Guerra in Libia/ La guerra della Francia contro l’Italia

Riportiamo dalla mailing list Democrazia economica l’intervento di Luca Michelini, docente di Storia del pensiero economico ed Economia presso l’Università lum di Bari e l’Università dell’Insubria di Varese.  1. «Pare che taluna “sinistra” oggi abbia la coscienza dilaniata da un dilemma: stare con Gheddafi o invece stare con gli “alleati”? Meglio ancora: come non stare con gli “alleati”, visto che Gheddafi è un feroce dittatore? Posta in questi termini la questione sembra di facilissima soluzione. Anche perché mostrerebbe, una volta di più, la “cattiveria” di Berlusconi, che ha osato ed osa allearsi con tirannelli improponibili. Ma per risolvere un problema anzitutto va proposta un’analisi.

2. I giornali della destra berlusconiana (“Il Giornale”) propongono un’analisi disincantata della realtà attuale: la Francia sta svolgendo una propria politica imperiale, volta al controllo delle risorse libiche  scalzando l’attuale egemonia italiana; le forze della Cirenaica sono strumento della Francia ed è tutt’altro che chiaro che cosa sia successo e che cosa stia accadendo sul campo. In ogni caso, il mandato Onu non prevede affatto l’ingerenza negli affari interni della Libia, al contrario di quanto invece sta ora facendo la Francia, e con lei la Gran Bretagna e gli Usa. In un’intervista rilasciata a Radio radicale, un importante e serio esponente del centro destra (Dario Rivolta[1]), esperto di politica internazionale, ha concluso questo tipo di ragionamento affermando che la guerra attualmente intrapresa dalla Francia in effetti è contro l’Italia, più che contro la Libia.

3. Se ora prendiamo una fonte d’informazione pacifista, come PeaceReporter, possiamo trovare un’analisi altrettanto disincantata della realtà[2]. Danilo Zolo, autorevole studioso, afferma che l’Onu non ha alcun diritto di intromettersi negli affari interni dei singoli paesi, anche perché non si intromette negli affari interni dei membri che hanno il diritto di veto, e di quei paesi che di questi “grandi elettori” sono i pupilli. Un altro giornalista osserva che se lo scopo della guerra è la protezione dei civili, bisogna allora capire se i missili che partono dalle navi “alleate” contengono uranio impoverito, e in quale misura, visto che i danni collaterali potrebbero, in caso affermativo ed oltre una certa soglia, essere enormi e su vasta scala: per proteggere i civili, insomma, si massacrano civili. Infine si sottolinea come Mahmoud Jibril, autorevole esponente dei rivoltosi, sia uno strumento al soldo del neo-liberismo imperiale di Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti. I quali hanno fatto partire dalla Virginia i marines, segno che vogliono sbarcare in Libia, in barba alla risoluzione Onu.

4. Infine la Lega pare sfilarsi dalla logica prevalente negli “alleati”: i suoi avversari politici pare godano nel rilevare come essa stia soffiando sul fuoco del “problema immigrazione” per puri motivi elettorali. Come se fosse la Lega a fare imbarcare i tunisini verso Lampedusa. E come se non esistesse un problema di carattere ancor più generale, che non so in quale misura la Lega abbia presente, ma che presumo gli passi per la mente, visto che passa per la mente a me: se la Libia è spartibile, perché non l’Italia? Se un domani fosse il Nord secessionista a chiedere il riconoscimento, e fosse la Francia a farlo per prima? Molti di quelli che si riempiono la bocca della parola “Unità e Risorgimento”, hanno preso parte molto attiva ad una logica geopolitica che ha smembrato interi stati, a cominciare dalla Jugoslavia. E in base a quale diritto si può negare ad un popolo il diritto all’autodeterminazione? Le bombe che hanno colpito Belgrado, e che ora colpiscono la Libia, potrebbero un giorno colpire l’Italia: ora per assicurarne la spartizione; ora, più probabilmente, per garantirne l’unità. Perché ritenere più probabile questa soluzione, che l’altra, favorevole alla Lega? Semplice: un “piccolo Nord” entrerebbe nell’orbita tedesca (che ha sempre guardato ad Est e a Sud), presumo progressivamente osteggiata dall’asse Francia-Gran Bretagna-Usa, paesi che da noi hanno fondamentali interessi geopolitici: a cominciare dalle basi militari Usa, per finire a quelli industriali: portarci via le imprese, conquistando i mercati.

