A onor del vero. Piazza Fontana. E la vita dopo

aonordelveroLa valutazione politica per cercare di capire, spiegare e far sì che resti nella memoria collettiva del paese lasci tracce per le generazioni future una trentina di persone hanno partecipato, il 12 dicembre, alla Feltrinelli di Como, alla presentazione di A onor del vero. Piazza Fontana. E la vita dopo (edito dal Margine, a cura di Alberto Conci, Paolo Grigolli e Natalina Mosna). All’iniziativa, che si è svolta in occasione dell’anniversario della strage di Piazza Fontana, sono intervenuti Alberto Conci, Manlio Milani, Claudia Pinelli e Anna Brugnolli.

A 43 anni di distanza, sulla strage di Piazza Fontana abbiamo la verità storica ma solo colpevoli assolti. La contraddittoria sentenza definitiva del secondo processo − quello che ha visto imputati e scagionati Zorzi, Maggi, ecc − afferma che i colpevoli erano quelli giudicati innocenti nel primo processo, quello a Freda, Ventura ecc. Essendo Freda e Ventura stati già giudicati non possono esser giudicati una seconda volta per lo stesso reato.

La serata è stata condotta da Grazia Villa che in apertura ha detto: «Onore e vero sono due parole usate ed abusate. Sappiamo che ci sono forme di illegalità coperte dall’onore e che l’esigenza di autenticità si intreccia con la negazione di verità nascoste». «Eventi come la strage di Piazza Fontana a Milano e la strage di Piazza della Loggia a Brescia sono eventi ancora vivi. Fanno parte di un presente quasi ancora da risolvere. Una conferma viene dall’attenzione commovente degli studenti del Carcano incontrati in mattinata.

Anna Brugnolli che, insieme agli altri ragazzi e ragazze dell’Associazione Note a Margine, ha raccolto le interviste a Francesca e Paolo Dendena, a Carlo Arnoldi, a Licia Pinelli, a Gemma Calabresi presentate nel libro ha raccontato il percorso collettivo iniziato nel 2007 con i dialoghi poi riuniti nel libro Sedie vuote Gli anni di piombo: dalla parte delle vittime. L’esperienza con cui lei e i suoi amici, guidati da Alberto Concia e Natalina Mosna, hanno cercato di affrontare il deficit di democrazia è stata molto formativa dal punto di vista politico e ancor di più umano.

La modalità preziosa del racconto di storie si è ripetuta anche nella serata di ieri.

«Mia madre si è trovata con due figlie piccole da preservare» dal dolore per l’assurda morte del padre e dai pesantissimi diffamanti infondati sospetti. Claudia Pinelli, figlia di Giuseppe e Licia, aveva otto anni quando suo padre morì precipitando dalla finestra della Questura di Milano. Pino la cui morte è stata archiviata «prima come suicidio “perché gravemente indiziato”, poi come accidentale, poi come “malore attivo”» è stato considerato una vittima («di chi?», «dello Stato») solo nel 2009 quando, il 9 maggio, nel Giorno della memoria per le vittime del terrorismo e delle stragi il presidente Napolitano ha invitato al Quirinale Licia Pinelli e Gemma Calabresi, «per accomunare nel rispetto e nell’omaggio che è loro dovuto i famigliari di tutte le vittime». Un gesto istituzionale di grande rilevanza che ha contribuito a rompere il silenzio inaccettabile sulle responsabilità individuali e collettive. «In casa c’è stata una discussione accesa per decidere se accettare». Dopo 40 anni, «andare al Quirinale ha fatto precipitare Licia nel passato». Anche l’incontro con i ragazzi è stato faticoso, ma come Licia dice nel libro, «Ricordare e trasmettere quanto vissuto con la morte di Pino è importante perché non ci si dimentichi dell’ingiustizia subita e come insegnamento per le generazioni future».

Manlio Dilani, presidente dell’Associazione delle vittime ha detto che «Piazza della Loggiae Piazza Fontana sono profondamente legate». Verità e giustizia sono state negate ai familiari delle vittime, ma pure al resto della società civile. Mentre per Piazza Fontana ci sono i colpevoli non condannati per Piazza della Loggia ci sono le prove ma non ci sono i nomi dei colpevoli. La strage, che nel 1969 dà il via libera all’uso della violenza nella lotta politica, apre il quinquennio della strategia della tensione, le bombe di Brescia del 1974 lo chiudono. «C’è un ritardo culturale nel nostro paese nell’affrontare il quinquennio delle stragi». «Non potevamo credere che strutture e uomini dello Stato» avessero pianificato attentati «per determinare paura e impedire processi di partecipazione». «È necessario alla coscienza pubblica le nostre storie».

«Dai ragazzi abbiamo imparato che i racconti possono essere rielaborati per farli diventare memoria» ha concluso Milani.

Ai ragazzi che hanno «uno sguardo limpido verso il futuro», al loro faticoso percorso per costruire futuro e democrazia è stato dedicato l’intervento di Alberto Conci. [Celeste Grossi per ecoinformazioni]

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