Due kefiah, un ramo d’ulivo e il suo cappello nero appoggiati sulla bara avvolta dalla bandiera palestinese, dalla bandiera della Pace e da quella italiana

Persone di ogni età e colore hanno salutato domenica 24 aprile a Bulciago (Lc)  Vittorio Arrigoni.  Sulle sedie del parquet del palazzetto dove è stata celebrata la cerimonia funebre autorità e parenti, in prima fila, accanto alla madre Egidia Beretta.  l’arcivescovo emerito di Gerusalemme  Hilarion Capucci. Gurda le foto di Raffaele Faggiano. 

Alle 15.30 attraversare Bulciago a piedi per raggiungere il centro sportivo dove è fissata la cerimonia funebre per Vittorio Arrigoni è come attraversare un paese fantasma.

È una situazione straniante, che non è facile raccontare. Ma forse non è mai facile fare la cronaca di un funerale e men che meno di uno come questo.

L’organizzazione della giornata è encomiabile: discreta ed efficiente. Le strade sono vuote di auto. I gruppi che si muovono a piedi silenziosi.

Il centro sportivo è già pieno di gente, e di gente continuerà ad arrivarne, anche a cerimonia inoltrata, e non è facile dire quante siano le persone che vogliono esserci. Molte centinaia di sicuro: forse duemila, forse tremila; un po’ dentro e un po’ fuori di questo palazzetto dello sport certo non pensato per un’occasione come questa.

Lo spettro della gente raccolta attorno a Vittorio Arrigoni è veramente amplissimo. Ci sono tutte le età, dai giovanissimi agli anziani. Ci sono tutte le provenienze: c’è la gente del paese e del circondario e ci sono i “movimenti”, ci sono i vestiti delle festa e le mises alla moda. Ci sono le magliette con tutta la gamma della simbologia filopalestinese (e qualcuna è sicuramente d’annata e racconta di un impegno pluriennale e ancora insoddisfatto…) da Handala alla Freedom Flotilla, fino a quelle purtroppo recentessime con “grazie Vik”. E poi ci sono tutte le possibili variazioni sul tema della kefiah. Ci sono tantissime bandiere della pace ma anche molti vessilli palestinesi e qualche bandiera partigiana.

Ognuno  è venuto a rendere omaggio al suo Vittorio. Un pacifista  conosciuto attraverso gli scritti e le interviste, un  fratello partigiano morto per una causa giusta, un martire, un eroe, ma anche un vicino di casa, un compagno di scuola.

Il feretro stesso di Vittorio è avvolto, al centro, da una bandiera della pace, cui si affiancano una bandiera palestinese e una italiana. Sopra una kefiah e un cappello, come quello che Vittorio indossa in tante immagini. E un ramoscello d’ulivo.

Per tutti Vittorio è stato un uomo che perseguiva con onestà  i suoi forti ideali. Un uomo che cercava di far rispettare i diritti dei più deboli, di dare visibilità e voce alla popolazione di Gaza che vive da anni sotto assedio nell’oblio generale.  Con la sua attività a fianco di contadini e pescatori cercava di offrire loro qualche possibilità in più di svolgere una vita “normale”.

La partecipazione è molto intensa, molto attenta, molto commossa. Per tutti.

Durante la cerimonia religiosa, all’omelia, il celebrante ricorda che non si può rivendicare l’impegno di Vittorio come cristiano, ma che la sua testimonianza è fondamentale anche per i cristiani. Da parte sua, il vescovo emerito di Gerusalemme, Hilarion Capucci, definisce Vittorio “un eroe, un martire, un santo” per la Palestina.

Alla fine della messa, la tensione a lungo sospesa per molte persone esplode in un canto: Bella ciao.

E forse è qui, in questo strano passaggio dalla “pasqua di resurrezione” alla “festa di liberazione” un primo, profondo significato di questo pomeriggio.

Significato che non è certo estraneo alla celebrazione “ufficiale”: infatti “Bella ciao” è di nuovo intonata dalla Banda degli ottoni, cui è affidato il compito – non facile – di legare la cerimonia religiosa ai ricordi laici, delle istituzioni, delle associazioni e degli amici.

Ognuno dà il proprio contributo in modo sobrio e piuttosto efficace: il rappresentante dell’associazione dei Comuni del territorio, l’Anpidi Como (che ha voluto dedicare a Vittorio il 25 aprile di quest’anno), un’esponente della Freedom Flotilla e dell’International Solidarity Movement e un ragazzo di Gaza (che ricordano il lavoro politico di Vittorio), il rappresentante di Libera (che posa sul feretro e dona alla famiglia “un pugno di terra libera della mafia”), Nandino Capovilla di Pax Christi (che sottolinea la totale assenza del governo italiano e dona poi alla madre di Vittorio un grembiule fatto con una bandiera della pace “perché bisogna continuare a lavorare”), due altre rappresentanti che parlano a nome di tutte le associazioni che si battono per la libertà e l’indipendenza della Palestina, e poi gli amici di Vittorio, il vicesindaco di Bulciago (la madre di Vittorio è sindaco).

Un forte atto simbolico è stato compiuto proprio dal vice sindaco di Bulciago, Luigi Ripamonti, che dopo un breve discorso di cordoglio si è tolto la fascia tricolore per chiedere che le autorità non dimentichino questa vicenda ma si adoperino per far luce su un delitto che ha tolto alla popolazione palestinese un amico e a tutti noi  il compagno di strada che ci esortava a restare umani. È proprio la madre di Vittorio a intervenire per ultima. Ricorda con fermezza che Vittorio non è un eroe, non è un martire, ma solo un ragazzo normale che “con una vita un po’ speciale” ha cercato di portare avanti l’impegno perché i diritti umani fossero rispettati in ogni luogo. Per fare ciò si è trovato a difendere “i più deboli” e “a dar voce a chi non ha voce”. Ricorda che l’approdo di Vittorio a Gaza non è casuale, ma una scelta venuta a seguito di un lungo lavoro. L’impegno di Vittorio non è finito. Ne è convinta la madre, ne sono convinti tutti i presenti.

Le ultime parole sono: “Stay human. Salam aleikhum”.

[Fabio Cani e Tiziana Monti, ecoinformazioni]

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