5. Che cosa impedisce di paragonare la Jugoslavia all’Italia? Non questioni di puro diritto, ed astratte idealità, ma un’analisi della loro rispettiva “potenza”, cioè del loro ruolo geo-politico e del loro peso economico e sociale europeo e mondiale. Ed è infatti questa la logica che deve guidare i ragionamenti in ambito internazionale; ben sapendo, al tempo stesso, che questi ragionamenti supportano anche strategie politiche, come per esempio quella della “esportazione della democrazia” e dei “diritti”. Che quindi non necessariamente sono meri paraventi di appetiti di potenza, ma che al tempo stesso sarebbe molto ingenuo, oppure frutto di un ben meditato disegno, pensare che non siano spesso anche dei paraventi.

6. Infine c’è la posizione internazionale dell’Italia. La quale aveva appena firmato un trattato con Libia, in modo bipartisan (auspice D’Alema, che ora si accoda prontamente agli anglo-americani), e che ora è messa oggettivamente in un angolo e sta tentando di arginare la prepotenza francese. La quale pare abbia anche alcuni appetiti italiani, visto che sta tentando importanti scalate industriali in Italia, alle quali il governo pare voler rispondere con una qualche forma di protezione della italianità delle imprese.

Questo, in modo molto sommario, il quadro attuale. Dal quale faccio discendere alcune osservazioni.

a) Tutti coloro che pensano sia “giusta” questa guerra contro Gheddafi, dovrebbero essere conseguenti ed invocare che fosse l’Italia ad essere in prima linea. Invece si limitano ad applaudire una guerra… fatta da altri (la Francia). L’Italia avrebbe la forza economica, sociale, politica e militare per intraprendere una azione come quella francese? Personalmente ne dubito. E poi si tratterebbe di un’aperta violazione del trattato appena firmato, oltre che del mandato Onu. In ogni caso, personalmente non andrei a morire in Libia, né ci manderei i miei figli. E questo mi fa capire che gli attuali guerrafondai possono far conto su una caratteristica importante del nostro paese, frutto di una radicale trasformazione in senso oligarchico che esso ha avuto (grazie al centro-sinistra): non abbiamo più la “nazione armata”, infatti, ma un esercito di professione. In ogni caso, dubito che il nostro esercito di professionisti potrebbe condurre un’azione come quella anglo-francese.

b) Ora è chiaro che se qualcuno doveva intervenire sul suolo libico, questo qualcuno era proprio l’Italia. Ma non per fare una guerra contro Gheddafi ed “esportare la democrazia” come ha fatto Bush e come ora vogliono i nostri “bellicisti-di-sinistra”, ma per porre sul terreno una forza di interposizione tra le fazioni in lotta, che sapesse anche salvaguardare gli interessi italiani.

c) Naturalmente, l’Italia avrebbe dovuto avere, molto prima, una politica estera molto attiva, ma non bellicista, per trasformare (o tentare di trasformare) la Libia, cioè per impedire che essa arrivasse al punto in cui è invece arrivata, dando l’occasione alla Francia di intervenire. Se i diritti si vogliono “esportare”, non limitandosi a porre attenzione alle merci e alle fonti di energia, allora questa politica va intrapresa per davvero, perché suo scopo è di impedire la guerra, civile come internazionale. Tanto più è importante questa politica, quanto più è militarmente debole un Paese (come l’Italia).

