebbe a 140 mila posti, ovvero il 20% dei 700 mila di cui il paese avrebbe bisogno per tornare, nel 2012, a condizioni occupazionali accettabili. Per un paese come il nostro, troppo fossilizzato su specializzazioni tradizionali, significa anche diversificare maggiormente le attività produttive. In questo senso, accrescere il peso delle eco-industrie farebbe sì che gli addetti espulsi dai settori dell’industria e dell’edilizia possano essere riqualificati in tempi relativamente brevi e a costi relativamente contenuti, mentre per i giovani si creerebbero occasioni qualificate e stabili di impiego.

Ma non si tratta solo di “eco industrie”: si può pensare ad un piano pubblico di investimenti in attività dirette alla produzione di beni e servizi che misurano, prevengono, limitano, riducono e correggono i danni ambientali causati all’acqua, all’aria e alla terra così come i problemi legati ai rifiuti, all’inquinamento acustico e più in generale all’eco-sistema. Secondo il Rapporto del Wuppertal Institute , nella fase di spesa successiva alla crisi economica l’Unione Europea ha destinato alla produzione ambientale circa 17,61 miliardi di euro sui circa 30 miliardi previsti dal pacchetto comunitario di stimolo all’economia, spendendo meno di Stati Uniti e Cina. Quest’ultima ha riservato all’ambiente circa il 37% dei fondi di rilancio dell’economia (171,07 miliardi di euro su un totale di 453,1), mentre gli Stati Uniti hanno speso 751,4 miliardi di euro con una quota riservata al comparto ambientale pari al 21% (86,77 miliardi), destinando tali risorse ad energie rinnovabili e alla costruzione di edifici a basso impegno energetico. La Germania, da sola ha destinato al settore ambientale 11 miliardi di euro su un totale di 81. La Francia 5,52 su un totale di 26,1. Degli 80 miliardi di euro che il governo italiano sostiene di aver messo nel pacchetto di stimolo, invece, solo l’1,3% (circa 1 miliardo) è destinato alla riduzione del rischio ambientale!  

 

4. Riconversione, la parola chiave. Una proposta

Si insiste spesso sulla necessità di ritrovare o ricostruire una narrazione comune che recuperi la parte migliore della storia pregressa e delle aspettative future di chi si sente impegnato – come è il nostro caso –  sul fronte  del cambiamento. Questa narrazione può trovare un punto di agglutinazione nel lavoro di elaborazione intorno all’obiettivo della riconversione dell’apparato produttivo: a livello sia locale – soprattutto nei punti di maggior crisi occupazionale – che regionale, nazionale e planetario (agire localmente, ma pensare globalmente). Riguarda sia il fronte del lavoro e della produzione che quello del consumo e della distribuzione, oltreché, ovviamente quello di una cultura condivisa che tenga tutto insieme. Riguarda i principali campi in cui si sono andati sviluppando i nuovi saperi che costituiscono la ricchezza maggiore dei gruppi e delle reti a cui facciamo riferimento: energia, mobilità, alimentazione e salute, agricoltura, gestione del territorio, gestione delle risorse, educazione. Ha il vantaggio di mettere alla prova o di far maturare le conoscenze che ogni gruppo ha del proprio territorio di riferimento e di chi ci vive e ci lavora. E offre il vantaggio – e il rischio – di mettere a confronto i saperi acquisiti con le urgenze del mondo del lavoro – le fabbriche che chiudono, o che chiedono di sopravvivere procrastinando produzioni insostenibili – il mondo dell’impresa – in primo luogo quella del terzo settore, ma anche il mondo agricolo e della piccola distribuzione – e le amministrazioni locali, soprattutto quelle dei centri di medie-piccole dimensioni, più esposte agli influssi delle mobilitazioni popolari.

Il punto di forza delle esperienza di lotta e di autorganizzazione più rilevanti degli ultimi anni, sia nei confronti di esperienze passate (per esempio nei confronti del ’68),  sia nei confronti degli avversari con cui ci si confronta oggi, sta nel contatto tra saperi – tecnico scientifici – conoscenze del territorio – e buone pratiche. Potremmo accettare davvero la sfida dell’applicazione a un contesto definito dei saperi e delle conoscenze acquisite  (valga per tutti l’esempio della Valle di Susa) in tutti i campi (energia, trasporto, agricoltura, alimentazione, urbanistica, educazione, gestione rifiuti, mobilità, salute, etc) dove produzione e consumo richiedono un urgente cambiamento. Di conseguenza, sulla valorizzazione di saperi, conoscenze e buone pratiche può essere costituito un patrimonio comune e condiviso da tutte le aggregazioni impegnate nella costruzione di una alternativa radicale al pensiero unico e al sistema liberista. Si tratta di un patrimonio da istruire al più presto e da sottoporre alla verifica e alla valutazione “indipendente” di tutti, che avrà comunque il vantaggio di offrire un terreno di confronto che avvicina e non allontana  le elaborazioni delle diverse aggregazioni. [Mario Agostinelli]

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