d) Naturalmente i rischi erano, e rimarrebbero oggi ancor più, altissimi. Rischi militari, politici, internazionali: il fronte degli “alleati” si romperebbe ulteriormente ecc. ecc. Ma se l’Italia pensa di avere una qualche voce in capitolo in ambito internazionale, cioè se presume di avere una forza politica, sociale e militare all’altezza della sua vocazione democratica, è questo tipo di voce che avrebbe dovuto, e dovrebbe far sentire e valere.

e) Infine alcune considerazioni di carattere più generale. L’azione della Francia ha un valore che trascende la Libia: è un primo evidente segnale che in Europa e nel mondo sono ripresi, venti in poppa, conflitti d’altri tempi, cioè conflitti di potenza, tra imperialismi economici e politici infra-europei. L’intero Mediterraneo del Sud (Siria, Gaza, Egitto, Tunisia, Libia, Yemen, Arabia Saudita ecc.: e che dire di Italia, Grecia e Spagna?) rischia di essere preda di questa logica. Penso sia un primo frutto della crisi economica ancora in corso. Le nazioni anche europee si rinchiudono in sé stesse e, quando ne hanno la forza, risolvono i propri problemi con l’espansione economico-militare.

f) Il da farsi. Oggi la crisi impone di richiamare in vita una solida politica industriale nazionale (rimando al mio testo Dalla dottrina Krugman-Stiglitz, alla dottrina Keynes-Marx, in uscita su “Studi economici” e che ho fatto girare tempo fa). D’altra parte, se Berlusconi attuerà una politica per proteggere “l’italianità” di importanti aziende italiane, definite “strategiche”, il protezionismo nazionalistico tornerà prepotentemente d’attualità. Per impedire che questo nazionalismo abbia venature autoritarie (à la Marchionne e à la Berlusconi) e per impedire che sia un nazionalismo incapace di arginare la deindustrializzazione dell’Italia (se la Francia non può comperare in Italia, allora Marchionne non può andarsene dall’Italia, poniamo in Usa) e il suo declino civile e sociale e internazionale, è davvero indispensabile che in Italia rinasca, forte, solida, coraggiosa, una nuova social-democrazia. La quale dovrebbe dare nuova forma e vigore alla migliore tradizione socialista e comunista italiana facendola incontrare, anche sul piano sociale (e quindi con una accorta politica industriale e fiscale), con la culturale liberale all’altezza dei tempi.

Il problema è che nel nostro Paese questa cultura liberale è ridotta al lumicino da un neo-liberismo anglo-americano che ha fatto tabula rasa anche delle nostre migliori tradizioni, così che la destra si sta affidando a pratiche politiche ed economiche arcaiche: nessuna separazione dei poteri, nessuna informazione indipendente, nessuna scuola efficiente, nessuna laicità, nessuna seria politica contro l’evasione e la criminalità, nessuna vera libertà sindacale, totale subordinazione dell’interesse generale all’interesse particolare. Eppure, oggi la destra italiana sta ponendo all’attenzione di tutti noi una serie di problemi reali e importanti. Per le attuali opposizioni, rimasticare ricette neo-liberiste significherebbe di fatto incoraggiare la degenerazione della destra italiana, e spingere sempre più il Paese sulla via del declino».

 [1] http://www.radioradicale.it/scheda/323932?format=32

[2] http://it.peacereporter.net/articolo/27576/Dossier+Libia

2 thoughts on “Guerra in Libia/ La guerra della Francia contro l’Italia

  1. Fatto salvo il tuo intervento, ritengo che comunque un equilibrio geopolitico internazionale sia necessario. Dal crollo del blocco sovietico, siamo precipitati in una situazione di anarchia internazionale che è stata rabberciata con la “polizia internazionale” dell’ONU, che comunque è un atto di forza, un preregime globale. Ciò non toglie che una soluzione internazionale va trovata, ad evitare, per quanto possibile, le prossime catastrofi.

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